di Marco Alderano Rovelli
Jugoslavia: la condanna della memoria. Dell’inutilità e del danno della storia.
Di nuovo un’alba, non a caso.
“Non farti sapiente per mezzo dei tuoi occhi” (Proverbi 3,7).
Non sono un sapiente, ‘non so nulla’ continuo a ripetere, unica, precaria certezza la verità delle mie sensazioni. E la mia infinita inquietudine, la verità del buco che mi attraversa.
La Neretva ci scorre a fianco. Poco fa la visione è stata folgorante, la vallata con il verde del fiume limpido e brillante, denso come sciroppo (secondo Erri, dice Giuliano, del colore del gheriglio dell’aglio), a snodarsi fra campi e case. Man mano che si scendeva, le tracce dell’uomo si facevano sempre più visibili, una macchina in una scarpata, poi case distrutte dalle granate, tra cui un monastero di monache serbe distrutto dai croati, e campi minati, e cimiteri. L’interrogazione, banale, che mi punge la testa: come questa bellezza può farsi scenario di tanto orrore…

Ho tempo. Ho tutto il tempo che voglio. Sono tornato disoccupato. E domani ho un colloquio di lavoro. Staremo a vedere. Mettiamo sempre le mani avanti…Per farla breve io e il tipo ci siamo mandati reciprocamente affanculo stamattina, e tu hai trentatreanni sei vecchio (veeecchio, veeecchio) e qui bisogna trottare e quello che mi produci tu in due giorni io lo faccio in un’ora e qui c’è gente che bussa alla mia porta – E accogli chi vuoi, – gli dico, – chiama chi ti pare, l’importante è che sei contento.
Perché permettiamo al mondo di andare come va
[Giorgio Falco ha pubblicato nel 2004 


Note sui recensori di romanzi
Su “Stilos” dell’8 febbraio Gianni Bonina esordisce così: “Vizinczey osserva che la maggior parte delle persone non può vedere meriti artistici in romanzi che contraddicano le loro opinioni”. E più avanti, rifacendosi ancora a Vizinczey supportato nientemeno che da Unamuno, arriva a dire chiaro e tondo che il romanzo deve consolarci e non inquietarci, e ci piace di più se ci conferma nelle nostre opinioni.
(il linguaggio piatto dei Dolori Riproduttivi)
Non vorrei vantarmi, ma ho scoperto un artista a dir poco eccezionale. Anzi, l’artista che ho sempre sognato. È tale l’emozione che non saprei neanche dire quali siano i temi più rilevanti del suo lavoro. Da un lato affronta di petto le emergenze socio-culturali del presente, dall’altro sembra offrirne una versione alternativa e radicalmente critica, da un altro ancora riesce a mantenere una lieve verve poetica e non priva di olimpica ironia.
I giudici della Quinta Sezione Penale della Corte di Cassazione hanno respinto il ricorso di Aldo Busi che si era sentito diffamato dalle dichiarazioni rilasciate al Corriere della Sera del 27 novembre 1997 dall’allora direttore di