Sul corpo della poesia di ricerca

3 novembre 2015
Pubblicato da

di Antonio Loreto

La prima edizione del Premio Pagliarani è stata vinta per la sezione della poesia edita da Soffiati via di Vito M. Bonito: un bel libro di un autore importante, niente da dire.
Rifletterei però sull’indirizzo del Premio, che il nome di Elio Pagliarani e alcune indicazioni abbastanza chiare mostravano vòlto a valorizzare opere di ricerca, mentre Soffiati via non sembrerebbe essere tale. Perché? Che cosa si deve intendere per “ricerca”?
Due anni fa, in occasione di Poesia13 – Cantiere aperto di ricerca letteraria (a cura di ESCargot), ci ritrovammo a Rieti in diversi e vari, critici e poeti (ogni poeta presentato da un critico), a leggere, ascoltare, commentare e infine, quasi a margine, a tentare della ricerca una definizione, senza che ­– assortiti come eravamo – un’idea concorde riuscisse a scaturire. Il discorso rimase sospeso, lasciando l’impressione che la parola “ricerca” fosse nella disponibilità di qualunque esperienza che aggirasse le scritture poetiche non sperimentali.
A mio avviso non si trattava allora né si tratta in generale di negoziare una definizione, di stabilire democraticamente qualità essenziali, magari un’ontologia. Il punto è che la poesia di ricerca nominalisticamente esiste, ed esiste da tempo, saturando il dominio semantico – nel contesto della letteratura poetica – della parola che la specifica. Esiste nel corpo delle opere e delle attività molteplici – il sito gammm.org, l’antologia Prosa in prosa, i convegni Ex.it, il progetto editoriale Benway Series, il dialogo costante con la ricerca anglofona e francofona attraverso la collana Chapbook dell’editore Arcipelago, per esempio – di un gruppo di autori aperto, come lo è stato, ancora per esempio, quello della neoavanguardia cinquant’anni addietro. Non omogeneo, certo (così stavano felicemente insieme Balestrini e Pagliarani, per dire, con Manganelli e Arbasino), e come dicevo aperto, ma riconoscibile.
Si capisce, mi auguro, che non coltivo follie monopolistiche né puristiche e conservatrici: la poesia di ricerca la faccia chi vuole (e smetta chi vuole di farla) e senza porsi in maniera epigonale, se possibile. Solo vorrei suggerire, ripetendomi, che l’espressione “di ricerca” non può riferirsi alla proprietà di essere non tradizionale, in qualunque modo purché sia: non può più a questa altezza cronologica, perché essa ha storicamente (per una storia breve, ma questo non rileva troppo), ha storicamente preso a indicare un corpo. Il suo corpo storico è lì, e come tutti i corpi consiste in un processo, che accoglie qualcosa come propria fase e rifiuta qualcos’altro come qualcosa d’altro; non secondo una famiglia di dogmi (Corrado Costa ne ha disfatti almeno due, di dogmi avanguardistici – quello del montaggio e quello dell’antireferenzialità – pur rimanendo nella sensibilità condivisa un avanguardista) bensì secondo criteri di riconoscibilità.
La riconoscibilità è una questione di scopi, e dunque pragmatica: se il mio scopo è lavare l’automobile, posso riconoscere come acqua il contenuto del secchio che ho riempito anche se vi finisce dentro un corpo estraneo, che magari la renda non potabile ma che non impedisca l’operazione e non rovini la carrozzeria; se il mio scopo è bere, il contenuto del bicchiere verrà da me riconosciuto come acqua qualunque sia l’azienda imbottigliatrice (e qualunque la composizione organolettica), a patto che non si verifichi un fatto come il discioglimento di qualche piccolo granello di arsenico, nel qual caso dovrei riconoscerlo come Acqua Tofana – anche se solo dopo aver constatato l’effetto. Sia chiaro che gli scopi, in letteratura, non hanno a che vedere con l’intentio auctoris; vanno rintracciati specularmente proprio negli effetti, che sempre eccedono eterogeneticamente gli scopi che li creano (l’autore si dia pace, non gli chiederemo niente: può anche morire se gli piace).
A questo punto dovrei forse dire qual è l’effetto, quali sono gli effetti della scrittura di ricerca, e quali i diversi, incompatibili effetti di una scrittura come quella di Soffiati via. Ma non credo serva: lo hanno detto in questi anni, certo parzialmente e non sempre lucidamente, i discorsi critici di una teoria di lettori (e autolettori – forse soprattutto loro: questo certamente complica le cose).
Rimarrei piuttosto al discorso principale, perché essere riconoscibile non significa necessariamente essere riconosciuto, né nel senso della distinzione né nel senso dell’ammissione. Poesia13 e Premio Pagliarani – considerato il novero e le inclinazioni dei lettori giurati (di cui ho fatto parte) e il novero e le inclinazioni dei poeti candidati, per una porzione non irrilevante (legittimamente) restii alla più sporadica frequentazione della poesia di ricerca – rendono in effetti palmare il fatto che la nostra comunità letteraria, perlomeno quella in tali sedi rappresentata, nel complesso non la riconosce. Riconosce tuttavia l’appeal dell’etichetta nei galleggiamenti discorsivi: ciò che espone una parte della comunità in parola a una tentazione che provo a esemplificare politicamente (ovvio: senza voler istituire alcun parallelo di ordine assiologico).
Quello della sinistra è un corpo culturale riconoscibile: coloro che lo riconoscono ma non vi si riconoscono posizionano sé stessi altrove, in formazioni culturali già date o da darsi, configurando uno schieramento tradizionalmente diversificato. Coloro che non lo riconoscono possono dar luogo a una formazione più o meno eterogenea che tenti di appropriarsi, risemantizzandola, della sua insegna in certo modo percepita come vantaggiosa; che finisca per sovrapporsi con il proprio corpo all’altrui, nel rischio quando non nell’intenzione di sopraffarlo, neutralizzarlo, estinguerlo – e se va bene assorbirlo. È una dinamica che di questi tempi vediamo chiaramente nelle logiche che governano alcuni partiti, e nelle società che esprimono e negli strumenti (il vecchio giornale gramsciano, per esempio) che utilizzano.
Può essere utile arretrare rispetto al presente, che è tempo sempre fertile di polemiche e militanti (oltre che etimologicamente paradossali) presbiopie, e al contempo ritornare all’ambito letterario. Provo a immaginare Tristano di Balestrini e Tempi memorabili di Cassola in un premio per il romanzo tout court e in un premio per il romanzo sperimentale. La vittoria di Cassola (siamo nel 1966, Balestrini non gode ancora del riconoscimento di cui godrà) non avrebbe lo stesso significato nei due casi: nel primo, saremmo semplicemente al cospetto della consueta minorità degli sperimentalismi (di quelli non storicizzati, perlomeno); nel secondo, se l’esito fosse accettato senza obiezioni, quello della minorità sarebbe il meno indesiderabile dei problemi: con conseguenze di qualche serietà si darebbe una rinegoziazione delle categorie di riferimento. Alcune di queste – in quanto ideologiche, politiche, estetiche e quindi ideologiche e politiche – si collocano nella storia: se le rendiamo troppo fluide, le stiracchiamo troppo (non dico: le rovesciamo), diventano inefficaci o inservibili, mentre sono gli strumenti con cui ci orizzontiamo nel nostro tempo, e lo costruiamo.

