Xenakis. Nuvole e galassie

30 settembre 2014
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 Breve storia di un poeta in guerra, nell’infinito quotidiano.

di Stefania Gaudiosi

Per dissipare il terrore di queste tenebre dello spirito non c’è dunque bisogno né dei raggi del sole, né dei tratti luminosi del giorno, ma dello studio razionale della natura (Lucrezio, De Rerum Natura II, 59-61).

C’è anche la vita dell’uomo, di un altro uomo, che si manifesta tanto misteriosamente attraverso le cose, per dissipare il terrore di queste tenebre.
Ho incontrato Xenakis nove anni fa, durante i miei studi di architettura.
Non avevo alcuno strumento, né pregiudizio.
Tutto quello che so di lui non sono che frammenti. Come ricordi e come sogni.

1. L’abisso, il caos, il segno

È una storia di luci e contraeree, di folle in rivolta e sciami, di nuvole e di stelle:
Ascoltavo le cicale e osservavo il movimento delle nubi, mi sentivo attratto da quei fenomeni che erano determinati da una moltitudine di eventi.
Più tardi, durante le grandi manifestazioni di protesta, sperimentai qualcosa di analogo, ma in un’atmosfera tesa e drammatica. C’erano decine, a volte centinaia di migliaia di persone che scandivano slogan fortemente ritmati; poi, all’improvviso, nel momento dello scontro con i tedeschi e con i loro carri, quel ritmo si frantumava in un caos straordinario.

Aveva un volto asimmetrico, Xenakis, per via di una granata che gli esplose accanto.
La guerra mondiale era finita, ma l’Inghilterra occupava la Grecia.
Allora lui, che aveva partecipato alla Resistenza contro i nazisti, aderì al Fronte di Liberazione Nazionale (EAM, Ethnikò Apeleftherotikò Mètopo), un’organizzazione comunista che si opponeva all’occupazione inglese.
Per questo era stato ferito, arrestato e condannato a morte.
Fuggì. Andò a Parigi e vi restò a lungo. Era il 1947.
Questo è l’inizio, poi la vita si manifesta.
Xenakis fu ingegnere addetto ai calcoli per Le Corbusier, poi allievo di Messiaen.
La guerra, la sua struttura sonora, finirà col diventare musica, architettura.
Anche il dolore, ma senza alcun lamento.
Semmai, la regola che governa il lamento.

2. Cercare l’ordine nascosto dietro al caos delle cose

Xenakis era greco e la cultura greca è come un fiume sotterraneo, che attraversa il pensiero e confluisce in un alveo esistenziale polimorfo, inesauribile.
La natura, le sue leggi, la nascita e la sparizione dell’universo. E probabilmente gli animali, tutta la materia vivente e forse anche quella non vivente.
Poi una sezione aurea, un’asimmetria e un cumulo di piccolissimi errori che hanno il potere di stravolgere l’equilibrio di un canone. Ancora, le nubi e tutti i legami che addensano pulviscoli nella parvenza di un corpo.
Questa è la materia prima.
Una massa sonora che avanza dall’inizio dei tempi e, sebbene sia materia invisibile, viene modellata.
Ma esiste una sola possibilità di ordine, contro infinite possibilità di disordine.
La matematica è lo studio di quell’ordine: l’arte del mondo esterno descritta attraverso le leggi del mondo interno e la misteriosa essenza degli archetipi.
Hölderlin ha scritto che l’uomo è il guardiano della creazione e la sua missione consiste nell’impedire il ritorno al caos.
Perché è il punto amaro, lo specchio delle cose che mai vedranno se stesse.
E, pure, è l’asse su cui poggia un equilibrio impossibile. Per via della coscienza, che oltrepassa il limite sacro dell’essere e che, perciò, diventerà peccato.
La Grecia antica non aveva una religione e faceva della libera creazione dei poeti una religione (Burckhardt). Il che comportò la critica, la filosofia, il libero confronto.
La continua analisi dell’imponderabile destino di tutte le cose, che è sempre una lotta col disordine del caos a cui tutto tende, e l’essere e la forma.

