Lettera aperta ad Alfonso Berardinelli

1 febbraio 2006
Pubblicato da

di Andrea Inglese e Andrea Raos

Caro Berardinelli,

sul numero di ottobre-dicembre di “Nuovi Argomenti” abbiamo presentato un dossier sulla poesia francese contemporanea, composto di traduzioni di sei poeti e di un saggio introduttivo, dal titolo Le macchine liriche. Sei poeti francesi della contemporaneità.

Qualche giorno dopo, sul “Foglio” del 29 dicembre 2005, è apparso un suo articolo intitolato Ecco cosa si scopre passando in rivista le riviste letterarie. Sottotitolo: Il Verri, Lo Straniero, Micromega e Nuovi Argomenti, tra un Pasolini bipartisan e i discutibili poeti francesi. In questo articolo, lei dedica un po’ più di due colonne a criticare il senso, la pertinenza ed i criterî di scelta del nostro lavoro, adducendo una serie di argomenti ai quali desideriamo ribattere.

Prima di entrare nel merito del suo discorso, è necessaria un’osservazione generale.

Il panorama italiano degli ultimi anni ha sofferto di una flagrante disattenzione nei confronti della poesia francese più recente, con l’unica – lodevole – eccezione dell’antologia Nel pieno giorno dell’oscurità, curata nel 2000 da Fabio Pusterla per Marcos y Marcos (che peraltro segue criterî del tutto diversi dai nostri ed accoglie tutt’altri poeti). Si tratta di un ritardo colossale, che non riguarda solo la poesia e che ha radici complesse. La sua conseguenza che qui più ci importa è che la visione del quadro francese ne risulta offuscata e parcellizzata. Non era nostra ambizione porre da soli rimedio a questa situazione; ma volevamo certo contribuire a fare chiarezza, imprimendo alla materia un taglio preciso, che illuminasse un “campo” ben determinato.

Venendo ora al suo discorso, è sintomatico che nella nostra selezione lei insista a vedere, contro la nostra esplicita intenzione, la rappresentazione di una scuola: “(…) forse l’intera poesia francese di oggi e degli ultimi decenni costituisce un insieme così omogeneo che a noi italiani, abituati tutto sommato a una maggiore e più barbarica varietà, fa l’impressione di una vera scuola o accademia”.

“Sintomatico”, dicevamo, di almeno tre cose:

1. Il “noi italiani” è sintomo di un riflesso identitario, di una chiusura a riccio anche in campo culturale, che ha una ricca e variegata storia nel nostro ridente Paese; e che non stona di certo nelle colonne del quotidiano per cui lei scrive, ma che suona invece molto male alle orecchie di chi, come noi, insiste a credere – malgrado l’asprezza dei tempi – all’aria pura della libera circolazione delle idee.

2. L'”abituati (…) a una maggiore e più barbarica varietà” è sintomo di un perdurante stereotipo riguardo alla sorgiva creatività delle nostre genti, in particolare in materia di poesia; quando a noi sembra invece che, negli ultimi decenni, la poesia di lingua italiana si sia quasi del tutto fossilizzata nella sterile ripetizione di forme ereditate e di un lessico striminzito, ancora e sempre poco più che petrarchesco, ormai del tutto privi della benché minima pertinenza rispetto al mondo che ci circonda. Per non parlare degli strumenti conoscitivi e di riflessione politica, cronicamente assenti dal bagaglio culturale dell’intellettuale italiano medio – pur sempre pronto a versare endecasillabiche lacrime di coccodrillo su Pasolini o chi per lui.
Quando diciamo “quasi” intendiamo dire che esiste in realtà un fronte variegato e vivace nella più giovane poesia italiana. Ma esso è costituito proprio da poeti che sono particolarmente in ascolto sia della ricerca letteraria che si svolge in altri paesi, sia della riflessione teorica che a più ampio raggio coinvolge altre forme d’arte.

3. L'”impressione di una vera scuola o accademia”, infine, è sintomo di un orecchio ormai del tutto atrofizzato, conseguenza diretta della fossilizzazione di cui al punto 2. Va detto che, a fronte del nostro sforzo per caratterizzare, nell’introduzione, ciascun poeta, lei non si degna di entrare nel vivo della materia, per cui riesce arduo anche controbattere. Ma resta il fatto che lei non ravvisa alcuna differenza fra sperimentazioni su forme non tradizionali, a partire sia dal verso che dalla prosa, condotte su un arco di quasi mezzo secolo; in un modo che equivale a confondere Gozzano e Montale, o Charlie Parker e John Coltrane.

Di fondo, lei sembra rimproverare a questi poeti – grazie anche ad un incomprensibile excursus sulla poesia statunitense; avevamo pur scritto che si trattava di poesia francese… – di creare forme non immediatamente riconoscibili, non fondate su un’idea tradizionale di verso o prosa, lontane anche da ciò che, nella sua giovinezza e nostra infanzia, veniva chiamato in Italia “avanguardia”.

Non intendiamo attribuire alla poesia francese di oggi alcuna centralità particolare. La nozione stessa di “centralità” in letteratura, del resto, ci è lontana. Ma riteniamo che i poeti da noi presentati veicolino, ciascuno a suo modo, una serie di istanze formali ed espressive – non le uniche valide, certo; non l’abbiamo mai sostenuto – da troppo tempo tenute in naftalina da tanta, troppa poesia di lingua italiana. Lo stimolo a inventare nuove forme, il diritto di mettere in discussione anche i parametri in apparenza più stabili (come la stessa nozione di “verso”, lo stesso nome “poesia”) sono quintessenziali alla creazione artistica; come lo è la possibilità, ad essi legata, di cercare nuove strade per la diffusione del proprio nucleo incandescente in altri campi della scrittura e dell’agire creativo. Tutto ciò come espressione della creatività in seno ad una società libera – libera anche, come ogni autentica democrazia, di affrontare sino in fondo le proprie contraddizioni. Non ci pare che tale sia la situazione italiana attuale. Lei cosa ne pensa?

Se vorrà rispondere a questa nostra domanda, speriamo che con l’occasione vorrà dirci anche in termini positivi cosa, secondo lei, la poesia dovrebbe essere o fare. Il suo articolo è, da questo punto di vista, del tutto sfuggente. Lettura gradevole, pertanto, per chi abbia già le idee chiare – per chi, in altri termini, non sappia nulla di poesia -; ma prodotto indegno, per gli stessi motivi, di chi voglia fregiarsi del nome di critico letterario.

Infine, sappia che condividiamo in pieno la sua preoccupazione pedagogica, la sua inquietudine quanto alle generazioni a venire. Lei scrive infatti: “Perché (…) mettere in circolazione testi poetici che se verranno presi per buoni da qualche giovane aspirante poeta sarà un disastro?”

Che approvino o no il nostro operato – non abbiamo alcuna ambizione paternalistica, e il ruolo di maestrini ci va stretto -, noi pensiamo che i giovani poeti abbiano il diritto di esordire in un mondo che da loro non si aspetti solo la funerea ripetizione dell’identico. Da questo punto di vista, siamo giovanissimi; e più ancora di noi lo è il decano della nostra selezione, l’ultrasettantenne Jean-Jacques Viton, che la migliore poesia di oggi vede ancora ben lontano davanti a sé.

Quanto al “disastro” da lei paventato, creda, arriverà comunque, e non riguarderà solo la poesia, non la letteratura soltanto. Inventare forme che sappiano portarne testimonianza, questo noi crediamo urgente.

***
L’articolo di Alfonso Berardinelli può essere letto, in data 29.12.05, sul sito www.ilfoglio.it. Per accedere agli archivî è necessario iscriversi (è gratuito). Nei giorni a venire pubblicheremo su NI anche i materiali poetici e critici che compongono il dossier “Le macchine liriche”.