 

 

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Notable Replies

  1. Forse è il concetto di "poesia di ricerca", con tutti i suoi connotati, che andrebbe rivisto profondamente, soprattutto per quanto attiene al peso che alcuni (in genere tutti coloro interni al circolo della "poesia di ricerca") gli attribuiscono; forse molti altri atteggiamenti e habitus mentali, in specie quelli propri di tutti coloro i quali si riconoscono bene o male in determinati ambienti legati alla "poesia di ricerca", andrebbero profondamente ripensati.

  2. Ho sfiorato questa edizione del Premio, purtroppo. Veramente ho sfiorato molti appuntamenti con la storia (in piccolo) di alcuni momenti della versificazione perché assorbito a volte troppo dalla Storia (in grande) con cui mi misuro per questo dannato mestiere. Ma non dimentico il finale di un saggio di Eliot, datato certo per chi voglia appendere cartellini alla parola poesia, già gravata dall'essere lei stessa un cartellino appeso alla vita, alla Natura e a Dio o a un dio o a una divinità per chi voglia scegliersela.
    E questa è la mia stella polare se mai un giorno avrò al fianco dei giurati…
    *
    […] Per concludere, poiché il vers libre non può essere definito dalla sua mancanza di misura o di rima, in quanto altri tipi di poesia ne sono privi, e neppure dalla sua mancanza di metrica, perché anche il peggiore dei versi può essere scandito, potremo affermare che non esiste distinzione tra verso tradizionale e vers libre. Esistono soltanto buoni versi, cattivi versi, e il caos.
    -
    TSEliot, da Riflessioni sul vers libre, 1917

