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La rimozione delle campagne (La gaia cecità #4)

di Giacomo Sartori

Nella nostra testa le campagne sono qualcosa che sta a mezzo tra le città e la natura, che ci rappresentiamo istintivamente sotto forma di folta foresta, di savana, di prateria alpina, di vasti spazi poco frequentati. Nelle città è l’uomo che la fa da padrone, nelle campagne anche, ma sporcandosi le scarpe e le mani, e mediando con le piante, e nei boschi le cose ci sembrano andare avanti da sole, in modo insomma prevalentemente spontaneo. È l’idea tripartita che mi sono fatto io stesso da bambino, perché casa nostra per me era la città – restavamo pur sempre dei cittadini, anche se abitavamo in collina – e nemmeno il giardino poteva essere considerata campagna, anche se per certi aspetti se ne avvicinava. Poi però cominciavano i campi veri e propri, con le loro regole e la loro filosofia completamente diverse: mi accorgevo che lì tutta la prosopopea della mia famiglia veniva a cadere, sommersa da altri saperi e da un’altra lingua, il dialetto. E più a monte c’era il bosco, che era molto meno frequentato e più misterioso. Io stesso ci andavo poco, e mai da solo.

In realtà anche nelle città c’è la natura, anche se noi non siamo tanto abituati a considerarla, e la nostra abilità consiste appunto nel nasconderla, nel reprimerla appena alza la testa, nel tenerla confinate in ridotte aree a essa dedicate. E tanto più c’è nelle campagne, dove i processi in gioco restano per molti versi naturali, seppure pilotati e guidati. Quanto ai boschi, essi hanno molto spesso pochissimo di intatto, in particolare dalle nostre parti: la loro composizione e struttura sono opera degli umani, tanto che molto spesso possono essere considerati delle vere e proprie coltivazioni. È il caso delle peccete delle Alpi, le foreste cioè a dominanza di abete rosso – quello con gli aghi in tutte le direzioni attorno ai rametti – che sconfinando alla grande dal loro areale di predilezione dominano in molto vallate. O anche dei diffusissimi boschi cedui degli Appennini, quelle foreste di latifoglie dei quali si sfruttavano – la maggior parte sono oggi abbandonati – i ricacci, tagliandoli ogni quindici o vent’anni.

La nostra società è tutta focalizzata sulle tecnologie di precisione e informatiche, e l’agricoltura interessa poco. Economicamente conta come il due di picche: rappresenta una percentuale irrisoria, l’uno due per cento, del reddito delle nazioni più ricche, ed è ormai un qualcosa strettamente riservato agli addetti ai lavori. Per molti aspetti sembra quasi un anacronistico residuo del passato, legata com’è a fattori poco controllabili. I discendenti di contadini, un tempo molto numerosi, sono adesso molto pochi, e i comuni mortali non hanno un accesso diretto a come si coltiva. Se negli ultimi tempi se ne parla di più, è principalmente perché i prezzi di molte derrate tendono a seguire gli aumenti del petrolio. Non a caso, perché l’agricoltura industriale è molto dipendente dalle energie fossili: i concimi chimici, i pesticidi, le macchine agricole e l’irrigazione ne richiedono in grandi quantità. Produce molto, in termini di rese quantitative a ettaro o anche per addetto, ma consuma altrettanto. È una tara – che si aggiunge a quelle ambientali – che la rende molto vulnerabile, anche se non viene sottolineato come meriterebbe.

L’idea che ne abbiamo, la stessa che avevo io quando mi sono iscritto a Agraria, tende a restare invece piuttosto bucolica. Produttori e grande distribuzione fanno di tutto per mantenerci in quest’illusione: le confezioni e le pubblicità sono ingentilite da scene arcadiche, sorrisi, gesti antichi, cieli tersi, bimbini e nonne. Relativamente pochi consumatori – è lo stesso termine che si usa anche in ecologia per indicare gli esseri che vivono cibandosi di altri esseri – hanno visto l’inferno di un allevamento di polli o suini, pochi sanno che un peperone riceve durante la sua crescita decine di formulati chimici diversi, che agiscono all’esterno ma anche dall’interno, che l’olio di semi è estratto con un solvente, che la pasta dei marchi italiani è fatta prevalentemente con grano duro canadese seccato con un erbicida, visto che il clima di quel Paese non permette una maturazione completa, che la maggior parte delle farine per il pane contengono una sfilza di additivi e miglioratori, che gli agricoltori sono vittime preferenziali di molte forme di tumore e del Parkinson, che molti prodotti caratteristici, come lo speck altoatesino, sono fatti con materie prime che vengono da lontano, e via dicendo.

