Miti Moderni/11: violini

Enrico Benetta
Enrico Benetta

di Francesca Fiorletta

La violinista ha un vestito azzurro, con le balze, sale sul palcoscenico, il teatro è pieno ma nessuno batte le mani, è prima mattina e nessuno batte le mani, si aspetta soltanto, in silenzio, si sbadiglia e si aspetta, l’inizio del concerto. Anche gli altri musicisti restano immobili, nessuno parla, nessuno incomincia a suonare, è prima mattina, il teatro è pieno, e il vestito, con le balze, troppo azzurro. 

Questo tragico folle gioco di lanciare i sassi contro i treni in corsa, dice la televisione, il giornale quotidiano dell’ora di pranzo, quattro carote e un melone, anche se siamo fuori stagione, un caffè corretto con la tachipirina, la febbre che continua a salire, intorno c’è lo stesso silenzio, il silenzio dell’attesa, quando inizierà il concerto, si sta facendo molto tardi, manca ancora la colazione.

Il pomeriggio si riempie di nuvole, la chat che contrassegna la presenza, mi raccomando riguardati, nella testa rimbalzano le note, tu però continua a leggere, quel libro regalato a metà, gli occhi si fanno piccoli e leggeri, la fessura spaiata delle orecchie, stai solo aspettando delle conferme, anche se loro non lo sanno, vuoi essere rassicurata, pensi che andrà tutto bene, comunque, prima del tramonto.

Ci sei per un aperitivo? Un’altra serata dentro casa, non la vuoi passare, miscela il paracetamolo nello spritz, il brut e la birra artigianale, che ti fa sentire libero, ti fa vestire di azzurro, con le balze larghe, le scarpe fuori fuoco, la tintura sbreccata dei capelli troppo sottili, sulla frangia, hai deciso che non vuoi suonare più, il leggio si piega controvento, si fa morbido, adesso, è vitreo d’acqua, s’appoggia da un lato, e cade giù.

La notte, finalmente, iniziano i rumori, si dirada il silenzio, un ritardo viennese, la rumba brasiliana, l’invito al ballo senza scegliere il cavaliere, potresti diventare puro ritmo, energia e scollature, senti l’ansia del deserto, prendi la rincorsa per la prossima adrenalina, le poltrone di velluto rosso, si chiudono le porte dei soppalchi, gli armadi buoni per la prima stagione, la spettatrice col ventaglio nero, di pizzo, tiene al fianco suo marito col gilet.

Rimane il concerto, nella testa, dentro i sogni, quando si avvicina l’alba, pensi alle docce scozzesi, ai geyser, e intanto continui a bruciare in mezzo alle lenzuola, mordono i polsi, la musica s’inceppa, il ritmo è zoppicante, la violinista sta guardando lo spartito, adesso, ma non ce n’è bisogno, l’ha inventata lei, quella mattina, la melodia della giornata, è tutto fermo, già stampato sulle dita, dentro le mutande, la gonna azzurra, che vola via, e intanto cadono i capelli, gli applausi no.

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