Che cosa la letteratura ha imparato dai matti

30 marzo 2010
Pubblicato da

di Ermanno Cavazzoni

Nella maggior parte dei casi gli scritti che vengono dal mondo psicotico non hanno molto interesse, da un punto di vista diciamo artistico, o anche solo di efficacia e forza espressiva. Ho fatto una ricerca negli archivi manicomiali, vari anni fa, e sostanzialmente prevale quella povertà di parola, quella stereotipia e convenzionalità che è la norma dei colloqui quotidiani e dei carteggi umani. Ossia un ricoverato del diciannovesimo e ventesimo secolo non ha mediamente maggiore interesse e originalità di coloro che circolano liberamente e si professano benpensanti assennati.
Quindi mi verrebbe da sconsigliare chi, per diventare ad esempio scrittore o poeta o qualcosa di simile, cerchi preliminarmente di diventare schizoide o paranoie o deficiente. Prima di tutto perché questo sforzo può richiedere tante energie che un individuo mediamente dotato potrebbe esaurirsi tutto nel tentativo di un’artificiosa pazzia, che non gli lascia tempo poi di praticare le arti. Ed è questa una situazione assai disgraziata, di grande e disperata fatica, cercare di farsi paziente psichiatrico per essere artista; perché per questa via uno sentirà di non essere mai impazzito abbastanza, e l’arte sarà sempre un po’ oltre il suo sforzo, come ci fosse una soglia che avanza, mano a mano che avanza la sua ingrata fatica. Poi, in secondo luogo, se mai costui giungesse al culmine e accedesse alla totale pazzia del suo essere, è probabile che a questo punto giaccia avviluppato completamente da questo suo stato, tanto da scordarsi che voleva un tempo far lo scrittore o qualcosa d’analogo. Quindi sconsiglio questo percorso, perché arte e pazzia forse non appartengono alla stessa carriera; anzi in un certo senso sono due professioni diverse, con un loro inquadramento specifico, una progressione distinta e un culmine di grado inconciliabile e indipendente.
Certo è possibile, entro certi limiti, il doppio esercizio; ma allora la carriera di paziente psichiatrico deve fermarsi ai primi livelli, ad esempio ad una nevrastenia blanda; e qualora cresca il suo coefficiente, consiglierei l’esercizio della nevrastenia nei tempi morti, come seconda attività di complemento. Perché qualora lo stato di paziente psichiatrico si espanda, non lascia più spazio all’esercizio dell’arte neppure negli intervalli d’insania.
Diciamo invece che chi scrive (e forse più in generale chi si dedica a un’arte) può imparare qualcosa (forse parecchio) dai matti. Uso ogni tanto la folcloristica parola matto, perché più consolidata e non tecnica, e perché rinvia a qualcosa di privatistico e semi illegale; mentre il paziente psichiatrico sembra un matto sindacalizzato che non riserva sorprese (ho sentito che lo chiamano anche, con orrendo eufemismo, utente dei servizi).
Che cosa dunque si può imparare? Ho pensato a tre aspetti notevoli.
Si può imparare innanzitutto il guasto della parola. Da un signore che parla l’italiano forbito, diciamo da uno speaker radiotelevisivo, non si impara niente, o molto poco. Non si impara ai fini dell’esercizio delle belle lettere. Costoro, i parlatori ufficiali, sono come un mare senza le onde; hanno una loro maniera, uniforme; e così dicasi degli scriventi convenzionali di giornali, libercoli e romanzucoli. Niente da imparare, se non la quiete della parola, le convenzioni lessicali e grammaticali. Invece il cosiddetto paziente psichiatrico può essere un oggetto di gran meraviglia. Questo guasto della parola è probabilmente un fenomeno più facilmente osservabile nel discorso orale. Ma io ricordo quei rari documenti scritti, trovati in archivio, come preziose, misteriose reliquie alle soglie del significato. In genere chi scrive, nel manicomio come nel mondo di fuori, si sforza di uniformarsi ai modelli (spesso scolastici), si sforza di far bella figura. Gli archivi sono perciò abbastanza monotoni, perché le scritture diligenti, ripetitive, banali, cioè normali, prevalgono. Solo ogni tanto brilla la dissennatezza verbale: dai piccoli tic, alle ridondanze coatte, a certe forme gonfie di magniloquenza gratuita, fino alla rovina del verbo, alla confusa logorrea e allo spezzettamento del discorso fino a polvere alfabetica. È come se in questi guasti si dispiegassero le varie figure della retorica che, secondo la classica definizione, sarebbero i movimenti, i contorcimenti (i guasti, dico io) che le diverse passioni e affezioni producono sul discorso. Il discorso viene cioè agitato da onde; e laggiù in manicomio sono onde, spume e spruzzi di un mare molto combattuto dai venti. Esistono utili studi classificatori di queste turbe verbali. Ma solo l’incontro diretto col foglietto manoscritto, con lo scarabocchio o con la pagina di verbigerazioni, sepolta in qualche cartella clinica, dà la sensazione di incontrare non una decifrabile e compiaciuta figura retorica, o un difetto, un errore: ma un nodo, un nodo verbale. Il guasto della parola sembra un intrico, e allora lo si legge e lo si rilegge come per scioglierlo, per accedere a un suo criptico significato. Si fa così con la poesia. Ma il nodo resterà sempre annodato. Però anche resta in mente; tutta questa galleria di stranezze con una logica; o meglio: con una promessa di logica nascosta.