Già a partire dal diciannovesimo secolo il modello dell’agricoltura è diventato l’industria, visti gli incredibili successi di questa. Si riteneva che andasse imitato il meglio possibile quell’esempio vincente, sbarazzandosi di ogni arcaica dipendenza dalle contingenze locali e dalle deleterie tradizioni. Ma è a partire dalla seconda metà del secolo scorso che si è fatto di tutto per escogitare e imporre procedimenti standardizzati di stampo ingegneristico, e la sottesa logica riduzionista, a tutte le produzioni agricole. E proprio qui sta l’altro grande inghippo del settore, perché i campi, così come i corpi delle persone, non sono macchinari meccanici, e hanno i loro complessi funzionamenti biologici, conosciuti solo in parte, le loro fragilità e le loro reazioni agli interventi esterni, le loro ineludibili differenze. Insomma la loro vita. Ma certo chi coltiva forzando la mano ai processi naturali, o ignorandoli, e non può non rendersene conto almeno in modo subliminale, non ha molto interesse che si metta il naso nei suoi modi di procedere: i consorzi dei produttori sono sempre molto preoccupati che ci si faccia una cattiva idea delle loro mercanzie. Hanno la coda di paglia, e sopportano molto male le inchieste e le critiche. Pensano – non ha torto – che meno trapela meglio è.

Strano saperne così poco di un ambito che ci dà da vivere, i cui prodotti entrano tutti i giorni nei nostri corpi influendo sul nostro stato e equilibrio, modificandoli. E che è localizzata vicino a noi, perché circonda i nostri nuclei abitati: la attraversiamo per spostarci da una città all’altra, spesso la frequentiamo per riposarci, fare una passeggiata, una mangiata fuori dalla frenesia. Ci è molto familiare, anche se la guardiamo distratti, senza cogliere i dettagli. Molti di noi confondono il granoturco con il grano, ossia il frumento, pochi sanno riconoscere l’erba medica, le lenticchie, il luppolo. Paradossalmente sono meno ignote certe curiosità delle colture più particolari: il riso, il tè e il caffè, le uve dei grandi vini. E ancora meno si ha contezza delle tendenze in atto nelle proprietà fondiaria, degli arcani dei mercati agricoli, dei modi di procedere della potentissima grande distribuzione. Sarebbe come non avere mai sentito parlare dei colossi del mondo digitale, come non cogliere la differenza tra un camion e un motorino, tra un’auto elettrica e una con il motore a scoppio. Ma certo le automobili si conoscono meglio, anche se non si mangiano: se ne occupano ogni giorno i media, ci sono riviste e programmi divulgativi, approfondimenti e spiegazioni sulla rete. Del resto per guidare ci vuole la patente, mentre per mangiare non occorre: si ritiene forse che fare male solo a sé stessi e alla propria famiglia non sia grave.

Forse proprio come reazione a questa alienazione, dell’agricoltura se ne parla sempre di più dal punto di vista dei malanni. Volta a volta vengono a galla la presenza di residui di pesticidi negli alimenti, i danni ai suoli, l’inquinamento delle falde, l’emissione di gas a effetto serra, il massiccio contributo nella formazione dei particolati nell’aria, lo stravolgimento o la banalizzazione dei paesaggi. Agli antipodi delle visioni idilliache propinate, aumenta la consapevolezza che c’è qualcosa che non va, in quel modo di produrre il cibo. Cresce una visione negativa, o comunque di diffidenza, è un dato di fatto, che contamina anche i relativi territori. Inchieste televisive vanno a mettere a naso in questo o quel prestigioso distretto agricolo, mostrando l’altra faccia della medaglia. Quello che si dice meno è che la maggior parte delle colture possono condurre a buone produzioni con ottime qualità organolettiche e alimentari senza inquinare, utilizzando meno energia, con una resilienza molto maggiore di fronte agli eccessi climatici. Non si sottolinea che le tecniche ci sono già, anche se certo possono essere migliorate, e c’è chi le usa da tempo con successo. Gli interessi in gioco sono enormi, se si considerano pure le filiere di trasformazione e di distribuzione, che nel complesso hanno un peso ben maggiore delle produzioni primarie nel prodotto lordo dei vari Paesi, e gli influenti attori del settore sono abituati a manovrare i media, la politica e la ricerca scientifica. Riescono a farlo con una relativa facilità proprio grazie alla spessissima nebbia che stagna sulle coltivazioni.

