Nazionale-popolare: un inedito corteo contro il carovita a Napoli
di Antonio Del Castello

Svolgo queste considerazioni a caldo sul corteo contro il carovita di sabato 24 ottobre 2026 a Napoli, pronto a correzioni dell’impostazione, quando non anche a eventuali smentite, sempre possibili con l’osservazione del prosieguo della mobilitazione. Ritengo però importante ragionare subito su quanto di nuovo mi sembra sia accaduto, anche rispetto alla grande fase di agitazione popolare dei commercianti, dei baristi e dei ristoratori ai tempi della pandemia, nell’ottobre 2020.
La manifestazione, fissata per le 15:00 a piazza Garibaldi, è stata convocata su canali social e gestita, come nel 2020, al di fuori dei tradizionali circuiti dei collettivi e dell’attivismo politico organizzato o autorganizzato, e come nel 2020 ha presentato una composizione mista e una forte componente popolare: lavoratori di vari settori, piccoli commercianti, lavoratori e lavoratrici precarie, disoccupati, giovani, studenti. Ma la fase di politicizzazione è diversa: l’intera Europa è in fermento nella comune rivendicazione di diritti sociali come casa, scuola e salario, contro la miseria dell’economia di guerra, dal Portogallo all’Albania, passando per Spagna e Francia. Il prezzo del carburante è alle stelle e le pompe cominciano appena a essere di nuovo rifornite dopo il lungo blocco degli autotrasportatori. In città una trentina di istituti scolastici sono in occupazione e incombe la data dello sciopero generale indetto dai sindacati di base, venerdì 30. E, forse soprattutto, stavolta, per una coincidenza fortuita, i collettivi erano completamente assenti, perché impegnati a Castelvolturno nella manifestazione, sacrosanta, contro il progetto del CPR (Centro di Permanenza per il Rimpatrio).
Tra la gente in piazza corrono commenti sui fatti di Torino e Milano di sabato 17 ottobre, e molti vogliono che a Napoli il corteo non venga caricato e disperso, non vogliono che «Napoli» subisca il fango mediatico che i media non lesinano mai con il Sud. Fin dalla partenza si profila un servizio d’ordine interno, piuttosto energico, cui partecipano molte donne. Le donne dei quartieri popolari sono tra le più intransigenti rispetto ai giovanissimi con i cappucci che si vedono ogni tanto nel percorso lungo il Rettifilo (il corso Umberto). Intimano a tutti di mantenere il volto ben visibile. Invitano a non cadere nelle trappole, si sente dire. Io e altri avanziamo tra la folla docili a questa inedita direzione delle cose.
Ma al tempo stesso i partecipanti, nella loro composizione mista e polifonica, si mostrano orgogliosi della propria autonomia e agibilità. Si sfida il primo divieto della polizia a muoversi in corteo da piazza Garibaldi. Lungo il tragitto, i funzionari della Digos sono tenuti a debita distanza. All’arrivo in piazza Municipio c’è un fronteggiamento a seguito dell’esplosione di un grosso petardo, ma la Digos arretra, priva dei punti di riferimento abituali, tra le file dei manifestanti, per la gestione della piazza.
In testa al corteo, lungo tutto il percorso, sventolano alcuni tricolori. In Italia la loro presenza è naturalmente inconsueta, per non dire bandita, nei cortei antifascisti, con la parziale eccezione del tricolore con la stella delle brigate partigiane comuniste alle manifestazioni del 25 aprile. Ma per la prima volta a Napoli, in un corteo convocato su questioni sociali, potenzialmente socializzabile in chiave anticapitalista e antifascista, ho avuto la chiara percezione che il tricolore fosse sventolato in chiave rivendicativa in senso nazionale-popolare e non nazionalista, ciò che in Francia si vede spesso da un po’ ma come in Italia, prima dei recenti casi nelle manifestazioni in alcune città del nord, probabilmente non accadeva dal biennio ’43-’45. Lo slogan Siamo tutti antifascisti! che parte a intervalli regolari forse da alcuni degli studenti presenti, viene ad ogni modo scandito da molte altre persone all’intorno. In piazza Municipio, di fronte al cordone della polizia che impediva di avvicinarsi oltre un certo segno al palazzo del sindaco, uno degli oratori – dallo stile retorico, anche qui, assai diverso dal consueto – ha rivendicato una «nazione di diritti» per tutti.
Giunti in piazza, in verità, si è sentito che gli umori su come continuare erano diversi. Si sarebbe potuto continuare, certo, facendo leva sulla quantità di forza dimostrata fino ad allora e ancora una volta sulla composizione non abituale del corteo, sparigliante, dal punto di vista degli uomini in divisa; ma ha prevalso la volontà di fermarsi. Spariglio per spariglio si è continuato con un sit-in, con interventi al megafono di oratori e oratrici ancora una volta esterni ai collettivi e alle loro abitudini retoriche e linguistiche. Si è rilanciato con forza lo sciopero del 30, scandendo slogan con l’appuntamento: «in piazza / Mancini / il trenta ottobre!» (semplice, vero? eppure mai visto farlo prima d’ora). Si sono intonati cori verso la polizia sul tema della comune povertà, sulla comune appartenenza al «popolo», si sono lanciati appelli a «togliere i caschi come in Albania». Appelli caduti nel vuoto, ma compensati da una manovra di ripiego ordinata dai superiori e salutata da alcuni dei manifestanti come vittoria. Da altre parti della manifestazione, più studentesche, si intonava a dire il vero il Tout le monde déteste la police!, e così mi è venuto fatto di pensare che rivolgersi ai poliziotti come potenziali alleati non impedisce affatto, al tempo stesso, di odiare la polizia (lo stesso Pasolini, d’altronde, nei suoi versi famigerati e sconsiderati, scriveva, a un certo punto: «siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia»).
Nessun incidente, dunque. I giovanissimi di fatto docili alle ingiunzioni dell’energico servizio d’ordine, di uomini e donne. Ed è forse possibile che i giovanissimi dei quartieri popolari di Napoli, per quanto esclusi, per quanto arrabbiati, per quanto esposti più che altrove alle violenze poliziesche, alle loro armi da fuoco, non provino ancora esattamente, nell’attraversare la strada commerciale del centro storico della loro città, quello che provano i loro coetanei delle periferie di Milano e Torino. Il dislivello assoluto di ricchezza che ti viene sbattuto in faccia quando dalla periferia di Milano arrivi in via Montenapoleone forse a Napoli non è esperibile quando attraversi il Rettifilo (corso Umberto) e nemmeno via Toledo: troppo dissesto nelle strade, troppa comune fatiscenza degli edifici, troppa contiguità di spazi con i quartieri popolari, forse, per sentire a sufficienza l’odio per le vetrine. Sarebbe stato diverso nelle poche, ma pure esistenti, strade del lusso in questa città, ben lontane dai percorsi abituali delle manifestazioni?
Il corteo si è sciolto quando c’era ancora luce, dopo un momento di ballo circolare, rilanciando ancora l’appuntamento per lo sciopero del 30. Molte indicazioni potranno essere ricavate da un’inchiesta generosa su questa fase politica da parte degli attivisti di lungo corso.