  3. joshua says:

    non credo esistano né la res cogitans né quella extensa denominabili 'poesia di ricerca', poiché, se esistessero, esisterebbero in opposizione a, o in contraddizione con, l'antitetica 'poesia di non ricerca'. Mi sembrano nominalismi, sofismi tanto per dire che al poeta spetta una cerca, un troubar. Voglio dire che là fuori c'è un mondo di cose a volte uguali (non credo che le rose medievali fossero diverse dalle nostre, ad esempio), a volte diverse (beh, Renzi non c'era nel medioevo a Firenze, anche se sarei curioso di vedere Dante dove l'avrebbe dismesso). Chi scrive deve prendere atto di questo: se continua a parlare di rose rischia di non dire molto di diverso da un erborista, pur erudito, del medioevo. Credo sia altresì certo, che Renzi non sia un artistico soggetto, da collocare in un Inferno, o Purgatorio o Paradiso, contemporaneo, sempre con quel sorrisino aizzato. In definitiva abbiamo una quantità di oggetti e linguaggi sproporzionata, in cui ogni poesia (si può dire 'poetica', senza ironia autorale?) rischia di disseminarsi, senza mai neanche sfiorare quella 'totalità' a cui poeti di mondi e linguaggi meno worldwide potevano (possono?) almeno aspirare. L'hortus conclusus è un'illusione, l'orticello non soddisfa l'aspirazione (né la sana ambizione, forse). Ecco, credo che già riflettere su questo stato possa condurre ad una buona cerca poetica sul contemporaneo con vario linguaggio (e lignaggio).

    -

  4. Sandra says:

    Di Poeti il mondo ne ha conosciuti e ne conoscerà sempre finché esisterà qualcuno che "sperimenterà " se stesso.
    Che vuol dire poi "poesia di ricerca"? Si ricerca un qualcosa che è più avanti? Si ricerca un linguaggio nuovo?
    Che motivo c'è di farlo? Io sono una semplicissima lettrice e sento che c'è altro dietro al linguaggio che rende grande uno scritto poetico.
    Si può giocare con le parole e con la sintassi in mille modi e possiamo pure convincerci che un testo fatto di parole estratte a sorte sia meraviglioso ma stiamo solo giocando. Se chi scrive non è PIENO di quelle stesse cose che scrive e di sè stesso la poesia scivola via appena si è pronunciata l'ultima sua parola.
    Solo chi brucia di autenticità fa vera poesia, quella che scalfisce e resta. Tutta questa artificiosità fatta passare addirittura come inconscia è solo l'amara consolazione di chi non ha nulla da dire.

  5. Più che altro io mi chiedo che cosa significhi «solo chi brucia di autenticità fa vera poesia».
    Come fa una persona a capire se brucia di autenticità?

  6. È vero. L'autentico in poesia è un materiale sguisciante e che forse sarebbe bene riconoscere in absentia o in negativo: diciamo che un artista (e, per estensione, una persona con cui vale la pena passare un'ora del proprio tempo) che non sia autentico si riconosce dagli sbadigli che provoca, alla quinta o decima parola che pronuncia. E non parlo della scrittura o della sua arte ma della stessa vita ordinaria nella quale si incontra.

  7. Sandra says:

    Guardi @maxmanga, lei è sicuramente più bravo di me con le parole e il fatto che non lo capisca mi stupisce. Magari se ci fa un po'
    di "ricerca" su poi le risulterà più chiaro 😉

  8. Accetto il consiglio. Mi ritiro a compiere una bruciante ricerca.
    Ci risentiamo tra vent'anni.

  9. Sandra says:

    @maxmanga Mi spiace che lei abbia portato sul piano dell'ironia la discussione. Si è impuntato su una frase, una parola che magari non sono le migliori ma come già le dicevo NON sono una scrittrice e MAI lo sarò. Qui ho solo espresso una mia perplessità verso un tipo di poesia che proprio da lettrice, le ripeto, non riesco a sentire. Male, banalmente, non lo so, ma ho detto la mia perché quello chiedeva il post. E lei? La sua qual è?
    Perché invece non prova a spiegarmi lei qualcosa? Non capisco poi cosa voglia dire con l'espressione - ci sentiamo tra vent'anni- ? Se me lo spiega magari non penso che le occorrono vent'anni per capire ciò che ho scritto.