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45 Responses to Lettera aperta ad Alfonso Berardinelli

  1. jan il 1 febbraio 2006 alle 13:29

    http://www.ilfoglio.it. L’articolo si trova a pagina 2 del 29/12/2005 ed è un PDF.

  2. gherardo bortolotti il 1 febbraio 2006 alle 15:10

    ho dato una veloce lettura all’articolo. le cose da dire, oltre alle giustissime che segnalate, sarebbero tante. mi limito a uno degli impliciti che corrono in tutto il pezzo e con cui, nonostante il ‘900, ci troviamo ancora davanti.
    parlo dell’idea per cui, da qualche parte, c’è questo oggetto a nome “letteratura” e che ci tocchi esplorare le regioni fisiche e/o metafisiche per scoprirne i tratti, tratti a cui dovremo poi rimanere fedeli per poter fare letteratura, appunto.
    chiaramente non sono d’accordo con questo implicito, e credo che se esiste letteratura esiste solo a posteriori, come frutto del lavoro di chi ci lavora, secondo i modi con cui ci lavora.

  3. Alessandro Broggi il 1 febbraio 2006 alle 19:28

    Se Berardinelli risponderà a questa lucidissima lettera aperta, su un piano anche diverso dall’articolo giornalistico, vedo, al di là del “casus belli” in oggetto, l’opportunità di un confronto pubblico diretto – e schietto – su alcuni nodi fondamentali della scrittura contemporanea, da tempo ormai necessario, tra protagonisti “vecchi” e “nuovi” della critica e autori che guardano in differenti direzioni, confronto che potrebbe aprire un fertilissimo filone di discussione.
    Complimenti intanto ad Andrea Inglese e ad Andrea Raos.

  4. Tiziano Scarpa il 1 febbraio 2006 alle 21:03

    Non sono riuscito a entrare nell’archivio del Foglio con le password segnalate da Jan.

    Ma davvero Berardinelli ha espresso la preoccupazione che la pubblicazione di quelle poesie possa essere nociva per i giovani poeti italiani? Che argomento odiosamente moralistico! Mi ricorda quelli che vogliono censurare le opere d’arte perché potrebbero vederle i bambini! Complimenti a Andrea Inglese e Andrea Raos per la risposta lucidissima.

    Ne approfitto per una sola riflessione: “Il Foglio” è detestabile, è vero, per la sua linea politica. Ma non mi sembra bello criticare qualcuno perché scrive in un certo posto. Io non me la sento di criticare la vita degli altri: Berardinelli scrive su quel giornale anche perché non lo ospitano altrove, e, benché prenda le sue cantonate, è uno dei nostri critici migliori.

    Ma la riflessione che volevo fare era un’altra. Purtroppo non esiste, in Italia, un quotidiano che esprima (fin dalla grafica) altrettanta fiducia nella parola. Sul “Foglio” si possono leggere lunghe riflessioni articolate, approfondimenti veri, ogni giorno. Sugli altri giornati tutto è diventato rapido, breve, l’alfabeto viene eroso dalle immagini, tende a un’informazione puramente iconica, analfabeta. Il “Corriere della Sera”, con le sue tabelle, grafici, immagini scontornate, cerchiolini evidenziatori, sta diventando sempre più simile a “Focus”. E’ per me un grande rammarico che sia la parte politica avversa a esprimere un quotidiano come il “Foglio” che, lo ripeto, dimostra una grande fiducia nella parola scritta, mentre non esiste un quotidiano equivalente a sinistra, un giornale con così ampi spazi per analisi, recensioni, discussioni. C’è anche da dire che Giuliano Ferrara evidentemente può contare su finanziamenti che un giornale di sinistra non potrebbe avere: il “Foglio” ospita pochissima pubblicità, e non ha mai smesso di essere pubblicato anche quando vendeva poco (peraltro non penso che si sorregga con gli introiti delle vendite neanche ora – ma non ho i dati, è solo un’impressione).

  5. georgia il 1 febbraio 2006 alle 21:27

    Ecco l’articolo di berardinelli
    Ecco che cosa si scopre passando in rivista le riviste letterarie

