Articolo precedente

La Terra e la terra (la gaia cecità #5)

di Giacomo Sartori

I suoli sono una minuscola pellicola, in molti casi inferiore al metro, sulla superficie della crosta terrestre. Questa sottile buccia di terra possiamo rappresentarcela come una spugna, perché la metà del suo volume è costituita da vuoti. Nei pori più grandi circola l’aria, fondamentale per fare respirare le radici e gli abitanti microscopici e non, mentre in quelli capillari viene conservata l’acqua, che le piante riescono a succhiare fuori. Essa è essenzialmente di natura minerale, visto che deriva da materiali inorganici, rocce o sedimenti che siano. Amalgamata alle particelle minerali c’è però anche una piccola frazione organica, rappresentata per la maggior parte da resti di piante più o meno trasformati. Questa ridotta componente consente la vita dei microrganismi e dei piccoli animali, i quali sono gli artefici dei fondamentali processi che in essa avvengono.

È questa buccia complessa e formicolante di vita che fa vivere le piante, e quindi gli animali che mangiano le piante, tra i quali noi. La nostra esistenza dipende da lei, direttamente ma anche indirettamente, perché essa è la principale sede della diversità biologica indispensabile al mantenimento degli equilibri nei quali noi umani siamo incastonati. Nonostante sia prevalentemente minerale, a livello planetario immagazzina inoltre più carbonio delle piante, ci si è accorti, limitando le emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera. E sappiamo che la maggior parte dei nostri antibiotici derivano da sostanze prodotte naturalmente da suoi batteri e fungi.  Da un po’ meno di un secolo è però sotto un attacco senza precedenti, perché la seppelliamo per costruire le nostre città e le nostre infrastrutture, e perché la nostra agricoltura l’aggredisce e erode, spesso pure lei la annienta. Quando va bene la fiacca.

Bruno Latour ha usato il termine vernice, ancora più incisivo. È il modo di vedere di noi contemporanei, che ci figuriamo la Terra come l’hanno osservata per la prima volta gli astronauti della missione Apollo dal loro oblò, prospettiva ormai accessibile con una pressione del polpastrello sul nostro telefono. Una palla non poi così grande, e un po’ gracilina. Da questa visuale la terra, quella con la t minuscola, ha una presenza ancora più ridicola, ci appare quasi una pelle di zigrino, che a forza di soddisfare i nostri desideri è ridotta a ben poca cosa.

 

Gli antichi, ma anche solo i nostri immediati predecessori, avevano una percezione completamente diversa: la terra era solidamente sotto i loro piedi, si spingeva lontano fino a che non cominciavano i mari, e chissà fino a che profondità scendeva. Io stesso, quando da bambino mi aggiravo per le balze attorno alla villa dove eravamo andati a abitare, la vedevo così. Era interrotta da muretti e stradine, e se ne stava spesso nascosta sotto l’erba o i mucchi di letame, ma era la padrona assoluta, e sapeva fare ruotare tutto quel mondo di contadini e animali attorno a lei. Mai più avrei potuto pensare che era in pericolo, e che andava salvata. Nemmeno quando mi sono iscritto alla Facoltà di Agraria, con quella briosa incoscienza che accompagna molte svolte delle nostre vite. Durante gli anni del liceo ero passato attraverso una larvata depressione, mi sembrava che quell’aria aperta e quel verde potessero essere la salvezza. Non intuivo che quelle poco differenziate sensazioni sarebbero sbocciate, come succede in tante storie d’amore, in un duraturo legame.

Per quello che si può presumere fino al Neolitico gli umani non si sono preoccupati in modo particolare della terra. Quando hanno cominciato a coltivarla, si sono subito accorti che avevano a che fare con un soggetto assai suscettibile, e tendenzialmente permaloso. Certo poteva dare bei raccolti, a mano a mano che le piante venivano migliorate, però spesso si impuntava o faceva le bizze. Per lavorare bene non le piaceva che ci fosse troppa acqua, ma neanche troppo poca, e men che meno che fosse troppo salata. E in pendenza aveva il vizio di scivolare a valle, lasciando dietro di lei rocce e sterili prietrami. Ma in generale tendeva a stancarsi, e bisognava trovare il modo di ovviare. Proprio di stanchezza parlavano i Romani, che sapevano bene che dopo aver ospitato un cereale aveva bisogno di fare una lunga siesta, quello che chiamiamo maggese.

