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Alogenuri d’argento

di Giacomo Cerrai

 

l’indulgere – certo – ad uno
sguardo microscopico
per puro terrore
(il sovrastante è enorme – infatti –
ed inventato)
produce visioni minime.



1.

molti di questi chiaroscuri
erano in riva a un lago, 	fatti
per lo più d’ombre		e varie
tonalità d’un grigio affettuoso.
Erano a volte l’aria di chi pensa ad altro,
più spesso il sorriso di chi 
– innocente –
si costituisce.
C’era molto addensarsi di corpuscoli
come presenze in controluce, 
una non reversibile
sconfitta della grana.  	   E le strisce
di bianco come 
lo scontornato perimetro
di prove documentali −
d’un paesaggio e persone e pietre
poi dispersi.



2. 

altri soggetti, su piani leonardeschi,
in una illusoria prospettiva:
più vicino l’amata o l’amato, 	còlti
nell’ironia d’un pomeriggio estivo,
nel ronzìo d’insetti fastidiosi.
Sul piano emerge
preso d’un dubbio
(qui la luce si salva, è necessaria
a sé stessa) l’occhio
di chi osserva.
E  il  dubbio non sopito
accende nell’occhio il bianco estremo,
la concretezza intatta della carta.
Si perde l’illusione, 
sui piani secondari, su paesaggi
e prati che furono – e sono –
irrilevanti.

3. 

era – il mattino – 
un’ispirazione,
un’arte suggerita con la forza
d’un luogo comune.
L’immagine era il frutto
di molti tentativi,
l’insicurezza di un fondale
o del perché andasse ricordato.
Ma la luce era buona, con strascichi
come veli da sposa,
il fuoco
di bagliori emotivi.
Convergeva forse su di un volto,
su un passante.
Di per sé muta, in sé 
la lastra conteneva imperfezioni 
fratture d’una vita successiva.
E quel difetto era come l’impronta
che qualcosa d’umano c’era stato.

4.

d’artificio l’eccesso della luce
come un addio, il raggelato
addio.
In un unico scatto, 
l’ultimo scarto
del corpo,
qualcuno s’è girato
sbavando,  
in quella troppa luce.
E si è infranta la chimica
complice, 
la semplice semenza d’una memoria,
come dal lampo stupefatta,
           sull’argento.
I nomi evadono,
col tempo e coi cassetti
anche i dolori evaporano.
Si ricorda forse che c’era,
proprio quel giorno,
una musica banale nella stanza.

5.

in questa i campi c’erano ancora.
nel grigio s’intuiva il verde,
prima che maturasse, 	   il rosso
d’un maglioncino, varie sfumature
in strisce tonali,     e di 
fossette sulle guance 
in lievi ombre.
Un’arte da ragazzo, il velluto degli occhi
alla distanza, nel bianco
di un limitato infinito.
Ci sarà qualcosa di indelebile
          ora
nella saldatura dei sali,
nel chiudersi di tendìne,
come piccoli sipari,
piccole morti (?).

6.

si prende la mira,
in genere.   Tutto
dentro traiettorie immaginarie
verso un centro ideale….
chi? al centro	     o
cosa? 		     la composizione
di forme,  dove
l’occhio si aduni    accarezzi
la cadenza ad inganno delle linee
e speri			  :   trattieni il
respiro, scegli l’impulso :
la mente, il tèndine, la rigida
obbedienza del corpo:

tutto è già in ritardo,
non sai se è salvezza
o vittima,
né se gli anni ci daranno ragione.

7.

l’accostamento delle immagini, 
su una superficie piana,
l’abbandono di un album
sui ripiani alti, il disagio e l’accento
sull’ultima sillaba e la prima
della discontinua balbuzie
del tempo.
Sappiamo
ciò che tutti sanno:
l’immagine è di Dio, il tempo
non ne dà possesso,
nessuna parola descrive
le pàtine, la creativa erosione
dei lepisma 1
Ora, 		    tra i denti,
fibre di carta, 	    ora
la discontinua balbuzie
dei sorrisi.

8.

sotto un cielo che assomma
tutti i grigi eventuali	   oggi
il canto dei merli, un chioccolìo 
impossibile da fotografare,
trasporta messaggi da albero
ad albero di facili sposalizi.
Non c’è moto, né l’occhio
vede necessità di fermare il volo.
Solo il fuoco arriccia gli orli,
riporta al nero
terze generazioni,
la volatile leggerezza degli argenti.
Il discanto di un trasloco,
nei cartoni,
di immagini latenti,
in volute 	    e spirali.

maggio - giugno 2010

Tratto da Diario estivo e altre sequenze, L’Arcolaio, 2012.

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NOTE
  1. Il pesciolino d’argento (Lepisma saccharina LINNAEUS, 1758) è un insetto lucifugo, veloce e privo di ali; è sinantropico, ovvero lo si trova nelle abitazioni umane, ed è molto diffuso. Ama rosicchiare libri, foto, tappezzerie e tessuti. (da Wikipedia).

4 Commenti

  1. “Veniva chiamato “Grande Puffo” per via della sua pelle blu. Paul Karason si è spento al Washington Ospital il 23 settembre all’età di 62 anni a causa di un ictus. Conosciuto in tutto il mondo come “l’uomo blu”, Karason ha passato gli ultimi anni della sua vita isolato dal mondo, fino a quando uscì allo scoperto nel 2008. La prima partecipazione alla trasmissione Today della Nbc gli fruttò la fama mondiale, le interviste e le ospitate televisive, ma fu anche la sua maledizione, perché a causa del colore della sua pelle fu costretto a trasferirsi dall’Oregon alla California, perse la casa e non trovò mai un lavoro fisso. La pigmentazione bluastra era infatti un’alterazione cutanea permanente detta argiria causata da “un vecchio medicinale ampiamente utilizzato prima della scoperta della penicillina, un preparato a base di argento sotto forma colloidale appunto, che Karasan si era fatto in casa e autosomministrato per oltre dieci anni; voleva curarsi una dermatite da stress insorta dopo la morte del padre”, spiega Elmar Burchia sul Corriere della Sera”

    http://www.youtube.com/watch?v=xE_NEO2UfBQ

  2. traspare un senso di tempo lento nei versi di Giacomo Cerrai, messaggi in chiaroscuro e d’ombre, un’aria di palude che affascina e ammorba, ti rimane appiccicata addosso come umidità nei campi al crepuscolo…

  3. Ringrazio di cuore Andrea per il post. Ringrazio Nadia e Orsola per i commenti. Non ringrazio Diamonds perchè, con tutto il rispetto per il Grande Puffo, non vedo che ci azzecca.
    Saluti
    G. Cerrai

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