  10. I vent'anni mi serviranno, forse, per capire questo linguaggio ineffabile.

  11. Antonio Loreto scrive (bene):
    "La riconoscibilità è una questione di scopi, e dunque pragmatica: se il mio scopo è lavare l’automobile, posso riconoscere come acqua il contenuto del secchio che ho riempito anche se vi finisce dentro un corpo estraneo, che magari la renda non potabile ma che non impedisca l’operazione e non rovini la carrozzeria; se il mio scopo è bere, il contenuto del bicchiere verrà da me riconosciuto come acqua qualunque sia l’azienda imbottigliatrice (e qualunque la composizione organolettica), a patto che non si verifichi un fatto come il discioglimento di qualche piccolo granello di arsenico, nel qual caso dovrei riconoscerlo come Acqua Tofana – anche se solo dopo aver constatato l’effetto."

    Dai commenti qui su, mi pare stia venendo fuori, invece, un altro tipo di equazione:
    "autenticità" = viscere esposte, vera poesia / "non autenticità" = intellettualismo, noia mortale.
    Ora, posto che i gusti di ciascuno sono da considerarsi insindacabili dacché appunto personalissimi, mi vengono tuttavia alcune domande:
    1. chi stabilisce cosa è autentico e cosa no?
    perché, visto che parliamo di scrittura, e quindi non di una lacrima o una risata o un colpo di tosse, mi pare evidente che stiamo sempre indagando il campo della mediazione concettuale, delle strategie espositive, insomma della resa pratica dei succitati "scopi". (per tornare all'esempio di Loreto)
    che una scrittura che susciti magari un’ empatia immediata sia più "autentica" di una scrittura (cito ancora) poniamo nominalistica, credo sia un errore di percezione, forse un po' troppo facile, in cui cadere.
    2. chi dice che l'autentico (ormai abbiamo scelto, mi pare, questi attributi) è per antonomasia interessante, e il resto fa sbadigliare?
    io, per esempio, posso trovare noiosissimo uno sfogo personale del momento, e interessantissima una disquisizione forbita sulla semina dei gerani.
    quelli che qui ho letto definiti come "giochi di parole" possono essere allora ricondotti anche alla celeberrima OuLiPo: liquideremmo quindi oggi Perec o Calvino come degli autori che fanno sbadigliare, perché non autentici?
    [N.B. il mio non era un paragone, era un esempio.]
    Esempio per tornare alla riconoscibilità di cui parla appunto Antonio.
    Riconoscibilità che quindi mi riconduce al nodo
    3. la definizione stessa della "ricerca", secondo me, non è delle più felici, in quanto genera i malintesi di cui sopra (e vari altri...) e sembra quasi che tacci di dilettantismo tutto ciò che ne resta escluso.
    sappiamo bene, però, che così non è!
    come sappiamo altresì (e personalmente all'inizio non ero d'accordo con "lo scopo" dell'intervento di Loreto, e invece le evidenze mi fanno quasi capitolare) che oggi questo tipo di realtà (ESCargot, gammm, Ex.it, ecc.) effettivamente non viene ancora ben riconosciuta. Ma dai lettori, in primis, e non certo dai premi. (di cui, francamente, importerebbe assai meno.)
    ecco, penso che se un problema c'è (forse, smentitemi!) è un problema probabilmente bilaterale: quanto la poesia "di ricerca" riconosce/è interessata a riconoscere "il lettore"?
    magari anche chiedersi questo, mentre ci si chiede perché il lettore (o chi per esso) non riconosce la poesia di ricerca, può essere d'aiuto.
    In definitiva, citerei ancora Antonio:
    "con conseguenze di qualche serietà si darebbe una rinegoziazione delle categorie di riferimento."
    Non sarà che è arrivato il momento di volgere il condizionale all'indicativo?

  12. Sandra says:

    Grazie @f_fiorletta finalmente una bella cosa su cui riflettere. Magari lo farò silenziosamente per non correre il rischio dell'essere ineffabile. Vista l'ora buonanotte.

  13. Mi pare chiaro come giustamente scrivi che l'imprimatur di autenticità è soggettivo. Io per esempio sono per il discorso più succinto rispetto a quello di Loreto... e alla domanda: Chi stabilisce cosa sia o meno autentico e/o interessante, è ovvio: ma IO.

