Otto testi
di Fabio Teti
[da: Il buio che si vede (in progress)]
Penso con qualche gioia
che un giorno, e
F. Fortini
non lo sai dire non dirlo, va trovato altro, adesso, non se ne vendono di rondini, pardon, non se ne vedono, se il trave sta marcito ma nascosto da cartelli, opachi enormi, vessilli di sunglasses – e impalcature, anche, e ancora queste insegne di seni da lappare passo a passo come una canga per gli occhi silenziosa, perché ha già vinto
In fuga dalla scuola e verso il mondo
Leggere un libro sulla scuola, all’inizio, desta un minimo di scetticismo. Il tema ha un suo valore in termini di puro marketing editoriale, di libri sulla scuola ne vengono sfornati continuamente, più o meno tutti molto simile fra di loro. Un po’ di paternalismo nel raccontare il mondo dei giovani, un po’ di folklore, qualche aneddoto divertente; la ricetta è piuttosto semplice e ben sperimentata. Molto più difficile è invece incentrare un romanzo sulla figura di un adolescente cercando di non renderlo una caricatura o una macchietta o, peggio, l’epigono dei “giovani d’oggi”. Costruire un personaggio che, anche se è un adolescente e fa delle cose da adolescenti – andare male a scuola, innamorarsi, scappare di casa – sia anche qualche cosa di più; un personaggio unico, che ha qualcosa da dire e che racconta la sua storia, non il discorsetto sociologico su come cambiano le generazioni e su quanto fanno tenerezza gli adolescenti.
Il pregio del libro di Simone Consorti, In fuga dalla scuola e verso il mondo (Hacca, 2009), uscito recentemente per le edizioni Hacca è proprio questo; prendere la storia di un ragazzo che va male a scuola, si innamora e scappa di casa e scegliere di costruirci attorno un romanzo in cui il parlare di scuola e di adolescenza non è che l’ambientazione, il pretesto.
Oggi “va”. E domani?
di Mauro Baldrati
Forse a qualcuno è capitato di spedire un manoscritto a un editore e sentirsi rispondere – quando l’editore risponde, il che non accade sempre – che è “un genere che non va.” Oppure che è l’argomento che non va.
A me è accaduto. Ho inviato il file di un romanzo breve a due editori, che sono anche amici. Mi hanno risposto dopo un paio di settimane, con due giudizi articolati che mi hanno sorpreso perché identici, benché i due editori non si conoscano, appartengano a generazioni diverse e abitino in città lontane l’una dall’altra.
Il testo era valido, dicevano, e uno, il più anziano, affermava di averlo “bevuto”, di non riuscire più a smettere. Non ho dubitato della sua sincerità. Non aveva alcun interesse a mentire. Però, hanno detto entrambi, purtroppo era impubblicabile perché “troppo datato” (testuale nelle due mail).
Il serpente d’acqua [Eracle #2]

Le sue battaglie erano dunque metafore?
O era metafora il cielo impallinato da quelle cartucce zodiacali?
di Ginevra Bompiani
Ogni volta che Eracle combatteva in terra una figura, in cielo si fissava un destino. Così il Granchio, alleato dell’Idra, contro cui Eracle lottò con un proprio alleato, dalla sua spada ricurva fu lanciato nella curva zodiacale dove cucì con le sue branchie l’alto e il basso del cielo.
Sopra la mole pt. 1
di Dario Borso
I. Su Rinascita di dicembre 1956, dopo un’ampia cronaca dell’VIII Congresso nazionale del PCI che s’era chiuso a Roma il 14 del mese, comparve corsivato, su singola colonna e senza nota di accompagnamento, il seguente testo:
LA SCIMMIA GIACOBINA
La scimmia giacobina è l’ultimo prodotto delle differenziazioni che si stanno determinando nella mandria di bruti che riempie delle sue strida i mercati italiani. Differenziazione meccanica. La scimmia non ha anima; la sua vita è susseguirsi di gesti; i gesti sono diventati frenetici; ecco la differenziazione.