    IL VERRI, LO STRANIERO, MICROMEGA E NUOVI ARGOMENTI, TRA UN PASOLINI BIPARTISAN E I DISCUTIBILI POETI FRANCESI

    Le riviste esistono e forse qualcuno le legge. Voglio dire le riviste cartacee, quelle che molti ormai danno per agonizzanti o morte, perché tutto sarà (e quindi deve essere) on line. Noto tuttavia che nelle riviste sia povere che affermate i giovani redattori e autori abbondano. Il futuro è già cominciato, ma non è detto che il passato sia finito.
    Ho trascorso recentemente intere mezze giornate a leggere “Nuovi Argomenti”, “Lo Straniero”, “Micromega”, “Il Verri” e altro. E pensavo, leggendo, che potrei perdere meno tempo con i giornali, da cui si ricava un decimo di quello che contengono, a meno che non si leggano come si leggerebbe un mensile, ritagliando articoli e collezionandoli non si sa come. Una rivista invece è quasi un libro. Te la porti dietro almeno per un mese, spesso due o tre mesi, qualche volta sei, secondo la periodicità. Comincio con “Nuovi Argomenti” (n. 32, ottobre-dicembre), che porta in copertina una foto di Pasolini e contiene un breve testo inedito del 1951 sui trulli di Alberobello, un pezzo perfetto che fa pensare alla prosa di Emilio Cecchi o a quella di Roberto Longhi. Quando non ideologizza, Pasolini descrive. E (sia in prosa che in versi) descrive spesso la realtà fisica come se descrivesse un quadro. Chi non ha scritto, letto e parlato di Pasolini nel corso di questo 2005 lo confessi e si penta. A tre decenni dalla sua morte, quest’anno sembra proprio che Pasolini abbia surclassato Calvino. Chi parla di quest’ultimo sono soprattutto i letterati: si ammira lo stile impeccabile, ma le sue idee, prudentemente nascoste, raramente vengono discusse.
    Calvino per primo non amava le discussioni e difatti ci mise “una pietra sopra”. Pasolini viceversa ha dimostrato un’imprudenza esibizionistica e drammatica e una versatilità così sfrenatamente polimorfa che cineasti, politici, giornalisti, storici, poeti, critici letterari e in definitiva tutti possono discutere le sue idee, cioè parlare di lui anche parlando d’altro.
    Il mito trasversale di PPP Molte sono le strade che portano a Pasolini. Per quanto incerta possa essere la qualità e la riuscita artistica delle sue singole opere, in esse troviamo ancora oggi molti problemi del presente, o l’annuncio di quello che sarebbe avvenuto. La dissociazione e il conflitto fra Sviluppo (quantitativo, economico, tecnologico) e Progresso (qualitativo, civile, sociale, morale) è un vecchio tema della modernità: ma Pasolini è stato capace di riprenderlo con tale passione da farlo sembrare nuovo. Di fatto lo ha reso davvero nuovo, perché nessuna idea si conserva identica a se stessa senza che qualcuno la faccia rinascere, la attualizzi e la incarni.
    Pasolini aveva ragione? Pasolini si sbagliava? Può essere vero sia questo che quello.
    Le sue ragioni e i suoi torti sono presenti comunque nelle sue pagine con una tale energia raziocinante, retorica e visionaria che è difficile non restare colpiti dalle sue parole ogni volta che le ascoltiamo. Durante il recente festival internazionale del cinema che si è svolto a Cuba, ho visto un ottimo documentario su Pasolini realizzato dal giovane Matteo Cerami, in cui le immagini, per quanto forti e suggestive, sono messe al servizio delle parole, dei testi scritti, di tutto quello che Pasolini ha detto e voleva che fosse ascoltato e letto. Per Pasolini l’arte era un mezzo di comunicazione morale e politica, lo stile era un strumento, a volte provvisorio e semilavorato, per trasmettere un messaggio e dialogare con i contemporanei.
    Come scrive Enzo Golino, nell’artista Pasolini c’era un “maestro”, un pedagogo: “Lo spirito di un legislatore rivoluzionario ha guidato la mano di Pasolini scrittore, ha incendiato la sua immaginazione […] Le sue tavole della legge non sono altro che un trattato pedagogico ora dissimulato nella dimensione estetica, ora suggerito nella forma del simbolo, ora esplicitamente dichiarato.
    Anche la sua vita è percorsa da una divorante ansia didattica” (“Pasolini. Il sogno di una cosa”, Bompiani 2005, pp. 291, euro 8,5). A Pasolini è anche dedicata un’intera sezione dell’ultimo numero di “Micromega” (6/2005), che contiene tra l’altro un dibattito fra Piergiorgio Bellocchio, Adriano Sofri e Walter Veltroni e due saggi di Walter Siti e Andrea Cortellessa. Curatore per i Meridiani Mondadori dei dieci volumi delle opere di Pasolini e senza dubbio il maggiore conoscitore di ogni aspetto della sua attività, Walter Siti analizza qui il “mito Pasolini”.
    Questione fondamentale per capire non solo quello che è stato fatto di questo scrittore dopo la sua morte, ma quello che lui stesso ha fatto di sé, per il modo in cui compare nella sua opera anche come personaggio, nonché “regista” della propria presenza pubblica. Ad un certo punto però Siti diventa sarcastico e secondo me eccede aggressivamente nel mettere sul conto di Pasolini la responsabilità del consenso equivoco da cui oggi è circondato e sommerso: “Il mito Pasolini è, politicamente, un mito trasversale. Mentre il mito Pavese, fin che è durato, era tipicamente un mito di sinistra, il mito Pasolini è bipartisan. La televisione può fare trasmissioni su Pasolini senza doverle ascrivere a una parte politica […] I fruitori di massa del mito sono rassicurati dal sapere che tra gli ammiratori di Pasolini ci sono intellettuali di destra e di sinistra, da Goffredo Fofi a Marcello Veneziani. La sua situazione bipartisan lo rende particolarmente caro agli assessori alla cultura, perché è un fiore all’occhiello e un sicuro richiamo: le piazze si riempiono e se qualcuno si oppone in Consiglio ci fa lui una brutta figura. […] Che fare? Difendere Pasolini dal suo mito? Rimproverare a Pasolini di essersi ‘prefabbricato’ per il mito?”.
    Se dopo queste considerazioni su uno scrittore così carico di cose da dire, torno a “Nuovi Argomenti” e leggo per esempio i testi di una serie di poeti francesi antologizzati e presentati da Andrea Inglese e Andrea Raos, sono costretto a chiedermi perché una cultura della razionalità e del discorso come quella francese abbia continuato tanto a lungo a produrre una letteratura così autoreferenziale, vacua, inafferrabile, pretenziosamente teoricizzante ma in realtà esangue e timida. I testi sono offerti in traduzione e quindi non si può giudicare partendo dall’originale. Ma comunque quello che si può immaginare è soltanto che in francese tutto suoni più elegante e fluido, non certo che venga detto qualcosa di più e di diverso, dato che gli autori sono soprattutto attenti a dire il meno possibile e in più trascurando la forma, che deve restare (per programma, sembra) in uno stato di perenne indeterminazione. Se questa è oggi la migliore o più interessante poesia francese, possiamo tranquillamente pensare che la poesia francese ha mangiato e continua a mangiare se stessa e nient’altro. A forza di diffidare dei significati, a forza di fissare il vuoto, il poco o il nulla, per il terrore di vivere, di definirsi o di nutrirsi di qualcosa, la poesia francese muore di anoressia. Solo che fa finta di esistere con l’uso di una serie di sofismi, anche se nessun lettore potrebbe leggerla. Non c’è niente da leggere: perché quando si usano i versi, non sono versi, e quando si usa la prosa, non è prosa. Si tratta di pura e vuota “écriture”, qualcosa che si sforza di evitare di essere questo o quello, secondo un procedimento di caricaturale misticismo che aborre il contenuto, ma rifugge anche dalla forma. Dopo aver preso questi appunti di lettura, leggo l’introduzione di Inglese e Raos con accresciuta curiosità. Che cosa potranno mai dire di questi poeti? E perché li hanno offerti in dono al lettore italiano? Perché, infine, “Nuovi Argomenti” accetta di mettere in circolazione testi poetici che se verranno presi per buoni da qualche giovane aspirante poeta sarà un disastro? I curatori di questa sezione antologica (“paradigma di paesaggio” lo definiscono) hanno scelto una serie di autori: Jean Jacques Viton (1933), Emmanuel Hocquard (1940), Anne Portugal (1949), Christophe Tarkos (1963-2004), Caroline Dubois (senza data di nascita), Eric Suchère (1967). Non si tratta, viene precisato, di “blocchi” generazionali né di scuole o correnti: “La poesia di ognuno di questi poeti è da considerare una linea di forza che, per segmenti temporali diversamente ampi, ha agito e continua ad agire su di un certo ‘campo’ della poesia contemporanea francese”. Abbastanza ovvio. Ma non del tutto chiaro. A leggere i testi presentati si ha la netta impressione di una scuola. Ma forse l’intera poesia francese di oggi e degli ultimi decenni costituisce un insieme così omogeneo che a noi italiani, abituati tutto sommato a una maggiore e più barbarica varietà, fa l’impressione di una vera scuola e accademia.
    Facitori di versi di piccolo cabotaggio Su quali fondamenta poggia? Anzitutto, sulla combinazione del descrittivismo asceticamente minimale di Francis Ponge (1899- 1988) con l’eredità dell’americano William Carlos Williams (1883-1963), tradotto in Italia da Vittorio Sereni. Fin qui mi oriento bene. Ma da Williams è nata una scuola o moda o maniera statunitense piuttosto diffusa, una specie di insistito e pervicace piccolo cabotaggio che va benissimo per gli innumerevoli facitori di versi che si annidano nelle università Usa. Oggi i poeti nel mondo sono almeno dieci o venti volte più numerosi che qualche decennio fa: e questo significa che fra tutti i modi di scrivere poesia avrà la meglio il più facile e il meno compromettente, quello per cui basta mettersi seduti un’ora la mattina e un’ora la sera, mettere in fila una serie di percezioni, di pensieri associati e di descrizioni smozzicate. Poi si sottrae la logica, si evitano i versi regolari, si aggiunge qualche segnale di poeticità antipoetica, si gioca fra precisione e nebulosità, si semina qua e là qualche lacuna di senso, che ci sta sempre bene. Alla fine verrà fuori una cosa che, non somigliando a nient’altro, può essere anche presa per poesia. Basta mettere in giro la voce che si fa così, che i difetti sono voluti, che si tratta di un programma ben preciso. Basta far vedere che si è in parecchi a farlo e che (se il metodo ha successo) la poesia è quella cosa lì. Mettere in discussione la sua leggibilità, la sua pubblicabilità e il suo diritto di esistenza suonerebbe atrocemente aggressivo e letterariamente omicida nei confronti dei volenterosi routinier del testo poetico. In termini astutamente (ma anche ingenuamente) problematici il poeta Hocqard ha spiegato e giustificato tutto a priori per l’ennesima volta: “Mentre una volta il poeta versava il suo pensiero nel calco della forma-poesia perfettamente identificabile come tale […] oggi inventa la sua forma di pensiero. […] Queste linee sono ancora dei versi? Anche se ciò assomiglia ancora, per certi aspetti, a della poesia, potrebbe darsi che non lo sia più. Allora come dire questa cosa? Io penso che ci sia un malinteso intorno alla parola poesia. Non continuiamo noi ad usarlo per dire qualcosa d’altro, in una situazione differente?”. In effetti si tratta di oggetti testuali piuttosto inafferabili. La poesia sembra sparita. Resta la voglia, evidentemente, di essere poeti, mostrando in più una coscienza problematica. Per fortuna c’è di meglio da leggere. (1. continua) Alfonso Berardinelli
    Il foglio 29 dicembre 2005 p. 2

  6. andrea inglese il 2 febbraio 2006 alle 02:08

    a Tiziano, che dice: “Ne approfitto per una sola riflessione: “Il Foglio” è detestabile, è vero, per la sua linea politica. Ma non mi sembra bello criticare qualcuno perché scrive in un certo posto. Io non me la sento di criticare la vita degli altri: Berardinelli scrive su quel giornale anche perché non lo ospitano altrove, e, benché prenda le sue cantonate, è uno dei nostri critici migliori.”

