Vorrei unirmi al coro di squallide illazioni scatenate dal fatto che il nostro Presidente del Consiglio si tiene in costante contatto con Nasirya mentre partecipa alla festa per il meritato scudetto del Milan.
Dario Voltolini
Milan 1 – Nasirya 0
Dialogo sull’entropia (#4). Una tazza di tè verde.
di Antonio Sparzani e Dario Voltolini
Oops! Ho cannato l’esempio della fiaccola. Non sto qui a dirti cosa volevo realmente dire. Accetto la tirata d’orecchi con piacere e la prossima volta starò più attento a spiegarmi. Per ora passiamo senz’altro alla cosa sui dadi, che mi è chiara e che è simile a quella che volevo dire io. Per cui riprendiamo dal dado. Ho capito. Ho digerito anche il paesello. La parola chiave, “raggruppare”, è tutta centrata sull’osservatore e non sulla cosa osservata. Siamo noi che raggruppiamo, e siamo sempre noi che leggiamo la realtà una volta raggruppata: tra l’altro, a questo punto è difficile non trovare conferme, non è così?
Ancora domenica. La papera del tempo
di Giorgio Vasta

Il pomeriggio della domenica è poroso e assorbe tutto. Il pomeriggio della domenica è un sentimento oleoso. Non c’è modo di resistere. Non è un tempo dal quale è possibile restare fuori (ce ne sono alcuni che ti permettono di scorrergli attraverso senza che prendano possesso di te, senza farti sentire il loro tallone sulla testa).
Il pomeriggio della domenica è un tempo di detenzione quieta (anche i suicidi, numerosissimi la domenica pomeriggio, avvengono quieti: solo qualche gocciolina di sangue che cade intorno al polso, poche e leggere, sangue leggero, nulla di troppo aggressivo – e il corpo dell’impiccato cedendo non scalcia, ha solo una lieve oscillazione, lenta e pesante, riposante).
Il barocco inevitabile
di Riccardo Ferrazzi
Carlo V (che gli spagnoli chiamarono e continuano a chiamare Carlos primero) si ritrovò a capo di un impero mondiale nel 1519, neanche due anni dopo che Lutero aveva affisso le sue novantacinque tesi sulla porta della chiesa di Wittenberg.
Tre studi per Abu Ghraib
di Federica Fracassi/Teatro Aperto

A proposito di immagini, immaginario,verità, rappresentazione, abominio, inconscio, composizione porto lo sguardo sull’opera di Francis Bacon a cui penso ossessivamente in questi giorni.
Giorni che si stanno facendo abitudine di performances che oltrepassano il segno artistico, mandando in cortocircuito i rapporti tra realtà e rappresentazione.
Emily Dickinson: 5 poesie

traduzione di Massimo Sannelli
1
Troppo vile la morte
Per te: un Greco lo può.
Vivere, Amore, è peggio –
E ti offro anche questo –
La Morte scarsa è morta,
Ma nella vita esiste
La Morte in molti modi,
Senza il Sonno dei morti.
TRE DIALOGHI CON LA MORTE
V. DI T. PYNCHON, INFINITE JEST DI D. F. WALLACE, TUTTO SU MIA MADRE DI P. ALMODÓVAR
di Alessandro Garigliano
Ho confrontato tre opere che hanno ben poco in comune. Mi pare un attacco niente male per convincere il lettore a lasciare perdere o a farmi incatenare. In realtà mi sono convinto che a intime profondità tutt’e tre le opere di cui voglio trattare siano sovrastate dalla morte. Per morte non intendo solo il fenomeno metafisico che ispira gesti scaramantici, ma anche ciò che riguarda l’eternità, e con essa l’infinito.
La morte intesa come quotidianità avvilente, o, a livello individuale, come resa delle speranze. Estinzione dell’originalità. Per me, la morte getta la sua ombra anche nel quadro sociale, con l’emarginazione.
Un nuovo internazionalismo # 3
di Una città
Che fare allora? Si resta a guardare, senza reagire, venir avanti la “terza ondata” fascista? (La chiamò così André Gluksmann in un’intervista preveggente: dopo il nero e il rosso, quello verde).
Intanto è prioritario combattere e sconfiggere con le armi della democrazia queste destre guerrafondaie e autoritarie. Con questo non si vuol dire, sia chiaro, che Bush sia più malefico di Bin Laden, ma che fa più danni sì, e fra questi c’è il vantaggio enorme dato agli islamisti con i propri errori, la propria arroganza stupida, l’incapacità di capire gli altri. Su questo a sinistra non può esserci alcun compromesso, non può funzionare alcun ricatto in nome dell’Occidente, di radici cristiane e nazionalismi vari. Con un democratico marocchino o algerino che per amore della libertà di stampa rischia la galera con il suo governo e la vita con le bande dei fondamentalisti c’è una consonanza e una simpatia totali; con le destre di Bush e Sharon c’è un abisso, incolmabile. Sarebbe tempo, in nome di un nuovo internazionalismo democratico, di fondare una nuova Internazionale…
Un nuovo internazionalismo # 2
di Una città
Poteva andare diversamente?
Forse dalla guerra all’Irak non poteva venir nulla di buono. E’ stata una guerra di invasione, illegittima perché al di fuori di ogni regola del diritto internazionale e, peggio, politicamente criminale perché ha strumentalizzato i morti delle Torri e la lotta al terrorismo (che quindi si continuava a sottovalutare) per perseguire, con una campagna di menzogne, tutt’altro obiettivo: acquisire, attraverso la conquista dell’Irak, che con il terrorismo non c’entrava nulla, una posizione di supremazia sullo scacchiere geopolitico internazionale.
Ora, la furbizia in politica forse può essere usata, ma solo per facilitare il perseguimento di un obiettivo dichiarato (“Rambouillet” per far finalmente cadere Milosevic e salvare il Kossovo), mai per far passare interessi e obiettivi inconfessabili. Diventa solo cinismo che si associa, spesso e volentieri, con la stupidità.
Nel suo piccolissimo anche Aznar ha tentato di fare il furbo. Doveva semplicemente dire: “Spero solo che a fare questo scempio non sia stato uno spagnolo”. Ha lasciato intendere che desiderava ardentemente il contrario per non essere danneggiato alle elezioni. Di fronte ai corpi straziati di tanti suoi concittadini ha pensato alle elezioni, cioè a sé. Così, alle elezioni, ci hanno pensato anche tanti altri.
Un nuovo internazionalismo # 1
di Una città

