di Antonio Moresco
Gli scrittori americani (gran parte di loro, perlomeno) hanno una inconfondibile e inarrestabile facoltà meccanica di parlare e affabulare, e a volte anche di intortare, che possiamo chiamare, con parole nostre, “parlantina”. Non che la parlantina sia di per sé una cattiva cosa. Può essere anche un’ottima cosa, dipende. Può mettere al mondo nuove strutture mentali, linguaggi…
La parlantina può derivare da molte cose. Nel caso degli americani deriva forse dal fatto di avere dei canoni narrativi e figure e topos collaudatissimi e reiterabili e miti comunicativi e sociali che possono essere ingenui e freschi, elementari e potenti, ma che possono generare e cristallizzare a volte anche superficialità e conformismo. Io non disprezzo tutto questo né difendo un’idea che si vorrebbe “europea” di letteratura specialistica e terminale, culturalistica e suppurata. Né mi sembra che il problema sia –come è emerso anche da una recente discussione in rete – che gli americani, con la loro letteratura, sarebbero creatori di miti (mitopoietici) mentre noi europei saremmo invece solo capaci dell’esercizio sterile della critica e della distruzione neghittosa dei miti (mitoclastici). Le cose in realtà non viaggiano così separate e normalizzate: prima la costruzione e poi la distruzione, oppure il contrario. Perché costruzione e distruzione sono un movimento unico e la costruzione di miti avviene a volte proprio attraverso la distruzione di miti, e viceversa (basti pensare al Don Chisciotte oppure a Moby Dick, il campione stesso della grande letteratura americana, non a caso rifiutato a lungo dal proprio stesso paese e dal proprio tempo).

È passato un anno. Sono di nuovo in Argentina con Giovanni. A Buenos Aires abbiamo trovato di nuovo Laura e Nic, che erano qui già da un mese. Ci siamo fermati alcuni giorni per assorbire il cambio di stagione e il fuso orario, prima di scendere nella Terra del Fuoco. Siamo tornati nel solito hotelito. Adesso, nell’ingresso, hanno messo una grande fotografia di Gardel vicino al solito quadro del Sacro Cuore col muscolo cardiaco in mano. C’è anche quest’anno il solito vecchietto piegato in due e semiparalizzato che si sposta girato di fianco, a passettini, lo stesso che avevamo sorpreso l’anno scorso a culo nudo, una notte, mentre cercava di adescare alcuni ragazzi fermi a confabulare sul ballatoio. Si vede che vive qui tutto l’anno. Gira ancora in mutande, col pentolino del mate in mano. Ci ha riconosciuto immediatamente. Quando ci ha visti passare con gli zaini la sua faccia sofferente e grinzosa si è deformata per un istante in un sorriso. Adesso sta quasi tutto il tempo coricato sul letto, come morto, con gli occhi chiusi, stecchito, respirando a fatica, con una coperta di lana, da cavallo, tirata su fino al mento nonostante il caldo di fine estate. Si vede spuntare la sua testa irrigidita, quando si passa di fronte alla sua camera dalla porta perennemente aperta per far circolare l’aria. Ha cercato anche di attaccare bottone con me, un pomeriggio, mentre stavo seduto fuori dalla mia porta, su una sedia di plastica. «Habla español?» ha buttato lì fermandosi un momento per tirare fiato.
Da tempo ho il sospetto che ciò che nella letteratura è definito “appassionante”, debba questa sua caratteristica al tabù. È questo il motivo del ruolo centrale dell’assassino nella tragedia. L’angoscia dell’incesto eccita lo spettatore di Edipo. La tensione subentra perché all’orizzonte affiora l’inquietante possibilità della violazione di un tabù. Quando il tabù che sta alla base di un dramma ha perso la sua capacità terrifica e quando non è più compreso, allora il dramma cessa di essere appassionante.
di Gemma Gaetani
Con questa minuscola sillaba ti sposo
Il diario è una bomba nucleare fatta in casa
Io non ricordo quasi niente di quello che faccio. Quando penso al mio passato, non so bene che cosa dire. Le cose mi vengono in mente per categorie, per somiglianze, non per sequenze temporali. Le connessioni del mio cervello non sono narrative. Non riesco a riassumere decentemente un film, però mi ricordo nei dettagli alcune scene che mi hanno colpito, ma che non saprei ricollocare dentro il flusso del prima e del dopo. Non so ricostruire l’intreccio di un romanzo, ma ricordo con precisione quando è comparsa la parola “caffettiera”: mi ricordo bene la posizione nella pagina, a che altezza era la riga.
E’ passato un giorno. Il tempo è cambiato, come succede qui, che cambia continuamente anche all’interno di una stessa giornata. Adesso piove, fa freddo. C’è una luce plumbea, lunghe striscie grigie di nubi tagliano in due le montagne. Siamo nel Parco Nazionale, con le sue foreste fredde, le sue lagune e le sue baie, i faggi che qui si sono modificati e sono diventati dei sempreverdi, gli altri alberi tra i cui rami ci sono grandi sfere di vischio, dai tronchi ricoperti di licheni, attaccati da cancri ed esplosi qua e là per un’abnorme produzione di ormoni. Ce ne sono dappertutto. Grandi escrescenze esplose di legno e tutt’ intorno distese di alberi morti, scortecciati o ricoperti di licheni, perché anche gli alberi muoiono e se non vengono tolti rimangono in mezzo ai vivi. E poi ci sono i castori, che qui sono più grandi del normale, sono lunghi un metro, e portano la morte dappertutto, sono un vero flagello per queste foreste. Perché le zone dove si fermano e scavano le loro tane e costruiscono le loro dighe presentano dopo un po’ un impressionante spettacolo di morte vegetale. Distese di cadaveri verticali di alberi in mezzo agli altri alberi che qui crescono lentamente per il freddo. Ci vogliono 80 anni perché riesca a crescere un albero di dimensioni medio-piccole. Figurarsi quanti ce ne vogliono per gli alberi grandi! Si vedono ancora le zone con i mozziconi degli alberi abbattuti dagli ergastolani, quelli tagliati raso terra durante l’estate e quelli tagliati a un metro d’altezza durante l’inverno, in mezzo alla neve.
Sono a Ushuaia, la città più australe del pianeta Terra, la fine del mondo. Cinquecento chilometri più in giù c’è l’Antartide. Poco prima di atterrare sulla striscia di terra circondata dal mare, e che l’areo planasse a lungo sull’acqua prima di toccare la pista, ho visto dall’alto le montagne ricoperte di foreste fredde e le nevi sopra le cime. Qui c’è una strana luce. Il cielo è quasi completamente coperto da un gran numero di nuvole bianche eppure il bagliore è così forte che bisogna stringere gli occhi. Giovanni misura con l’esposimetro la sua intensità. “Questa è la fabbrica della luce!” mi dice.
Anche quest’anno a riaprire le danze delle esposizioni autunnali d’arte contemporanea è stata Arteallarte, una manifestazione giunta alla sua nona edizione, che chiede di volta in volta a nuovi curatori e nuovi artisti di misurarsi con i luoghi canonici della bellezza artistica. Le opere vengono infatti pensate come interventi site-specific in cittadine e spazi storici della Toscana.