    Suvvia, siamo o no autoreferenziali? :smiley:

    Per essere meno giocoso, la divisione che sembra così netta non è poi data così a caso e non ho voluto affermare che lo sfogo personale sia per questo autentico (anzi è palloso se condotto con personalismo) mentre plaudo da sempre a un discorso sulla fioritura dei gerani che se portato con talento diventa materia di bellezza e arte e a posteriori autentico, tanto per non logorare ancora la categoria.

  14. Bene, per dirla fuori dai denti: "poesia di ricerca" al momento indica genericamente una costellazione di esperienze letterarie che in concreto consiste nella riesplorazione in ordine sparso di forme di minimalismo in varie salse e di sperimentalismi in chiave asemantica se non addirittura neo-dadaista (a partire da determinati modelli trascelti nell'ambito di alcune letterature straniere, esse stesse guardate con parecchie precomprensioni), da parte di un gruppo disseminato di intellettuali che si rifanno filosoficamente a una base neo-scettica o neo-nichilista teoreticamente debole, radicantesi in una troppo spesso evocata post-modernità più o meno rizomatica (e peraltro del buio del post-moderno si è accorto perfino Bauman). Ritengo che due prese di posizione, da parte di questo gruppo disseminato di intellettuali, risentano di un difetto di legittimità programmatica. La prima è l'avocare a sé il titolo di "scrittura/poesia di ricerca", rigettando ogni altro interlocutore nel nulla, non senza l'occasionale impiego di formule che suonano pragmaticamente fuori del seminato; la seconda è il rivendicare una novità a mio modestissimo parere inesistente, rispetto ad altri indirizzi di sperimentazione e ad altri approcci filosofici, e a tal proposito basti considerare che dopo cinque millenni di scrittura letteraria non possono esistere novità assolute e non si è mai al riparo dai doppioni. Nella sostanza, si invoca un cambio di paradigma che non è avvenuto; si presume di possedere una unicità che probabilmente non è. Qui non è questione di presunta autenticità o di fantomatiche ispirazioni. Bisogna poi anche comprendere quanto abbia senso cercare di costruire la versione post-istorica del gruppo '63, o il suo post-istorico ripensamento, cosa che spesso negli ambienti della "poesia/scrittura di ricerca" si tende a fare, spesso per spontanea deriva socio-culturale (processo di lunga durata) più che per scelta espressa.

  15. Mi pare che si faccia un uso eccessivo di prefissi, peraltro in contraddizione tra loro. Inoltre alcune delle definizioni sono decisamente errate: dove sta il neodadaismo in giro?
    Ora, facciamo conto la novità sia inesistente, vorrei almeno sapere dove stanno gli altri «indirizzi di sperimentazione».

  16. Un saluto al caro Nicky Kelly, è molto bello leggere un tuo commento qua.

    Per il resto non troverei nulla d'originale da aggiungere alla discussione; l'intervento di Daniele Ventre mi pare pienamente condivisibile, e sappiamo d'altronde che la comunità "de ricerca" l'ha ostracizzato ricorrendo a grevi battute gastroenterologiche imperniate sul suo cognome.
    Un'altra testa fina (che sarebbe il caso che certuni ascoltassero non solo quando parla male di Lagioia) ricorda come “ogni poesia che si rispetti – qualunque ‘poetica’ costeggi – […] sia fatalmente ‘di ricerca’”, e perciò verrebbe da concludere che è pretenzioso se non ricattatorio rivendicare, per sé soli, tale etichetta.
    Poi certo, si può capire che questa voglia essere una rivendicazione d'intenti davanti a tantissima poesia che, per parafrasare quella citazione di Marchesini, NON si rispetta - vale a dire, roba noiosa, inerte, derivativa. E' come dire: in Italia vedo una crisi dei valori, chiamo il mio partito 'Italia dei valori' per sottolineare la mia consapevolezza del problema e la mia volontà di non farne parte. Basta ciò a impedire che nel mio partito ci stiano persone che coi valori hanno, come dire, pochino a che vedere? Evidentemente no (e la cronaca conferma).
    Come dire che, anche a prendere 'poesia di ricerca' per 'poesia che cerca di essere interessante/innovativa', non basta porselo come obbiettivo esplicito per poter dire d'averlo conseguito più o meglio di altri.