Riproduco qui l’editoriale dell’ultimo numero di “Una città”, una straordinaria rivista di approfondimento che vale la pena di cercare e di leggere. Questo editoriale è stato scritto prima dei tragici eventi delle ultime settimane, che non fanno che rendere più agghiacciante un quadro di prepotenza e ottusa sopraffazione imperiale comunque già evidente fin dall’inizio di questa sciagurata avventura. (A. M.)
“C’è una cosa particolarmente nauseante nella brutalità americana. Non solo perché essa si accompagna a un discorso tanto ambiguo su democrazia, libertà e pace, ma perché è così scoperta, così grossolana, in un certo senso così fine a se stessa, uno sport, un affare tecnico. Potere Potere Potere. Ma non sospettano che il potere può essere speso molto più rapidamente dei soldi?”
Con questa citazione di Nicola Chiaromonte, tratta da un articolo contro la guerra del Vietnam, Gregory Sumner a proposito dell’avventura “preventiva” irakena, nel numero del marzo 2003 di Una città, metteva in guardia dal pericolo di un “pantano vietnamita”.
A proposito della libertà oggi…
di Filippo La Porta
Nel riferimento dell’ultraliberale Popper all’“interferenza” mi colpisce l’accento posto non tanto sui “miei” diritti (che sempre si accompagnano alla forza per affermarli) quanto sul “mio”dovere di autolimitarmi (di fronte all’altro). E, come sapeva il liberal-socialista Calogero, sono proprio io che decido di far esistere l’altro, che lo “invento”come persona morale, attraverso un libero atto immaginativo e una scelta gratuita.
Dialogo sull’entropia (#3). Una tazza di tè verde.
di Antonio Sparzani e Dario Voltolini

Simplicio non ha digerito mica tanto! Scusa, puoi farmi un paio di esempi, così capisco a che punto sono della digestione?
Forse serve questo piccolo aperitivo: per un dado a sei facce la probabilità che venga 3 è 1/6; la probabilità che venga o 3 o 4 è 2x(1/6) = 1/3, perché le probabilità di eventi indipendenti si sommano. La probabilità che venga 2 o 3 o 5 o 6 è 4x(1/6) = 2/3 .
L’inganno estremo
di Giulio Mozzi
“Ma come, non è per un’idea di verità che si distruggono i miti?”. Questa è la frase che più mi colpisce nell’intervento di Sergio Nelli Mitopoiesi e mitoclastie, fortemente critico verso la mia “immaginazione” Politica: pezzo di un pezzo (anche in Nazione indiana con il titolo: Gli Stati del romanzo).
Rispondo: sì, è per un’idea di verità che si distruggono i miti.
La prolusione
di Marco Mantello

