Nel quindicesimo anniversario del massacro di Srebrenica, la casa editrice Beit di Trieste pubblica il libro testimonianza di Emir Suljagić “Cartolina dalla fossa”. E’ un registro sulla vita a Srebrenica prima della tragedia, con le immagini storiche di quei giorni cruciali, i contributi di esperti e studiosi e una cronologia che ripercorre gli avvenimenti più importanti del conflitto in Bosnia dal 1992 ai giorni del massacro.
Quel giorno, il generale serbo Ratko Mladić si sentiva come Dio. L’11 luglio 1995 svuotò quella cittadina della Bosnia orientale, Srebrenica, dai suoi 40 mila abitanti, musulmani bosniaci; trentamila tra donne e bambini furono deportati e più di ottomila uomini e ragazzi uccisi. La città, il cui nome diverrà il simbolo degli orrori delle guerre moderne, come Lidice, Oradour, Babi Yar o Katin, venne così “regalata al popolo serbo”. Il massacro che accadde a Srebrenica fu un genocidio, come stabilì, in modo inequivocabile, il Tribunale delle Nazioni Unite dell’Aja per i crimini di guerra. Contro ogni previsione, Emir Suljagić, un giovane musulmano bosniaco, sopravvisse. “Io sono vivo perché Mladić aveva il potere assoluto di decidere sulla vita e sulla morte” scrive Suljagić nel suo libro “Cartolina dalla fossa”. Il generale Mladić guardò la carta d’identità di Suljagić, gli chiese che cosa stesse facendo e poi gli disse che poteva andare.