Aveva insomma bisogno di molte cure e attenzioni. Il problema principale è però che c’erano tipi estremamente differenti fra loro, e ognuno sembrava avere il suo carattere e le sue esigenze e propensioni. La vera difficoltà era quella, capire cosa poteva e cosa non poteva ogni fattispecie diversa. Ecco allora che già le civiltà mesopotamiche, amanti delle liste, elencavano puntigliosamente i tipi diversi. Questi cataloghi ci fanno sorridere, ma certo avevano una ben precisa utilità, vista l’efficienza delle coltivazioni dei loro ideatori.

Le prime classificazioni cinesi dei suoli, le più antiche in assoluto, risalgono a quattromilacinquecento anni fa, e sono state via via perfezionate. Ma anche i Greci avevano le loro puntigliose tassonomie, come pure i cartaginesi e più lontano da noi gli Aztechi. Quelle dei Romani saccheggiano com’era loro costume tutte le conoscenze pregresse, e sono a loro volta riprese e migliorate dai validissimi agronomi arabo andalusi. I quali vengono riscoperti, in Italia, dall’ottima scuola agronomica rinascimentale. Poi con la svolta del sedicesimo e diciassettesimo secolo anche la terra finisce sotto la lente d’ingrandimento degli scienziati, in particolare i chimici, e degli economisti, i quali cercano di stabilire il suo valore soprattutto a fini impositivi, problematica assai cara ai governi dell’epoca.

Durante tutto il diciannovesimo secolo si svolge un aspro braccio di ferro tra i geologi, che consideravano che i suoli fossero materia loro, viste le loro conoscenze più ampie e più ancorate nella geografia, e i chimici, centrati sui problemi agronomici. I primi, partendo dalla distribuzione dei vari tipi, portano fondamentali contributi alla comprensione dei fattori ambientali in gioco, i secondi sullo stoccaggio e la cessione dei vari elementi chimici alle radici. Sul fronte della biologia, come è noto Darwin studia accanitamente per tutta la vita i lombrichi, mentre nell’ultimo quarto del secolo si comincia a aprire il vaso di Pandora della vita microbiologica. Solo all’inizio del Novecento la scienza del suolo si afferma come disciplina indipendente, sebbene frammentata in sotto-discipline che hanno spesso difficoltà a dialogare. Nelle campagne le tradizioni contadine continuano però a resistere, opponendosi all’introduzioni dei concimi chimici come a molte altre innovazioni.

È negli ultimi ottant’anni anni che il mondo accademico e della tecnoscienza si impongono come unici dispensatori dei protocolli di coltivazione, trasformando i coltivatori in ignari esecutori. Sprezzando i saperi tradizionali, essi reindirizzano le conoscenze sulla terra verso alcune problematiche molto specifiche, e in particolare l’assimilazione degli elementi minerali necessari alla pianta. Quello che era stato per millenni l’assillo della tradizione agronomica, l’adeguamento del tipo di colture e delle pratiche colturali alle tipologie di suolo, comincia a passare in secondo piano, e viene completamente spazzato via dopo il secondo conflitto mondiale. Al centro di quella che viene chiamata rivoluzione verde sono infatti la concimazione chimica, le lavorazioni meccaniche e l’irrigazione, le caratteristiche dei terreni non vengono più considerate determinanti. L’assunto implicito, è che un impiego massiccio dei nuovi mezzi tecnici può supplire a qualsiasi difetto delle terre. Ed è vero che questi possono fare meraviglie, soprattutto nel breve periodo. La concimazione chimica di una terra naturalmente povera, in particolare, gonfia le sue produzioni, anche se non la migliora, e anzi alla lunga le fa male. Sull’onda dei successi ottenuti si sottostimava sempre di più la varietà di fattori in gioco: ci si illudeva insomma di essersi liberati dalle costrizioni della natura.

