di Andrea Inglese
Mi sono rivisto una parte del documentario Route 181. Frammenti di un viaggio in Palestina-Israele. È un lavoro realizzato nel 2002 dal cineasta palestinese Michel Khleifi e dal cineasta israeliano Eyal Sivan. Il duplice sguardo garantisce una esplorazione della realtà palestinese e israeliana all’insegna della complessità. Per qualcuno che non è mai stato fisicamente in Israele e in Palestina è un documento fondamentale. Ma dentro questa complessità è possibile cogliere delle gerarchie, toccare dei nodi fondamentali. In un’intervista realizzata da Sergio Di Giorgi per “il manifesto” (13 gennaio 2994), Khleifi dice ad un certo punto questa frase:
“D’altra parte, penso che il vero trauma degli israeliani non sia la Shoah: credo che il loro trauma collettivo, ma inespresso, sia di sapere che hanno commesso un abuso incancellabile nei confronti del popolo palestinese.”
Ad una prima lettura, questa può sembrare quasi una frase ad effetto, ed invece – il documentario lo conferma – è una frase molto precisa. Ma per comprenderla appieno, bisogna riformularla, attraversando nuovamente le immagini e le voci che i due registi hanno raccolto.