    Noi non critichiamo Berardinelli perché scrive sul “Foglio”, noi rispondiamo criticamente a certe cose che Berardinelli dice. Questo mi sembra evidentissimo. Non “dove” scrive, ma “cosa” scrive.

    Quindi un discorso a parte potremmo fare, invece, sul peso per un critico, uno scrittore, ecc., di scrivere su un giornale che sostiene una certa linea politica in un dato momento storico. E certo, come dici Tiziano, “il Foglio” darà molta importanza alla parola, ma oltre che le parole nella realtà dove viviamo contano anche certi fatti “più pesanti” delle parole. E sulla bilancia, scrittori o meno, intellettuali o meno, ci dobbiamo mettere entrambi questi aspetti.

    Infine. Lo dico subito. Ho una grande stima di Berardinelli. L’ho per tanti anni considerato come un antidoto prezioso contro certe idiozie tipiche del mondo della poesia. Ma mi sembra che in questo caso il contravveleno perda di efficacia vivacizzante, e finisca con lo stroncare semplicemente quanto si muove all’orizzonte.

  7. Mal il 2 febbraio 2006 alle 02:11

    @T.S. Il foglio, può sembrare strano, campa con i finanziamenti pubblici. Come il 90% della stampa italiana, manifesto e unità inclusi. Risulta infatti organo di un partito creato appositamente da, se la memoria non mi inganna, Marco Boato (verdi) e Lino Jannuzzi (FI), che ha il nome di “convenzione per la giustizia”. Curiosa come storia nevvero? Per il resto io, che il foglio lo leggo pur essendo de sinistra assai, concordo sul fatto che è una testata unica, spesso interessantissima e con approfondimenti di valore, con qualche schizzo di merda fascista qua e là. Berardinelli prende cantonate una appresso all’altra, non ultima la ristampa de “il pubblico della poesia” con manacorda, operazione insensata, ma lo leggo più volentieri di d’orrico, o no? Ottima anche l’idea di uscire il lunedì con una raccolta dei migliori articoli della stampa italica della settimana precedente, e il numero del sabato è un foglio culturale di alto livello. Per scelta non leggo gli editoriali dell’elefantone. Il riformista, detto anche il rifoglista, per aver copiato stile e formato, mi risulta invece un foglio per tecnocrati de centro-sinistra, di qualità estremamente inferiore dal punto di vista culturale e spesso esprime posizioni ben più rezionarie del foglio di ferrara dove, per niente da sottovalutare, ci sono anche le vignette di vincino. Sul caso in questione sia chiaro, ritengo che berardinelli abbia preso un grosso abbaglio, anche perchè ho letto su nuovi argomenti, ed è un ottimo lavoro (una delle cose più interessanti apparsa sull’ultimo numero di n.a). Saluti a tutti mal.

  8. andrea inglese il 2 febbraio 2006 alle 02:59

    un ultima cosa ancora a Tiziano, e qui non c’entra né Berardinelli né il Foglio, ma questa tua frase: “Berardinelli scrive su quel giornale anche perché non lo ospitano altrove”. Per me questo davvero non spiega e non giustifica niente. L’Italia tracima di gente che attraversa, in campo politico, l’arco parlamentare da un estremo all’altro, cosi come le nostre televisioni, cosi come la stampa; di voltagabbana davvero abbondiamo, sopratutto nel vivavio degli intellettuali. E tutti hanno in bocca un’unica frase: “ma in FI Italia mi hanno dato spazio, ma su canale 5 posso fare il mio programma, ma sul “il Giornale” mi pagano meglio, ecc.” Un piccolo podio a tutti i costi.

    Insomma, se Berardinelli scrive sul “Foglio” voglio sperare che, nel bene e nel male, lo faccia perché condivida un progetto culturale d’insieme, e non semplicemente perché li e non altrove gli abbiano dato un po’ di carta bianca.

    grazie Mal delle tue osservazioni

  9. Tiziano Scarpa il 2 febbraio 2006 alle 07:41

    Caro Andrea, hai ragione, tu e Andrea Raos non avete criticato Berardinelli per dove scrive. Sono io che ho dato eccessivo rilievo alla vostra frase “… e che non stona di certo nelle colonne del quotidiano per cui lei scrive”, ingigantendo nella mia lettura i presupposti di quella frase. Vi ho fatto torto e vi chiedo scusa. Grazie della risposta a te, e a Mal per le informazioni sui finanziamenti al “Foglio”, che non conoscevo.

  10. nin il 2 febbraio 2006 alle 09:03

    “Infine. Lo dico subito.” mi piace ;)

  11. andrea raos il 2 febbraio 2006 alle 11:04

    Ciao Tiziano.
    Volevo innanzitutto dirti che ti sono grato perché vieni a commentare qui su NI2. Lo apprezzo molto, davvero, sia per il gesto in sé che per la qualità delle cose che dici.
    Poi, non devi scusarti troppo per aver ingigantito la frase su Berardinelli che scrive per “Il foglio”, perché non mi voglio nascondere dietro un dito: la stoccata voleva esserci, eccome.
    I moralismi preferisco applicarli a me stesso, per cui mai e poi mai scriverei sul “Foglio” o simili (né mai si sognerebbero di chiedermelo, il che semplifica le cose…), ma non lapido a priori chi lo fa.
    Ciò non toglie che quel “noi italiani” mi ha dato un fastidio tremendo, è forse la cosa che mi ha più irritato in tutto l’articolo.
    Premesso che la mia reazione non sarebbe stata più debole se anche una frase simile fosse apparsa sul “manifesto”, credo di dire una banalità se affermo che il contesto in cui una frase è calata conta molto. Leggere un “noi italiani” di fianco, per esempio, ad un articolo piagnone, moralista e ricattatorio sul “diritto alla vita” (è la colonna a destra, se non ricordo male) risveglia nella mia mente fantasmi di un passato che, ne converrai, non è passato proprio per nulla, è la nostra battaglia di oggi. E credo che ognuno di noi debba sentirsi responsabile del proprio “contesto”, come cittadino prima ancora che (nel nostro caso) scrittore, perché la realtà è fatta da ciascuno di noi e dalla nostra responsabilità individuale e collettiva. Qui scivolo nella lezione di educazione civica per le scuole medie, scusa, non sei certo tu ad averne bisogno. Sono sicuro che hai capito cosa voglio dire.
    Grazie ancora, ciao,

    *

    Grazie anche a tutti gli altri, ovviamente. Gherardo, l’argomento che sfiori è fondamentale e colossale, difficile da affrontare in una colonna di commenti. Quando hai voglia di buttar giù due paginette… Alessandro, mi piacerebbe anche leggere più in dettaglio come la vedi tu, se ti va.