    Di fatto, trovo che in quell'area ci siano scrittori del massimo interesse, davvero esaltanti, e altri mediocri; e che comunque le opere interessanti lo siano a prescindere dai parafernalia teorici. La presenza dei primi, comunque, è motivo sufficiente per seguire con attenzione e rispetto questa corrente (che pure fa tanto per dare di sé un'immagine criticabile, e infatti spesso riesce perfettamente a farsi detestare). E certo che, se ci serve come strumento tassonomico per orientarci nel panorama italiano attuale, 'poesia di ricerca' ha senso perché identifica questo insieme di scrittori con innegabili comunanze stilistiche (e legami personali, anche) che hanno scelto di farsi conoscere così. E qui ha ovviamente ragione Loreto.

    Ma prendiamo il caso del libro di Bonito: è vero che non c'entra con la 'poesia di ricerca' intesa come quella praticata da quello specifico gruppo di autori, etc.; ed è vero che (da quanto ho potuto leggerne) pare un libro mediocre. Ma è mediocre perché non fa 'ricerca'? No! - è questo il punto. Potrei additare (o, comunque, immaginare) opere che pur presentando tutti i crismi caratteristici di quello specifico gruppo, non sono migliori qualitativamente di quella di Bonito: perché non stimolano proprio nulla nel cervello del povero lettore. Così come, al contrario, opere (prodotte oggi!) che non hanno le caratteristiche di quel gruppo, ma che sono della massima qualità.
    Perciò, quando più avanti Loreto allude a "effetti" diversi che la p.d.r. e Bonito produrrebbero, si può rispondere che: dipende da quali autori/opere della p.d.r. vogliamo considerare.

    Un altro discorso che si potrebbe fare è quanto, davvero, la scrittura sia assimilabile alla ricerca scientifica. Nel senso che se la qualità, in letteratura, certo non consiste nel ripetere acriticamente venerandi stereotipi, tuttavia non mi pare neanche così ovvio che debba identificarsi tout court con l'innovazione, il superamento del passato, lo slancio in avanti, la rottamazione dei paradigmi obsoleti. (La critica vale anche per l'altra metafora, quella militaresca di 'avanguardia').

    Ma ricordo d'aver fatto la medesima osservazione in una discussione analoga di due anni fa; sono discorsi, davvero, che tendono a ripetersi sempre uguali e spesso con gli stessi protagonisti.

  17. Caro Massimiliano Manganelli, a leggere la sua illuminante risposta al trattatello del nostro Andrea Inglese, mi pare che lei di contraddizioni nel mondo dei "ricerchisti poetici" ne evidenzi parecchie. Poi le scritture asemantiche e quant'altro, che talune "poetiche ricerchiste" sfiorano più o meno tangenzialmente, non mi pare che non abbiano proprio proprio proprio niente a che fare con un certo gioco ai dada. Anche ci si potrebbe chiedere che cosa faccia la critica nel sondare l'universo, oltre ad alzare barriere; non mi pare che Hawking abbia mai negato l'esistenza delle galassie di Seyfert. Credo che molti debbano calare la cresta, non foss'altro che per elementare norma di dialogo in una comunità di argomentanti, per citare Apel, che molti rizomatici cultori di felci nostrane volutamente ignorano. Inoltre esistono molte forme di petrarchismo, ovvero di conformismo letterario.

    P. s.: quanto all'abuso di prefissi, una certa aria di famiglia dovrebbe essere riconoscibile, almeno questa. :wink:

  18. Le contraddizioni sono ovunque, anche nella mia testa. Quello che non mi pare utile è appioppare prefissi un po' a caso (lo ripeto meglio: dada non c'entra nulla; sono passati cento anni e sono cambiate molte cose, soprattutto gli intenti), in particolare con l'intento di affermare che in fondo è già stato detto e fatto tutto.
    E se allora è così, a che serve scrivere? A esercitare le dita sulla tastiera?

  19. @ Roberto Battisti
    La frase «ogni poesia che si rispetti – qualunque ‘poetica’ costeggi – […] sia fatalmente ‘di ricerca» non significa alcunché: anzi significa che tutto è uguale a tutto. E ovviamente, da critico, non posso essere d'accordo.
    Per quello che ne capisco, il senso dell'intervento di Loreto mi pare semplicissimo: se si organizza un premio per i barbuti e viene premiato un glabro, i barbuti hanno motivo di stupirsi, se non di risentirsi.

  20. Ringrazio tutti coloro che hanno voluto partecipare alla discussione, e mi permetto di riprendere la parola per qualche breve precisazione.

