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Vivere all’ombra della morte

di Benedetta Centovalli

split.jpgIeri mattina alla radio ho sentito la notizia di un ragazzino palestinese di dodici anni ucciso da soldati israeliani a Ramallah, in Cisgiordania. I militari avrebbero sparato contro un gruppo di ragazzi che lanciavano sassi. Una mattina come un’altra. Tanti morti anche giovanissimi la cui tragedia rischia di non farsi più sentire. Non ne siamo colpiti, non ne siamo scandalizzati. Rumore. Poi silenzio. Quello che passa tra la notizia e il momento in cui dovremmo comprenderne il senso. Meglio allora tornare di corsa al rumore. Sta accadendo a tutti noi una cosa terribile: ci stiamo abituando. Ci siamo abituati ad alzarci la mattina e venire a sapere dell’ultimo attentato in Israele, in Iraq o altrove. Ci siamo abituati alle frasi di circostanza che descrivono la situazione, alle immagini e ai reportage che si ripetono.

Così si muore a dodici anni è il titolo di un pezzo di David Grossman che racconta un’altra morte giovane, quella di un ragazzo palestinese, tra le braccia del padre ferito, ripresa dalle telecamere e trasmessa in tutto il mondo, pezzo ora raccolto in La guerra che non si può vincere (Mondadori, 2003), libro di interventi sul conflitto israelo-palestinese pubblicati da Grossman nell’arco di dieci anni sulle pagine dei principali quotidiani europei e americani. Grossman non è un giornalista, è uno scrittore israeliano molto letto e apprezzato che si vede costretto a prendere la parola per cercare di dissipare quella diffusa e colpevole sensazione di indifferenza e complicità che proviamo quando si parla della questione israeliana e palestinese.

Dal fallimento del processo di pace di Oslo siglato da Rabin e Arafat nel 1993, al ritorno di Arafat a Gaza nel 1994, all’assassinio di Rabin nel 1995, ai primi attentati suicidi durante il governo di Peres, all’elezione di Netanyahu, a quella di Barak, alla seconda Intifada dopo Camp David, alla vittoria di Sharon nel 2001 fino alla drammatica offensiva militare nei Territori e alla Muqata, quartier generale di Arafat, nel marzo 2002, ogni tentativo per mantenere la pace è finito nel sangue. È la guerra continua di due popoli che hanno scelto la via della forza e della vendetta, abbandonando la possibilità del dialogo e del confronto. Grossman non smette di credere che la pace sia l’unica arma per vincere una guerra che altrimenti è destinata a diventare un dramma senza fine e che la pace possa costruirsi solo partendo dalla consapevolezza di questa necessità: «Nella situazione attuale la lotta non è più tra israeliani e palestinesi ma tra chi non vuole più scendere a patti con la disperazione e chi cerca di trasformarla in un modo di vita». Una cultura della pace e del dialogo, il sogno di due stati separati da un confine definito, che dirà a ciascuno il proprio spazio politico e la propria identità nazionale («Dove c’è un confine, c’è una precisa identità e una realtà di vita entro la quale questa identità può cominciare a guarire, a espellere il veleno delle illusioni»), l’autodeterminazione dei popoli.

Edward Said, uno dei massimi intellettuali palestinesi, nella sua nuova introduzione, pubblicata parzialmente da «The Guardian» (2 agosto 2003) e in Italia da «Internazionale» (29 agosto/4 settembre), all’edizione inglese di Orientalismo, venticinque anni dopo la prima uscita, scrive: «Ho trascorso gran parte della mia vita… a sostenere il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione nazionale, ma ho sempre tentato di farlo accordando piena attenzione alla realtà del popolo ebraico, delle persecuzioni e del genocidio che ha subìto. La cosa importante è che la lotta per l’uguaglianza in Palestina/Israele deve tendere a una finalità umana, cioè la coesistenza, non l’ulteriore repressione e negazione». Said, arabo di nascita e americano di formazione, cresciuto tra la Palestina, l’Egitto e il Libano, è stato tra gli allievi preferiti di Lionel Trilling e ha frequentato la Columbia University dove adesso insegna, per questo la sua posizione è singolare e adatta a spiegare l’Oriente all’Occidente. Per Said la sporca guerra contro l’Iraq deriva dal dogma sempreverde dell’orientalismo, cioè dell’identificazione dell’Altro per la propria autoaffermazione.

Allo scontro artificioso tra civiltà, all’omologazione semplificante della politica imperiale americana in terrorismo, guerra preventiva e cambiamenti unilaterali di regime, Said oppone l’umanesimo di una comprensione riflessiva, la «lettura filologica» di tempi e culture diverse («Solo così la mente dell’interprete può fare posto dentro di sé a un Altro estraneo»), la «riflessione, il dibattito, l’argomentazione razionale e i principi morali fondati sul concetto laico secondo cui gli esseri umani devono plasmare da soli la loro storia». Contro categorie unificanti che inventano identità collettive come Occidente America e Islam, l’invito provocatorio di Said recupera il pensiero critico umanistico che porta a far lavorare insieme culture diverse, a dare spazio al ruolo attivo del soggetto umano e della sua intuizione, «anziché su luoghi comuni e autorità imposte dall’esterno». E conclude il suo saggio con l’affermazione: «l’umanesimo costituisce l’unica forma di resistenza contro le pratiche inumane e le ingiustizie che deturpano la storia dell’umanità».
Ma questa strada per la pace, questa road map, ci appare sempre più lontana.

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Pubblicato su Stilos il 16.09.03

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