  12. georgia il 2 febbraio 2006 alle 11:28

    Berardinelli lo abbiamo stimato tutti, ma tutti lo stimiamo molto meno oggi.
    Io non credo che si possa scrivere impunemente dove si vuole (forse qualche genio irriducibile lo può fare, e lo ha fatto, ma i geni sono pochi nei secoli, così pochi che spesso se ne nega persino l’esistenza), io credo che quando si è persone “normali” e si scriva per un giornale schierato ci si autocensuri automaticamente e si scriva adattandosi a quel giornale, magdi allam, in fondo, dalla Repubblica non scriveva le stesse cose infami che scrive oggi dal Corriere, certo al Corriere lo pagano 10 volte di più, e per pagarlo dieci volte di più lo hanno fatto pure vicedirottere ad personam , che è carica finta e vuol dire soldi da vicedirettore, ma non responsabilità e operatività da vicedirettore. Ma io credo che oggi sia *convintissimo* delle cose che dice (come credo fosse “convinto” ieri), essere pagati bene è sempre una cosa molto convincente.
    E scrivere dalla pagine di un giornale o di un altro non è la stessa cosa (sempre che uno voglia continuare a scriverci)
    Anche il foglio PAGA bene, perchè non riceve solo finanziamenti dallo stato ;-).
    Perchè berardinelli ci scriva non lo so, credo sia troppo intelligente per riuscire a condividerne il “progetto culturale” (ma che parolone per il foglio), ma certo scriverci sopra ha cambiato la sua scrittura e la sua intelligenza e lo ha privato di tanti anticorpi, che di solito un intellettuale (come lui è) possiede, e non so quanto lui ne sia oggi consapevole (del suo cambiamento).
    Certo che fra Berardinelli del Diario (quello fondato e diretto insieme a Piergiorgio Bellocchio) e berardinelli del foglio sembrano passati i lanzichenecchi cerebrali
    Berardinelli è uno dei tanti (dopo la crociata berlusconiana) ossessionati dal centro sinistra, così ossessionato che si è bevuto la materia grigia e se ne è andato tranquillamente a destra (anzi fosse vera destra, lo capirei ancora, ma quella è un destra molto *anomala*) .
    Buffi animali sono gli intellettuali italiani, a parte rare e splendide eccezioni.
    Marco Boato? uno dei vari lanzichenecchi culturali italiani insieme agli ex come ferrara, bondi, bossi, maroni, pera, liguori, Pace, pansa e oggi anche berardinelli ecc.
    Ha ragione Valerio Evangelisti nel suo bell’intervento a Siviglia sulla nuova destra italiana: “la “nuova destra” italiana non sarebbe mai sorta senza il concorso attivo della sinistra
    geo

  13. andrea inglese il 2 febbraio 2006 alle 12:04

    Condivido gran parte di quello che dice Georgia – e in particolar modo la citazione di Vangelisti; il discorso è importantissimo ed andrebbe fatto non in modo estemporaneo. Per altro, nonostante le differenze, i trascorsi, ecc., è ancora un discorso caro, credo, sia a molti di NI che a primoamore. Siamo sempre nei dintorni della “restaurazione”. Ma mi preme distinguere due piani di discorso, anche se come Andrea R. dice, non possiamo “far finta” che essi non siano intrecciati, nei fatti.

    Un discorso è “perché” “come”, ecc. una persona come Berardinelli scriva sul “Foglio” e che cos’è questo giornale, ecc. Un altro discorso, molto più circoscritto, e che pero’ più ci interessa qui, è quello che dice Berardinelli sul nostro lavoro di “ponte” culturale, nell’ambito specifico della poesia contemporanea. E ancora Raos, scrive:”la mia reazione non sarebbe stata più debole se anche una frase simile fosse apparsa sul “manifesto””. E questo mi sembra importante sottolinearlo.

    Se ci lanciamo nel primo discorso, addio riflessione di merito sulla poesia francese, il rapporto tra letteratura italiana e straniera, le forme dello scrivere, ecc. Ed è invece un discorso che andrebbe fatto. Persone, che sono poeti e traduttori, come Bortolotti e Broggi qui intervenute, penso abbiano da dire la loro su questo. E tanti altri ancora.

    Ma anch’io ringrazio Tiziano, perché ha toccato un tasto importante. E varrebbe la pena di ritornarci sopra, con anche i discorsi di Mal e Georgia.
    E per l’intanto, c’è una cosa che butto li a Georgia, che mi sembra faccia l’errore (nobilissimo) di quelli che hanno rifiutato al “fascismo” una sua specificità culturale. La cultura di destra esiste, eccome. Gli USA di Bush ne hanno esportata a tonnellate. C’è poi, quella cultura di destra nata sulla palinodia del comunismo, che è una nostra prerogativa. Varrebbe la pena di rifletterci.

  14. davide racca il 2 febbraio 2006 alle 12:15

    ad andrea inglese e raos: spero di non intervenire a sproposito… ma credo che una considerazione vada fatta sulla vostra richiesta (ironica o no, poco conta!) ad un critico, nella fattispecie berardinelli, quale e cosa debba fare la poesia nei tempi a venire. io appoggio pienamente il vostro pezzo e il vostro lavoro su n. a. ma la critica si sa, o stabilisce programmi, gli da un nome più o meno artificioso, più o meno azzeccato, e si accerchia di gente che vi aderisce (in arte vedi la transavanguardia) o ben che vada arriva all’appuntamento con la letteratura dopo anni, quando tutto è finito. mi premeva questa considerazione, vi abbraccio

  15. francesco forlani il 2 febbraio 2006 alle 17:20

    cari Andrea’s, se questa lettera ve la pubblicasse il Foglio, io ne sarei molto contento. Però con una foto, quella di Milano mentre canti la tammurriata nera (Andrea Inglese) Bravi.
    effeffe

  16. P. Lanfranchi il 2 febbraio 2006 alle 18:16

    A me la reazione di Inglese e Raos sembra eccessiva. Il “noi italiani” in quel contesto non mi pare affatto “sintomo di un riflesso identitario”. Andiamoci piano. Avrebbe potuto scrivere “qui da noi in Italia” e non sarebbe cambiato nulla. Anche l’accusa di provincialismo mi sembra davvero ingenerosa. Poi non credo possa atrofizzarsi un orecchio che si è esercitato all’ascolto di certe voci (Auden, Caproni, ecc.).
    Posso capire l’irritazione per la stroncatura dei poeti francesi presentati su Nuovi Argomenti. Ma nel suo articolo Berardinelli esprime un’idea precisa di cosa devono fare i poeti, o almeno di cosa devono evitare (assenza di forma, inconsistenza e nebulosità del contenuto, ecc.). Se si è per la pluralità e la libertà nella ricerca poetica, bisogna anche accettare la pluralità dei giudizi critici.
    Pierluigi Lanfranchi

  17. gherardo bortolotti il 2 febbraio 2006 alle 19:42

    credo anch’io, come inglese, che sia proficuo provare a mantenere il discorso sulle forme dello scrivere, più che altro perché sono sempre anche le forme del nostro pensare e del nostro vivere. e per riprendere il discorso di prima, direi che le forme ci sono sempre, in qualunque testo, e sono proprio quelle in cui si presenta, non quelle secondo cui si dovrebbe presentare. mi sembra quindi avere poco senso rimproverare ad un testo di non averne. piuttosto è meglio interrogarsi su come funziona per come appare, che strumenti ci può fornire con la sua articolazione, etc..
    il discorso chiaramente è lunghissimo ed ha ragione raos nel dire che è difficile farlo stare nella sezione commenti. ringrazio quindi dell’invito e vedrò di mettere giù qualche appunto – che mi potrà risultare comodo anche quando, intervistato da il foglio, mi chiederanno cosa ne penso della vita, dell’amore e della letteratura (che sono, quasi, la stessa cosa ;-)

  18. Alessandro Broggi il 2 febbraio 2006 alle 22:07

    Caro Andrea,

    ti ringrazio dell’invito.