3. Alea

Siamo linee di universo che si auto-documentano incessantemente (Cherniak).
La linea di universo è la traiettoria quadridimensionale seguita da un oggetto che si muove nel tempo e nello spazio.
C’è una struttura delle cose, una morfologia generale, ma non è abbastanza.
È necessario il destino dell’uomo, la variabile della libertà.
Che è anche politica, perché il destino è sempre collettivo (l’eroe non è forse colui che vìola il limite del proprio essere in virtù di un essere universale?).
E c’è l’abilità di informare il passato di futuro, affinché sia possibile la memoria.
È dell’uomo l’audacia di mettere alla prova la fatalità:
Trovo fantastico che lo spirito dell’uomo abbia questa tendenza permanente a muoversi tra la ricerca e l’assenza di risposte concrete.
La musica aleatoria è in realtà un abbandono. Lasciar fare al caso, al comporsi naturale degli eventi secondo le forze che agiscono in essi.
La vicenda poetica di Xenakis è, con una tendenza discreta all’assoluto, a cospetto dell’ordine universale e nient’altro.
Qualcosa dell’eroe tragico permane in lui.
La sua musica è quanto di più simile a quanto dice Deleuze:
La musica ha a che fare con il cosmo.
Come se le stelle si mettessero a danzare un’arietta con dei campanelli da mucca.
O, al contrario, i campanelli da mucca fossero innalzati alla condizione di rumore celeste
.
https://www.youtube.com/watch?v=HUOBLJmhlDg

4. Una ritmica universale

È così.
La melodia, l’armonia e la polifonia della tradizione non esistono più.
C’è una regola pratica: applicare le leggi della matematica che regolano i fenomeni della natura, le nuvole, i pattern dinamici degli sciami, così che suoni di ogni sorta e rumori si addensino in nuvole sonore, intrecci di linee, sciami sonori.
Sono idee costruttive valide per la forma in generale e in particolare, che hanno la forza di portare alle conseguenze estreme l’estetica del serialismo e superarla.
La regola compositiva sonda la possibilità di una ritmica universale, di una morfologia generale, e incede verso una sonorità oggettiva che è tutta dentro la materia mondana, dentro il fenomeno sensibile.
Le leggi sui calcoli delle probabilità sono entrate nelle mie composizioni per necessità musicali. Ma percorsi diversi hanno anche condotto agli stessi incroci, eventi naturali come il rumore della pioggia o della grandine su superfici dure, o il canto delle cicale nei campi d’estate. Questi eventi sonori sono composti da migliaia di suoni isolati; questa moltitudine di suoni, vista come totalità, è un nuovo evento sonoro. Questo evento di massa è articolato e forma uno stampo plastico nel tempo, anch’esso soggetto a leggi aleatorie e stocastiche. Chi voglia formare una grande massa di note-punti, come i pizzicati degli archi, deve conoscere queste leggi matematiche.

Achorripsis è dominata interamente dal calcolo delle probabilità e compone in strati cellule sonore.

Pithoprakta è azione tramite le probabilità.
https://www.youtube.com/watch?v=sWdQBblec0M
Diamorphoses sonda i processi di densificazione e sperimenta le possibilità espressive del rumore bianco.

Eonta, operazioni logiche su classi.

N’Shima, passeggiate a caso.
https://www.youtube.com/watch?v=nyTvn7npbI4
https://www.youtube.com/watch?v=ijSJNdETPe4

5. Poemi elettronici

Con l’elettronica, la forma temporale è trasportata attraverso lo spazio e il tempo tramite media.
L’elettronica consente di trasportare l’informazione molto lontano, molto rapidamente, molto fedelmente.
La prassi di Xenakis unifica, estingue i confini della musica, dell’architettura, del suono, della luce, del colore, dell’arte, della scienza, dello spazio e del tempo, ed è insieme tutte queste cose.

Il Padiglione Philips e i Polytope, ad esempio.
Xenakis lavorò per alcuni anni presso lo studio di Le Corbusier.
Andò così, la società olandese commissionò il progetto del padiglione a Le Corbusier:
Vorremmo che progettasse il Padiglione Philips senza che sia necessario esporre i nostri prodotti. Una dimostrazione tra le più ardite degli effetti del suono e della luce
Le Corbusier accetta:
Non realizzerò un padiglione, ma un Poema elettronico e un involucro che lo contiene.
1° luce, 2° colore, 3° immagine, 4° ritmo, 5° suono, riuniti in una sintesi organica accessibile al pubblico, che dimostri le risorse dei prodotti Philips
.

