L’ecatombe dei paesaggi (La gaia cecità #2)
di Giacomo Sartori

Sono cresciuto in un minuscolo paesello in collina, dove la mia famiglia si è trasferita quando avevo sei anni. Mio padre non era per niente d’accordo, aveva paura delle spese, ma mia madre non poteva immaginare di continuare a vivere nell’appartamento affittato in un rione di costruzioni recenti senza alcuna distinzione: preferiva accamparsi in un piano della malmessa villa della sua famiglia. Il tempo ha dimostrato che aveva perfettamente ragione lui, i costi per rendere abitabile e scaldare le immense stanze di quell’antica costruzione erano sproporzionati rispetto alle entrate familiari, creando continui conflitti e litigi. Fuori c’erano però campagne ancora assai varie e belle, che sono subito diventate il mio spazio vitale. La mia consapevolezza che ogni frammento di paesaggio è intrinsecamente unico e porta la traccia degli umani è germinata lì, giocando e vagando per quelle balze e quelle superfici terrazzate ai confini delle boscaglie di bassa quota. Spazi che non mi appartenevano: erano dei mezzadri – nella mia percezione – che li conoscevano nei minimi anfratti e segreti. Persone molto diverse da quelle frequentate dalla mia famiglia, e che parlavano un’altra lingua, il dialetto.
Io del resto scendevo a scuola in città, mia madre non voleva che frequentassi le stesse elementari dei ragazzini che considerava grezzi e ignoranti. Per molte ore bazzicavo quindi un altro mondo, socialmente misto ma urbano, che nulla aveva a che fare con la civiltà rurale, e la sua dimestichezza con la terra, le piante e gli animali. Una congrega drogata dal boom economico del dopoguerra e proiettata verso il futuro, che si esprimeva in italiano. Per questo mi sono portato dietro tutta la vita la sensazione di essere immerso in una realtà ben precisa ma di esserne escluso, di abitare nello stesso tempo immaginari distinti.
Pur essendo molto vicino alla cittadina quel borghetto sul percorso della via Claudia Augusta è miracolosamente sfuggito alla spietata cementificazione che dagli orli della città è risalita come un’acquaccia lungo i fianchi delle sue colline. Le campagne coltivate da millenni sono state forzate alla monocoltura viticola, ma le vecchie case si sono salvate, e non ne sono spuntate di nuove. C’è una sola costruzione moderna, un rozzo cubo di cemento di due piani tirato su al risparmio, ora disabitato: non dà noia, sembra quasi un monito, necessario quanto scontato. Tutto ciò solo perché il marito di una delle figlie del proprietario di quelle terre era un importantissimo politico locale, che per anni ha dettato il bello e il cattivo tempo nelle istituzioni provinciali. La sua cricca ha massacrato la vallata principale come le secondarie, puntando tutto sulla rete stradale e le speculazioni edilizie e turistiche, ma non ha toccato quell’enclave protetta.
In città si può scendere anche a piedi, di buon passo in meno di mezz’ora ci si arriva. Nella prima parte del percorso, la più bella, si attraversa una piana che nel mio ricordo resta verde e accogliente. Alla fine degli anni settanta vi è però spuntato un serrato groppo di case a schiera a due o tre piani. Attorno sono subito sorte altre abitazioni e villette di varia foggia, fino a saturare ogni centimetro disponibile, senza il minimo accenno di una armonia d’insieme, o anche solo di coerenza. Le strade di accesso si piegano alla caoticità di quelle costruzioni che non hanno nulla a che fare con la conca che hanno saturato, trasformandola in un intricato labirinto di cemento e asfalto. Il mio cervello non ha mai accettato questa trasformazione. Quando passo di lì io percepisco la presenza dei prati e dei muretti centenari che sono stati fagocitati, vedo quello che c’era prima. E avverto la presenza dei fabbricati come degli intrusi: a distanza di tanti decenni il mio io profondo non li ho mai digeriti. Non è una reazione razionale, né un atteggiamento spocchioso – certo molte persone hanno trovato un alloggio in una zona tranquilla – è una fedeltà istintiva a quello che c’era prima.
Provando a approfondire quel mio scarto da quanto ho sotto gli occhi mi sono accorto che lo stesso rigetto scatta anche quando percorro la periferia Nord della città, dilagata qualche decennio dopo sull’onda di una nuova frenesia, questa volta apertamente neoliberale, in spregio delle consapevolezze urbanistiche e ambientali ormai ineludibili. Gli squadrati palazzoni sono stati costruiti con materiali di prim’ordine, qui gli investimenti sono stati colossali, ma l’insieme è senz’anima e claustrofobico. Perfino i rari giardinetti, che sono esili e mogi, non portano traccia delle campagne che c’erano prima. Anche lì non riesco a considerare quello che vedo come una realtà incontrovertibile, anche lì la mia percezione è quella di una maschera transitoria.
Qualcosa di molto simile, mi accorgo dipanando quel filo di pensiero, mi accade anche di fronte alle ubiquitarie schiere di grandi magazzini e filiali di automobili e mobili da cucina, o traversando le mangrovie di capannoni e fabbricati ibridi, le coste snaturate dai parallelepipedi di cemento, le larghe ferite delle piste e le pustole delle stazioni sciistiche l’estate, con i loro sciamannati posteggi sterrati. Sembrerebbe quasi – lo sappiamo tutti – che si sia fatto a gara per massacrare i territori carichi di storia, piallando la loro infinita e complessa varietà. Tutto questo proprio mentre si parlava sempre di più di preservazione e di patrimonio inestimabile, mentre si dava loro sempre più importanza. La devastazione va di pari passo con i discorsi e le intenzioni edificanti, come ha messo in luce Augustin Berque.