Io ho assistito in prima persona a questa metamorfosi che in quattro e quattr’otto ha uniformato le campagne e ha eliminato i custodi che le conoscevano centimetro per centimetro, tanto determinanti nel mio percorso. Perché se sono finito alla Facoltà di Agraria, dopo i mortificanti anni del liceo classico, era perché in quel rapporto tra umani e paesaggio avevo intravisto un senso anche per la mia esistenza. Un unico trattore con i cingoli ha rimpiazzato i buoi, gli arnesi manuali sono rimasti impiccati ai loro pioli. E monotoni vigneti hanno fagocitato il variegato mosaico di mais, patate e altre colture. Un cavaliere solitario, che peraltro faceva anche i turni in fabbrica, bastava a svolgere il lavoro di diverse famiglie. Nessuno più zappava o voltava il fieno o seminava, nessuno chiacchierava o lanciava richiami, per molti mesi l’unico frequentatore era lui, con i pennacchi di micidiali veleni – all’epoca non si andava per il sottile – che accompagnavano l’incedere del suo drago meccanico: non lo sapeva, ma sarebbe poi morto di tumore. Solo per la vendemmia le uniformi calligrafie di viti si rianimavano per qualche giorno.

Nei fatti la cosiddetta rivoluzione verde ha dato risultati notevolissimi, per quanto riguarda il traguardo che sotterrava tutti gli altri, le rese a ettaro, nelle aree con suoli profondi e naturalmente fertili, per i quali le nuove varietà molto produttive erano state create. Ha fallito invece completamente dove i terreni erano sottili o cumulavano diverse debolezze, dove quelle stesse esigenti varietà stentavano o facevano cilecca. Ce se ne è accorti, o insomma ci si è voluti accorgere, solo molto più tardi, spesso quando i danni alla terra erano irreparabili, e i territori erano ormai fuori gioco. Con le sue vallate dissestate e invase dalle boscaglie, l’Italia appenninica e prealpina ne è uscita profondamente stravolta. Solo le colline che hanno potuto rifugiarsi nelle monocolture redditizie, come quelle attorno a casa mia, si sono salvate dall’incuria.

Il nuovo approccio, diventato a poco a poco egemone dentro e fuori il mondo agricolo, ha concorso alla propagazione di un modo di ragionare nel quale i suoli e le loro peculiarità non contavano nulla. Non stava scritto da nessuna parte, ma essi uscivano dai fattori considerati prioritari delle coltivazioni. Negli stessi decenni nei quali la scienza forniva fotografie più precise dei loro funzionamenti e delle complesse interconnessioni in gioco, li si rappresentava con una visione ultra-semplificata, consona agli interessi dei colossi dell’agrochimica. Senza curarsi del fatto che si isterilissero e che fossero irrimediabilmente devastati dall’erosione idrica, dai ruscellamenti causati dall’accorpamento dei campi.

La poca considerazione dei suoli dell’agricoltura industriale, uno dei pilastri della sua visione riduzionista, rompeva una tradizione millenaria, con la sua costante ricerca di soluzioni durature nel tempo per mantenere la terra in buona salute. Sotto il suo dominio le discipline attinenti ai suoli sono state di fatto marginalizzate nella maggior parte dei Paesi. O si sono trincerate nelle inoffensive problematiche genetiche e tassonomiche, come è successo alla migliore scuola italiana, quella fiorentina, alla quale io mi sono formato. Ancora oggi nella quasi totalità delle facoltà italiane si insegna la chimica del suolo, focalizzata su azoto fosforo e potassio, non la scienza del suolo, o pedologia che dir si voglia, che collega le dinamiche di quei principali elementi della fertilità a quelle microbiologiche, ecologiche e geografiche. Gli agronomi sanno quindi pochissimo di suolo, così come la maggior parte degli addetti al mestiere.