Le Corbusier aveva affidato a Xenakis l’incarico di progettare l’involucro e a Edgar Varèse di scrivere il Poème Electronique, la musica che avrebbe accompagnato luci e proiezioni.
Quattro anni prima Xenakis aveva composto Metastasis, con i glissando sonori (e spaziali), una massa di suoni continui in trasformazione. Le note non erano punti, ma linee e curve sonore.
E, poi, volumi.
Bisognava ripensare tutti i dati del linguaggio musicale: la polifonia, le scale, il sistema tonale. E pensare alle conseguenze nella costruzione dello spazio.
Xenakis modellò un glissando spaziale (e sonoro) di paraboloidi iperbolici, in cui 400 altoparlanti lanciavano il suono nello spazio al ritmo delle proiezioni luminose.
Inoltre, compose Concret PH, che sinesteticamente restituiva con i crepitii scintillanti del carbone di legna che si consuma, l’esperienza tattile della rugosità del guscio di calcestruzzo.

6. Musica visiva

Non si poteva più dunque immaginare l’arte se non come gesto elettronico totale.
Il raggio laser e il flash elettronico sono gli equivalenti di suoni meravigliosi. Farli luccicare nello spazio è come creare musica per l’occhio, musica visiva (…).
Così come nei Polytope e nel Diatope, spettacoli automatici in cui i molti luoghi dell’immaginario prendevano sostanza in ritmi combinati di spazio e tempo, suono e visione.
Tornano anche qui le esplosioni e il fracasso, la folla in marcia e i proiettili traccianti, il lampo e il fragore delle mitragliatrici, il fascio mobile della contraerea.
Ma sono solo suoni, solo luci.
Il risultato che si ottiene è una nuova arte visiva e uditiva che non è né balletto né opera ma è uno spettacolo musicale, astrale o terrestre. Movimenti di galassie (con moto accelerato), tempeste, aurore boreali sono gli esempi che questa arte non solo ricrea – ciò sarebbe privo di interesse – ma crea veramente, malgrado i pochi mezzi messi a disposizione dalla tecnologia moderna.
Al giorno d’oggi una nuova figura di artista saprebbe dominare eventi della dimensione di una grande città se gli venissero dati i mezzi; e presto egli sarà in grado di proiettarsi nel cosmo
.

Quando tornò in Grecia, a Micene, nel 1978, l’esercito greco gli mise a disposizione i fari delle contraeree e schierò la fanteria per la logistica del suo Polytope.
Un’opera di suono e di luce che si sprigionava nel raggio di chilometri.
I contadini permisero l’uso dei campi e i pastori prestarono le capre, che furono lasciate libere lungo i pendii, con una luce tra le corna.
Un coro recitava versi secondo la metrica dell’Attica antica.
Xenakis era tornato in Grecia e aveva trasformato la scena e la memoria.
I militari erano impegnati in un’azione poetica totale.
La guerra si mutava in canto, in danza, in ritmo.

7. e.

Studio Xenakis da nove anni e, sebbene lo abbia più volte invocato, non mi è mai apparso in sogno. Il sogno si sarebbe svolto così:

Siamo nel 1958. Non so come sia possibile il tempo, qui.
Che sventura essere nel sogno di qualcuno.
Siamo a Parigi al tavolo di un caffè, ma anche a Micene, a tratti.
Ci sono molti vantaggi nell’aver capito alcuni trucchi onirici.
Scusami, ho abusato della tua pazienza.
Le sembianze sono quelle di una giornata d’autunno.
Parigi è Parigi, si sa. E il mondo è il mondo che guarda Parigi, non senza qualche brivido di unanime meraviglia. Ci sono Coco Chanel e Cartier-Bresson che fotografa la folla a Place de la République durante il discorso di Charles de Gaulle, ma anche il cane nero di Montmartre e Jaques Tati. Ci sono i concerti all’Olympia. Duke Ellington, Art Blakey, Johnny Hodges, Dizzy Gillespie, Billie Holiday, Sarah Vaughan. L’America è tutta qui, a saperla vedere. In un bicchiere di Chateau Lafite puoi vedere molto altro. C’è anche Brigitte Bardot. E bellissime signore col cappello ai tavoli del Café de la Paix, accanto all’Opera.
Metterà un oggetto nel mezzo, tra un momento, sensatissimo ma senza significato. Il Padiglione Philips, ma anche il Diatope – a tratti (il Diatope è sul tavolo, piccolo quanto una Saint Honoré e io lo sfoglio come un libro e poi ne prendo una fetta).
Entrate, entrate pure. Si tratta di luce, un suono, molti suoni. E pareti tese come un arco pronto a scagliare frecce di energia sonora. No, non dolente, ma al limite. Adatto alla dimensione iperbolica di una circostanza.
Poi, all’improvviso ma con un cenno d’intesa, voliamo via insieme a rifare cielo e terra.

