di Carla Benedetti
Caro Giuseppe Caliceti,
ti scrivo per approfondire il discorso sulla restaurazione e spiegare in che senso secondo me parlare di marginalità della scrittura e della cultura è un’autodescrizione fallace e castrante. Ma prima vorrei dirti che mi dispiace se la mia prima replica al tuo pezzo è stata sentita come un’aggressione. Non c’era da parte mia nessun intento di sminuire la tua voce e il tuo contributo, e tanto meno il tuo lavoro di scrittore, ma solo un grande bisogno di andare subito al punto, al punto che, per lo meno a me, sembra nodale, e di farlo emergere chiaramente e drammaticamente. Non contro di te, ma contro una falsa descrizione epocale che oggi rischia di paralizzare anche le menti più fertili e combattive. Ed è di questo che voglio parlare ora, prendendo tutto il tempo che ci vuole a spiegarsi. Quel tempo che invece ho bruciato nella mia prima replica e che ha fatto sì che potesse sembrare un’aggressione gratuita

Ecco: parte una canzone degli Aerosmith (magari quella usata in Armageddon), oppure, che ne so, Tiziano Ferro, una qualsiasi hit del momento, o roba un po’ più sofisticata, insomma qualunque stronzata ritenuta capace di far salire la temperatura emotiva del pubblico.
Cari amici,
di Gianni Biondillo e Loredana Lipperini
Ballads di John Coltrane è un disco “tradizionale”. Uno dei miei dischi di jazz preferiti. Niente a che fare con le straordinarie innovazioni di cui Trane fu portatore, però.