    Per quanto mi riguarda, da tempo seguo con estremo interesse quanto di nuovo viene fatto in poesia in Francia e negli Stati Uniti.

    La vostra curatela per Nuovi Argomenti – cui, anche, si affianca il lavoro di Gherardo Bortolotti e Michele Zaffarano per le edizioni Arcipelago – mi pare una delle tappe fondamentali di avvicinamento a una costellazione di autori, e di impostazioni linguistico-letterarie (con implicazioni chiave rispetto al rapporto con la realtà) (per un’idea parziale ma significativa di cosa si muove, a chi non ha ancora letto il numero di Nuovi Argomenti segnalo, sul web, il link http://www.fucine.com/corporate/lietocolle/index.php?module=subjects&func=viewpage&pageid=1143)), che per consapevolezza, uso degli strumenti, profondità problematica e ricerca di nuovi “format” mi sembra ben più aggiornata, e fertile di aperture, di quanto non lo sia l’aria – a volte un po’ viziata – di certe patrie lettere. E, forse, talvolta, degli stessi piani più alti dell’editoria del nostro paese.
    Per questo, sempre nella speranza di inedite zone di congruenza e/o di attrito tra posizioni critiche concorrenti (anche così, feyerabendianamente, nasce il “nuovo”), da Berardinelli, che tutti conosciamo, e che chi ha letto in passato davvero non può non stimare, auspico, ragionevolmente, argomentazioni ulteriori e più articolate.

  19. LaGiardiniera il 3 febbraio 2006 alle 12:43

    Non credo che Berardinelli si sia “bevuto il cervello” o sia “andato a destra”. Sta semplicemente lavorando per un giornale di destra e penso che si dovrebbe giudicarlo per quello che scrive. Altrimenti si arriva a paradossi poco condivisibili (se qualcuno pubblica per la Mondadori o l’Einaudi significa che “condivide il loro progetto culturale”?).
    Berardinelli scrive adesso ciò che scriveva anni fa: è uno dei pochi critici che si permette di dare giudizi di valore e porta avanti coerentemente (con libri, articoli, saggi) ed in maniera ESPLICITA una sua idea di poesia, e questo a me pare lodevole. È casomai su questa “idea di poesia” che si dovrebbe discutere (ed è quindi un piacere leggere quella parte della lettera di Inglese e Raos in cui si mette in discussione questo). Personalmente non credo che la critica militante possa fare a meno dei giudizi di valore, quindi non vedo la “colpa” di Berardinelli. Riguardo invece all’invito di Inglese e Raos a “dire cosa la poesia dovrebbe fare” mi pare che B. sia veramente uno dei pochi ad averlo detto chiaramente (basta leggere i suoi libri, le sue recensioni, le sue introduzioni)…
    Simona Niccolai

  20. andrea inglese il 3 febbraio 2006 alle 14:45

    in estrema sintesi a Lanfranchi e Niccolai: non è in questione il giudizio di valore di Berardinelli sui poeti francesi, seppure non lo condividiamo. Sono in questione due cose principalmente: “come” Berardinelli ha giustificato il suo giudizio di valore (in modo del tutto insufficiente, ma non sto qui a scrivere il perché, basti quanto detto sopra e quanto diciamo noi nell’introduzione alle traduzioni che pubblicheremo su NI nei prossimi giorni) e sopratutto l’assurdità patente di considerare “noi” dei cattivi maestri perché rendiamo noto in Italia quanto in Francia si fa. (Berardinelli non essendo al corrente di quanto si faccia in Francia, non puo’ neppure affermare che noi abbiamo preso un gruppo di poeti scalzacani, e che altri ce n’erano e di migliori. )
    E voi siete d’accordo con questo?

    Alla Niccolai: quelli che tu consideri paradossi poco condivisibili, per altri sono preoccupazioni del tutto legittime. Ma ripeto, la faccenda è troppo importante per parlarne in questa occasione. Ma fa piacere vedere di quanta tolleranza si faccia oggi sfoggio, in un paese allegramente devastato da governi di destra e da cultura di destra. Bisognerà ritirare fuori nuovamente Fortini, prima che tanta tolleranza diventi intollerabile…

  21. lello il 3 febbraio 2006 alle 17:25

    Ecco, proprio così Andrea, come dire? mi hai tolto il commento di bocca…

    lv

  22. LaGiardiniera il 3 febbraio 2006 alle 17:54

    Inglese: non sono tollerante. In ciò che fa Berardinelli per quanto mi riguarda non c’è un bel niente da “tollerare”. Condivido ciò che scrive ed esclusivamente su questo lo giudico.
    Del resto scrivere sulla “Repubblica” o sul “Corriere” o sul “Sole 24 ore” o su “Nuovi Argomenti” non mi pare di per sé una grande prova di levatura morale. Tutto dipende da ciò che vi si scrive.
    Riguardo ai miei paradossi e alle tue legittime preoccupazioni: dimmi, se il mio non è un parasosso, Scarpa che pubblica la Scuraglia per Einaudi è berlusconiano, di destra o si è bevuto il cervello? Riccardi, Cucchi, Viviani e tutti i poeti che hanno a che fare con la Mondadori sono sporchi berlusconiani? O forse condividono il grande progetto editoriale berlusconiano?
    Non credo ci sia bisogno di ritirare fuori Fortini: mi pare sia già abbastanza di moda il lamento sull’assenza degli “intellettuali alla Fortini”. Altro esempio di cosa intollerabile.

  23. georgia il 3 febbraio 2006 alle 17:54

    Beh, a me non sembra che la giardiniera faccia sfoggio di “grande tolleranza”, mi sembra solo che difenda berardinelli in particolare, e non è neppure la prima volta, ora siccome lei ha letto parecchio di berardinelli (passato e presente) per il suo lavoro, non posso escludere che possa avere anche ragione.
    A primo colpo a me sembra che B sia cambiato da quando scrive sul Foglio però io non lo seguo molto e quindi posso anche sbagliare, anche prevenuta dal fatto che io sono convinta che il giornale su cui uno scrive, da critico e da giornalista (perchè se uno scrive racconti o poesie è altra cosa), non sia del tutto ininfluente e che ci costringa a dire cose in linea con il giornale.
    Certo Pasolini scriveva sul Corriere, ma prima di tutto era Pasolini (genio irriducibile) e avrebbe potuto scrivere ovunque, e poi, soprattutto, era il Corriere di Ottone.
    Il Foglio di Ferrara, anche se molti si ostinano a volermi convincere che è intelligente, è veramente vomitevole senza se e senza ma :-).
    Però mi dicono anche che berardinelli avesse bisogno di lavorare e che il foglio sia stato l’unico che gli abbia offerto lavoro.
    geo

  24. Cristina il 3 febbraio 2006 alle 18:28

    L’accademia non fa altro che ammorbarci con le invocazioni a Fortini. Le cose che Fortini scriveva della sua epoca risultano oggi indigeste e del tutto fuori tempo. E se devo dire la mia, trovo che anche per gli anni in cui furono scritte non sono poi così lucide e calibrate.
    Avete mai letto la voce “Classico” dell’enciclopedia einaudi scritta dal venerabile Fortini? Spirito di sacrificio, moderazione, sopportazione stoica, fiducia in una tradizione borghese illuminata. Sono valori condivisibili. A me personalmente fanno paura, sia da un punto di vista estetico che – soprattutto – da un punto di vista etico.
    Adesso mi aspetto che qualcuno mi venga a fare la lezione su Fortini. Prego, sono tutta orecchi.

