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E la chiamano estate

 

di Paola Ivaldi

Foto da Pixabay

 

“Casa, turismo, finanza, salute, lavoro e città non sono ambiti separati, ma manifestazioni diverse di un unico modello capitalistico estrattivo, che converte tutto – spazi, relazioni, tempo, affetti, corpi, vite – in beni di consumo.”
Elena Granata, La città è di tutti, Einaudi editore 2026

 

Insomma, le cose stanno così: dalla regia ci comunicano, in maniera ben poco subliminale, che durante l’estate diventeremo schiavi dei condizionatori, esattamente come lo siamo d’inverno dei termosifoni. Sempre inscatolati, prigionieri di ambienti artificiali, siano essi casa, ufficio, automobile, esercizi commerciali o locali d’intrattenimento, alla fine poco importa: per sopravvivere saremo costretti a barricarci al chiuso.

A quel 70% di popolazione italiana insediata in contesti urbani toccherà dunque dire addio anche alla gioiosa vita estiva en plein air, alla salutare esposizione alla luce naturale, alla lunga stagione degli incontri e a quel senso pieno di libertà che solo uscendo e indugiando all’aperto, all’aria, si può provare a pelle.

Ci hanno dunque rubato anche l’estate, alla fine ce l’hanno fatta: l’estate è diventata e diventerà sempre di più un affare colossale, l’ennesimo scandaloso business dei pochi, l’ennesimo scandaloso bottino di un’invisibile guerra tra quelli di sopra e quelli di sotto.

L’abominevole scenario, guarda caso, porterà strabilianti profitti e crescente potere ai colossi finanziari, ramificati nei vari settori industriali, e alle loro marionette insediate ai piani alti dei palazzi del potere, avvinghiate con lunghi artigli ai propri scranni. Stirpe sciagurata che seguita a porre sfacciatamente il profitto davanti alla tutela della salute pubblica e del pianeta, decisori in malafede che si trovano alle periodiche COP (Conference of the Parties) per un bla-bla-bla di puro greenwashing ottimo per la propaganda mediatica, ma che nulla stabilisce di concreto in termini di interventi di mitigazione del cambiamento climatico e phase out dai combustibili fossili. Nulla.

E tutto questo, guarda sempre il caso, non impatta sulle reali e ormai note cause dello sfacelo ambientale e sociale (provocato in ampia misura dai soliti noti di cui sopra, colossi e marionette) in maniera risolutiva e necessariamente radicale. Percorrere quella strada virtuosa, infatti, manderebbe all’aria gli intoccabili paradigmi del mondo occidentale violentemente consumistico, improntato a un neoliberismo aggressivo e ormai ipertecnologizzato, che opera impunemente in uno scenario di deregolamentazione; alla perdurante latitanza di credibili proposte socioeconomiche alternative si accompagna poi la tragica afasia della sinistra.

Luciano Gallino già ci avvertiva, una quindicina di anni fa: “uno dei maggiori tra i problemi che il finanzcapitalismo pone alla civiltà-mondo sta nella pressoché totale scomparsa di soggetti che siano in condizione di distanziarsi da esso; ossia di vederlo, di giudicarlo dall’esterno, al caso prendendosi la libertà di resistervi”. E ancora: “Il finanzcapitalismo ha reso gran parte della popolazione mondiale o materialmente impotente, o psichicamente sottomessa” (da “Finanzcapitalismo: la civiltà del denaro in crisi”, Einaudi 2011).

Torniamo all’estate. La prospettiva di barricarsi al chiuso con i climatizzatori al massimo, come facilmente immaginabile, impatta sull’ambiente e va ad aggravare le condizioni climatiche soprattutto degli agglomerati urbani. E consuma energia, tanta energia. E aumenta le disuguaglianze. E ci impoverisce. Fa poi montare in molte persone, a volte interi nuclei famigliari, quella maledetta furia di partire – partirepartirepartire – nell’eterna illusione che altrove l’inferno conceda una tregua.

E tutto questo ci separa dalla natura, ci allontana gli uni dagli altri e dal ricordo di un modo di stare nel mondo più genuino e semplice. L’estate che noi ancora ricordiamo, e abbiamo il dovere di non dimenticare, era una stagione decisamente più innocua e sempre gonfia di speranza come vela al vento.

Un lontanissimo Italo Calvino, nelle Città invisibili, ci incoraggiava a cercare ciò che nell’inferno ancora inferno non è per dargli spazio e farlo crescere. Oh, cosa mai direbbe oggi, scuotendo disperato la testa: sapesse che desolazione amarissima accorgersi che si fa una fatica immane a scorgere ancora chi e cosa non siano inferno, tutto intorno a noi e soprattutto sopra di noi. Si ha, invece, la sensazione che la maggior parte dei viventi abbia imboccato la strada che già lui diceva essere quella più facile: accettare l’inferno, non accorgersi più dell’inferno, acconsentire di farne parte.

