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A gamba Tesa/ Raiz

DIETRO IL SUO CHADOR

di
Raiz

Il Grand Hotel Meridién Le President di Dakar, Senegal, è un palazzone in mezzo ad un giardino di palme e mangrovie alla periferia della città. A dispetto del nome altisonante e malgrado sia de facto il miglior albergo di questa capitale, è una struttura che sembra sempre sul punto di scomparire sotto i colpi del clima avverso.
Rispetto ai suoi omologhi al di qua del Mediterraneo non manca di nulla, ma la costante puzza di umido, il divieto di bere l’acqua dei rubinetti e gli scarafaggi che escono dai tubi del bagno sono un monito costante dell’Africa a questo corpo estraneo, tipica enclave europea che lotta per la sopravvivenza a suon di condizionatori, gruppi elettrogeni e guardie giurate.
Io e gli Almamegretta vi siamo stati ospiti nel 1998 in occasione di un concerto organizzato dalla Fao che aveva per obiettivo lo scambio interculturale tra Italia e Senegal in un momento in cui molti senegalesi attraversavano i nostri confini nazionali in cerca di reddito; per noi che avevamo messo al centro del nostro progetto musicale lo scambio tra culture diverse, fare questo viaggio a ritroso era quanto mai stimolante.
Tra le facilities dell’albergo vi è un piccolo club nel seminterrato, una vera e propria discoteca anni ’70 con tanto di luci e bar i cui Dj suonano accanto ai successi commerciali europei le hit locali e in cui si esibisce ogni sera una potente cover band afro che spazia dagli Osibisa a Mori Kante al miglior Fela Kuti.

A popolare il locale, oltre ai clienti dell’hotel, sono alcuni giovani bene di Dakar, qualche spacciatore di erba e un esercito di ragazze vestite alla parigina, tutte belle, tutte sotto i vent’anni, tutte prostitute.

Una sera dopo la prove dello spettacolo decidiamo di farci un salto, anche perché l’unica distrazione per un occidentale a Dakar senza amici in città sembrava essere quel posto.
Appena dentro, non ci sono dubbi sulla mia identità: alloggio all’hotel e sono un possibile cliente.
Mi siedo su uno sgabello del bar e immediatamente mi avvicina una ragazza, parla francese, si chiama Fatima. Cominciamo una conversazione stentata, il mio francese è da scuola media e la musica è assordante. Ma io sono napoletano e lei africana, e la lingua dei gesti supplisce a quella parlata spesso e volentieri.

Dopo un quarto d’ora appare chiaro che io non ho nessuna intenzione di andare dans la chambre con lei, né subito né dopo: per qualche ragione però Fatima non si allontana a caccia di altre prede, anzi si accomoda al mio fianco e mi racconta di lei: l’infanzia in un villaggio a nord di Dakar, dove quando torna deve smettere i suoi jeans attillati e il trucco da video hip hop e indossare abiti tradizionali e lo chador, la scuola tanto desiderata ma mai frequentata, il proposito un giorno di imparare a leggere e scrivere. Mi racconta del dispotismo di suo padre, del tentativo di violenza da parte di uno zio.

Poi la fuga a Dakar, dove per una jeune fille è facile guadagnarsi da vivere con i turisti.
Le chiedo se non ha mai pensato di smettere di fare quello che fa.
Mi risponde «A’ quoi faire? Mettre le voile? Voglio essere libera, io!»
Fatima mi è tornata in mente dopo aver visto alla televisione un lungo servizio sull’Iran degli Ayatollah, dove una giovane medico, Fatima (sic!) intabarrata in un castissimo velo parlava della sua esperienza professionale in un ospedale di Teheran, e di come si fosse specializzata in malattie gastro-intestinali: l’immagine esteriore di questa Fatima avrebbe fatto venire ai femministi di casa nostra la voglia di sganciare un po’ di bombe sull’Iran per liberare lei e le donne del suo paese (Afghanistan docet).

Infatti dalle nostre parti è opinione comune che l’emancipazione della donna passi attraverso una certa addomesticata trasgressività, segno dei tempi in cui ciò che appare è tutto quello che conta: le donne da noi sono libere di rifarsi da capo a piedi (nasconde di più un lifting o uno chador?) per corrispondere all’ideale di bellezza che i media impongono, sono libere di intrattenere rapporti con chiunque gli passi per la testa, sono così libere di essere nude che è addirittura divenuto bizzarro apparire meno che sexy ad ogni pubblica uscita che vada al di là della spesa al supermercato. Non parliamo poi dei nuovi modelli culturali imposti dai cosiddetti reality show e dai programmi pomeridiani di Canale 5, veri e propri inni alla prostituzione del corpo e della mente.

Insomma la donna libera e occidentale assomiglia di più a Fatima I che a Fatima II, in ogni senso: il suo corpo continua ad essere l’unica cosa che ha.
Pur prendendo le dovutissime distanze da un regime liberticida come quello iraniano e senza alcun tipo di bigotto moralismo, mi sembra che il paradosso che deriva dal paragone di queste due donne sia stridente.

È evidente che in paesi come l’Iran o il Senegal una donna non ha alternative: tutto è bianco o nero senza possibilità di sfumature.
Ma da noi anni di lotte delle donne avrebbero dovuto da tempo aiutare distinguere tra la libertà e la sua vuota simulazione.
Per emanciparsi basta davvero togliersi (o farsi togliere) un fazzoletto dai capelli?

1 commento

  1. No, non serve togliersi il fazzoletto; potrebbe servire invece invertire i ruoli e mettere il trucco o il fazzoletto agli uomini che le obbligano a mettersi trucco e fazzoletto. O no?

    Buona serata. Trespolo.

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francesco forlani
francesco forlani
Vivo e lavoro a Parigi. Fondatore delle riviste internazionali Paso Doble e Sud, collaboratore dell’Atelier du Roman . Attualmente direttore artistico della rivista italo-francese Focus-in. Spettacoli teatrali: Do you remember revolution, Patrioska, Cave canem, Zazà et tuti l’ati sturiellet, Miss Take. È redattore del blog letterario Nazione Indiana e gioca nella nazionale di calcio scrittori Osvaldo Soriano Football Club, Era l’anno dei mondiali e Racconti in bottiglia (Rizzoli/Corriere della Sera). Métromorphoses, Autoreverse, Blu di Prussia, Manifesto del Comunista Dandy, Le Chat Noir, Manhattan Experiment, 1997 Fuga da New York, edizioni La Camera Verde, Chiunque cerca chiunque, Il peso del Ciao, Parigi, senza passare dal via, Il manifesto del comunista dandy, Peli, Penultimi, Par-delà la forêt. , L'estate corsa   Traduttore dal francese, L'insegnamento dell'ignoranza di Jean-Claude Michéa, Immediatamente di Dominique De Roux. Ultimo romanzo pubblicato: L'amico spagnolo
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