di Matteo Di Gesù
C’è poco da fare: viene proprio da chiederselo. Banale e ovvio, inutile ed esornativo per quanto sia, il rovello s’insinua già mentre occhieggi, maneggi e annusi i libri che ti hanno spedito, e che dovrai leggere perché – che ci vuoi fare? – quelli sono, e tu, recensore, non hai che da metterti lì e masticarteli uno dopo l’altro. Ma del resto cominciare una recensione sulla cinquina finalista al premio Campiello (o meglio, sui cinque romanzi già vincitori del cosiddetto “premio selezione campiello”, tra i quali la giuria dei trecento lettori sceglierà quello a cui assegnare il cosiddetto “supercampiello”) ponendosi l’oziosa domanda: «a che servono i premi letterari?» è evidentemente inopportuno, se non rischiosamente fuorviante. L’unica è apparecchiarsi all’impronta una risposta sufficientemente valida (che non sia, dunque: “a far sì che gli editori sistemino sulla copertina la fascetta che recita:”Premio Campiello. Selezione Giuria dei Letterati”), farsela bastare e ripetersi la formula rituale: è uno sporco lavoro ma qualcuno doveva pur farlo.

Fernando Pessoa, Il caso Vargas, edizioni “il Filo”, 2006, cura e traduzione di Simone Celani.
