Robert Capa, fotografo in fuga

22 ottobre 2013
Pubblicato da

di Helena Janeczek
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Oggi Robert Capa avrebbe compiuto 100 anni se a 47 non fosse saltato su una mina in Vietnam, allora Indocina. Quel che è stato in vita (“Il più grande fotografo di guerra” titola un giornale già nel ’39) e in morte parte da una premessa: era un profugo politico e razziale a partire da 18 anni.

La “drôle de guerre”, la guerra soltanto dichiarata alla Germania, si apre nel segno di una speciale drôlerie per il fotografo famoso grazie alle immagini strappate dal cuore dilaniato della Spagna: grottesca, paradossale, tragicomica. A Budapest e poi a Berlino, quando non era che un ragazzaccio senza arte né parte, poteva cavarsi da solo dal pericolo. Adesso Robert Capa ha scoperto che tutto ciò che è riuscito a conquistare con l’astuzia e il coraggio vale poco, addirittura gli si ritorce contro. Si è reso immediatamente disponibile alle autorità militari, le quali hanno risposto con altrettanta sollecitudine che non accettano i servizi di chi si è guadagnato gli allori collaborando con testate comuniste. Da quando Hitler e Stalin si sono alleati (consegnando alla disperazione i compagni spagnoli nei campi profughi e consegnando quelli tedeschi rifugiati in URRS direttamente ai nazisti), in Francia i comunisti – il partito, i giornali ecc. – sono fuorilegge. Se quel rifiuto gli avesse solo notificato per implicito di doversi considerare uno “straniero indesiderato” avrebbe già buoni motivi per stare in ansia, ma rende critica la situazione sapersi uno straniero tanto visibile. Potrebbero da un giorno all’altro recapitargli una convocazione in albergo o riservargli il privilegio di arrestarlo di persona. Alla ricerca di una via d’uscita, Capa ha riversato tutto il suo tempo in telefonate e corse per Parigi. I suoi contatti di Paris- Soir e Match si sono detti très desolés ma non c’è modo di procurargli un visto. Persino a Life non hanno fatto altro che riempirlo di complimenti (“today you’re number one war photographer”), dichiararsi vivamente preoccupati sino a laggiù in America, promettere ingaggi qualora fosse riuscito a aggirare le quote d’immigrazione statunitensi.
Dal momento che la stampa liberale non poteva fare niente per lui, Robert Capa si è ricordato di Pablo Neruda. Si erano conosciuti nell’assedio di Madrid e forse rincontrati dopo la disfatta, andando e tornando a Sud nelle tendopoli buttate sulla spiaggia, tenute assieme dal filo spinato, nelle quali il fotografo d’un tratto non scorgeva più un urgente materiale di denuncia bensì l’immagine del proprio futuro. Concedere un visto è stato un gesto da poco per il console speciale per l’immigrazione ancora emozionato dai festeggiamenti per i duemila profughi repubblicani della Winnipeg attraccata, dopo un mese di viaggio, nel porto di Valparaiso: appena un compagno di Spagna in più che meritava di essere soccorso. A partire dalla data del 19 settembre 1939 André Friedmann, Profesión: fotógrafo; Nacionalidad: húngaro; Estado Civil: soltero; Religión: no tiene, può dunque recarsi EN VIAJE COMERCIAL nella Repubblica del Cile. Il resto dell’opera di salvataggio è stato invece portato a termine da Time Inc, il colosso dell’informazione capitalista, fermando il primo posto disponibile su un transatlantico, la S.S. Manhattan in partenza da Le Havre. All’indomani del ventiseiesimo compleanno, Robert Capa giunge a New York con un visto turistico per gli Stati Uniti. Con la madre e il fratello può brindare alla fortuna tirata ancora una volta per i capelli e stramazzare su un letto ubriaco senza aver disfatto le valigie.

Immaginiamo le cose da fare prima della precipitosa partenza per Le Havre. Comprare il biglietto del treno. Pagare l’albergo e saldare altri debiti (solo quelli ineludibili per non farsi fermare dai creditori). Ricontattare gli americani per conferme, inviare un telegramma a sua madre, un saluto telefonico agli zii di Parigi. Un ultimo bicchiere con gli amici. L’abbraccio a Cartier-Bresson che, mentre si abbassa sul suo busto sudaticcio di ansia e alcol, somiglia a una scultura di Giacometti premodellata in plastilina. La raccomandazione a Chim (“mon vieux, segui l’esempio: non farti trattenere dalle sorti della famiglia in Polonia”), il primo dei tre fotografi a firmare un contratto con un giornale comunista. Un’ultima notte con una figlia di Parigi da congedare con due bacetti francesi al lato delle guance, l’affetto corrisposto in banconote, troppe, c’est bien, chérie, divertiti, stai bene.
Niente fiori per Gerda. Nemmeno un sassolino da deporre accanto a Horus sempre vigile scolpito in marmo da Alberto Giacometti su commissione del partito.
P1300831-gerdatarooiseau Il Père Lachaise è fuori mano, i morti badano a se stessi, le preghiere ebraiche imparate obtorto collo a tredici anni persino per chi è “soltero” e “réligion no tiene” minacciano rigurgiti tremendi.
Le immagini che aveva fatto di Gerda invece vanno prese. Sono in camera, forse posate sulla scrivania o dentro il comodino. Pronte da due anni, già rientrate dalla guerra in Cina, tornate incolumi dalle prime linee lealiste scivolate sempre più su, verso il confine, la sconfitta. Gerda che dorme, Gerda che compra un mazzetto di mughetti, Gerda accasciata sulla pietra miliare iberica, Gerda che si infila le calze nuove.

