La vita senza desideri

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Leonardo Pelo, Dio è morto. La vita senza desideri in un campo profughi, ReNudo, 2026
Il 12 di ottobre esce un piccolo/grande libro che racconta l’esperienza di Leonardo Pelo in un campo di profughi siriani. Tutti i ricavati delle vendite del volume andranno a supporto dell’associazione SSCh. Una ragione in più per acquistarlo e leggerlo.
Di seguito la prefazione al volume di Arianna Martini e un estratto da un capitolo del libro – “Ammalarsi” – scritto da Leonardo Pelo. Le fotografie sono dell’autore e di Pietro Politi.
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Prefazione del libro, di Arianna Martini
fondatrice di Support and Sustain Children (SSCH):
Sperare non basta.
Questo libro non è nato per spiegare la Siria, né per commuovere.
È nato per restare.
Restare addosso a chi legge, come restano addosso certe storie quando le incontri davvero e non puoi più archiviarle come “lontane”. Leonardo Pelo ha fatto una cosa semplice e rara: è entrato in un luogo dove la speranza è considerata un lusso e ha scelto di non aggiungerne di finta.
Ha ascoltato.
Ha guardato.
Ha scritto senza protezioni.
Leggerlo, per me, ha significato anche altro. Ha quasi messo ordine nel tumulto che da anni mi porto dentro, come si può immaginare dopo tanto tempo passato nei campi, tra storie che non si chiudono mai davvero. Non perché chiarisca, ma perché chiama le cose con il loro nome.
In queste pagine non troverete eroi, né redenzioni facili. Troverete persone vive, che vivono in condizioni che non permettono il futuro come lo intendiamo noi. Persone per cui desiderare non è un diritto naturale, ma qualcosa che si spegne per sopravvivere.
Leonardo non salva nessuno, e proprio per questo è onesto. Non addolcisce, non semplifica, non cerca colpevoli comodi. Restituisce la realtà per quello che è: dura, contraddittoria, spesso insopportabile. E lo fa con rispetto, che è la forma più alta di umanità.
Io lavoro da anni nei campi profughi. So quanto sia facile trasformare il dolore in racconto edificante, quanto sia sottile il confine tra testimonianza e spettacolo. Questo libro quel confine non lo oltrepassa mai. Rimane dalla parte giusta: quella delle persone, non delle narrazioni.
Eppure, dentro tanta assenza, qualcosa resiste. Non la speranza urlata, ma quella più ostinata e silenziosa: il continuare a vivere, il continuare a esserci, il non cedere del tutto all’annullamento. È una speranza che non consola, ma chiede. Chiede responsabilità, presenza, scelta.
Questo libro non chiede compassione.
Chiede di non voltarsi dall’altra parte.
Ed è per questo che conta.
estratto dal capitolo AMMALARSI,
di Leonardo Pelo:
Ammalarsi, come in tutti i posti, è comune. Quello che qui diventa raro è curarsi.
Sagida ha 16 anni: da queste parti, in realtà, è già una donna. Una madre.
Ha ricordi solo di qui. I suoi genitori sono scappati dalla guerra civile.
Rifugiati già nel 2011, presto sono scaduti i documenti provvisori e, da un giorno all’altro, sono diventati clandestini.
Il padre, dopo pochi anni, è scappato in cerca di una vita migliore. Nessuno sa che fine abbia fatto.
Lei si è aggregata (il termine è freddo, ma rende l’idea) al nonno. Morto lui, è diventata orfana.
In molti paesi musulmani la definizione di orfano si applica se viene a mancare il ramo maschile, la madre non potendo garantire per mille ragioni — culturali e pratiche — il sostentamento non ti salva dalla definizione di orfano.
Danya, sua figlia, perde molto peso in pochi mesi: “Non riusciva a tenere su la testa. Dormiva sempre. Non stava sveglia”. Non ci sono bilance nel campo, perdere peso non è qualcosa che misuri, è qualcosa che vedi.
Riesce, grazie ad Amina — una dipendente di SSSH — a portare in ospedale la piccola Danya.
“Arrivati lì, non avendo documenti, veniamo cacciati senza neanche poter parlare con un infermiere. Cambiamo ospedale. Due volte. Tre. Sempre la stessa storia. Nessun documento, nessuna cura.
Al terzo ospedale, mi racconta Amina sovrapponendosi alle parole di Sagida, “chiamano la sicurezza e ci mandano via come se non ci fosse una persona da salvare. Una neonata.”
L’assenza di un linguaggio aggressivo è qualcosa che mi stupisce.
È come se non ci fosse spazio per la rabbia, solo disperazione.
Nel quarto ospedale, il giorno dopo, si portano i soldi: tanti.
Anche i comuni esami del sangue hanno un sovrapprezzo, quello del silenzio per evitare denunce.
Il medico, pagato rigorosamente in nero, la visita.
Niente deve risultare, anche perché in teoria sarebbe tenuto a segnalare alle autorità le persone clandestine.
Nulla di grave, come spesso accade con le infezioni, se prese in tempo.
Il salva-vita? Un semplice antibiotico (l’amoxicillina, prezzo in Italia circa 8 euro).
Una cura ricostituente e un antibiotico. Niente di particolare.
Niente di così grave in Occidente; in un campo profughi può costare una vita.
Una vita che evidentemente vale 8 euro. Circa 8 euro.

(per chi si trovasse a Milano, alle ore 18,30 del 7 ottobre ne parleremo con l’autore, alla Libreria Feltrinelli di Corso Genova, 20)