Peccato non insistere su queste potenzialità a portata di mano. Perché nella tripartizione dalla quale siamo partiti, la fetta che offre grandissimi margini di manovra, senza bisogno di investimenti colossali, sembra essere in effetti questa. Le superfici in ballo sono enormi, nonostante la tendenza alla contrazione. All’inizio degli anni Sessanta più dei due terzi del territorio italiano era agricolo, esattamente come trent’anni prima. In pochi decenni siamo scesi, in seguito all’abbandono delle aree snobbate dall’agricoltura industriale, e che lasciate a sé stesse contribuiscono ora massicciamente al dissesto idrogeologico, a meno del quaranta per cento. Resta pur sempre una fetta molto grande del Paese. E appunto molte zone lasciate a loro stesse potrebbero essere recuperate.

È interessante andare a vedere più in dettaglio, prima di proseguire con la riflessione, cosa è successo. Certo la cementificazione di ampissime zone di pianura e non – si è passati da meno del tre per cento del territorio nazionale del dopoguerra all’attuale sette e passa per cento – ha molto pesato, ma il fenomeno principale è stato la fuga degli agricoltori dalle zone collinari e montane, e la conseguente incuria delle stesse. Questo disastro è potuto avvenire solo perché si faceva affidamento unicamente sulle procedure agricole predatorie considerate ottimali, e si guardava solo ai tornaconti finanziari immediati, senza considerare che i paesaggi sono fondamentali anche per una buona gestione delle acque, della vegetazione e della fauna, che alla lunga hanno una loro determinante incidenza economica, e sono spazi di vita e di bellezza. Il dilagare degli incolti e delle problematiche boscaglie di nessun valore ecologico e commerciale, e la desertificazione dei borghi che la accompagna, sono il risultato dell’incapacità di pensare utilizzi agricoli e agroforestali economicamente sostenibili, o comunque non troppo costosi, adatti alle caratteristiche specifiche dei vari ambienti, grazie anche ai saperi tradizionali, funzionali alla loro preservazione. L’attuale percentuale nazionale delle superfici boscate, circa un terzo, contro il quinto di un secolo fa, che potrebbe essere considerata positiva, nasconde invece un profondo degrado, del quale se ne parla solo quando succedono eventi catastrofici, purtroppo sempre più frequenti.

In altri Paesi a noi vicini le aree agricole sono ancora più abbondanti. In Germania e Spagna sono di poco inferiori al cinquanta per cento del totale, comprendendo anche i pascoli, e superano questa soglia in Francia. Per non parlare dell’Inghilterra, dove sono superiori ai due terzi. La media europea, inferiore al quaranta per cento, è relativamente bassa solo per il peso dei paesi nordici e baltici, prevalentemente forestati, in relazione alla loro posizione geografica. Nel contesto della crisi ambientale e climatica, è proprio questa grandissima diffusione, considerata la disponibilità di reali alternative, che le rende così centrali. Esse rappresentano in effetti la leva più facile da manovrare per ridurre i consumi di energia e gli impatti sull’ambiente e sulla salute. Va sottolineato che l’agricoltura europea, così come quelle degli Stati Uniti, e anche quella cinese, è molto sovvenzionata: quasi il quaranta per cento dei redditi degli agricoltori provengono da sostegni pubblici. È evidente che gli aiuti – ora concentrati sulle aziende più produttive e redditizie, spesso le più impattanti – dovrebbero essere strettamente vincolati all’adozione di pratiche non dannose.

Le esperienze delle agricolture ecologiche degli ultimi cinquant’anni, sempre più diffuse, hanno dimostrato che è possibile produrre cibi sani con metodi sani. Le vari metodi sono stati osteggiati e ostacolati per decenni, tuttora sono spesso denigrati, e non vengono sostenuti come dovrebbero, ma funzionano bene. Rassegnandoci a produrre un po’ meno per unità di superficie, ma consumando meno e senza provocare disastri, che pur non rientrando nella contabilità aziendale non possono essere esclusi dal bilancio complessivo, l’agricoltura può diventare quella macchina solare molto efficiente che sa essere, che trasforma l’energia gratuita in ottimi cibi. Ci sono studi molto approfonditi che cercano di valutare a scala continentale o mondiale se questo è davvero possibile. Tutti concludono, a dispetto dei minacciosi pronostici strombazzati da chi le avversa senza sostegno di calcoli precisi, che non sarà affatto facile, e ci vorrà la collaborazione di tutti, in particolare per adottare una dieta meno carnivora e meno ricca. Ma è possibile.