Tutta la mia esperienza lavorativa si è svolta in questa zona d’ombra, dove noi specialisti non avevamo voce in capitolo nella realtà delle coltivazioni e nelle politiche riguardanti i paesaggi. Vedevamo e studiavamo le degradazioni, ma nessuno ci dava retta. Eravamo rassegnati che così fosse, ci sembrava per certi versi normale, o per così dire tragicamente divertente. Più volte mentre mi davo da fare sul terreno mi è stato chiesto se il mio era un hobby. Quegli agricoltori che me lo domandavano non potevano pensare che si perdesse tempo a osservare e analizzare il suolo così in dettaglio. E tanto meno che proprio quel mio rapporto cerebrale ma anche fisico con la terra fosse così importante per il mio equilibrio personale. Fra di noi ci scherzavamo sopra, dicendoci che se si cercava un mezzo sicuro per non fare carriera nelle istituzioni, e di guadagnare poco, era scegliere il nostro mestiere. Che peraltro amavamo.

Per effetto degli implacabili risultati di vari studi di monitoraggio, che mostrano l’ubiquità di varie forme di degradazione, alcune delle quali irreparabili, visti i tempi millenari di formazione, nell’ultimo quindicennio è aumentata la consapevolezza che i suoli sono estremamente fragili. Sempre più si afferma la necessità di preservarli e di rigenerarli: quello che era uno dei cavalli di battaglia dei sostenitori delle agricolture olistiche, sta diventando un discorso condiviso. Nei fatti dominano però ancora incontrastate le pratiche agronomiche dannose che si sono imposte nell’ultimo cinquantennio. Basandosi sulla consulenza di ottimi specialisti le istituzioni europee hanno delineato in tempi recenti chiari obiettivi per una gestione più ecologica delle coltivazioni, sebbene i percorsi restassero fumosi. Questa apertura s’è scontrata come si sa con la feroce opposizione delle organizzazioni degli agricoltori e di molti governi nazionali, con queste conniventi. Tutti i tentativi di introdurre metodi più rispettosi si scontrano con le resistenze cavalcate dalle destre, le quali non esitano a prendere di petto la scienza, e ancora più gli organismi, come la francese Ademe, che ne traducono i risultati in proposte concrete.

Si fa un gran parlare delle nuove tecnologie, si strombazza che potrebbero risolvere ogni problema. Agricoltura di precisione e agricoltura 4.0 sono slogan sempre più martellanti anche sui media. Le trionfalistiche soluzioni proposte, nei fatti sempre vaghe, vengono da una nuova alleanza tra i produttori di macchine agricole, quelli di composti chimici, che finanziano e orientano la ricerca, e i fornitori di sistemi digitali di gestione dei dati. Le costose proposte, alla portata solo delle forme di agricoltura a alto reddito, e che aumenteranno ancora la dipendenza dai combustili fossili, restano nella credenza di stampo meccanicista del rimedio puntuale, a dispetto della maschera di ecocompatibilità. Ne è un esempio la trovata faro, la somministrazione di concimi chimici calibrata spazialmente, mediante tecniche di telerilevamento del rigoglio dei campi e di geolocalizzazione degli interventi, quando le difficoltà della pianta non sono un problema unicamente di disponibilità di elementi minerali nel terreno, e riguardano anche il comparto organico e biologico, e quello idrico. La reale finalità dei potentati agrochimici sembra essere quella di monetizzare la nuova consapevolezza ambientale, proponendo per i problemi che essi stessi hanno creato i palliativi che permettono loro di guadagnare più quattrini possibile.