    Sugli n millenni di storia della poesia che impedirebbero oggi sostanziali mutamenti paradigmatici (e con questo non voglio sostenere che la scrittura di ricerca costituisca un sostanziale mutamento paradigmatico): si può dire lo stesso anche per gli n-0,1 millenni di storia dell’arte o del pensiero che precedettero Duchamp o Freud?

    Vorrei poi ribadire che la categoria “di ricerca” (come “d’avanguardia”, come “modernista”, come “crepuscolare”, come “elisabettiano”) per quanto mi riguarda non significa in alcun modo “buono”. Anche per questo a me pare fuorviante l’enunciato “ogni poesia che si rispetti è ‘di ricerca’”, che vale esattamente quanto “ogni arte che si rispetti è ‘figurativa’”. Perciò mai avrei potuto affermare che il libro di Bonito non è un buon libro perché non è di ricerca: ho anzi scritto che non è di ricerca ed è un buon libro (il discorso che fa Eliot è invece qualitativo, e allora può ben dire che “non esiste distinzione [QUALITATIVA] tra verso tradizionale e vers libre”).

    Gli autori che fanno ricerca, o avanguardia, eccetera, o i critici che se ne occupano in maniera più o meno consentanea, a quanto ne so frequentano e amano molti autori distanti dalla ricerca o dall’avanguardia: Balestrini e Sanguineti amavano Foscolo, Gherardo Bortolotti ama Calvino, io – si parva licet – amo Montale, Sereni, Volponi, Siti. Perseguire o sostenere un progetto letterario d’avanguardia o di ricerca non equivale a fare tabula rasa del passato, e di ciò che è in continuità con esso, presumendone il valore di ciarpame: se l’equivoco è ancora questo siamo davvero fermi all’epoca di Freud e Duchamp, e dei furori futuristi.

  21. @ Massimo Manganelli: dato che quella frase non è mia (ma d'un critico molto più professionale e bravo di me), ha senso solo fino a un certo punto che la difenda io; a ogni modo, non credo sia così generico-tautologica come può sembrare. Anche sapendo da chi viene, il quale non è certo uno con gusti pacificamente ecumenici. Comunque la possiamo intendere nel senso che la buona poesia risulta aver fatto 'ricerca' (a volte nel senso d'innovazione, sempre comunque in quello di aver 'trovato' dei buoni risultati) a posteriori, anche quando il poeta non si fosse prefisso a priori di farla.

    Altrimenti, se vogliamo intendere 'ricerca' come escogitare nuove soluzioni tecnico-formali, siamo sempre lì: interessatissimo a tutte quelle possibili, siano i carmi figurati, i lipogrammi, la sought poetry, il flarf. O i giochi anagrammatici vertiginosi dei bardi indoeuropei (vedete, rilancio la posta, rispetto al buon Ventre, e risalgo ancor più indietro nel tempo. Rileggiamo un po' di Calvert Watkins - poi gli specialisti potranno andar cauti su alcuni dettagli della sua ricostruzione, ma se non è tutto vero è certo ben trovato).
    Ma poi queste forme, questi strumenti, acquisiscono un valore solo in mano al bravo poeta che li sappia usare. E se uno li sa usare a grande effetto, poco importa che siano forme ereditate da una tradizione millenaria o inventate da lui stesso il giorno prima.

    E già che siamo in tema d'acribia: il mio cognome, nella sua corretta grafia, non è illustre come il suo, ma mi fa sempre piacere vederlo scritto correttamente. E' vero, porto la lectio difficilior, ma che ci posso fare se avevo avi degeminanti?

  22. Curioso che lei, tirando in ballo l'acribia, sbagli a scrivere il mio nome...

  23. Sandra says:

    Ohhhh siete bravissimi !!!! Ad ogni intervento che si aggiunge capisco sempre meno. E io poi sarei quella " ineffabile".:smiley:?

  24. @MM: l'ho fatto apposta, no? ; )

  25. Ah, ecco.
    Il mio era un errore dettato dalla digitazione al cellulare.
    Non apprezzando particolarmente Battisti (Lucio), direi che la sua grafia mi piace di più.
    :smile:

  26. @ Max (così non sbaglio): io apprezzo quello panelliano, almeno. Il che a ben vedere è un gusto molto 'de ricerca' : )

  27. @Massimiliano Manganelli. Vedo dunque che siamo d'accordo. Forse non si evinceva dal mio commento, magari ritenuto troppo secondario per una lettura attenta: appunto l'assenza di novità non autorizza proclami su presunte novità che implichino la delegittimazione di ogni altro eventuale indirizzo di scelta stilistica.

