Altre notizie su Nuvola

di Damiano Sinfonico

[inediti, aforismi e dintorni]

Una volta Nuvola andò a Cuneo a cercare dei poeti. Gli dissero che non ce n’erano, si erano trasferiti a Milano. Però in provincia ne era rimasto uno, un mezzo poeta, perché scriveva prose. Allora andò in cerca di lui e lo trovò. Aveva la testa rasata e con accento piemontese gli disse: “Io scrivo prose brevi”. E Nuvola gli disse: “Io ho bisogno di alcuni versi, per favore, scrivine qualcuno solo per me”. Allora il mezzo poeta si chiuse tutta la notte nel suo studio e quando uscì brandiva un foglio con una prosa breve. E Nuvola gli chiese: “E i miei versi?”. “Ci sono, ma non si vedono, come le stelle durante il giorno”. 

*

Una volta i tubi sono saltati, la sua casa si è allagata. Anche la scarpiera era piena d’acqua. Le chiavi d’argento, la maggiorana, il pesce rosso, tutto inondato. I manoscritti se li è portati via l’acqua. I vestiti col tempo si sono asciugati, ma le ossa sgocciolavano. Lo raccontava in modo stralunato, e intanto starnutiva.

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La casa di Nuvola era uno spazio aperto all’immaginazione. Il suo letto era lungo come una spiaggia, ombreggiato da piante tropicali. Diceva che la cucina era grande come il mondo e tutta la casa grande come un aeroporto.

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Incarnava il suo tempo come un futurista in un mondo di arcadi. Sbigottì i suoi colleghi affermando che le poesie sono come la pubblicità, perché nascondono in un punto la loro forza di persuasione. E non tutte le poesie ce l’hanno.

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Gli incipit lo ossessionavano. Una volta iniziò così: “Mi chiamo Nuvola, come tutti”, ma non si sentì originale e lo cancellò. Poi attaccò così: “Questo libro è un giallo sulla mia educazione”, e lo abbandonò.

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Non era un grande sognatore, ma con le sue opere viaggiava verso la malinconia. Una volta descrisse i lampioni come dei pesci ubriachi di luce.

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La retorica era un suo cruccio. Certe figure lo incantavano (“Le mani affondano nei lavori domestici, risalgono, ci restano in mano”), ma ripeteva che chi non legge i contemporanei è condannato alla retorica.

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Non era tormentato dall’esigenza di scrivere, ma ne fece il suo dovere per sottrarsi alla leggerezza. Tuttavia era soverchiato dalla pigrizia e prendeva di rado in mano la penna. Compose dei libri brevissimi convinto che le sue pagine fossero grandi come il mare.

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Non aveva le idee chiare sulla morte. Una volta disse che gli sarebbe piaciuto reincarnarsi in una riga di Paul Valéry. Un’altra volta affermò in un mappamondo. Poi una stella. Un fiore. Un abbraccio. Una tazza di lacrime. Una nuvola. Un aeroplano. Una navicella spaziale. Un quaderno. Una matita. Un banco di scuola. Un cromosoma. Un babilonese. Una finestra. Un arcobaleno. Uno sguardo sul mondo. Il mondo. Uno sguardo.

5 Commenti

      • Ne sono felice, e mi sento onorato, di “far parte” di un testo di Damiano, perché il suo libro “Storie” è stato, secondo me, il miglior debutto del 2015, nonché – in generale – uno dei libri di poesia contemporanea che mi hanno preso di più.
        Poi forse ci sarà chi pensa che ci scambiamo i complimenti a vicenda, ma non è così: io e Damiano ci siamo conosciuti dopo (e per) aver letto i rispettivi lavori, e l’amicizia che ne è scaturita è una conseguenza della reciproca lettura, di un interesse letterario reciproco, non viceversa.

    • Ciao Simone, se hai delle critiche mi farebbe piacere discuterne. Anche in privato, se preferisci. Ciao, Damiano

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