[Questo articolo di Bruce Schneier, esperto statunitense di sicurezza, riguarda la percezione e la realtà dei problemi di riservatezza personale negli Stati Uniti, con un confronto con l’Europa. Lo traduco qui, come punto di inizio di un discorso su privacy, sicurezza e libertà civili.]
Il futuro della privacy
OMAGGIO ALLE DONNE, indiane e circostanti

vorrei pubblicare questa immagine — le korai di Cnosso — grande come tutto lo schermo per tutte voi, perché è bellissima, ma mi pare che il sito non me lo consenta. Ingranditela voi! Ciao
[fatto, Antonello!]
Baciamo le mani/Dario Borso
immagine da http://www.affichescinema.com
db Says:
March 1st, 2006 at 18:56 edit
I latini avevano tre parole per definire i baci: “Osculum”, “Savia” e “Basium”. Il primo è il bacio del rispetto, il secondo della libidine e dell’amore, mentre l’ultimo è quello dell’affetto. In pratica, spiegava Isidoro da Siviglia, l’osculum si dà ai figli, il basium alle mogli, il savium alle prostitute.
Poesie/Lello Voce
SHORTCUT n° 1
(la rosa e la voce)
e sono come scorciatoie del corpo e dell’anima come le cosce i polpacci
tesi allo sforzo del piacere come nervi e corde che si fanno frasi come stasi
immobili sull’acrobazia della vita come parole sospese nel vortice della materia
come un abisso in cui precipiti e vedi infine le tue gambe le braccia la traccia
del pensiero perché piuttosto c’è bisogno di voce di fiato che dice c’è bisogno
della fattura e della sua matrice del conto esatto dei decimi e dei millesimi
della frattura che scheggia l’osso che lo getta oltre l’ostacolo della mossa
che salta il fosso c’è bisogno piuttosto d’una lentezza lenta che allenta e
distende d’un lungo respiro a braccia intrecciate c’è bisogno piuttosto
dei tuoi fianchi e dei capelli dei tuoi occhi c’è bisogno piuttosto d’un
costante silenzio rotto dal tuo ansimare intermittente c’è bisogno del
dente bianco da belva piuttosto c’è bisogno della zampata vivace che
squarta e sconfigge piuttosto che la morra dei dadi dei destini dei confini
che come abiti o camicie di forza c’è bisogno piuttosto di questo bicchiere
che ci fa vedere il mondo maledetto e porco lo sporco delle unghie e degli
occhi gli schiocchi dei grilletti i tonfi dei morti di miseria la lista seria dei
dispersi c’è bisogno piuttosto di versi che sappiano ancheggiare di poesie
pingui di sillabe che scavino la fossa di soli mandolini e flusso di coscienza
c’è bisogno di una scienza dei nostri sentimenti poverelli degli amori da
pipistrelli vissuti a testa in giù dei fratelli e dei coltelli c’è bisogno piuttosto)
Un segno
di giuliomozzi
Noi riscriviamo sempre la stessa storia, dice. Facciamo finta di volere storie nuove, ma quella che vogliamo è sempre la stessa. Vogliamo che ci sia una sconfitta, e dopo la sconfitta vogliamo che ci sia una vittoria insperata. Razionalmente è comprensibile il desiderio della vittoria: ma perché desideriamo, prima della vittoria, che appaiano tutti i segni della sconfitta?
La discarica della salute
Nell’estate 2004, il dottor Alfredo Mazza, ricercatore in Fisiologia Clinica del CNR a Pisa, ha pubblicato sulla prestigiosa rivista medica “The Lancet Oncology” un suo agghiacciante studio sull’incidenza tumorale in Campania. I risultati degli studi e delle analisi effettuate dal ricercatore furono anche pubblicate su quasi tutti i quotidiani italiani. Nello studio, ci si riferisce ad un’area di 12 comuni, compresi tra Acerra, Pomigliano d’Arco, Nola e le falde settentrionali del Monte Somma, facente parte del Parco Nazionale del Vesuvio. In quest’area vivono oggi circa un milione di persone. Statistiche alla mano, Mazza mostra come l’indice di mortalità per tumore al fegato ogni 100.000 abitanti sfiora il 35.9 per gli uomini e il 20.5 per le donne rispetto a una media nazionale che è del 14.