Io non ho imparato nulla da tutto questo.
Solo a rispettare il rumore, come fanno i neonati che si calmano ascoltando.
Che un difetto casuale, un suono inatteso, coglie la mente impreparata solo se si rifiuta la possibilità che il caso sia a fondamento del suo manifestarsi e che, in questo, esprima un disegno, una saggezza.
Che siamo i custodi dell’ordine solo per offrire un’altra probabilità all’impossibile.
Che il tentativo di governare la legge delle cose non è potere, ma celebrazione, trasformazione, musica, ritmo, danza, disegno, misura.
Che una danza non dovrebbe avere bisogno della musica per esistere, ma che è già musica.
Che le guerre sono vere se puoi udirne il suono, ma che si vincono creando mondi in cui non sono necessarie.
Che la bellezza è l’intelligenza contenuta nelle cose.
E, infine, che eventi irripetibili si ripetono ogni giorno.
Tutte cose utili, queste, ad acquisire un certo rigore nell’intessere la mia personale, quotidiana, relazione con l’assurdo di infiniti che contengono infiniti, che contengono infiniti, che contengono infiniti…

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6 Responses to Xenakis. Nuvole e galassie

  1. diamonds il 30 settembre 2014 alle 11:53

    l’empireo dei sensi

  2. Sandro pedicini il 1 ottobre 2014 alle 13:04

    Incantato.

  3. davide vargas il 1 ottobre 2014 alle 14:58

    Ci sono cose che restano sconosciute nelle nostre biblioteche, nella nostra memoria, nelle pieghe della nostra cultura….questo pezzo mi ha fatto riprendere un libro di un caro amico scomparso (Amedeo Petrilli, Acustica e architettura) e ho re-incontrato (ma in realtà per la prima volta) Iannis Xenakis e i suoi schemi e le sue parole…un mondo di interessi si dischiude. Grazie Andrea Raos per l’opportunità. E complimenti

  4. davide vargas il 1 ottobre 2014 alle 15:01

    correggo: grazie Stefania Gaudiosi

  5. eugenio il 10 ottobre 2014 alle 09:40

    ringrazio gaudiosi raos e la nazione per avermi fatto conoscere xenakis; apprezzo particolarmente la prosa dell’autrice dell’articolo, e non finisco mai di stupirmi nel considerare quanto la tonante musica e la sussurrante siano rari e improbabili nel cosmo, mentre parola e figura ricorrono fino alla noia.
    tra i beatles e xenakis c’è la differenza che c’è tra un castello di carte all’impiedi e uno sfasciato. in mezzo c’è il piano preparato di cage. e poi mi piace molto l’architettura in musica. suono in un gruppo blues, il chitarrista è architetto.

  6. Stefania Gaudiosi il 10 ottobre 2014 alle 22:01

    Sono io a ringraziare voi per aver avuto la pazienza di leggere e, naturalmente, Andrea, che ha letto prima di tutti.
    Xenakis è poco noto anche perché molti dei suoi scritti non sono stati tradotti. Oppure sono stati tradotti male, come “Musica Architettura” (di cui possedevo una copia che ho finito per dimenticare in Brasile, qualche annetto fa, in una scatola che prima o poi sarei tornata a riprendere).
    E comunque non è per niente facile. Non perché sia realmente difficile ma perché lontano da ogni consuetudine metodologica, cosa che potrebbe spaventare se non si ha voglia di frequentare l’assurdo con un certo rigore poetico.
    Alla sua musica aveva destinato un fondamento teorico importante, forte da abbracciare la molteplicità delle prassi (solo apparente) nella stretta della legge generale. Senza per questo ridurla, anzi liberandola.
    La sua opera mi sembra un distillato purissimo della cultura occidentale (persino nel suo superamento) e la dimostrazione che la peculiarità linguistica sia solo un pretesto per negare il giusto riguardo alle umane facoltà, per natura indivisibili.
    Non è soltanto l’intelligenza il punto cruciale. È piuttosto l’intuito nel destinarla.



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