Il Paese dove sono andato a vivere, più disciplinato e organizzato, si è dato da fare invece con un’ostinazione più ragionata, in maniera per così dire più scientifica, evitando gli eccessi di degrado, ma proprio per questo producendo mari di uniformità utilitaria e commerciale, cementificazioni a perdita d’occhio senza radicamenti e specificità. Nel primo come nel secondo caso il mio sguardo capta quelle brutture, ma qualcosa di me si difende, le allontana da me, fa come se non ci fossero. Non le ignora, spesso ne indaga anzi i dettagli con un diligente interessamento, una attenzione quasi tassonomica, ma in una sorta di anestesia delle emozioni. Posso indignarmi, ma non soffro davvero. Senza averlo deciso mi tengo a distanza di sicurezza.
Non è naturalmente una questione puramente estetica. In quegli scenari artefatti non c’è posto per me come per nessun altro individuo particolare, per nessun aggancio affettivo, nessun attaccamento, nessun sapere locale, nessuna differenza intrinseca. Sono fatti per anonimi automobilisti, per impersonali acquirenti di automobili o tagliaerba o abbigliamento sportivo o generi alimentari, per ben monitorati consumatori di questa o quella merce, in una logica che ottimizza solo la dimensione commerciale, la quale governa anche le risicate aree vegetate, stoltamente insulse. L’aspetto estetico è centrale, come lo è sempre nell’universo delle merci, ma secondo standard globalizzati che non appartengono alle specifiche porzioni di territorio ricamate e ritoccate da secoli e secoli di pazienti interventi, che non ha nessun rapporto con l’unicità di ciascuna di esse, e men che meno con le persone che le frequentano, con le loro intelligenze. Il loro fine è solo una più efficiente circolazione delle mercanzie e dei loro acquirenti, evacuando particolarità locali, inimitabili esperienze, storia passata e intimità degli individui. Non sono solo io a essere narcotizzato, qualsiasi essere umano lo è, che se ne renda conto o meno. La loro mansione principale è proprio quella.
In quella che chiamiamo natura, che naturale non è quasi mai, la bruttezza non esiste, finisco per dirmi, o meglio non esiste più. Le cupe colate di lava che inorridivano Leopardi ci appaiono adesso molto attraenti, e richiamano frotte di fotografi sprezzanti dei pericoli. Io sono il primo a adorare le vomitate basaltiche, e i groppi di ginestre che vi si avventurano. Ma anche le aspre vette che intimorivano i valligiani e i loschi boschi che facevano fremere i viaggiatori non ci spaventano più. Ci attraggono anzi con la loro fiera indipendenza, la resistenza che oppongono alla nostra supremazia. Dentro di noi sappiamo che i nostri orpelli tecnologici possono avere la meglio su di loro senza particolare sforzo, che quelle roccaforti naturali non possono competere con le armi a nostra disposizione. Non siamo onnipotenti, e ce ne accorgiamo adesso che l’asfalto scotta e l’acqua scarseggia, ma la nostra possanza, per utilizzare il termine del poeta (E la possanza/qui con giusta misura/anco estimar potrà dell’uman seme), è aumentata a dismisura.
I paesaggi orripilanti, su questo siamo tutti d’accordo, sono adesso i derelitti suburbi marezzati di spiazzi calcinati con macchinari arrugginiti, gli intrichi di cavalcavia di calcestruzzo scrostato, le raffinerie puzzolenti e i vetusti complessi industriali, le lande avvelenate in derelitta attesa di risanamento, il raffazzonamento di tetri capannoni in uso e dismessi, le discariche trascurate. In altre parole gli eccessi, le cadute in basso dove la nostra furia si mostra allo stato brado, mentre l’avida asetticità commerciale e funzionale è ormai da tempo considerata normale e appropriata. Quella riusciamo a produrre con tutte le nostre leggi e discorsi sulla tutela, con la nostra solipsistica devozione alla bellezza, che tanto ci angustia, con i nostri studi scientifici e i nostri monitoraggi ambientali. Tutto ciò che ha che fare con il nostro oleografico ideale di natura appare come conseguenza – a tal punto siamo in carenza – prezioso e desiderabile: i paesaggi iconici vengono acquistati e consumati a caro prezzo sotto forma di soggiorni e viaggi turistici, di memorabile toccata e fuga.
In mancanza di meglio perfino le colture industriali sono percepite come piacevoli, a dispetto degli sgradevoli tanfi chimici e di reflui dei grandi allevamenti, a dispetto della monotona uniformità a perdita d’occhio, dell’incapacità di venire a patti con la complessità e la varietà dei territori. Sono rigogliose, ordinate e ben omogenee: a suon di energie fossili si conformano al modello transnazionale di giardini ben tosati e ben geometrici, felicemente soggiogati. Sono pur sempre meglio dei paesaggi di cemento, più naturali, astraendo dalle nefaste ricadute. Non potendo scordare, per via delle mie scorribande di bambino, che ogni fazzoletto di terra ha il suo carattere e i suoi interlocutori e la sua vicenda, e proprio da qui scaturisce la sua bellezza, a me provocano un ansiogeno disagio: in questo caso non riesco a chiudere gli occhi.
La fotografia è di Andrea Mosti (Pexels)
