Miti Moderni/14: esposizione

Rinko Kawauchi
Rinko Kawauchi

di Francesca Fiorletta

La devastazione che si posa, con calma, davanti. Prendi sotto braccio gli idranti e sguinzaglia i cani da alleggerimento, sono già scattate le manette, mentre fervono gli ultimi preparativi per la festa, restano blindati gli ingressi, la regressione è stupefacente, che sia chiara la nostra determinazione, nel cuore degli scontri si scambiano di fretta i vestiti, abbandonano il campo di battaglia, i giovanili concorrenti, ma la replica arriva celere, a mezzo stampa: sei uno sciacallo!

Il crescente divario geologico, abbozzato dalle isole albine, due paure sovraesposte, mentre nuoti a tentoni nel canale, in risalita, muovi le braccia impazzite, diventi un grillo di cemento, e le critiche arrivano all’imporvviso, proprio quando ti raccontavi fortunata, godevate degli effetti benefici delle riforme, ancora, i nuovi catalizzatori dell’affetto interinale: oggi è arrivato lo stipendio, ti sei creduta in pace, troppo all’erta.

Un pericoloso incapace, raccontano fra loro, e chi se lo aspettava, nonostante le condizioni internazionali siano per lo più favorevoli, i risvolti no, qualche migliaio di problemi sopiti, i pensieri nascosti dalla bruma polverosa che segnava la fine dell’inverno, che si apriva senza dirlo su una landa ancora più brulla, spaesata, incontestabile. Stasera gioca la Sicilia.

Una figura al di sopra di ogni sospetto, la mano che afferra il magro bottino, ma il giocattolo si è rotto, non tiene più la piega degli eventi, il tettuccio apribile di un’automobile sportiva, la lampadina sempre accesa nel soggiorno, il corridoio è meglio lasciarlo al buio, in sordina, a rimarcare l’attesa, la presenza sgradita di un ospite ozioso, fuori stagione.

Persone oneste e per bene, ecco il ritratto dell’incomunicabilità: la sconfitta è autentica solo nella tua testa, i dadi rotolano sul tavolo da gioco, le carte scoperte, l’allegria coatta dell’ultima cena, quando ti avvicini al buffet e puoi scegliere soltanto ostriche, bignè alla crema, liquore amaro di colore ferrigno, l’aroma appeso di un augusto imperatore, l’intimità sfuggita contro il tempo, nell’agguato coatto dei perché.

Poi ti squilla il telefono, le notizie che ti fanno andare avanti, prevedi già una prima occhiata di dissenso, le strategie composite per le larghe intese, evviva: l’ennesima settimana di prolasso, decidi di lasciartela alle spalle, senti che tira più forte il vento, le panchine assolate per metà, il foulard che ti ricorda la famiglia, ti è rimasta in tasca una caramella, non sopporti più nemmeno l’odore del caffè.

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