di Nicola Lagioia
Niente come un capolavoro è capace di mandare su di giri la bussola dell’interpretazione. E pochi, pochissimi capolavori letterari sono stati in grado, nella loro inafferrabilità, di fornire ai propri destinatari uno specchio in cui guardarsi, riconoscersi, rimanere sgomenti come ha fatto la Trilogia di Samuel Beckett. Ovvero Molloy, Malone muore, L’innominabile, i tre romanzi con cui il genio irlandese porta a compimento per la prima volta, e una volta per tutte, l’incredibile operazione che lo proietterà nel cuore del canone occidentale. Compie cioè il miracolo dei grandi: bruciare i ponti col passato per fare di quello stesso passato – bruciato, trasfigurato, distrutto, e dunque posseduto più che mai – lo strumento di una nuova fondazione.