  25. andrea inglese il 4 febbraio 2006 alle 02:15

    Niccolai abbiamo scritto una lettara aperta a Berardinelli NON per criticare la sua collaborazione al “Foglio”. Ma per altri e chiari motivi, che riguardano in particolare l’ambito letterario e delle poetiche. Un intervento utile, anche se fuori argomento di Tiziano Scarpa, ha spostato l’attenzione su un altro problema, che noi riteniamo importante, ma che riguarda un altro ambito di problemi. Abbiamo detto che per ora non ne vogliamo parlare perché, come la tua ultima riposta dimostra, senza prima aver definito i termini della questione si rischiano insulse discussioni.
    Inoltre, tale ambito non riguarda in modo particolare il solo Berardinelli che scrive sul Foglio. Ma riguarda il credo che tu difendi con convinzione: non importa il luogo dove uno scrive, ma “Tutto dipende da ciò che vi si scrive.” No. Non sono per niente d’accordo. (Non siamo, la risposta di Raos a Scarpa ribadisce lo stesso concetto). E su questo possiamo iniziare la discussione, ma non qui. Quindi per ora è inutile che mi metti in bocca idee che non ho espresso. Come quelle per cui chi pubblica per Einaudi la pensa come Berlusconi o simili grossolanità. Ma pubblicare un libro per una casa editrice non è la stessa cosa che collaborare ad un quotidiano che ha una precisa linea politica.

    La breve frase che ha molto impressionato Tiziano dice: “… e che non stona di certo nelle colonne del quotidiano per cui lei scrive”. Vogliamo espliciatare? Il direttore del “Foglio” è stato uno dei più strenui sostenitori di una schifosa guerra ancora in corso, che vede il nostro paese schierato con gli USA nel mattatoio irakeno. Se poi apro il Foglio del 2 febbraio ci trovo: 1) una bella difesa dell’enciclica di Ratzinger sostenuta da uno storico cattolico di destra, che se la prende con un fortunato trattato di “ateologia”, 2) un sagace articolo di sputtanamento del marxismo attraverso aneddoti sulla vita di Marx, 3) Giampiero Mughini che se la prende con il consiglio comunale di Genova perché non ha intitolato con entusiasmo una strada all’eroe Fabrizio Quattrocchi… Devo andare avanti? E tu vuoi che io faccia finta che il Foglio sia un giornale come qualsiasi altro?

    E se penso che proprio l’autore dell’”Esteta e il politico” collabora ora al giornale di Ferrara non posso che esprimere tristezza. Punto. Non c’è granché altro da dire sulla questione. Molto invece si puo’ dire di quando il discorso culturale divorzia o si fa avulso da quello politico in cui è inserito. E credo che qui gli interessati siano legione. E molti per scelta consapevole.

    Se vuoi però ritornare all’argomento del post, e magari dirci la tua sui poeti francesi, sarebbe interessante. O rispondere alla domanda che ti feci inizialmente…

    (Leezione-lampo per Cristina: proprio il suo essere indigesto a certi stomaci costituisce la qualità di Fortini.)

  26. lello il 4 febbraio 2006 alle 08:11

    Io Fortini lo digerisco benissimo, anzi mi stuzzica l’appetito.

  27. LaGiardiniera il 4 febbraio 2006 alle 09:42

    Ribadisco: giudico Berardinelli per ciò che ha scritto. Se ha bisogno di lavorare fa bene a lavorare per il “Foglio” e quello che a me interessa è come fa il suo lavoro, e lo fa bene.
    Inglese: per tua sfortuna ho letto i poeti francesi che hai pubblicato sull’ultimo “Nuovi Argomenti”.
    Vedo che ad ogni commento le cose che rimproveri al povero Berardinelli si fanno diverse: noto tuttavia, per i lettori di buona volontà, che B. argomenta eccome il suo giudizio, come chiunque può appurare leggendo l’articolo riportato da georgia. Sul suo giudizio e sull’argomentazione sono d’accordo. “Cattivi maestri” è una frase che TU gli hai messo capziosamente in bocca.
    Non capisco le tue reazioni un po’ sopra le righe (“discussioni insulse”, “certi stomaci”): ti dà fastidio che qualcuno dissenta con le tue scelte oppure semplicemente qui possono commentare solo i tuoi compagni di merende?

  28. Andrea Raos il 4 febbraio 2006 alle 10:10

    A Simona Niccolai.
    E non trovi la visione di Berardinelli (che in negativo dal suo articolo esce, certo; gli avevamo infatti chiesto di argomentare in positivo), non trovi questa visione, dico, retriva, conservatrice, superficiale?

    Cosa diavolo vuol dire che la poesia “deve avere una forma”? Chi ha mai detto il contrario? Chi potrebbe mai affermare il contrario di una simile banalità?

    Ma le forme, certo, devono, devono essere prestabilite, convalidate (da chi?); non si può inventare nulla. Questo sottintende Berardinelli.
    Tacendo anche del fatto che le forme da noi mostrate in Nuovi Argomenti di precedenti ne hanno davvero tanti – da questo punto di vista B. mi aveva dato l’impressione di non sapere bene di cosa parlava.
    Ciò non toglie che la questione che tocca (lo dicono anche Broggi e Bortolotti qui sopra) è fondamentale, permette degli sviluppi di grande interesse. Con o senza di lui (e di te) penso che cercheremo di portare avanti questo discorso.

    “Cattivi maestri” è un’interpretazione del tutto legittima della frase di Berardinelli da noi citata. Non ci vedo nulla di capzioso. Ma va pur detto che io e Inglese siamo un’eterna merenda…

  29. LaGiardiniera il 4 febbraio 2006 alle 15:44

    Andrea (Raos, ovviamente), ti ringrazio di aver smorzato i toni, credevo di essere l’imputata in un processo penale.
    L’idea di poesia di Berardinelli è senz’altro criticabile. Pensando però all’insieme di quello che ha scritto, direi che la sua visione “in positivo” della poesia viene fuori e sia coerente. Anche la vostra viene fuori, fosse anche dalla sola selezione dei poeti (suppongo che avrete scelto quelli in cui credete e sui quali scommettereste). Ebbene, mi piacerebbe molto vedere (magari qui) una pubblica discussione sulle vostre visioni in positivo della poesia e sulla sua.
    Io qui tenevo solo a dire che Berardinelli a mio parere non si è bevuto il cervello, non è in preda ad un alzheimer precoce e, anzi, qualcuno può anche apprezzarlo (cosa che in questa serie di commenti non era ancora venuta fuori). Le discussioni su cosa debba essere la poesia le lascio con allegria a chi più capace di me (tu, lui, egli eccetera).
    Ciao, Simona

  30. georgia il 4 febbraio 2006 alle 19:10

    giardiniera nessuno dei due andrea ha mai detto che berardinelli si è bevuto il cervello :-)
    Sono stata solo io a dirlo.
    L’ho detto perchè lo penso, ma sono sempre aperta a cambiare idea, resto in ascolto interessata ;-)
    geo

  31. andrea inglese il 5 febbraio 2006 alle 11:05

    chiedo scusa a Simona Niccolai per il tono aspro, non era mia intenzione ferirla

  32. Dino il 7 febbraio 2006 alle 13:20

    Quanto moralismo! Quanti luoghi comuni! Quanta supponenza! Quanta cultura incenerita! Leggete per crescere l’articolo di Berardinelli sul Foglio del 7.02.2006. A pagina 2.

  33. andrea inglese il 7 febbraio 2006 alle 14:03

    sarà! fatto! subito!

  34. gabriella fuschini il 7 febbraio 2006 alle 23:13

    Letto Berardinelli, mi piacerebbe che ne seguisse un dibattito interessante senza cadere nello sberleffo, cioè che si procedesse sul discorso poetico che ne scaturisce e che voi (Inglese e Raos) continuiate a portare il vostro prezioso contributo sulla poesia francese e non solo.

