Miti moderni/18: Visite di cortesia

2 agosto 2016
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13664404_10210404281852852_1358214894_ndi Francesca Fiorletta

Separa i fiori dall’armadio, la vita scorre come un filtro d’immagini. Leggi le stelle, parla alle nuvole: segui i consigli del buon vicinato.
Ogni notte è una tappa, una scalinata bolognese, su cui baciarsi piano, toccarsi bene sotto i vestiti, e poi sparire piano, sopra un giubbotto di pelle sciupata.
“Guardami negli occhi”, le ripeteva. Guardami dentro, la testa. 
La telefonata dei sicari, quando arriva, ha un dialetto improvvisato; squillano le trombe, ma è solo l’immaginazione della sostanza, una teoria con troppa pratica nel mezzo.
Questo hai scelto, bevi un bicchiere, c’è bisogno di riposo; hai guardato fuori dal finestrino, hai fatto sedere l’anziana donna sull’autobus. Dormi male, per il troppo caldo, vai sempre in giro, per altre strade.
Le pance scoperte, tutte nuove, le cuffiette bianco pallido calcate bene nelle orecchie, un giallo ocra, un verde limone, l’azzurro topo che svolazza in mezzo al traffico; urlano i clacson, sul ponte bloccato della ferrovia, e tu ridi.
Sei in ritardo per l’appuntamento, avvisi con un messaggio di scuse, sul divano c’è un bebè in arrivo, un mastro di cerimonia, e una stagista; prova a fingere l’astuzia che non hai, quattro chiacchiere sulla manutenzione del dizionario, le cartoline del domani.
Nessuno ride, tranne te, e non capisci come mai.
L’antropologa viennese è arrivata, spiega la scienza coi film di Totò, e nel frattempo “Non sapevo che abitassi qui, adesso”, si spengono le luci e si accende la segreteria telefonica, le vibrazioni diventano man mano più scostanti, quel lieve sentimento d’impostura.
Capisci d’essere dove non sei, tutto alimenta una distrazione perenne.
Cerchi delle pillole perse in qualche borsa, hai bisogno di altre valvole di sfogo, la porta a vetri non vuole proprio restare ferma, l’alito si fa sempre più denso, a temperatura ambiente.
Ti accorgi a mala pena del via vai, provi a confonderti nel tepore della moquette; guardi un anello cinese, uno smalto rosso sulle mani rugose, quel taglio di capelli un po’ retrò.
Scegli una scusa come un altra, e fuggi via; compri uno yogurt in scadenza, cucini il cavolo in una pentola troppo grande, poi corri di nuovo giù, sulla strada, l’attraversi in fretta per l’aperitivo.
Finalmente ti puoi rilassare, senti che tornano le energie perdute, dov’erano finite?
Hai paura a dirlo, paura a compiere ogni singolo gesto: l’ultima volta ti sei rilassata, e t’è crollato un universo di pietà.
Adesso piangi solo per difetto, quando ti sembra di fare l’attrice; quando stai chiusa in una stanza vuota, un microfono per l’uso del telecomando.
Dov’è finita la pazienza, dov’è oggi l’esasperazione?
Non avevi più gridato al telefono, si sente ancora l’eco, come tanti mesi fa.
Non è vero che il tempo non passa, non è vero che tutto resta fermo.
“Tu sei fatta apposta per la pratica”, un pupazzetto.
Sbatti una porta nuova, le chiavi incastrate nella toppa. C’è odore di caffè, di vino buono della sera prima, di inchiostro permanente usato come olio per il corpo, la boccetta di vinavil col tappo rotto l’hai ritrovata in soffitta, fra le tavole da disegno e la maniglia del frigidaire; i ragni sanno tessere le loro ragnatele anche sugli zainetti chiari, di nylon, un pomeriggio come un altro.
E ridi.

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