Vaterland

di Helena Janeczek

Fred Stein Hannah Arendt 1944

Siegfried Oppenheimer a 18 anni caduto
fürs Vaterland in Francia, 1919.
Sulle Alpi scomparso Werner suo fratello.

Corsivo slanciato su targa in bronzo,
targa su pietra in forma di roccia,
lapide monumentale, monumento
all’ignoto masso roccioso
che cadendo
forse travolse dei fratelli il secondo.
Estremo omaggio (virile, artistico)
di padre (e madre) scomparsi
senza traccia.

Nata e consumata Unser Paulinchen
nel primo anno dell’iperinflazione
si inclina a sinistra nel manto erboso:
rettangolare porosa piccola.
L’erba ruspante che le si allarga intorno
rende l’idea di una famiglia numerosa.
(Non si ammettono sepolcri multiposto
nell’ortodossia ebraica: potrebbero
nel giorno del Giudizio confondersi le ossa).

Il materiale povero, le dimensioni a risparmio
confondono con le vicine infantili la tomba
di uno che ce l’ha fatta fino al 1948
per affossare docilmente quando non c’era
più nessuno
vivo o in sito a curarsi di Kurt Stern.
Il resto è illeggibile.

Non è il combattente in Spagna, sceneggiatore
e giornalista in DDR, non è il ragazzino
poi divenuto pasticciere, spedito con il convoglio
di bambini in Gran Bretagna; non è nessun Kurt Stern
che riparando dall’abbaglio estivo
e dagli sguardi di chi ha preso parte a un rito funebre,
possa trovare su Google o Wikipedia
smanettando in roaming con lo smartphone,
e sono tanti: quasi che il Kurt Stern inciso
maiuscolo in ignota, economica pietra alpina
stesse per ebreo tedesco ignoto.

…………………………………

Si avviano all’uscita gli ultimi convenuti al funerale.
Con accento nativo bavarese e giro della frase yiddish,
commentano che prima della guerra (anche durante?)
qui in Germania era normale chiamare i figli Adolf.
Ripartono con le nuove Bmw e una Mercedes crema
d’epoca decappottabile. Irreparabile è l’epoca
rispetto a questa che proietta al cinema
il film della regista tedesca aristocratica
su Hannah Arendt: non fatto male, dicono.

la foto è di Fred Stein, New York, 1944

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6 Commenti

  1. Il testo è portato da un ‘ emozione nascosta.
    Una lingua forte e poetica.
    Sempre viva nella Storia.

    Bellissimo e difficile come un testo letto nel deserto.

  2. Complimenti per la distanza fra la purezza delle montagne, del ricordo, del senso di un’intera esistenza non contenuta, con sorpresa di chi la cerca (anch’io ho cercato) nel magma della rete, e l’urgenza contingente della seconda parte; forte soprattutto l’ultima chiusa, potente per l’irreparabile epoca, ormai digerita dal boom economico di bmw e mercedes d’epoca, oggi smarrita nella riduzione della vita di H. Arendt a dettaglio irrilevante, diventata null’altro che soggetto d’intrattenimento leggero. La tensione morale che si sente è palpabile. Pare davvero incredibile che davvero tutto, alla fine, debba passare, ma forse proprio lì sta la chiave di una possibile leggerezza da riconquistare, persino su questo abisso.

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Helena Janeczek è nata na Monaco di Baviera in una famiglia ebreo-polacca, vive in Italia da trentacinque anni. Dopo aver esordito con un libro di poesie edito da Suhrkamp, ha scelto l’italiano come lingua letteraria per opere di narrativa che spesso indagano il rapporto con la memoria storica del secolo passato. È autrice di Lezioni di tenebra (Mondadori, 1997, Guanda, 2011), Cibo (Mondadori, 2002), Le rondini di Montecassino (Guanda, 2010), che hanno vinto numerosi premi come il Premio Bagutta Opera Prima e il Premio Napoli. Co-organizza il festival letterario “SI-Scrittrici Insieme” a Somma Lombardo (VA). Il suo ultimo romanzo, La ragazza con la Leica (2017, Guanda) è stato finalista al Premio Campiello e ha vinto il Premio Bagutta e il Premio Strega 2018. Sin dalla nascita del blog, fa parte di Nazione Indiana.
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