La vita italiana politica è stata sempre piú o meno in balia dei piccoli borghesi; mezze figure, mezzo letterati, mezzo uomini; il gesto è tutto in loro. Concepiscono la vita librescamente. Sono imbevuti di letteratura da bancherella. Non concepiscono la complessità delle leggi naturali e spirituali che regolano la storia. La storia è per loro uno schema. E lo schema è quello della Rivoluzione francese. Ma non della Rivoluzione francese che ha profondamente trasformato la Francia, e il mondo, che si è affermata nelle folle, che ha scosso e portato alla luce strati profondi di umanità sommersa, ma la Rivoluzione francese superficiale, che appare nei romanzi e nei libri di Michelet, i cui attori sono avvocati rabbiosi ed energumeni sanguinari. Questa superficie l’hanno presa per sostanza, il gesto di un individuo l’hanno preso per l’anima di un popolo. Ripetono il gesto, credono con ciò di riprodurre un fenomeno. Sono scimmie credono di essere uomini.
Giugno
di Silvia Zamperini
La salma di un insetto
Penelope ha schiacciato la cavalletta,
sulla tappezzeria di scettri e corone.
Spalmata tra un rubino e uno zaffiro
si è sentita scricchiolare poco a poco.
Sopra,
un dagherrotipo indiano
sotto,
un ventaglio tibetano.
Oggi è l’anniversario dei fiori con petali pari,
che quando li conti t’ama sempre.
Una corona per te, cavalletta,
che il tuo sacrificio non sia stato vano.
*
Di domenica
Un’oliva sul fondo del bicchiere
sbeccato e sbavato di rossetto.
Sono un cerino carbonizzato
posso servire solo a disegnare un baffo all’insù.
Nel secchio della pattumiera c’è un ragno
un liquido marrone
il succo dei rifiuti
per pigrizia non lo lavo
e lo lascio sul balcone.
Priviet, San Pietroburgo.
N’azione In Diana
Effeffe + Dianamite
Meister Argentieri sorveglia la situazione
Da sinistra a destra: Petrelli Pinto Forlani
In alto al centro: Tamerlano
Notizie da una città alla deriva

di Marco Belpoliti
Cosa succede a Milano? Di quale male oscuro soffre la città della finanza e del lavoro, della moda e del design? Il giorno degli stati generali dell’Expo, vanto della metropoli del XXI secolo, il Presidente del consiglio la definisce una città africana. Mentre si vieta il consumo di alcool agli uder 16, scelta giusta ma solo repressiva, nel contempo si espande la città della movida, degli happy hour: da Corso Como all’Arco della Pace, dai Navigli a viale Piave. E contro il successo delle bici a nolo, offerte dal Comune, non si vedono nuove piste ciclabili né in centro né in periferia.
Le millecinquecento battute di Enrico Deaglio
di Andrea Inglese
In millecinquecento battute ieri su Repubblica Enrico Deaglio ha esposto alcuni fatti nodali per la vita della nostra democrazia, di cui i media avrebbero dovuto occuparsi più di ogni altra cosa durante questi anni e che avrebbero dovuto essere ininterrottamente al centro del nostro dibattito politico. In realtà, sia l’informazione che il dibattito politico ha avuto tra i suoi pregevoli effetti di cancellare dalle nostre menti (o rendere irrilevanti) molti di quegli elementi che Deaglio ha raccolto in queste poche righe.
In altri termini, le millecinquecento battute di Deaglio sono quanto ci si dovrebbe aspettare da un serio e intelligente giornalismo politico, impegnato a informare l’opinione pubbliche su questioni della massima importanza per il destino del paese. Ci possono essere questioni più gravi, vitali e urgenti da discutere e chiarire che queste, questioni che coinvolgono nello stesso tempo la realtà politica, economica e criminale del paese?
C’è chi insegna
Due sere fa, insieme al violoncellista Lamberto Curtoni, eravamo a Palermo, al Baglio alla Zisa. Un cortile, nel mezzo di un casale, che da subito ti accorgi- ci sono ovunque profumi di fiori e di orto- essere l’agorà che hai sempre immaginato, desiderato. Anna Voltaggio e Fabrizio Piazza ci hanno condotti qui per mano, ma non come cavalli!. Ci accoglie Libera Dolci ed è già un destino. A loro e soprattutto a noi vale la pena, questa poesia.
effeffe
di
Danilo Dolci
C’è chi insegna
guidando gli altri come cavalli
passo per passo:
forse c’è chi si sente soddisfatto
così guidato.
C’è chi insegna lodando
quanto trova di buono e divertendo:
c’è pure chi si sente soddisfatto
essendo incoraggiato.
Profondamente stimavo un amico
quasi invidiando un altro a cui diceva
stupido, e non a me.