(Nel teatro di Epidauro
davanti a una folla di pietre
sotto un sole che un po’ le spaccava
c’era un giovane dinosauro
e nel mezzo dell’estate
si estingueva mano a mano che parlava
Lo chiamavano in gergo:
-Interfaccia fra l’azienda e la clientela-
Mitopoiesi e mitoclastie
di Sergio Nelli
Lo stralcio diaristico di Giulio Mozzi, reintitolato da Tiziano Scarpa Gli Stati del romanzo e proposto sulle pagine di Nazione Indiana, smuove in più direzioni. Esso contiene come nucleo centrale uno schema sul quale Mozzi ci chiede di indugiare, presentandocelo come un’immaginazione. Lo schema, lo ricordo, è il seguente: letteratura mitopoietica (americana, capace di produrre miti e ragioni di vita, fortemente comunicativa); letteratura mitoclastica (nostrana, valorosa quando valorosa, ma fragile, anche perché incapace di produrre miti e ragioni di vita). Ciò che farebbe da punto d’appoggio alla mitopoiesi americana, è un’altra immaginazione: quella di essere quello statunitense l’attuale popolo eletto.
Abbattendo gli alibi del Caso #2
un dialogo fra Massimiliano Governi e Pasquale Panella
Massimiliano Governi: …Marta è stata colpita alla nuca e noi siamo stati colpiti in fronte, nella elaborazione del pensiero della sua morte…
L’era del maiale
di Benedetta Centovalli
Ancora sullo Stivale al lavoro. E qui vorrei cominciare dal maiale, immagine-fulcro della ricerca intorno al «nostro tempo sulla nostra pelle» del denso volume La qualità dell’aria (Storie di questo tempo), appena pubblicato da minimum fax (2004), a cura di Nicola Lagioia e Christian Raimo.
La qualità dell’aria ci sembra ben rappresentare quest’onda lunga di giovani narratori che si sono impegnati a raccontare i nostri giorni. Siamo arrivati a quota nove antologie edite in questi primi mesi dell’anno, e davvero non solo non ci sembran poche, ma il ragguardevole fenomeno chiede di essere registrato e messo in chiaro. Una tale ricchezza è una novità assoluta. Ossigeno per la nostra narrativa o perlomeno momento augurale.
On On Liberty by J.S.Mill
di Christian Raimo

Nel milleottocentociquantanove
John Stuart Mill fa uscire il Saggio
sulla libertà. Dopo varie prove
per cercar di seminare il contagio
del riformismo nella politica
attiva (coi radicali), compone
con questo libello una critica
all’oppressione sociale. Espone
all’inizio del testo l’obiettivo
dell’opera, ossia assodare
un chiaro principio regolativo
dei rapporti tra lo stato sociale
e l’individuo, sulle questioni:
punizioni legali, e pressione
morale sulla pubblica opinione.
Nove tentativi di vivere il proprio tempo
di Christian Raimo
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Nel maggio di qualche anno fa alle nove di mattina stavo sognando di passeggiare a via dei Salè a Frascati, dove all’uscita di un bar m’imbattevo in Mathias Rust, il tizio che nell’85 atterrò con un Cessna sulla Piazza Rossa. Lui mi riraccontava tutta la storia e poi si buttava ai miei piedi piangendo: mi confessava che non poteva più essere il mio eroe, perché quel gesto l’aveva compiuto soltanto per via di una scommessa segreta che Gorbaciov aveva fatto con Reagan. Che scommessa?, chiedevo, ma immediatamente nel sogno ero richiamato dal suono di una sirena da fabbrica che era nella realtà lo squillo del mio telefono di casa che mi restituiva testa e corpo al mondo. Una ragazza dell’istituto di pedagogia della Sapienza stava seguendo una ricerca statistica sulla dispersione universitaria e mi chiedeva d’amblè se ero felice di quello che facevo, che aspettative avevo per il futuro, e come mi sarebbe piaciuto riorganizzare l’università se avessi potuto. Avevo ventidue anni e mi trascinavo da mesi l’esame di Storia della Filosofia Morale, dovevo consegnare una tesina su On Liberty di Mill, che mi ero convinto di scrivere in terzine dantesche.
Abbattendo gli alibi del Caso #1
un dialogo fra Massimiliano Governi e Pasquale Panella
“tiziano, il 9 maggio è l’anniversario della morte di marta russo. 7 anni. io scrissi, all’epoca, una cosa, mai pubblicata perché volevo tenermela buona, inedita, per un progetto più ampio. io e pasquale panella avevamo in mente di commentare i delitti romani al telefono. trovai anche un titolo per il libro: crimini al telefono (tipo favole al telefono di rodari). ne (tra)scrissi tre o quattro di telefonate, poi smisi. quella che ti mando è la telefonata (sbobinata) su marta russo. si intitolava abbattendo gli alibi del caso. sono due le telefonate, veramente. ‘abbattendo gli alibi del caso 1’, ‘abbattendo gli alibi del caso 2’. potrebbe essere interessante pubblicarla il 9 maggio. ciao, e grazie. massimiliano”