Foto da Pixabay

Questa del 2026 la ricorderò come la prima estate della mia vita in cui, una notte particolarmente agitata, ho sognato di avere il condizionatore a casa. E al risveglio non l’ho presa affatto bene, essendo un’idea da me sempre aborrita, quella dell’aria condizionata. Perché? Semplice: mi rifiuto di buttare in strada aria calda pur di rinfrescare la domus. Ai miei occhi questa “non soluzione” (spostare il calore) è una disfatta, l’apoteosi di un egoismo e di una miopia che rasentano la follia.

E lo so che i colleghi mi guardano come una marziana e così pure amici e parenti. Ma io ancora penso: coerenza chiede sacrifici. Da sempre. Solo che noi non lo sappiamo, siamo nati in un tempo e in un continente che ci ha ingozzati fin dalla culla di privilegi; così è andata, dagli anni Sessanta in poi. Noi non lo conosciamo, il sacrificio, non abbiamo sviluppato l’accettazione della rinuncia nel nome di un valore, e forse anche per questo cadiamo facilmente nelle trappole del “tutto comodo”, del “tutto compreso”, del “tutto dovuto”, e perciò rischiamo di essere ricattabili e, giorno dopo giorno, diventare vecchi soccombenti.

Cerco dunque di esercitare una sorta di piccola resistenza, che, lo so bene, non vale un fico secco, perché io da sola non vado lontano, posso al più scrivere quello che provo e gioire se altri, leggendomi, si ritrovano nelle mie parole, pensando: uh! allora non capita solo a me, allora non sono ammattito solo io, magari siamo un esercito di pazzoidi armati solo di buona volontà e madidi di sudore. Infatti, cresce in me la convinzione che il problema maggiore da affrontare, e possibilmente risolvere in tempi brevi, sia proprio quello lì: immaginare in che modo unire le forze, contrastare la diaspora, farci operoso sciame.

Foto dell’autrice

A volte il sacrificio ci avvicina a una specie di arcaico misticismo. Per esempio: ci sono pomeriggi in cui mi ritrovo sprofondata in un silenzio meditativo che mi appaga e mi fa provare una viscerale gratitudine per un timido refolo di vento. Ma non sempre la virtù ha la meglio. A volte il perdurare e l’inasprirsi del sacrificio può scatenare fantasie perverse: come quando passo accanto a un SUV parcheggiato, motore spento con climatizzatore spinto, e scorgo l’umano all’interno con lo sguardo incollato allo smartphone che scrolla, ebete e beato, scrolla nel bel freschetto dell’abitacolo: in quei momenti lì, investita dal flusso di aria calda che fuoriesce dall’automobile, penso alla mazza da baseball che sta nello sgabuzzino di casa, residuato ludico dell’infanzia, e cado preda – sì, lo ammetto – di sfrenate fantasie cinematografiche a metà strada tra i fratelli Coen e Tarantino.

Allora sì, dicevo, io tento di resistere, mi muovo a piedi, ma mi accorgo, quest’anno in particolare, di una città mostruosa, ma anche mostruosamente indifferente, perché alla fin fine ti accorgi che a molte persone è sufficiente l’idea dell’arietta condizionata a casa e in auto, il pinguino in ufficio, la prospettiva dell’imminente vacanza: ecco, basta questo angusto orizzonte come bombola di ossigeno. Il resto? Eh, cosa vuoi fare? Prevale l’atteggiamento inevitabilista, cui si accompagna l’alzata di spalle e lo sguardo assente di chi pensa già al paseo su qualche tragico lungomare, ciabatte ai piedi, camminata scialla e sonora: flippete flappete flippete flappete…. A proposito, sempre in questi mesi ho notato la comparsa in città di un’affissione pubblicitaria: “Parti con Orofacile / Il tuo oro ti porta in vacanza” di fronte alla quale ho provato un certo imbarazzo al solo pensiero di chi, pur di intrupparsi a Riccione per una settimana, si faccia cavare di bocca un paio di denti e magari costringa i parenti più vecchi a imitarlo.

Sto divagando, alla quarta ondata di calore capita. Comunque, camminando per le strade e le piazze cittadine è inevitabile accorgersi come da ogni griglia di aerazione, da ogni automobile, dagli esercizi commerciali, da uffici e musei, dai cinematografi, da bar e ristoranti e dai mezzi di trasporto di superficie, fuoriescano all’incirca da maggio a settembre, grandi, talvolta abnormi, quantità di aria calda, soprattutto a livello del pavimento stradale.