E dunque si può imparare per imitazione a fare nodi, cioè a scrivere non secondo le regole del giusto-sbagliato del tema scolastico, ma come pressati da una stortura, da un umore, da un pensiero indicibile direttamente, da un difetto segreto dell’anima. Tutti questi contorcimenti del discorso li si trova anche comunemente nel mondo (raramente scritti, se non negli illetterati) e già da questi si può imparare molto, più che da ogni maestro di scuola; si impara non a comandare il discorso, ma ad ubbidirgli. In manicomio o nei casi psichiatrici il contorcimento può andare verso l’estremo, questo il suo valore didattico, e il nodo farsi ancora più promettente e inestricabile. E perciò ricco e meraviglioso. Non sono, questi manicomiali, oggetti artistici; ma sono oggetti di grande suggestione, come qualcosa di esotico, e anche profondamente famigliare. Spesso si tratta di cose illeggibili, perché noiose, squinternate, vane; però, come dire? fanno scuola, in chi ha il gusto di leggerle. E tutta la migliore letteratura del ‘900 ha avuto come modello ispiratore nel sottofondo una mente in subbuglio.
Un secondo motivo d’interesse per gli scritti (dico gli scritti) dei pazienti psichiatrici, di certi rari pazienti psichiatrici, è lo sforzo di dire l’indicibile. Queste persone, sottoposte a patimenti ed esperienze mentali particolarissime e lontane dal comune sentire, in qualche caso tentano di dire ciò che provano e vedono. Anche qui il ricorso agli stereotipi è il caso più frequente, e quindi anche visioni, allucinazioni, persecuzioni, reinvenzioni del mondo tendono ad essere nominate con nomi convenzionali (marziani, fantasmi, nemici, veleni, divinità) facendole per così dire sgonfiare verso il facile e il noto, verso l’approssimativamente comunicabile. Come quando si racconta un sogno, dove le parole sono sempre inadeguate, povere, noiose, e false, perché non sanno dire certe straordinarietà percettive, essenziali, di un sogno; se non con qualche generico paradosso («ti ho sognato, ma non eri tu», «correvo, ma stavo fermo») che già comunque hanno qualcosa di conturbante nella loro impotenza espressiva. Ecco allora che a volte negli scritti manicomiali un aggettivo insolito, una pignoleria lessicale, un neologismo, una turba sintattica, possono produrre una frase che brilla improvvisamente, e dà l’accesso, anzi, apre una piccola crepa nel rigido involucro linguistico abitudinario in cui siamo chiusi. Sono piccoli brillamenti che direi lirici, squarci che somigliano agli squarci poetici, aperture della vista, del senso. E, come in poesia, dicono qualcosa di nuovo, come se fosse però un riconoscimento (solo con gli ossimori si possono trattare queste questioni), dicono l’indicibile, danno una temperatura visiva a una parola altrimenti banale e cieca. Queste le virtù di certi rari, rarissimi, ma preziosi scritti manicomiali; di rinnovare la vista interiore, di riuscire a nominare qualcosa (una pena, una sensazione, una paura, uno stato delle cose) che si ritrova anche in noi, ma addormentato, in dose micrometrica, inoffensiva, e che sarebbe rimasto innominabile. In questo senso la parola del povero paziente psichiatrico può svegliare quel sotterraneo paziente disinnescato che abita in chiunque di noi (spero).
Questo è ciò che si può imparare e di cui si può far tesoro nell’uso estetico e mimetico della parola. D’altronde tutta la letteratura del ’900, almeno nella sua espressione più alta e caratterizzante, si è occupata di matti. Non nel senso di raccontare da un punto esterno e savio le avventure di un mentecatto o di un forsennato (cosa per altro molto antica). La novità del ’900 è stata entrare nella mente del matto, scrivere con la sua penna, passeggiare per il suo mondo individuale, come se le avventure nel comune mondo geografico non avessero più alcuna terra da scoprire, e si aprisse invece questa molteplicità di mondi mentali privati, come nuove regioni o, direi, nuovi pianeti solo ora esplorabili. La letteratura ha imparato dai cosiddetti pazienti psichiatrici; e anche, bisogna dire, da tutta questa vasta sollecitazione alla parola e alla parola scritta che è stato il manicomio e che è la psichiatria.
Cos’è ad esempio, in questo senso, Il Processo di Kafka? Un meraviglioso delirio di persecuzione e impotenza con allucinazioni tribunalizie. Beckett, tutto Beckett è la farneticazione a fior di labbra di un mentecatto, di un catatonico che macina ragionamento. Si rilegga Watt, di Beckett, questo stupefacente, assillante delirio catalogatorio, enumeratorio, ragionatorio, chiuso tutto in una mente che è prigione e universo. O Thomas Bernhard: rimuginìo instancabile di chi sta in un mondo inospitale e nemico. In Italia facilmente si può pensare a Italo Svevo, ai suoi personaggi assillati dall’indecisione ad oltranza; ma anche a Federigo Tozzi. Pirandello si affaccia anche lui a questo ’900 con un’aria interrogativa, di meditazione sul tema. Più recentemente Giorgio Manganelli con la sua forsennata e lucida Hilarotragoedia; Luigi Malerba del Serpente, Volponi della Macchina mondiale, e potrei continuare a citare. Certo c’è anche una letteratura più pastorizzata, più ben scritta, nel senso di più lodevole, come si dice a scuola; e forse anche più conosciuta e venduta. Ma sono avanzi di secoli scorsi, o sono scritti di sordastri volenterosi.
Come nel ’600 e ’700 il viaggio in mare col suo diario di bordo è stato il grande modello suggestivo della narrativa romanzesca nascente, dico che nel ’900 le confessioni del matto e il suo lavorìo mentale hanno fatto lezione; e la letteratura (com’è nella sua natura) ha immaginato molto di più di quanto alla fine non offrissero gli archivi e la miseria mentale di questo povero matto moderno. Ne è stato fatto un eroe, e le sue manifestazioni verbali sono state portate a quella grandezza e altezza che il paziente psichiatrico, proprio perché tale, ovvero fin che resta solo tale, non può raggiungere, o non ha ormai più interesse a raggiungere. Anche se, si potrebbe dire, oggi come non mai, questa contiguità sembrerebbe offrire una via di salvezza.
Prima dicevo che non consiglio di diventar matto per diventare scrittore; adesso sembra che quasi il consiglio sia di diventare scrittori per non essere matti. Il fatto è che questa è la grande illusione dello scrivere (e dell’arte del giorno d’oggi), di essersi salvati per questa via, di conoscere bene qual è stato il rischio; e di saper bene cos’è la mente sofferente e guasta, e di saperla far parlare. Mi verrebbe da dire che lo scrittore (l’artista) del ’900 è un matto in pensione, come si potrebbe dire che il romanziere del ’700 era un navigatore in pantofole. Ma il contrario non è vero: il navigatore, per il fatto di navigare, non era più facilmente un narratore, ma finiva pieno di artriti e lombaggini su una sedia a guardare il mare in silenzio. Così il povero paziente psichiatrico non avrà alcun vantaggio sulla via dell’arte, anche se il suo psichiatra potrà facilmente (terapeuticamente) farglielo credere.
Un terzo punto però ancora rimane; ed è una certa invidia che l’autore artista prova per il paziente psichiatrico, o per certe forme immaginose di paziente. Forse non è generale questa invidia. Ma un buon scrittore desidera sempre essere invaso da una forza più forte di lui che lo comanda, gli dà le visioni, le parole, il flusso verbale; desidera sempre essere, per così dire, sotto dettatura, come se una voce parlasse e lui ne fosse solo il trascrittore. Ciò è quel che sovente accade. Anche se poco, sempre troppo poco, a parere dello scrittore. E quando accade lo si riconosce poi dallo scritto, che è come in uno stato di grazia e facilità. Un tempo per questo fenomeno (che andava sotto il nome equivoco di ispirazione) c’erano gli dèi, le muse, sempre invocate; e non era propriamente una finzione, uno stereotipo vuoto; ma forse un’esperienza e una necessità. Oggi, che gli dèi si sono ritirati, è rimasta al loro posto la pazzia, come musa. Ossia l’aspirazione ad essere anche solo di tanto in tanto dei pazzi visitati dalle allucinazioni e dalle voci. Per questo l’invidia; e il fascino per le pazzie, unico stato ancora un po’ metafisico dell’essere. Comunicare con qualcosa di non governabile ma che ci governa. Il tema è antico: la pazzia, così come poesia e oracoli, era un dono degli dèi. Oggi che la pazzia si è laicizzata in utenza psichiatrica, viene però ancora immaginata (nella sua faccia positiva) come uno stato invidiabile di recettività, in cui si è visitati, e in cui fanno ingresso visioni, pene, esperienze, come fossero elargite dall’alto e immediatamente traducibili in opera.
Forse questa invidia per il matto nasce da un mito; il mito dell’artista supremo, che sarebbe un matto in borghese, un matto che profitta di sé come un proprietario della sua miniera. Ma la piena pazzia la si può solo fantasticare; o guardarla riflessa in uno specchio appannato, come Perseo la Medusa; perché lo sguardo diretto, essere davvero questo paziente, pietrifica.

Il saggio è tratto dal volume Al di là del genere che raccoglie gli interventi che si sono tenuti tra l’autunno del 2007 e la primavera del 2008 nel quadro del Seminario Internazione sul Romanzo (SIR) svoltosi presso il Dipartimento di Studi Letterari, Linguistici e Filologici dell’Università degli Studi di Trento. Dopo la prima edizione, conclusasi nel 2008 con la pubblicazione in questa stessa collana del volume Finzione e documento nel romanzo, la seconda edizione del SIR, che ha visto la partecipazione di romanzieri, uomini di teatro, scrittori, saggisti italiani e stranieri quali Fernando Arrabal, Keith Botsford, Marek Bieńczyk, Dubravka Ugrešić, Benoît Duteurtre, Ermanno Cavazzoni, e l’organizzazione di un simposio in onore di Milan Kundera (con proiezioni cinematografiche tratte dalle sue opere e la messa in scena della sua pièce teatrale Jacques e il suo padrone), ha ruotato intorno a una domanda: è possibile tracciare i confini dell’arte del romanzo? Ciò che ha orientato il Seminario è stata la volontà di esplorare le relazioni tra il romanzo e le altri arti, in particolare, il teatro, la musica, il saggio, il racconto, la narrazione orale, il cinema, tenendo tuttavia ben presente l’idea che il romanzo moderno è un’arte con una sua data di nascita, una sua storia, una sua autonomia estetica e un suo modo specifico di conoscere il mondo. La sfida, perciò, è stata quella di cercare di comprendere e di segnare la frontiera delle diverse arti, piuttosto che soccombere all’ideale, oggi tanto in voga quanto illusorio, della loro contaminazione.

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20 Responses to Che cosa la letteratura ha imparato dai matti

  1. franco arminio il 30 marzo 2010 alle 11:49

    cavazzoni è in gran forma, una forma pazzesca…..

  2. sparz il 30 marzo 2010 alle 11:57

    bellissimo pezzo, che apprezzo tanto di più dopo aver visto l’inimitabile recitazione di Cavazzoni a Napoli.
    A proposito del terzo punto (l’invidia dello scrittore…) non posso non pensare a Moosbrugger, che nel primo volume dell’Uomo senza qualità occupa un ruolo centrale.

  3. viola il 30 marzo 2010 alle 12:26

    c’è nei saggi di Cavazzoni una vena sulfurea lievissima e serissima come in questo logos della mania, molto riuscito, V.

  4. véronique vergé il 30 marzo 2010 alle 12:58

    Bellissimo e molto interessante, perché la follia non è la grazia dello scrittore. Primo: non si puo imparare la follia: sei nella follia o no. Non si decide essere in disagio psichiatrico, di entrare nel discorso della mania
    (malattia che conosco bene perché una sorella soffre della malattia) un discorso poetico, ma girando in tondo, sperduto, un discorso che non si finisce (puo durare ore). Secondo: la follia richiede energia, lotta, dolore: non si puo iniziare un lavoro di scrittura in una nevrosa profunda.
    Terzio: la scrittra salva, quando già la malattia si allontana, che la crisi è passata.
    Ma è vero che il linguaggio a-grammaticale, metaforico, rovesciato, misterioso dei matti puo inspirare la scrittura di un’artista che sfiora
    la follia, non passando dall’altra parte della ragione.

  5. gg il 30 marzo 2010 alle 13:08

    mah… i migliori scrittori sono e sono stati quelli affetti da disturbi bipolari (disturbi che loro non hanno scelto) tipo foster wallace.
    e poi usare ‘matti’ o ‘pazienti psichiatrici’ non mi piace, allora usiamo la parola nevrotici per i pazienti scrittori normali, quelli precisini dei convegni o per chi ha scritto questo post.
    soprattutto le persone affette da disturbi psichiatrici, lo so per esperienza, ti danno qualcosa in più anche a livello umano mentre i pazienti normali nevrotici oltre a essere particolarmente illusi di essere normali e di trovarteli dappertutto nella vita fuori dalla strutture di ricovero, non capiscono nulla della pazzia altrui. sì… questa cosa di trovare date categorie, dividere, sistemare, forse si ha tanto da dis-imparare dai pazienti normali nevrotici per i quali non provo invidia, probabilmente perché non hanno mai e non potranno mai esperire la diversità mentale. per non parlare dell’invidia che si dovrebbe provare per la sofferenza altrui. e chi sono questi scrittori e come si può invidiare un paralitico? ma d’altronde come si può esserlo dei pazienti normali nevrotici che subiscono il ‘fascino per le pazzie, unico stato ancora un po’ metafisico dell’essere’… metafisico?
    in questo post mi sembra ci sia troppa ignoranza psichiatrica.

  6. N.N. il 30 marzo 2010 alle 14:43

    Un tema interessante e controverso quello della pazzia, ma bisogna fare una distinzione: c’è la pazzia che non si sceglie, quella reale, e poi c’è la pazzia che è solo una maschera, una scelta estetica creata ad arte e destinata a proporre l’immagine di una persona che rompe gli schemi. Non reputo invidiabile nessuna delle due condizioni. Tuttavia è vero che l’uomo desidera sempre ciò che non può avere ed è questo secondo me che può spingerlo a invidiare non la pazzia in sè, ma l’irrazionalità e l’originalità attribuiti ai matti.

  7. véronique vergé il 31 marzo 2010 alle 08:27

    GG , Grazie,

    Ma per la malattia bipolaire che tocca alla mia famiglia, ti assicuro che è terribile, quando il vento della mania soffia. Ritornero all’argomento più tardi. Il problema quando sei in cirsi, non sei lucido nel tuo lavoro di artista, ti credo in un regno immenso dove brucia un sole senza fine.

  8. gg il 31 marzo 2010 alle 13:40

    sì, véronique so bene quanto sia terribile la malattia bipolare… quando sei in crisi è tutto completamente inutile, persino il suicidio non ha senso. quando hai l’ipomania non riesci a concentrarti su nulla e preferisci bere, scopare con chi capita, perché… sei dio. poi sprofondi nel nulla e perdi amici, perdi lavoro, cancelli interi file. ne riesci a parlare solo in fase normotipica, asintomatica, quando stai bene…. ma quando iniziano le montagne russe dell’umore e della percezione, le paranoie persecutorie, i deliri e le cose che vedi solo tu…. non ho ancora capito se sia il bipolarismo ad aiutarti a ‘fare arte’ o se ‘il fare arte’ t’aiuti a superare le crisi oppure tutte e due le cose.
    fatto sta che la depressione paranoica è bruttissima: c’è odio per tutto e tutti, senza motivo. e comunque purtroppo ho sempre preferito alcool e droghe agli psicofarmaci :)
    ciao Véronique. :)
    p.s.
    mi scuso con rizzante e l’autore del post per alcuni passaggi del mio commento precedente.

  9. callettino il 31 marzo 2010 alle 14:42

    ,,,ma come, non mi citate Campana?
    come si può, dico, parlare del ‘900 e dei matti e non parlare di Campana e della sua “pazzia”?
    sigh!

  10. Carlo Capone il 31 marzo 2010 alle 23:20

    Veronique dice cose sacrosante, la malattia mentale non lascia margini alla creatività, è abbrutimento allo stato puro. Troppo spesso costituisce un abusato ed eccentrico desiderio di certi scrittori o intellettuali che, fortunatamente, non ne hanno mai patito e perciò ne carezzano il desiderio.
    Veronique, aspetto il racconto della ‘vostra’ malattia bipolare.

    Un saluto affettuoso

    Carlo Capone

  11. Carlo Capone il 31 marzo 2010 alle 23:24

    Ho firmato due volte ( ipertrofia dell’ego?) Chiedo alla Redazione di cancellarne una.

    Dimenticavo: un saluto a gg

  12. fabrizio il 1 aprile 2010 alle 03:55

    condivisibile la straordinaria spinta interiore verso la parola, meno il risultato.

  13. véronique vergé il 1 aprile 2010 alle 12:10

    GG, capisco benissimo il tuo commento. Ho paura di uscire dall’argomento. Vorrei dire che psicofarmaci sono un aiuto
    a vivere una vita meno esplosa, più tranquilla. Il lithium non
    è la sola medicina. E’ vero la medecina calma l’esaltazione;
    non si sente più lo slancio solare, ma la vita è più
    armoniosa. Ogni volta che la mia sorella non ha preso la medecina,
    se è trovata in manicomio. Nella mania, non c’è freno: il desirio
    è un sole immenso, l’idea trascorre la mente come un razzo,
    il corpo diventa un teatro. L’altro versante è la visione orribile della morte,
    la malinconia, sole di lutto.
    La mia sorella è curata e posso dire non ha perso la sua intelligenza,
    la sua curiosità per la vita, è tranquilla.
    Con amicizzia, véronique

