[Michele Monina, ogni settimana, parla dei cazzi suoi e di musica su PopOn. Questa volta se la prende con Roberto Vecchioni. Come dargli torto? G.B.]
di Michele Monina
L’altro giorno parlavo con uno degli editori che pubblicano i miei libri, e quando mi si faceva notare che a volte le citazioni di cui infarcisco le pagine dei suddetti libri risultano incomprensibili non solo ai più, ma addirittura a chiunque altro non sia io, ho risposto qualcosa che deve esser suonato davvero sgradevole. Una roba tipo, “io scrivo, dopo se la gente non capisce io non ci posso far niente”. Come a voler dire, se la gente è ignorante e io no che ci posso fare? Non volevo ovviamente dire questo, ma così è uscito dalla mia bocca, e quel che è più tragico, il mio editore, immagino proprio per una questione di ruoli, non mi ha seraficamente mandato a fare in culo, ma mi ha vezzeggiato, come se il mio ego di per sé spropositato (parlo nello specifico del mio presunto superego che avrebbe partorito una simile cazzata, per la cronaca) avesse bisogno di ulteriori coccole. Un po’ come Vecchioni che, prima di cantare la sua Chiamami ancora amore nella finalissima di Sanremo, nel dedicare il brano a sua moglie, con parole ricercate e toccanti, non si è fatto sfuggire l’occasione per prendere le distanze dal popolo-bue, il popolo-bue che di lì a pochi minuti gli avrebbe regalato la tardiva vittoria al Festival, dicendo che se anche nessuno a casa lo avesse capito a lui non sarebbe fregato nulla, perché gli bastava lo capisse sua moglie, appunto.