    Quanto al dada, per usare una metafora paleontologica, dopo quella sua, di ambito astrofisico: un delfino e un ittiosauro nascono da diverse aree della tassonomia evolutiva animale, ma hanno la stessa struttura e lo stesso ruolo nel contesto delle rispettive catene alimentari ed ère geologiche. Quanto al suo commento indirizzato a Batisti sul premio per barbuti, se si legge tutto Pagliarani, non solo quello dei romanzi in versi, delle poesie civili e di certo teatro, ma anche quello di certa vena epigrammistica, si vedrà che il premio Pagliarani non era premio per barbuti, o premio da cui i glabri non possono pretendere diritto di cittadinanza. Non amo le dietrologie, ma di questo passo finirà per acquisire corpo e fondatezza il vago sospetto che in taluni pronunciamenti di questi giorni abbiano agito anche ragioni personalistiche del tutto allotrie rispetto al dibattito critico letterario come tale. Spero ardentemente che questo sospetto trovi smentite concrete e fattuali, che non si riducano a un semplice, cortese e gelido messaggio la cui sostanza si traduca in un mero: sta' zitto tu, rovo ignorante. Vale.

  28. @Batisti: Faig ferb, direbbe Watkins, in tema di istruzioni su come accoppare draghi cosmici.

  29. Pienamente d'accordo: il panelliano è molto interessante.

  30. La mia allusione a barbuti e glabri non si riferiva a Pagliarani, bensì allo statuto del premio. In ogni caso credo sia su questo che ci dividiamo, in maniera insanabile (temo), soprattutto a causa di una nozione molto sfuggente come ^poesia di ricerca^ (che infatti cerco di evitare).

  31. Non è la stessa cosa l'evoluzione delle scienze e della filosofia, le tecniche materiali e le forme letterarie.

  32. Infatti anche io cercherei di evitarla. E cercherei di evitare anche tutti i connessi aspetti pre-giudizialmente valutativi (in senso negativo), che la qualifica rigetta su tutti gli altri. L'ultima cosa di cui c'è bisogno in un tempo di nullità è una specie crocianesimo (e di crociata) del nulla.

  33. joshua says:

    Per salutare l’acribico roberto batisti, ma anche per dire che ho riflettuto sulla ‘glabrezza’(o glabrità o glabritudine o solo difluvium pilorum) vittoriosa in un concorso per orsi, andandomi a leggere ( o a rileggere) tutto quel che ho potuto del Bonito, il cui troubar, mi pare, riprende molto dappresso una linea minimale simil pascoliana, nei temi e nella lingua (nell’in-fantia della lingua, per raccogliere un giudizio di Zublena sul medesimo, che vorrebbe essere elogiativo, ma che, a ben maturarlo, dal mio punto di vista, finisce per non esserlo), quasi ad esorcizzare il mentale col naturale, il virtuale con l’organico, il ragionativo col sensibile, l’esprit de géométrie con l’esprit de finesse. Avverto in questa operazione un rischio ed una sfida ad una ‘poetica’ spesso accusata d’essere troppo compromessa coi primi termini dei (presunti) dipoli citati e per questo di difficile accoglienza da parte di un ‘pubblico’ avvertito come insofferente ad ogni linguaggio e tematica non pertinenti a quelli poetici standard, che mi pare di poter sommariamente intendere, sulla scorta di linee critiche ed editoriali oramai piuttosto precisate, debbano essere, più o meno, quelli rintracciabili nelle frequentazioni poetiche (sempre più ridotte, peraltro) di un italiano medio, dalle elementari al liceo, diciamo, se va bene, da Santo Francesco fino a Montale. Nel sottolineare come già Dante risulti difficile (e algogeno) a buona parte dell’utenza liceale, che - utile evidenziarlo anche se troppo spesso sulle cause non indaghiamo - preferisce mandare a memoria Caparezza, concludo con l’affermare che dovremmo, molto probabilmente, ribaltare, per i tempi nostri, il noto distico pasoliniano e affermare che ‘non la crisi è in poesia, ma la poesia è in crisi’. Personalmente non credo che premiare glabri ad un concorso per barbati (nè, ovviamente, il contrario) deceleri il corso di tale crisi. Semmai è un sintomo di come la si esorcizzi, esaltando il ritorno al vecchio ordine del discorso, alle nostre vecchie barbe, appunto.

  34. E ricordiamo cosa diceva Schopenhauer della barba.

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