C’è pure chi educa, senza nascondere
l’assurdo ch’è nel mondo, aperto ad ogni
sviluppo ma cercando
d’essere franco all’altro come a sé,
sognando gli altri come ora non sono:
ciascuno cresce solo se sognato.
Tutti e due per “Terra”!
Invitati, in buona fede, da Luigi Argentieri, Domenico Pinto e Francesco Forlani, presenteranno domani 24 luglio, il romanzo Autoreverse (ed. Ancora del Mediterraneo) alle ore 18h30 presso l’ex convento dei Cappuccini. Mesagne (BR)
Un nastro verde al polso per la causa iraniana. Appello dello scrittore Hamid Ziarati.
Cari amici,
non mi dilungherò sulle motivazioni per non annoiarvi, confidando nella vostra conoscenza di quanto è avvenuto in quest’ultimo mese nel mio Paese d’origine, Iran, e VI INVITO E VI PREGO, IN SEGNO DI SOLIDARIETÁ verso un popolo che lotta da più di cent’anni per la democrazia e per la libertà, e verso i suoi scrittori, giornalisti, registi, attori, intellettuali e studenti continuamente censurati, imprigionati e uccisi, DI INDOSSARE IN OGNI OCCASIONE PUBBLICA UN NASTRO DI COLORE VERDE AL POLSO. Il costo del nastro è irrisorio, meno di 1 euro al metro in qualsiasi merceria sotto casa, ma ciò che rappresenta non ha prezzo, in Iran la popolazione civile lo sta pagando ogni giorno con il proprio sangue.
La storia di ieri e di oggi dimostra che laddove la politica è sorda e i politicanti sono legati da interessi molto meno nobili che lottare per la democrazia e la libertà, solo tu puoi!
UN NASTRO VERDE AL POLSO. SE NON ORA QUANDO?
Con eterna gratitudine,
Hamid Ziarati
(hamidziarati@yahoo.it)
Se poi, per caso, sabato 25 luglio 2009, ore 17, siete a Roma dalle parti di Via Nomentana, 361, dove c’è l’ambasciata della Repubblica Islamica dell’Iran, c’è una manifestazione «Verde» in contemporanea in tutto il mondo, in difesa della Democrazia e per un Futuro migliore:
Global Day of Action.
La storia degli altri
[Da sempre ritengo che il conflitto tra lo stato d’Israele e il popolo Palestinese non avrà fine finché gli scolari israeliani impareranno a scuola che i palestinesi sono brutti e cattivi e reciprocamente gli scolari palestinesi impareranno a scuola che gli israeliani sono brutti e cattivi. Dovrei dire “a scuola e in famiglia”, naturalmente, ma già se a scuola sentissero una storia diversa qualcosa cambierebbe. Con questo tema inizia questa breve intervista, pubblicata sul numero di giugno 2009 di Peace Reporter, la rivista di Emergency. La cartina sottostante l’ho copiata io da questo sito. a.s.]
di Christian Elia

Ilan Pappé è uno storico israeliano che insegna all’Università di Exeter, in Inghilterra. Insegnava a Haifa, ma non gli è stato rinnovato il contratto. I suoi libri, in particolare La pulizia etnica in Palestina del 2007 edito in Italia da Fazi, hanno suscitato tante polemiche. Viene ritenuto il principale esponente dei cosiddetti nuovi storici, impegnati nel riesame della storia israeliana e del conflitto palestinese.
Lei ha dichiarato di essersi imbattuto nella questione palestinese solo quando si è recato a Oxford per il dottorato. Quale storia studiano i ragazzi in Israele?
Tanti israeliani sono stati istruiti a pensare che i palestinesi hanno abbandonato volontariamente le loro terre nel 1948 e che all’epoca il governo israeliano ha fatto di tutto per convincerli a restare. Nella storiografia ufficiale passa una tragica farsa: Israele è nato su una terra che non era di nessuno prima. Ma allora come si spiega la vulgata che invitava i palestinesi a restare? In questa versione Israele non ha alcuna responsabilità storica e politica. I giovani israeliani vengono istruiti a pensare che oggi come nel 1948 combattono un nemico barbaro. Non gli vengono dati gli strumenti per capire per quale motivo un palestinese si fa esplodere,
La violenza nel cinema e nei mass-media
[Il saggio di Haneke apre il libro La violenza allo specchio. Passione e sacrificio nel cinema contemporaneo, Transeuropa edizioni]
di Michael Haneke
Le discussioni sul tema della violenza nei mass-media hanno generalmente come obiettivo l’individuazione di un responsabile, di un capro espiatorio. A seconda dei diversi punti di vista, i mezzi di comunicazione di massa o sono considerati semplicemente “lo specchio oggettivo della società” – e per tanto non fanno altro che riflettere la sua realtà -, oppure la violenza da essi costantemente rappresenta diventa inevitabilmente la diretta responsabile dell’aumento della violenza che riscontriamo nella società e nella nostra vita quotidiana. Volendo per forza isolare un responsabile, viene spontaneo domandarsi se nasca «prima l’uovo o la gallina», e il fatto che la domanda non abbia una risposta univoca giustifica di fatto entrambe le posizioni, ognuna delle quali può considerasi corretta.