Cosa pensare, di fronte a questa tracotante ostinazione a seguire solo gli interessi dei capitali, che non sono quelli della stragrande maggioranza degli umani? E della cinica abilità di indossare le vesti della svolta ecologica, di creare adepti consenzienti? Ora che il clima olocenico è partito per la tangente la Terra ci appare come una fragile palla spersa nel cosmo, circondata da una cagionevole aureola. E la terra una vulnerabile membrana in equilibrio con quest’ultima, e che per causa nostra si riduce via via. Ma in realtà è della nostra sopravvivenza che ci preoccupiamo, la Terra e i suoli esistevano e esisteranno anche senza gli umani, sanno reagire e adattarsi. Diventa difficile non cadere nello sconforto, quello stesso che io ho evitato per tanti anni proprio frequentando la terra. Chi viene più ascoltato, invece di moderarsi esprime ancora nuovi desideri, avidi come i precedenti, che fanno ulteriormente contrarre la pelle di zigrino. Ma naturalmente non è detta l’ultima parola, la storia è ondivaga e imprevedibile, e noi ci battiamo.

 

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

articoli correlati

La rimozione delle campagne (La gaia cecità #4)

di Giacomo Sartori
Strano saperne così poco di un ambito che ci dà da mangiare, i cui prodotti entrano tutti i giorni nei nostri corpi influendo sul nostro stato e equilibrio, modificandoli. E che è localizzata vicino a noi, perché circonda i nostri nuclei abitati, la attraversiamo...

La Repubblica dei Terrestri

Il programma del terzo incontro di La Repubblica dei Terrestri, dal 9 all'11 ottobre a Tricase e a Santa Maria di Leuca, in Salento

Discordi montagne (La gaia cecità #3)

di Giacomo Sartori
Mentre cammino la mia visione analitica non coincide però con quella estetica, cerco quindi di conciliarle, anche se non è sempre facile. La prima mi appare arida e astratta, la seconda un po’ superficiale, non all’altezza della sfida dei tempi.

L’ecatombe dei paesaggi (La gaia cecità #2)

di Giacomo Sartori
Non è naturalmente una questione puramente estetica. In quegli scenari artefatti non c’è posto per me come per nessun altro individuo particolare, per nessun aggancio affettivo, nessun attaccamento, nessun sapere locale, nessuna differenza intrinseca.

Le nostre roccaforti minerali (la gaia cecità #1)

di Giacomo Sartori
Qualche volta mentre passeggio mi dico allora che quello che caratterizza le città non è tanto l’abbondanza della porzione minerale, ma l’efficacissima lotta quotidiana di contenimento del vivente che permette di preservarla

Nichilismo quotidiano

di Giacomo Agnoletti
Sospetto che lo stesso stia avvenendo in molte città d’Italia, grandi e piccole. Chissà, forse accade in ogni città del mondo. Ho tentato di abbozzare una protesta. Il dirigente scolastico allora mi ha detto che gli alberi erano “pericolosi”. Solo una parola, “pericolosi”.
giacomo sartori
giacomo sartori
Sono agronomo, specializzato in scienza del suolo, e vivo a Parigi. Ho lavorato in vari paesi nell’ambito della cooperazione internazionale, e mi occupo da molti anni di suoli e paesaggi alpini, a cavallo tra ricerca e cartografie/inventari. Ho pubblicato alcune raccolte di racconti, tra le quali Autismi (Miraggi, 2018) e Altri animali (Exorma, 2019), la raccolta di poesie Mater amena (Arcipelago Itaca, 2019), e i romanzi Tritolo (il Saggiatore, 1999), Anatomia della battaglia (Sironi, 2005), Sacrificio (Pequod, 2008; Italic, 2013), Cielo nero (Gaffi, 2011), Rogo (CartaCanta, 2015), Sono Dio (NN, 2016), Baco (Exorma, 2019) e Fisica delle separazioni (Exorma, 2022). Alcuni miei romanzi e testi brevi sono tradotti in francese, inglese, tedesco e olandese. Di recente è uscito Coltivare la natura (Kellermann, 2023), una raccolta di scritti sui rapporti tra agricoltura e ambiente, con prefazione di Carlo Petrini.
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: