cinéDIMANCHE #12 INGMAR BERGMAN “Fanny e Alexander” [1982]

25 gennaio 2015
Pubblicato da


Renata Morresi

Io vedo Fanny e Alexander e trovo due strade, che in certi momenti, nei miei spazi di geometrie non-euclidee, riesco a pensare insieme: quella di un’arte mai colma abbastanza di sensualità e stupore, quella di un’arte piena di lavoro e studio.
 
“Forse siamo la stessa persona, e tra noi non ci sono confini, forse passiamo l’uno nell’altro, e mirabilmente scorriamo all’infinito l’uno attraverso l’altro”, dice Ismael, transgender e sensitivo, ad Alexander, mostrando la voragine che assilla/che nutre il bambino, aprendo la voragine che ci culla ed inghiotte. Pronuncia queste parole Ismael, persona indecidibile, persona per eccellenza, ma è come se ne avesse dette altre, come se avesse pronunciato la mia spiegazione: che abbiamo vissuto nell’inspiegato, che viviamo, a dispetto di quanto vorrebbe lo spietato Vergérus, sul confine tra la menzogna e la verità, e non c’è mai stato un posto altrove.
 
O forse devo calmarmi, non farmi affatturare da questo cosmico, fragile, bellissimo non sapere, procedere invece con disciplina, coscienza, ordine e amore – in quest’ordine li elenca Oscar, il direttore del teatro, nel suo discorso sulla ‘piccola’, non ‘grande’, funzione dell’arte: capire, almeno capire un poco. Forse devo considerare i limiti della materia, le carenze dell’umano, il bisogno di costanza e cura. E anche senza compiacermi, invilupparmi, ossessionarmi delle meraviglie dell’immaginazione e dei suoi tormenti, fare quel che è giusto, procedere al lavoro, stare con chi amo, perché “forse siamo la stessa persona, e tra noi non ci sono confini”.
 
Questo film di Bergman dovrebbe vederlo ogni artista, io credo, “piccolo” o “grande”.


 

Tutto può avvenire, tutto è possibile e verosimile. Tempo e spazio non esistono, sopra un insignificante fondo realistico l’immaginazione trama e tesse nuovi modelli: un miscuglio di ricordi, di vicende, di libere invenzioni, di stravaganze e d’improvvisazioni. I personaggi si scindono, si moltiplicano, si sdoppiano, si eclissano, si condensano, si dileguano, si raccolgono. Ma una coscienza è su tutti, quella del sogno; perché non ci sono segreti, incoerenze, scrupoli né leggi.

AVVERTENZA
da August Strindberg
IL SOGNO [1902]

 
Orsola Puecher
 

Fanny e Alexander è un film sul teatro e sull’aspetto teatrale delle vite, che sempre si giocano [to play – jouer – spielen = giocare/recitare], con impercettibli cambi di scena, tra realtà e finzione, immaginazione e verità. Inizia con un teatrino giocattolo e termina con la lettura dell’Avvertenza al dramma di Strindberg “Il sogno“. Tutto può avvenire, tutto è possibile e verosimile. Tempo e spazio non esistono… E al teatro è anche una dichiarazione d’amore: la famiglia Ekdahl ne gestisce uno e molti dei suoi componenti sono o sono stati attori e fanno parte, come dice nel discorso di Natale alle maestranze il padre di Alexander, del piccolo mondo racchiuso fra le spesse mura di questo edifico infinatemente ricomposto e migliore del mondo grande. Il loro stesso cognome con l’aggiunta di un h richiama quello del protagonista de L’anitra selvatica di Ibsen, Hjalmar Ekdal. Personaggio che consola se stesso di illusioni, testo in cui il mondo di menzogna e finzione degli adulti si contrappone alla purezza dei bambini. La battuta di Relling, il cinico medico:
 
Se togli la menzogna vitale a una persona media, le togli, allo stesso momento, la felicità.
 
è simile a quella del discorso di Gustav Adolf Ekdahl alla tavolata bianca e vaporosa dei battesimi-ricomposizione borghese di tutti i contrasti, in cui dice:
 
Noi Ekdahl amiamo i nostri sotterfugi. Togliete a un uomo i suoi marchingegni e vedrete che sbatterà la testa e menerà colpi in aria.


 
 
inizio
 
sogno
 
discorso teatro
 
discorso battesimo
 
 
Royal-Old-Stage
 
sipario
 
teatrino
 
teatrino2
 
teatrino3
 
funerale
 
canonica
 
vescovoc
 

Nelle immagini iniziali del film, prima che il campo dell’inquadratura si allarghi, si ha l’impressione, per qualche attimo, di trovarsi in un teatro vero, con il boccascena sormontato dalla scritta EI BLOT TIL LYSTNon per il solo piacere – che ne richiama il ruolo edificante ed educativo e che riproduce fedelmente quello del Royal Theater di Copenaghen, insieme al suo sipario storico, con l’Acropoli di Atene e le due statue che tengono in mano la maschera tragica e la maschera comica. L’illusione dura fino al momento in cui si alza il sipario e appaiono le sagome di carta dei personaggi e poi al sollevarsi del fondale di alberi con un castello e le sue torri, il teatrino diventa la cornice per il viso pensoso di Alexander, bambino ombroso, pieno di fantasie, continuamente visitatore e visitato dal mondo ultraterreno.
Nel documentario sulla lavorazione del film Dokument Fanny och Alexander, da 43:18 in avanti, durante la riprese di questa scena, realizzata con metodo eminentemente teatrale nella regia dei gesti e nella costruzione di un sottotesto emotivo alle intenzioni, Alexander e il regista si fronteggiano dal piccolo boccascena con le candeline tremolanti della ribalta accese. Burattino e burattinaio possono scambiarsi le parti, intercambiabili e sovrapposti. Personaggi necessari e omologhi di uno stesso gioco meraviglioso ed emoziante, e la didascalia, scritta da Bergman, recita:
 
Il teatrino di burattini.
Questa, vedi, è la magia più grande. Fa venire la pelle d’oca.

 
La magia dell’arte che sta sempre nell’ambiguità fra finzione e realtà. E forse la vera sola differenza fra vita e arte sta nella cesura definitiva della morte. Sempre Gustav Adolf nel discorso del battesimo:
 
D’improvviso, arriva la morte. D’improvviso, si apre il baratro. D’improvviso, arriva la tempesta e la catastrofe è su di noi.
 
Alexander al funerale del padre la rifiuta, combattendola con una apotropaica catena di parolacce e nomi di cose sporche, che ripete come un mantra, ma sarà poi visitato continuamente dai fantasmi, che appaiano fra le cortine e i broccati della casa-teatro, prima quello tenero e arreso del genitore e poi quello implacabile del vescovo padrino, di cui tanto la morte aveva desiderato nell’ascetica canonica, mondo duro e punitivo, quasi un film in bianco e nero nel film a colori, contrapposto al rosso dorato, caldo e luminoso di casa Ekdahl, e che, quando tutto sembra virare verso un happy end, gli apparirà minacciandolo Non ti libererai di me.
Lo stesso Quintetto per archi e pianoforte in MI bemolle Maggiore – Op. 44 di Schuman nei due movimenti che accompagnano le prime due scene è una lunga variazione di un tema in 4/4 di Marcia Funebre, che batte i suoi colpi inesorabili e pesanti, fatali, a volte confondendosi, a volte riemergendo dall’armonia. Come se si potesse tacitarne il ricordo e la minaccia solo per qualche attimo. Nella scena del teatrino la musica è più leggera avvolgente e sognante:

Ma quando Alexander apre la porta mimetizzata nel muro, che divide il suo appartamento da quello della nonna, torna a battere funerea, una statua può muovere il suo braccio di marmo e tutto diventa inquietante:

Mariasole Ariot

Le cose incomprensibili fanno uscire di senno, perciò è meglio dare la colpa agli apparecchi, agli specchi, alle proiezioni.
 
C’è un luogo in cui tempo e spazio perdono corpo e coordinate, e dove perdono corpo, i fantasmi ne recuperano con un senso raddoppiato : si animano le statue, i morti, le cascate sprofondano, una marionetta avanza come un Dio minaccioso, solo sott’acqua la possibilità di un aggancio. E’ un gorgo.
 
Le mie due figlie sono scese per prime, ma hanno perso la presa e il fiume le ha ghermite, trascinandole nel fondo. Io ho cercato di salvarle, ma sono stata travolta da un gorgo di acqua nera che ha risucchiato i miei vestiti. Soltanto sott’acqua sono riuscita ad afferrargli le mani e ad attirarle a me.
 
Ma è solo nel mettere in forma l’invisibile che il visibile perde una quota di terrore, si sposta nella messa in scena, scritto ed esoricizzato.
 
Fanny e Alexander è allora l’esperienza pura dello spaesamento, dell’esilio da sé e – proprio in quell’esilio, proprio perché esilio – del ritrovarsi.
Faccia a faccia con il reale dell’allucinare, testa contro testa, senza confini, quando ciò che scuote e sovverte non è l’insolito, l’anormale, ma il quotidiano : quando il pianto è impossibile e scoppia in una risata.
 
Ti seccherebbe se piangessi un pochino? Niente da fare, è inutile, non ci riesco.
 
Se le figure femminili portano la voce, le figure maschili portano il perturbante dello sguardo. Due padri : il primo gentile, debole, amato nella zona rossa, il secondo gelido, crudele, odiato nella casa blu. Cambiano le inquadrature, le tinte, le luci calde virano al freddo. Le feste diventano punizioni, i racconti non sono ammessi, il teatro si sposta nel retroscena, il meraviglioso ha il sopravvento.
 
Ho visto una luce misteriosa, c’era una di quelle bambine, immobili.
 
I fantasmi sono ovunque. Le mummie respirano.
Tutto ha vita. Vita inspiegabile e piegabile : Alexander la piega, la sforma, si sforma, riscrive una storia già scritta, la manovra.
Perché non è il compiuto ad esoricizzare i fantasmi, ma l’atto stesso della messa in scena, della ripresa, della costruzione di una zona potenzialmente infinita, incompiuta perché interrogativa :
 
Sai perché?
Non so se voglio saperlo.

cinéDIMANCHE
 

cdNella pausa delle domeniche, in pomeriggi verso il buio sempre più vicino, fra equinozi e solstizi, mentre avanza Autunno e verrà Inverno, poi “Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera“, riscoprire film rari, amati e importanti. Scelti di volta in volta da alcuni di noi, con criteri sempre diversi, trasversali e atemporali.

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3 Responses to cinéDIMANCHE #12 INGMAR BERGMAN “Fanny e Alexander” [1982]

  1. n.a il 25 gennaio 2015 alle 21:26

    Non si può passare senza lasciare un segno. Vi ringrazio.

  2. Giorgio il 26 gennaio 2015 alle 18:18

    Semplicemente magnifico! Grazie.



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