La Luna
di Franz Krauspenhaar
Fa caldo, in questo luglio del 2009. L’aria condizionata è tenuta al minimo, temo per la mia salute ormai già stecchita. Mangio le mie verdure bollite, guardo la televisione. Ricorre il quarantennale del primo sbarco sulla luna. Immagini in bianco e nero nello studio televisivo della RAI, il giornalista Tito Stagno, biondo e con gli occhiali, viso simpatico e ben fatto, abbassa le mani… “Ha toccato”, esclama. Ruggero Orlando, da Houston, smentisce con la sua ben nota voce gracchiante. Potrebbe scoppiare una polemica, invece tutto si aggiusta. Io sono a casa di amici, in Viale Premuda, a godermi lo spettacolo del primo uomo sulla luna. C’è attorno un vociare entusiasta, esaltato, come quello che ronzerà attorno ai mondiali di calcio di Messico 70, giusto un anno dopo.
Cono d’onda
di Lorenzo Esposito
Direi che, come si presenta attualmente, esso è un lampo fissato nel suo bagliore, un’onda pietrificata mentre si frange sulla riva.
(J. W. Goethe, Sul Laocoonte, 1798)
Ecco qualcosa di ineliminabile: il divario fra l’immagine e la sua comunicazione, fra la comunicazione e la sua immagine. “Quale comunicazione, scriveva Guy Debord, si è desiderata, o conosciuta, o soltanto simulata?”, concludendo poco più avanti: “L’infanzia? Ma è qui; non ne siamo mai usciti”. L’uscir fuori dalla forma, da tutte le formalità della visione, proprio a partire da una forma mai vista prima, è il sogno già realizzato e mai abbastanza compreso di Walt Disney. Eppure: cosa viene prima, il sogno della metamorfosi o il lapsus del fotogramma che la procura, l’adulto o il bambino? Méliès, che se lo è chiesto per tutta la vita, alla fine cercò una risposta sulla Luna… L’animazione costituisce il velo che continuamente si posa e si solleva fra i due regni, ne è il profilo tragicamente irrin-tracciabile, il documento della torsione continua del suo impossibile, il sintomo stesso della creazione che nasce dalla e nella crisi delle forme.
libertAria
[Dopo una lunga fatica… il primo CD di Marco Rovelli libertAria è pronto. La copertina che vedete è stata realizzata da Caterina Livi Bacci, elaborando le tavole di Otto Gabos, che si trovano tutte, a colori, nel libretto interno, insieme ai testi – delle canzoni, e d’accompagnamento. Tra le canzoni del cd, Il campo canta di storie migranti legate a Lager italiani e al mio libro venturo, Servi. Il dio dei denari nasce invece dai miei incontri con le donne i cui uomini sono morti sul lavoro, e chudeva Lavorare uccide. E così Girotondo, una canzone che nasce dai tentati pogrom ai campi rom. Altre canzoni sono legate ad altri libri: Indiana, testo scritto con Wu Ming 2 in margine a Manituana; La mia parte, canto a margine de Il coraggio del pettirosso, “lavorata” con Maurizio Maggiani; L’odore del mondo, canto a margine di Gomorra. E poi L’intimità, canzone che è il risultato di una riscrittura di un testo scritto appositamente da Erri De Luca, e La comunarda e Al vino, testi scritti con Francesco Forlani. Di seguito mp3 e testo di La mia parte. Altri brani sono sul myspace. Se volete il cd, scrivetemi: rovelli.sbandati[at]gmail.com (12 euri + 2 per la spedizione).]
[podcast]https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/03-traccia-3.mp3[/podcast]










