I Poeti Appartati: Luca Martinelli

Poesie (e prose)
di
Luca Martinelli
I
Da quando il fuoco lambisce i fili torsi di rosso,
i cocci di vetro disposti ad arte sui muri,
dormire è diventata una colpa: torcersi contorcersi,
partecipare alla sofferenza senza poterla dividere
e anche il castigo non basta, tutto include,
tutto ingloba, pure la scritta sulla parete
qui non dormire mai.
II
L’odio sgorga dagli occhi ed esce lentamente. Non c’è rabbia o tristezza in eccesso per le devastazioni a Bint Jbeill. Le giornate vanno avanti in maniera consueta: si preferisce lo sgomento, il punto in cui il reale non può essere attutito e piomba da ogni parte inibendo la capacità di reazione. Sembra qualcosa di più onesto quando le macerie perdono la possibilità di essere disposte in diverso ordine e indirizzano codici schizofrenici al mondo dei sordi.
III
C’è qualcosa di curioso e perverso nel vedere i corpi che ritornano alla superficie dopo essere andati verso il fondo gelido. Il sole tramonta dove striscia l’Idra facendo riscaldare la temperatura dell’acqua salata: un freddo verticale ricopre i corpi con il sale nei polmoni. Se qualcuno sopravvivrà, dovrà fare i conti prima con l’ipotermia, poi con il bollore della febbre. Successivamente con gli intoppi della burocrazia e ancora dopo con la necessità della sopravvivenza anche sulla terra ferma.
IV
Puro occhio ciò a cui mi riduco dalle erbe di Pedenoletto. Da qui si vede tutta l’Alta Valtellina e la Val Fraele: i laghi, i prati, i caprioli che saltano e i muli legati ai pali. Il suono dei campanacci e il sibilo del vento, il risciacquo dell’acqua sulle rocce e il fischio della marmotta. Una svolta del respiro che posso trovare unicamente qui, lontano dai tracciati metropolitani e dalle sempiterne rovine.
Ma quanto è legittimo scappare sui sentieri, inerpicarsi sulle rocce per dirsi fuori dalla partita, non sconfitti ma di certo con un sentimento di frustrazione di fronte all’incendio che ovunque divampa? Quanto è possibile stare lontano dai soffi di morte? Claudia direbbe che anche questo stare, questo provvisorio abitare fuori dagli itinerari consueti, è un procedimento che vive attraverso una morte, seppure apparentemente tragica: ha visto lo sfiorire di Lazzaro nella casa tra gli alberi di pino senza che nessuno se ne accorgesse. Ma lui non c’è più.
Mi ricordo che queste valli hanno conosciuto la sozzura del sangue: gli aristocratici cattolici che inseguivano con i coltelli i protestanti, la leggenda del conte diavolo impiccato alle Prese. Poi tutti gli operai caduti per la grande edificazione delle dighe. Quante singole storie si riuniscono quando ci si riflette bene: ognuno si situa su destini diversi, ma comunque si identifica nella necessità di riavvolgere il filo della pellicola sulla parola “fine”.
Allora l’occhio puro si rivela essere solamente una fallacia: anche qui non esiste pace, solo una tregua virtuale che esaspera la ferocia dei giorni feriali. Qualcuno mi tende la mano e io, a fatica, mi rialzo.
V
Quando abbasserò gli occhi non finirà
lo sterminio a poche miglia da qui:
la consolazione non è parte della lotta
e dopo il fumo dei candelotti il buio,
la voglia di soffocare in un abbraccio
per smezzare la colpa di essere stati
solo uno sguardo ulteriore e non la parola
ultima.
VI
La memoria è una piaga aperta dove i fatti passati si rifiutano di mostrarsi al presente. Nonostante ciò, esistono comportamenti appresi dall’inconscio a scopo di difesa che possono essere riadattati nel contesto. Non sempre bisogna tastare le ferite con mani cosparse di sale. A volte bisogna sapere diventare come l’argilla, lasciarsi crepare fino a diventare splendidi modelli in grado, a propria volta, di modellarsi.
VII
A che serve mettermi in mezzo a questo? Il mio corpo si confonde in mezzo a quello di tutti gli altri: dovrei miniaturizzare l’ego, contenere lo spazio ingombrante che occupo con la mia presenza.
Il due ottobre, davanti la stazione di Bologna, si è tenuta una manifestazione: la Polizia ha iniziato a lanciare lacrimogeni in mezzo alla folla. Un candelotto ha sfiorato il volto della persona che amo: lei non se n’è accorta, ma ho provato paura perché non avrei saputo proteggerla. Poche decine di minuti dopo, un altro candelotto colpisce in pieno volto una ragazza duecento metri dietro di noi, a fianco dell’autostazione: perderà la vista da un occhio, ma continuare a testimoniare contro ciò che opprime nonostante tutto.
I lacrimogeni hanno tre effetti: i primi due sono chiaramente fisici, il terzo psicologico. Il primo, quello più noto, è quello di provocare una reazione ai dotti lacrimali: la vista viene in tal modo impedita da un eccesso di lacrime prive di pianto. Il secondo effetto è la sensazione di un pruriginoso soffocamento, come se si respirasse un’aria che pizzica le corde dei polmoni, e si parla con una paura priva di voce. Il terzo è la sensazione di panico, di dovere immediatamente scappare: per una persona che soffre di un disturbo d’ansia un lacrimogeno detona tutte le sue peggiori paure. Per questo mentre la Polizia lancia i lacrimogeni esistono sempre delle persone capaci di mantenere una ragionevole calma e danno un certo ordine su come fare defluire le persone lungo le strade.
Ciò non elimina completamente la possibilità del pericolo: se io e la persona che amo vediamo con entrambi gli occhi, la ragazza ha perso comunque parzialmente la vista. Ciò, tuttavia, la porta a testimoniare con più rabbia e una forza piena di cura: allora la responsabilità non è miniaturizzare l’ego, quanto direzionarlo verso una giusta posizione. Approssimarsi alle cose più care e tentare di restituirgli una forma di salvezza nel tentativo di offrire una chiave di lettura che si possa condividere con chi si ha un legame di fiducia.
Talvolta nell’angoscia, talvolta nella rabbia cieca. Nel microscopico e nel macroscopico: spesso tra le cose non vi è differenza.
Agire come un occhio che sa stare all’erta per quanto ferito, con la responsabilità di sapersi mettere da parte quando richiesto.
VIII
Ci si interroga sulla possibilità della compassione
e si riduce a pianto la sera: si può soffrire
nell’ascolto e farsi travolgere
ma tanto patire no, rimane irraggiungibile
e guardi le mani sterili sudare.
IX
Paesaggi di canyon artificiali nella terra e niente acqua nelle gole. Paesaggi con acqua ovunque e non la si può bere. Paesaggi dove il fuoco divampa sulla linea dell’acqua limata di petrolio. Paesaggi insidiosi dove non ci si può stare e la fuga è impossibile. Paesaggi e gente che piange strozzando il respiro nel gas nervino. Paesaggi di nulla, e pare impossibile a credersi, ma c’è chi li chiama radure. Paesaggi dove la gente non può essere seppellita.
X
Per un momento era bello credere nella possibilità di rinascere. Il pub di fianco casa mescolava birra e canzoni arabe in sottofondo: si poteva uscire di casa considerando sia la possibilità della caduta che quella del volo inaspettato. Ora le gambe cedono e il mento si sporge in movimenti innaturale: bisogna credere nella lotta, bisogna crederlo.
