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Brevi riflessioni su “Zero Dark Thirty”

di Giancarlo Alfano

Cari lettori di NI, mi permetto di fare due brevi riflessioni a partire dalle considerazioni, intelligenti e utili, di Andrea Inglese.

La prima riguarda una dimensione specifica dei linguaggi dell’audiovisivo oggi. Inglese ci spiega la discussione rifluita nei media. Purtroppo io non l’ho seguita, ma dalla sintesi proposta vedo che non si fa riferimento alla “vischiosità” dei media odierni, alla marcata tendenza a far circolare storie e personaggi attraverso formati differenti. Si tratta di qualcosa di diverso dalla semplice citazione, che ha a che fare con la costruzione di racconti (di finzione) circolanti attraverso dimensioni differenti (il caso che più mi colpisce è Walking Dead: da fumetto a serie televisiva a videogioco).

Zero Dark Thirty è dunque Hollywood che va letta con l’altra Hollywood, quella che va in televisione. Nello specifico, rimando a un confronto con la serie intotlata Homeland, dove abbiamo molti dei terroristi nominati o presenti nel film della Bigelow, nonché una fondamentale protagonista femminile devota alla investigazione, che sembra fornire la maquette per la costruzione psicologica, emotiva, caratteriale, dell’investigatrice del film (a partire dalla comune appartenenza alle forze d’intelligenza americana). Lo dico solo perché oggi l’home cinema va compreso al pari del cinema di sala (anche se molti di noi – a partire da me – amano di preferenza questo secondo).

La seconda considerazione è velocissima. Inglese dice giustamente che sin dall’inizio era, per una sorta di preconcetto positivo, colpito favorevolmente dalla velocità di reazione statunitense. Ecco, questo è un monito a noi tutti, soprattutto se qualcuno di noi sente di potersi ancora dichiarare di sinistra o addirittura comunista. Oltre al film della Bigelow (che comunque non è proprio un gran film), mi fa piacere ricordare un grande film, In the valley of Elah (2007). La data dice molto. La guerra del Golfo 2 comincia nel 2001; dopo 6 anni arriva in sala un film che la racconta presentando le ferite psicologiche dei soldati statunitensi che la vivono (l’hanno vissuta). Ma un film significa un soggetto, poi una sceneggiaura, poi una sceneggiatura tecnica, poi delle settimane di girato, poi il montaggio, poi la postproduzione, e infine (forse) l’arrivo in sala. Questo vuol dire che il progetto iniziale, soprattutto se si pensa al trattamento davvero problematico della condizione militare negli USA, deve risalire ad almeno due anni prima della data di uscita di un film.

Poi, certo, c’è differenza tra Zero Dark Thirty (che è per certi versi un film opaco) e In the valley of Elah (dove il patriottismo sincero non nasconde le magagne): e questa differenza, ideologica, si vede nella costruzione della storia, nel profilo dei personaggi, etc. Ma, ed è questo che deve farci riflettere in quanto italiani ed europei, è comunque molto significativo che la “velocità di reazione” consista nel realizzare una narrazione: quindi una sequenza dotata di senso (sia pure problematico, o addirittura indecidibile). La possiamo chiamare, con una formula forse un po’ accademica, vocazione storiografica delle arti narrative: qualla vocazione che è stata lo scheletro di molta narrativa italiana tra Otto e Novecento, e che oggi sembra essere rifluita in soluzioni diverse, forse meno aggressive nei confronti del presente.

3 Commenti

  1. Solo una precisazione, comunque importante, la seconda guerra del golfo non è del 2001 (quella è la data dell’intervento in Afghanistan, circa due mesi dopo l11 settembre) bensì del 2003 (se non sbaglio in febbraio)

  2. Molto interessante questo post.

    Ciò che dice sul soggetto del film della Bigelow, ossia che pare sia preso da un soggetto televisivo, dovrebbe sminuire ancora di più la rilevanza del film.

    Nella valle di Elah è un gran film, invece, sono d’accordo. Ci si ricordi che in quel film non viene mostrata la violenza. Non viene mostrato il ragazzino iraqeno travolto dal furgone in corsa, non viene mostrata l’uccisione del militare americano e il come è stato tagliato a pezzi e bruciato. Scelte ben precise. Vengono mostrati gli effetti della violenza, la disumanizzazione di chi l’ha compiuta. Aggiungo che sarebbe stato difficile mostrare (anche solo in parte) l’orrendo crimine dell’uccisione e delle sevizie sul cadavere anche perché la vittima è un soldato americano, non un terrorista dalla pelle scura. La “neutralità” con cui è stato compiuto questo atto efferato, è ben visibile dai volti e dai racconti di chi l’ha fatto, in particolare dal militare che lo confessa alla fine, ed il mostrarla è denuncia perché sottoposta al confronto con le reazioni sane, umane, di chi l’ha portata alla luce, che nello stesso tempo ne prova repulsione ma si sforza di comprenderla. In altre parole, il valore etico del film, ed il valore come film di denuncia, è secondo me notevolissimo.

    Sul fatto che in Europa non ci sia la stessa cultura dello storytelling statunitense, siamo tutti d’accordo credo. Però non dimentichiamo due cose: lo storytelling, la capacità di narrare e di farlo in tempi rapidi, può essere anche un modo di metabolizzare e normalizzare i crimini accaduti, dipende da come lo si fa. E poi: l’Europa ha meno eventi di guerra da metabolizzare. La Francia, vedremo se produrrà qualcosa, visto che in Africa pare voglia fare come gli USA in Medio Oriente.

    PS prima del 20o3, si era parlato sulla stampa di seconda guerra all’Iraq a proposito dei bombardamenti compiuti da Clinton. Poi ci si è dimenticati del tutto di quei bombardamenti, forse perché fatti da un democratico, forse perché poca cosa rispetto a quello che sarebbe successo dopo, e quindi la seconda guerra all’Iraq è diventata quella di Bush jr.

  3. credo non sia fuori luogo far notare che “nella valle di elah” (del regista paul haggis)è tratto da un soggetto di Mark Boal che è anche lo sceneggiatore di “zero dark thirty” (nonchè del precedente notevolissimo bigelowiano “the hurt locker”)e compagno, nella vita, di questa singolare regista che sa fare “film da maschi” meglio dei maschietti stessi.
    l.

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andrea inglese
Andrea Inglese (1967) originario di Milano, vive nei pressi di Parigi. È uno scrittore e traduttore. È stato docente di filosofia e storia al liceo e ha insegnato per alcuni anni letteratura e lingua italiana all’Università di Paris III. Ora insegna in scuole d’architettura a Parigi e Versailles. Poesia Prove d’inconsistenza, in VI Quaderno italiano, Marcos y Marcos, 1998. Inventari, Zona 2001; finalista Premio Delfini 2001. La distrazione, Luca Sossella, 2008; premio Montano 2009. Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, Italic Pequod, 2013. La grande anitra, Oèdipus, 2013. Un’autoantologia Poesie e prose 1998-2016, collana Autoriale, Dot.Com Press, 2017. Prose Prati, in Prosa in prosa, volume collettivo, Le Lettere, 2009; Tic edizioni, 2020. Quando Kubrick inventò la fantascienza. 4 capricci su 2001, Camera Verde, 2011. Commiato da Andromeda, Valigie Rosse, 2011 (Premio Ciampi, 2011). I miei pezzi, in Ex.it Materiali fuori contesto, volume collettivo, La Colornese – Tielleci, 2013. Ollivud, Prufrock spa, 2018. Romanzi Parigi è un desiderio, Ponte Alle Grazie, 2016; finalista Premio Napoli 2017, Premio Bridge 2017. La vita adulta, Ponte Alle Grazie, 2021. Saggistica L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo, Dipartimento di Linguistica e Letterature comparate, Università di Cassino, 2003. La confusione è ancella della menzogna, edizione digitale, Quintadicopertina, 2012. La civiltà idiota. Saggi militanti, Valigie Rosse, 2018. Con Paolo Giovannetti ha curato il volume collettivo Teoria & poesia, Biblion, 2018. Traduzioni Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008, Metauro, 2009. È stato redattore delle riviste “Manocometa”, “Allegoria”, del sito GAMMM, della rivista e del sito “Alfabeta2”. È uno dei membri fondatori del blog Nazione Indiana e il curatore del progetto Descrizione del mondo (www.descrizionedelmondo.it), per un’installazione collettiva di testi, suoni & immagini.