A Gamba Tesa/Come invecchiano i romanzi?
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Immagine, Buster Keaton working with Samuel Beckett on Film (1965) da www.wacc.org.uk/var/ corporate/storage/images
Note al margine del recente scambio su NI (Biondillo, Sartori, Inglese, Rizzante)
Di
Francesco Forlani
Ci sono in francese delle espressioni che letteralmente mi incantano. Beau comme un camion, bello come un camion, o Avoir la gueule de bois, che potremmo tradurre con avere la faccia di legno e che sta a significare lo stato di post ubriachezza dei santi, mai abbastanza, bevitori. Eppure, insieme a queste, ci sono frasi che uno non vorrebbe sentirsi dire mai e che spesso emergono in certe discussioni provocando, almeno in me, un brivido lungo la schiena: il (elle) a pris un coup de vieux.
Come se un colpo di vento spingesse la persona oltre la linea invisibile che separa quell’insieme di esperienze, nonostante tutto, ancora legate al presente, che si tratti dell’infanzia o dell’adolescenza e perfino dell’età adulta, dal mondo dei vecchi, solo passato e vero punto di non ritorno.
In questi giorni di esilio nomade mi è capitato di recuperare la vecchia scatola di scarpe, riempita di fotografie e presente ad ognuno dei venti e passa traslochi, sempre più pesante e preziosa come le ceneri di un antenato.
Processi virtuali. Il blogger va alla guerra.
di Gemma Gaetani
«Ogni volta che esce un libro di Baricco escono a ruota una serie di articoli che dicono sempre le stesse cose. Che Baricco è un veltroniano. Che porta le camicie bianche con le maniche arrotolate. Che se la tira. Che piace alle ragazzine. Probabilmente è quello che si intende oggi per critica stilistica». Così scriveva Antonio D’Orrico sul Magazine del Corriere della Sera l’8 dicembre scorso recensendo l’ultimo romanzo dello scrittore. Il quale – stufo di fare la sputacchiera per i critici letterari – mercoledì ha risposto su Repubblica a Giulio Ferroni e Pietro Citati, critici imputati di (pro)ferire «frasette seminate a infarcire articoli che non hanno niente a che vedere con me».
Ammazza la vecchia 2
di Elio Paoloni
Come notava Vito Bruno sul Corriere del Mezzogiorno, Sergio Rubini non è realmente interessato alla Puglia: La terra non si occupa della realtà antropologica cara a Edoardo Winspeare, e neppure della trasformazione epocale del microcosmo cittadino esplorata da Alessandro Piva. Rubini ha da fare i conti con un Sud stilizzato, arcaico. Con il sangue, con l’eredità biologica, con la Famiglia. E il professor Luigi Di Santo i conti con la famiglia li regola allo stesso modo di Michael Corleone nel Padrino. Colto, benpensante, proiettato nel futuro, urbanizzato (americanizzato), legato a una donna non meridionale (non italiana), Bentivoglio-Al Pacino torna per un breve periodo a una famiglia che ormai lo disgusta. Quando i fratelli vengono coinvolti in fatti di sangue, però, si ritrova a caricarsi sulle spalle tutto il peso della famiglia, riunita nella copertura di un assassinio. In tutti e due i film a riunire e a pacificare non è l’affinità del sangue che scorre nelle vene dei fratelli ma l’estraneità di quello versato per strada. Il succo è lo stesso: non si sfugge all’eredità (della terra ma soprattutto biologica). Il destino del meridionale è segnato: per quanto lontano vada, basta che rimetta piede al paesello e resta impaniato nel familismo amorale.
Libertà d’informazione in Italia
“La vera libertà di stampa è dire alla gente ciò che la gente non vorrebbe sentirsi dire”.
George Orwell
Tempo fa mi capitò di sentire di una classifica che posizionava l’Italia attorno al quarantesimo posto in quanto a libertà d’informazione e dietro paesi quali il Mozambico. La notizia mi rimase in mente e ci rimuginai fin quando, dopo quasi due anni di vita in Inghilterra, mi è sembrato evidente che qualcosa di vero dopotutto ci dovesse essere.