Se si vive a Torino, dove raramente possiamo avvertire una salvifica brezza come accade in altre città la cui ubicazione geografica faccia sperare in un ricambio d’aria, questo contribuisce al paradosso che spinge le persone a invocare l’aria condizionata sempre e ovunque, del tutto dimentica che quella stessa aria fresca, talvolta gelida, condanna gli spazi esterni a trasformarsi in tanti piccoli angoli di inferno. L’inferno di quei viventi, pazzi come o peggio di me, che ancora si incaponiscano a camminare nell’estate di città, a solcare piazze simili a smisurate teglie da forno, per poi cercare rifugio all’ombra dei portici o lungo qualche vicolo.

Foto dell’autrice

Mi preme qui ricordare, en passant, che la normativa vigente stabilisce un limite di temperatura minima di 26 gradi all’interno dei luoghi chiusi e le linee guida INAIL indicano, inoltre, che lo scarto termico tra fuori e dentro non superi i 7 gradi per evitare shock termici dannosi alla salute. Sette.

Tutto ciò spinge le persone a stazionare a lungo dentro ai locali del commercio e/o del consumo e/o dell’intrattenimento così magari spendono ben oltre il necessario. Quello che conta, ormai è evidente, non è la nostra salute, bensì la quantità di denaro che riusciamo a sperperare più o meno clamorosamente. E quanto siamo disposti a pagare pur di rimanere al fresco a fare compere il più delle volte superflue? E quanto, per installare l’impianto di condizionamento a casa nostra e poi però vederci addebitare bollette esorbitanti? E ancora: quanto siamo disposti ad accettare di imbruttirci pur di non aprire gli occhi e prendere finalmente coscienza che siamo sul ciglio di un precipizio?

A volte mi domando a che cosa sia servito leggere in massa Cecità di Saramago in epoca Covid? A distanza di un lustro siamo ancora più incapaci di vedere, di capire e di non accettare di farne parte, dell’inferno dei viventi, inabili a immaginare e progettare un mondo migliore, basato su una sovranità energetica esercitata dal basso, una rinnovata democrazia ecologica, una tecnologia al servizio dei reali bisogni collettivi.

Foto dell’autrice

Concludo, affacciandomi sul cortile della casa in cui abito. Vedo laggiù gli alberi antistanti agli unici palazzi d’epoca dell’intero isolato, una benedizione per la vista e per l’udito, ogni anno provenendo dalle loro folte chiome il sublime canto primaverile dell’usignolo. Allargo lo sguardo che si smarrisce nella squallida distesa di box auto e garage condominiali ricoperti sul tetto di guaina bituminosa la cui temperatura, sotto il sole implacabile dell’estate, può toccare gli ottanta gradi.

Poi chiudo gli occhi e immagino. Una città che di ogni cortile faccia un giardino, con alberi e panchine, in cui le persone di tutti i caseggiati che lo perimetrano possano trascorrere una parte piacevole del proprio tempo, nelle varie stagioni della vita e dell’anno, stando insieme a godere di un angolo protetto, questo sì, in estate, definibile come un vero e proprio “rifugio climatico”, rigenerante e gratuito. Quale meraviglia sarebbe una porzione di verde da condividere, di cui prendersi cura, la riscoperta o, per i più giovani, la scoperta, di un bene e di un benessere collettivi.

Quando riapro gli occhi il mare piatto e nero del bitume bollente mi inchioda a questa estate del 2026. Considero che una società che per così tanto tempo abbia conferito più valore alle cose che alle persone, ecco, dovremmo iniziare a gridarlo finché possiamo: è una società che non ci piace. Una società gravemente malata il cui sintomo più eclatante è quel vischioso strato di disperanza che cola ovunque nei nostri interstizi e pertugi esistenziali. Una società in stato avanzato di decomposizione che chiede, implora da parte nostra un modo radicalmente nuovo, attivo e attento, di esserne parte.

 

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ornella tajani
ornella tajani
Ornella Tajani insegna all'Università per Stranieri di Siena. Si occupa prevalentemente di critica della traduzione e di letteratura francese contemporanea. È autrice dei libri Scrivere la distanza. Forme autobiografiche nell'opera di Annie Ernaux (Marsilio 2025), Après Berman. Des études de cas pour une critique des traductions littéraires (ETS 2021) e Tradurre il pastiche (Mucchi 2018). Ha tradotto, fra i vari, le Opere integrali di Rimbaud per Marsilio (2019), e curato opere di Rimbaud, Jean Cocteau, Marcel Jouhandeau. Oltre alle pubblicazioni abituali, per Nazione Indiana cura la rubrica Mots-clés, aperta ai contributi di lettori e lettrici.
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