    Carlo Capone, ero stata spettatrice della malattia della mia sorella. Io sono nell’ipomania o l’angoscia, ma non tocca alla psicosi. La mia ciclotimia non mi fa ostacolo nella vita quotidiana. Gli amici mi vedono
    lunatica. Invece ho una bella nevrosa che mi impedisce di finire un lavoro di scrittura e mi butta in un’angoscia permanente. E’ un ‘incapacità di realizzare qualcosa che fa molto soffrire, qualcosa dell’ insabbiamento.

    Per finire credo che preferisco vivere con uno scrittore bipolaire piuttosto che subire uno scrittore nevrotico. :-) E’ la ragione perché vivo sola, non voglio fare soffrire qualcuno con la nevrosa.

  14. Carlo Capone il 1 aprile 2010 alle 15:10

    “Per finire credo che preferisco vivere con uno scrittore bipolaire piuttosto che subire uno scrittore nevrotico. :-) E’ la ragione perché vivo sola, non voglio fare soffrire qualcuno con la nevrosa.”

    queste righe le dedicherei a chi fa dello spirito su quanto scrive di VV.
    Ciao

  15. gg il 2 aprile 2010 alle 05:11

    capone è veramente uno stronzo.

  16. georgia il 2 aprile 2010 alle 11:01

    ma come, non mi citate Campana?

    ma campana non era matto … lo è diventato in seguito e se, anche dopo l’insorgere della pazzia, ha scritto qualche verso, è stato solo perchè aveva dentro di se la grande poesia che aveva scritto prima … la pazzia non è creativa, la poesia nasce da connessioni celebrali che funzionano al mille, forse troppo, forse funzionano talmente concentrate che possono oscurare la vita che viene messa ai margini o accellerata, MA le connessioni FUNZIONANO, quando le connessioni non funzionano, la poesia NON nasce.
    geo

  17. lambertibocconi il 2 aprile 2010 alle 12:37

    Articolo molto interessante.
    E Campana non era matto, come molti degli internati del tempo dei maniocomi. Leggere “La notte della cometa”.

  18. véronique vergé il 4 aprile 2010 alle 19:03

    GG, Credo che tocca a Carlo Capone. Carlo Capone ha sempre scritto per aiutarmi. Non ha scritto per fare una ferita.
    Non trovo giusto il tuo commento, se l’ho ben capito.
    Per la parte che tocca all’intima della malattia, ti sei vicina come potrebbe
    essere una sorella. Quelli che non conoscono questo paradiso e inferno, rimangono alla periferia.

    Anna, per la malattia bipolaire o l’ipomania, le conessioni funziano ma in una grande velocità, cosa che puo raggiungere verità. Mi spiego, nel suo racconto del versante della mania, la mia sorella mi ha sembrato avere toccato qualche verità, una forma di intelligenza creativa, come qualcosa di luccicante che attraversa la mente in un tratto. Come conosco solo l’ipomania leggera, ho potuto sentire questa velocità di reazione della mente, nell’ altro versante invece si sente l’annegamento di tutta energia.
    Credo che durante la malattia, è difficile scrivere in ragione di questa velocità, ma dopo è un’ esperienza che non si dimentica.
    Altro punto, la grande sensibiltà dei “matti”: un “matto” sente nella piccola vibrazione, nella voce, nel tratto del volto, quello che tu pensi di lui.

  19. carlo capone il 5 aprile 2010 alle 10:57

    Cara Veronique, ti ho aiutato e ti aiuterò sempre, specie quando scrivi di Napoli. Non ho proprio capito la silenziosa esplosione di assurdo di gg. Mah, forse ha interpretato male, va a capire. Incredibile

  20. véronique vergé il 7 aprile 2010 alle 09:09

    Carlo Capone : UN ABRACCIO



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