A proposito di un romanzo di Igiaba Scego (e non solo) (1)
di Daniela Brogi
1. Cominciamo con un esempio, e partiamo da una definizione che in un contesto europeo sembra scontata, ma che in Italia invece è ancora percepita come inconsueta, tant’è vero che si tende a non usarla: non è famigliare. Ecco la definizione: Oltre Babilonia(2) è un romanzo scritto da un’autrice afroitaliana, ovvero da una cittadina della lingua italiana, che non usa più l’italiano come strumento per comunicare, o per testimoniare la propria storia – come nei primi libri di autori migranti usciti negli anni Novanta(3); e neppure si tratta di un impiego dell’italiano inteso precipuamente come maniera retorica, marca di letterarietà, ovvero praticato in quanto lingua eterogenea (:“altra lingua” di un’”altra cultura”), come dal Medio Evo in poi è accaduto a molti scrittori che hanno usato l’italiano per l’espressione dell’amore (magari componendo un sonetto petrarchesco); tutti scrittori, in ogni caso, che si sono cimentati da outsiders con l’italiano: per limitarci a qualcuno dei tanti esempi, potremmo citare Montaigne, Byron, Pound(4).