Ha preso solo le foto che aveva in albergo? O in vista di quella traversata senza ritorno, qualcuna è stata aggiunta dopa, quando a Cziki Weiss sono stati consegnati gli ultimi rullini, i conti ancora aperti, le istruzioni per il periodo in cui sarebbe stato irreperibile? Roba di malapena qualche frase, frasi fondate sul sottointeso che il compagno di ruberie risibili e frodi di pesca nella Senna, l’amico scappato insieme a lui da Budapest a Berlino, da Berlino a Parigi, avrebbe mandato avanti gli affari come le altre volte che era stato in viaggio.
Quindi adesso che stava in piedi nell’unico luogo mai posseduto dove tutto rispondeva al suo nome (Atelier Robert Capa, 37 rue Froideveaux, Paris (XIV), Tél: DANTON 75-21 ) e il troppo tempo alla partenza del treno si dilatava, poteva forse emergere la classica domanda: “che cos’ ho dimenticato?” E, riversata su Cziki, tradursi in “mi cerchi quella foto di me e di Gerda?”
Café du Dome
Poi basta, uno sguardo alle pareti mentre l’amico scartabellava e apriva le cartelle, uno scambio elusivo per commiato, (“mi raccomando” – “anche tu”) e il sollievo, appena attraversato il cortile, di aver fatto tutto, finalmente.

Foto: Robert Capa, Profughi repubblicani in arrivo nel campo di Argèles-sur-Mer, Francia meridionale, 1939; Tomba di Gerda Taro al cimitero Père Lachaise; Fred Stein, Robert Capa e Gerda Taro al Café du Dôme, aprile 1936

Il testo è un estratto lievemente rimaneggiato, tratto da un lavoro più lungo. Ho inserito dei link elementari per rendere più comprensibili alcuni riferimenti.

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9 Responses to Robert Capa, fotografo in fuga

  1. mariasole il 23 ottobre 2013 alle 10:27

    Leggendo la sequenza delle foto di Gerda (Gerda che dorme, Gerda che compra un mazzetto di mughetti, Gerda accasciata sulla pietra miliare iberica, Gerda che si infila le calze nuovepiù o meno, vado a memoria) mi è venuta in mente una frase della Arbus “la fotografia è un segreto su un segreto” (più o meno). Un segreto che dice qualcosa di un altro segreto, segreto custodito e che custodisce. E anche l’immagine di Capa che cerca la foto è già una segreto : segreto di un segreto di un segreto. Ed è strano pensare come tutti, quando ci prepariamo al viaggio, raccogliamo gli oggetti e i ricordi a partire dai meni importanti, lasciando per ultimi i necessari , come se per ricordare veramente avessimo bisogno di dimenticare almeno un po’ – perché forse così, dimenticando e ritrovando, diamo a quell’oggetto il posto più visibile non agli occhi ma al sentire, l’ultimo strato della valigia, la busta che inseriamo nella tasca, il libro più caro sopra gli strati delle cose care, il segreto più prezioso sulla stratificazione degli altri segreti. Bello, Helena – aspetto il lavoro più lungo!! (e poi merci per i link perché io non sapevo chi fosse Chim)

    • helena il 23 ottobre 2013 alle 11:39

      Ci hai beccato in pieno!!!!

      Chim (al secolo David Szymin e poi David Seymour), merita davvero. Il guaio è che le sue foto dalla guerra civile sono state (sono tutt’ora) spesso confuse con quelle di Capa. La serie sui bambini dell’immediato dopoguerra è pazzesca.

  2. véronique vergé il 23 ottobre 2013 alle 14:08

    Bella e triste storia d’amore. A volte la fama di Robert Capa nasconde la luminosità di Gerda Taro.
    Ma questa foto scattata a Parigi mostra come l’ombra tragica della Storia puo un momento lasciare il posto alla luce su un volto.
    Una gioia che viaggia da un cuore a un altro.
    Un desiderio vasto di cambiare il mondo.

  3. viola il 23 ottobre 2013 alle 15:28

    ma anche ri-scoprire fotografie:
    http://es.wikipedia.org/wiki/Valija_mexicana

  4. renatamorresi il 24 ottobre 2013 alle 08:35

    Che potenza quest’uso del presente – alla fine, ‘per sbaglio’, avevo letto “IL TEMPO è un estratto lievemente rimaneggiato…”

    • helena janeczek il 26 ottobre 2013 alle 21:31

      Magari, Renata!!!

  5. orsola puecher il 26 ottobre 2013 alle 12:29

    grazie, molto bello!

    e a proposito della valigia messicana:

    ,\\’

  6. helena il 26 ottobre 2013 alle 19:03

    La valigia messicana l’ho aperta e ci sto frugando dentro da in bel po’.
    Ho visto anche il documentario, dal quale mi aspettavo molto, e che invece ho trovato parecchio deludente.
    Tanto per dirne la più grossa e inspiegabile; quando il film mostra le foto ritrovate non le correda mai con la minima didascalia. Non ci dice la data e il luogo dove sono state fatte, ma nemmeno il nome del fotografo (Chim, Taro, Capa).
    E varie altre amenità che mi hanno fatto girare le scatole. Come se oggi il documentario non avesse principalmente l’obiettivo di documentare, ma di “raccontare una storia” raccogliendo testimonianze e memorie e, con quelle ( poi con la musica e altri mezzucci lirici) trasmettere suggestioni e emozioni.
    E’ un discorso complicato (specie in trasferta e da telefonino; già foriero di errori plurimi)

  7. m. il 26 ottobre 2013 alle 20:07

    davvero un bel pezzo. grazie ancora.



indiani