Favola blu
di Fiammetta Cirilli
Quella sera, mamma e papà Paperotti ritardavano. Erano le otto passate e ancora non tornavano a casa. I piccoli non sapevano proprio spiegarselo.
– Forse hanno perso la strada per qui – disse Camilla con fare sentenzioso. I fratellini la guardarono sbalorditi: com’era possibile? mamma e papà non erano grandi abbastanza da non smarrirsi mai?
– Tutti si perdono, ogni tanto – ripeteva Camilla. Poi, più rassicurante: – Vedrete che presto saranno a casa.
Bibino però non era per niente tranquillo. Sbuffava, balbettava frasette incomprensibili e sembrava lì lì per piangere: gli occhioni grandi come due uova al tegamino, lucidissimi.
– Mamma mi av…aveva… det..toto…dedetto… la favol… ffaffa…
Chiose di tutti i giorni
di Gianni Biondillo
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1.
Che penosa umiliazione per un autore dover spiegare le proprie parole. Chiosare a margine un proprio scritto. È una evidente dichiarazione di sconfitta, non c’è che dire. Significa che sei stato incapace di esprimerti. Ho scritto una cosa che mi sembrava evidentemente non in contrapposizione guerresca con le parole di Sartori. Ma una puntualizzazione, magari uno slittamento, un desiderio di apertura verso altri spazi. È finita come l’orrendo titolo che Stilos mi ha affibbiato e che ho evitato di riportare qui su NI proprio perché assolutamente forviante.
Il titolo era, per capirci: Torna la questione di sempre. Vale la forma o il contenuto?
La ragazza bruciata
di Franz Krauspenhaar
Quando fu uscito credette di poter respirare meglio ma s’ingannò, l’aria era come sempre satura di fumo di scappamenti aperti. Prese il metrò e subito si fermò a guardare la ragazza bruciata, che stava in piedi vicino a lui e parlava con due amiche che la guardavano senza battere ciglio – “hanno imparato a guardarla”, si disse, “puntano i loro occhi nei suoi in maniera così abile che magari lei non si accorge nemmeno dello sforzo che loro fanno per non guardarle il volto sfigurato, la pelle bruciata che sembra ancora colare come fosse quella di una bambola che si accartoccia su se stessa in un incendio”- e intanto la guardava come incantato, e con una parte del suo essere sentiva come un sollievo, quello di non essere anche lui così, e che soprattutto lei, la sua lei che aveva appena lasciato nel suo appartamento, non fosse così, fosse invece bella e quasi perfetta, distesa nuda nel letto come l’aveva lasciata, o con indosso quella vestaglia blu che le donava e che probabilmente ora aveva indossato; e con un’altra parte di sé sentiva uno struggente rancore per il fato che aveva colpito quella giovane donna che indovinava essere stata carina sotto a quei tratti somatici disfatti, in un prima dell’incidente che chissà quante volte – lui fantasticava – aveva ripercorso più tardi con la mente, con una nostalgia della propria integrità fisica che sicuramente la rendeva ancora più infelice.
Amori mostruosi
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suggestioni letterarie e sonore del gruppo di scrittura Kartabianka
Amori Mostruosi è uno spettacolo centrato sulla lettura di racconti brevi, agiti teatralmente e accompagnato da una varietà di suggestioni sonore e musicali inedite, ideate e messe a punto appositamente per lo spettacolo. I racconti “mostruosi” sono scritti e interpretati dal gruppo letterario KartabianKa
Bacheca di marzo 2006
Se vuoi, puoi usare i commenti qui sotto come spazio per segnalazioni e discussioni a tema libero durante il mese.
Quattro poesie di Stéphane Bouquet
tradotte da Andrea Raos
tratte da Dans l’année de cet âge (108 poèmes pour et les proses afférentes), Champ Vallon, 2001
24. Poesia per il bambino
Cédric si agita nell’acqua
scivola sul suo surf di legno
è il più bravo di tutti
Quasi nudo molto magro filo di bambino
Eppure il suo costume custodisce quest’oro
una promessa superiore alla sua età
diciamo di undici anni
Conosco il nome che sono
quando entro così nei dettagli
Il regime della visibilità e la “poesia-problema”
[In relazione al più recente intervento su NI di Giacomo Sartori, propongo questo saggio che mi sembra offrire interessanti spunti di riflessione sulla questione della lingua e delle forme. Spero che la sua lettura aiuterà ad affrontare questi argomenti in modo globale, senza imporre un’inutile e fuorviante steccato fra poesia e romanzo se non laddove sia strettamente necessario.