  35. andrea inglese il 8 febbraio 2006 alle 12:12

    cara Gabriella, senz’altro. Per altro non è mai stata nostra intenzione sberleffare (si dice?) Berardinelli. E tanto meno lo faremo dopo la sua risposta.
    Baci
    a.

  36. […] Questo articolo di Alfonso Berardinelli è stato pubblicato da Il Foglio il 29/12/2005 a pag. 2 e può essere letto in originale negli archivi del sito http://www.ilfoglio.it. Lo riproponiamo qui integralmente. In risposta all’articolo, su Nazione Indiana è stata pubblicata una Lettera aperta ad Alfonso Berardinelli di Andrea Inglese ed Andrea Raos. DIVAGAZIONI CARTACEE DI FINE ANNO Ecco che cosa si scopre passando in rivista le riviste letterarie […]

  37. […] Questo articolo di Alfonso Berardinelli è stato pubblicato da Il Foglio il 2/2/2006 a pag. 2 e può essere letto in originale negli archivi del sito http://www.ilfoglio.it. Lo riproponiamo qui integralmente. E’ la risposta alla Lettera aperta ad Alfonso Berardinelli di Andrea Inglese ed Andrea Raos. UNA RISPOSTA AL BLOG NAZIONE INDIANA […]

  38. yara il 8 febbraio 2006 alle 19:11

    Berardinelli nel suo articolo ha ragione a dire che uno in democrazia scrive dove può e vuole, che tutti più o meno facciamo un lavoro e una vita compromessi. Ma sbaglia a introdurre dati personali “proprio per il gusto di giustificarmi” (addirittura “Mi piace giustificarmi”). Così dice: “Non ne condivido la politica”, ma “scrivere sul Foglio mi permette di far capire chiaramente che con la ‘famiglia’ culturale della nostra attuale sinistra (che voterò, ahimè) ho ben poco in comune”, e “di sentirmi come senza dubbio sono: colpevole e solo”.
    Berardinelli si definisce “solo” perché senza “famiglia”-sinistra: ma perché si definisce “colpevole”? Dal contesto si capisce: perché scrive sul Foglio-destra. Ora, il Foglio gli permette di professare/protestare sia la sua solitudine rispetto alla sinistra, sia la sua colpa di stare insieme alla destra. Ma s’intuisce che qualcosa non quadra, e difatti sul Devoto-Oli:
    giustificarsi = rendere ragione delle proprie azioni dichiarando o dimostrando la propria buonafede
    buonafede = convinzione soggettiva di pensare e operare rettamente
    rettamente = in piena conformità a un principio di giustizia
    Invece Berardinelli ritiene che giustificarsi = rendere ragione delle proprie azioni dichiarando la propria colpevolezza (e dimostrando una scarsa conoscenza dell’italiano, della logica e forse anche della morale).

  39. gabriella fuschini il 8 febbraio 2006 alle 21:19

    Oh Andrea, lo so. Mi piacerebbe leggere una discussione sulla teoria e critica poetica che rimanesse entro gli argini dei contenuti e non debordasse su piani personali… questo dopo aver letto la risposta di Berardinelli che porta a commentare sulle sue scelte di vita ( di cui personalmente non mi interessa granché), invece che sulla poesia e sulle avanguardie del novecento o sul fatto che Pasolini scrivesse male, che poi vorrei sapere cosa vuol dire.
    baci
    g.

  40. fm il 9 febbraio 2006 alle 01:01

    Gabriella, spostare la discussione dal piano delle questioni in essere a quello delle dinamiche e delle convinzioni personali, è il modo migliore per non rispondere ai rilievi critici mossi. Ciò dice, inequivocabilmente secondo me, al di là di ogni dubbio, come la lettera aperta di Inglès e Raòs avesse colpito nel segno, provocato scosse su nervi palesemente scoperti. Questo a prescindere dalle domade di senso che erano state poste e che, come personalmente mi aspettavo (Georgia docet), sono rimaste sostanzialmente inevase, o rispedite ai mittenti con risposte appena accennate, alcune di una approssimazione sconcertante (vedi, un esempio su tutti, la banalità dei luoghi comuni critici rispolverati per dare conto della poesia francese contemporanea: un’intera tradizione, complessa e affascinante, anche per le prospettive e i varchi che ha saputo aprire all’intera produzione europea dell’ultimo secolo, liquidata in due righe, come farebbe uno studentello poco preparato per esorcizzare l’imbarazzo provocato dai quesiti che gli sono stati posti).

  41. yara il 9 febbraio 2006 alle 09:24

    Berardinelli dice: “Basta mettersi seduti un’ora la mattina e un’ora la sera, mettere in fila una serie di percezioni, di pensieri associati e di descrizioni smozzicate. Poi si sottrae la logica, si evitano i versi regolari … Alla fine verrà fuori una cosa che, non somigliando a nient’altro, può essere anche presa per poesia … Mettere in discussione la sua leggibilità, la sua pubblicabilità e il suo diritto di esistenza suonerebbe atrocemente aggressivo”.

    Mio nonno diceva: “Picasso lavorerà sì e no un’ora la mattina e un’ora la sera: una pennellata qua e là, senza logica, senza forma regolare, e alla fine viene fuori una cosa che, non somigliando a nient’altro, la prendono per pittura. E se metti in discussione che sia comprensibile o dici che bisognerebbe vietare di mostrarla in giro e anzi di farla, ti dicono che sei aggressivo, se non peggio”.

  42. LaGiardiniera il 9 febbraio 2006 alle 10:25

    gabriella fuschini: se Berardinelli argomenta sulle sue scelte personali è perché gli sono state rimproverate. o non era chiaro dal post e dai successivi 40 commenti? :-)

  43. gabriella fuschini il 9 febbraio 2006 alle 10:36

    no, sono cretina… rimango sempre dell’idea che se faccio domande sulla critica poetica e mi si risponde con tutta quella spatafiata sulle barche e l’inquinamento, il minimo che possa succedere è un senso di stupore e spiazzamento. Dopodichè apprezzo moltissimo la frase finale, mi fa empatia, insomma Berardinelli mi è simpatico, ma un critico di sostanza non mi deve risultare simpatico… dovrebbe, credo, argomentare il suo pensiero, o no?

  44. […] Ringraziamo Alfonso Berardinelli per aver risposto sul “Foglio” alla nostra lettera aperta. Lo ringraziamo, senza alcuna ironia, perché ha dimostrato così di credere ancora nel valore del dibattito culturale. Ha dimostrato che il confronto ha senso anche quando si annuncia aspro e scomodo. Anche quando nasce da un blog letterario e non sulle pagine di un qualche quotidiano o periodico di grande tiratura. Anche quando è proposto da persone che non possono far valere gli stessi suoi titoli, ma solo la bontà o meno dei loro argomenti. Le risposte che ci dà non ci hanno comunque convinto, ma ci indicano un percorso da compiere. Ci sollecitano insomma ad approfondire le nostre ragioni, questo ruolo di “passeurs”, di “spalloni della poesia” che per pura passione ci siamo trovati ad assumere. Cercheremo di mostrare anche sulle pagine di Nazione Indiana il valore e l’interesse di una certa corrente della produzione poetica francese. […]

  45. andrea inglese il 9 febbraio 2006 alle 14:25

    “un critico di sostanza non mi deve risultare simpatico… dovrebbe, credo, argomentare il suo pensiero, o no?”
    è proprio quello che gli rimproveriamo, gabri, come hai notato tu e altri commentatori

    (ps a me poi Berardinelli è simpatico, l’ho conosciuto durante una serata un po’ di anni fa in compagnia di Majorino, ci fu anche una bella discussione… ma questo poco c’entra con la poesia francese contemporanea)



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