Per ora le principali organizzazioni del settore si arroccano sulle proprie abitudini consolidate, e sulle urgenze contingenti, negando di fatto la gravità senza precedenti della situazione e la necessità di cambiare rotta. Vedono solo il problema del momento, come lo scoglio dei prezzi del petrolio, o di una annata troppo calda, quasi fossero inghippi congiunturali, e non svolte epocali legate al cambiamento climatico e alla necessità di ridurre la dipendenza dalle energie fossili. Ripropongono i metodi che ritengono essere i soli possibili, i quali sono molto sensibili e poco resilienti, e quindi destinati al fallimento, e chiedono volta a volta sostegni puntuali finalizzati a mantenere inalterato lo status quo. In mancanza di altri santi a cui votarsi, parlano moltissimo di nuove tecnologie: sono certe che faranno miracoli. Chi le mette a punto e commercializza ha interesse che prosperi questa credenza: riesce a farglielo credere. Se va bene da queste verranno ridotti apporti positivi, per le agricolture che potranno permetterseli, ma non certo le meraviglie promesse. Già in passato – in particolare con gli organismi geneticamente modificati di prima generazione – sono stati pronosticati prodigi che non sono arrivati, e che anzi si sono rivelati dei costosi e pericolosi boomerang: non a caso non vengono fatti dei bilanci sinceri, che sarebbero impietosi.

La realtà è che le terre coltivate, queste zone ibride che stanno tra le città e le aree più naturali per le quali vagavo da bambino, restano quelle di sempre, sono anzi molto più fiacche e spossate, visto come si è tirato loro il collo per decenni. E le soluzioni più efficaci per rigenerarle tendono a essere purtroppo sempre le stesse, quelle già abbozzate dagli agronomi latini e – un millennio più tardi – da quelli arabo-andalusi: apporto di sostanza organica e uso di piante cosiddette miglioratrici, in particolare le leguminose, che regalano azoto – il principale elemento della fertilità – ai suoli. Quelle appunto preconizzate da ogni tipo di approccio ecologico, che si chiami agroecologia o agricoltura biologica o altro, che mira sempre a insinuarsi nei meccanismi naturali per sfruttarli a proprio vantaggio, anche per quanto riguarda la lotta contro parassiti e patogeni. Sempre basandosi su prove in loco, mai dimenticando le specificità locali, chiedendo la complicità di chi vive lì e di chi compra i prodotti. Perché non è saggio tenere lontano chi utilizza gli alimenti, presupponendo che le campagne non siano un problema anche loro. E anzi è solo coinvolgendoli che si può ricreare un legame con i territori.

NdA: le tre puntate precedenti di questa serie si possono leggere qui, qui e qui

 

 

 

 

 

 

 

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giacomo sartori
Sono agronomo, specializzato in scienza del suolo, e vivo a Parigi. Ho lavorato in vari paesi nell’ambito della cooperazione internazionale, e mi occupo da molti anni di suoli e paesaggi alpini, a cavallo tra ricerca e cartografie/inventari. Ho pubblicato alcune raccolte di racconti, tra le quali Autismi (Miraggi, 2018) e Altri animali (Exorma, 2019), la raccolta di poesie Mater amena (Arcipelago Itaca, 2019), e i romanzi Tritolo (il Saggiatore, 1999), Anatomia della battaglia (Sironi, 2005), Sacrificio (Pequod, 2008; Italic, 2013), Cielo nero (Gaffi, 2011), Rogo (CartaCanta, 2015), Sono Dio (NN, 2016), Baco (Exorma, 2019) e Fisica delle separazioni (Exorma, 2022). Alcuni miei romanzi e testi brevi sono tradotti in francese, inglese, tedesco e olandese. Di recente è uscito Coltivare la natura (Kellermann, 2023), una raccolta di scritti sui rapporti tra agricoltura e ambiente, con prefazione di Carlo Petrini.
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