Riprendo questo saggio da Absolute Poetry, in cui è possibile commentarlo. a.r.]
Scura è la terra e scura è la dimora in cui riposa la parola d’origine, quella vera. Per questo i nostri più antichi progenitori avevano la pelle scura. Per questo il colore della notte s’accorda con il volto di chi porta la storia sulle spalle.
Subcomandante Marcos
1. Il «resto» della poesia negli anni Novanta
C’è qualcosa di involontariamente tragico nel “trionfalismo” con il quale, durante gli anni Novanta, è stata accolta la poesia ritornata all’affermazione di una «parola integra, portatrice (…) di una più piena vitalità e visibilità umana» (1). Il decennio, viene detto e ripetuto a più voci, ha assistito a «un illimpidimento nei rapporti con le cose e le parole» (2), al ritrovamento di «visibilità delle immagini e di narratività dei testi, fuori dalle alchimie assolute del verbo» (3): tendenza trascinante, ed effettivamente ravvisabile perfino in autori, come Viviani o De Angelis, con precedenti non certo “leggibili”.
NON CONFORM/ Colette Peignot alias Laure
foto di Souvarine e Laure da
http://www.missouri.edu/~engjnc/bataille/images/souvarine.gif
Bataille, l’inappagato
di
Elisabeth Barillè
traduzione di Francesco Forlani
« Bataille, mi annuncia al telefono una voce suadente, abbiamo pensato a Lei». Capita in un momento sbagliato: sto ultimando un romanzo impegnativo in posizione da penitente, in ginocchio e catene alle caviglie . Come mi dice un amico: « Con te sarà sempre o tutto o niente, i tuoi slanci sono radicali esattamente come i tuoi rifiuti». Eppure questa volta, sospendo quanto iniziato, da brava ragazza quale sono, fedele ai ricordi e preda dei miei entusiasmi …Per quattro anni, improvvisandomi biografa ho frequentato « Lord Auch » *. Si trattava di braccare Laure, una meteora nei suoi scritti, d tirare fuori dal mito la donna, dal letterario la carne.
Neuropa a Milano
Milano, Giovedì 2 Marzo, ore 18.00
Alla LIBRERIA ODRADEK
Via Principe Eugenio 28
(traversa di v. Mac Mahon, vicino a v. Cenisio e al Cimitero Monumentale)
PRESENTAZIONE DEL LIBRO
NEUROPA
[poema epicomico in prosa]
di
Gianluca Gigliozzi
Parleranno del libro, insieme all’autore:
Giovanni Palmieri, critico-creativo
Giorgio Mascitelli, narratore-enologo
L’autore offrirà ai più puntuali svariate libagioni…
Se non siete a Milano, fatelo sapere ai vostri amici milanesi!
Da “Del sangue occidentale”
di Michelangelo Zizzi
La camera ardente
Perché qui è la camera che brucia
i vessilli sono l’olocausto del pianto
ci saranno spettatori credo che vadano oltre
le tombali consegne.
Ascoltate, ascoltate
qui non c’è che una sola deriva
una diramazione fatale
non sono io qui nel detto
o nel già sentito
né oltre la polvere diasporetica
che sulla bara si posa
o nel bar accanto
che ci dice che è tardi
tardi ormai anche per quelle frasi
quel commiato che dà la misura
il respiro nella crasi.
Amore
di giuliomozzi
Il bambino disse: «Voglio una pistola».
L’uomo disse: «Va bene». Guidava piano, cercando un parcheggio.
All’Upim il bambino guardò tutte le pistole. Ne scelse una a tamburo, di metallo nero e lucido, con l’impugnatura di legno. Prese anche una confezione di cartucce e una cintura da pistolero con la fondina. L’uomo pagò tutto.
A casa, l’uomo portò subito il bambino in bagno. Lo spogliò e lo mise nella vasca da bagno. Lo lavò con cura, con il bagnoschiuma e la spugna. Il bambino stava dritto in piedi dentro la vasca.
