ELOGIO DELL’ECCEDENZA

esafoglio
 
di ⇨ Anna Tellini

 

«Non ho bisogno che le persone capiscano,
voglio solo che non siano scortesi»
1
«”Le cose come sono” vogliono essere notate»2

 
Certo la cosa fu ben più complessa, ma per me – così disattenta agli scioglimenti – tutto aveva avuto inizio quando “Ella”, a contrastare “l’impoverimento affettivo che si verificava in lui”, gli aveva inviato in dono una piantina di trifoglio, quasi che la vita di questa unità di misura dell’insignificante coincidesse con quella del loro amore, e “Lui” per un po’ l’aveva curata, la piantina, ben consapevole delle attenzioni e protezioni che una creatura tanto debole e mite reclama.
Poi però entrambi avevano deciso di “perderla in un vasto campo di trifogli”, perchè insopportabilmente simbolica, ormai: fu proprio allora che, di ritorno, “Lui” colse un’altra piantina, questa volta però scelta per il Dolore:
 

“E sembra che fu per quel che vedevo, per questa formulazione di tedio, di non senso delle cose, di non finalità, di tutto è lo stesso, dolore, piacere, crudeltà, bontà, che si fece strada in me il pensiero di diventare il torturatore di una piantina”, così da “ottenere il suicidio del Cosmo per la vergogna che nel suo seno prosperasse una scena così ripugnante e codarda”3


 
Io invece, nel mio piccolo, quella mattina lo guardavo – assemblaggio imprevisto, apparizione onirica persino – come si vede il mondo la prima volta, e nella sua amabilità lui si offriva turgido della sua bellezza disparata: sei foglie, e non tre, come norma dispone, e per giunta ipertrofiche, e con un che di sanguigno ad orlarle. Secondo logica, un trifoglio mutante contagiato da un fungo – viceversa ai miei occhi un’esorbitanza, un’esuberanza di differenze non sconfitte, e cariche anche di tonalità affettive, sature di informazione.
Abitatore di confine, creatura dei crocicchi, monstrum di belle speranze proliferante inquietudine e vita, forte della sua tara il mio esafoglio aveva potuto scartare dall’abitudinario, esibendo il cambiamento:
 

“la mutazione presuppone la diversa lettura di un messaggio – un errore? -, come se il lettore, mancino, o il trascrittore, zoppo, avesse dato anche segni di strabismo”.4


 
E’ logico dunque che in tempi andati sia stato un fabbro giustappunto strabico, nonché mancino (di quel di Tula), a riabilitare portentosamente l’onore degli artigiani russi agli occhi dello zar Nicola, quando questi si trovò in mano l’omaggio che il suo predecessore Alessandro aveva ricevuto in dono dagli inglesi: una pulce d’acciaio a grandezza naturale – custodita in una noce di brillante racchiusa in una tabacchiera d’oro contenuta in uno scrignetto di madreperla avvolto in un panno verde -, una pulce che, se opportunamente sollecitata da sette giri di una microscopica chiavetta, prendeva a saltare come si conviene. Solo lui, il fabbro strabico e mancino, poteva calzarne con scarpette d’oro le zampette pressochè invisibili, costruendone e ribattendone i chiodini tanto piccoli da dover essere osservati al microscopio…5.
 

– Ora so cosa fare. Caricami, subito! Hai sentito o no, trasportami come un uccello!
– Dov’è che andiamo? – fece tristemente il diavolo.
– A Pietroburgo, dritti dalla zarina!, e il fabbro allibì dal terrore, sentendosi sollevare nell’aria.


Nikolaj Andreevič Rimskij-Korsakov
da La notte prima di Natale [1894-1895]
Polonaise [Atto Terzo Scena III]6


D’accordo che “le storie non hanno pretese di dimostrazione né di verità”7, il fatto è che Vakula si riprende ben presto, tanto da divertirsi a canzonare il diavolo – che tra l’altro non fa che tossire e starnutire -, e a stupire qua e là uno stregone e varie streghe che come lui stanno volando per l’aria trasparente, salvo fermarsi a guardarlo, prima di ritornare alle loro faccende; e che, una volta toccata terra, e messosi il diavolo in tasca, si rivolge con linguaggio alato alla sovrana (dama alquanto pingue, incipriata e sorridente), lodandone i piedini di puro zucchero, e deliziandola con la sua richiesta; e che, infine, potrà tornare trionfante al villaggio con le scarpette d’oro della zarina, conquistando una buona volta il cuore della riottosa Oksana.8
 
Esilio di qualunque tassonomia, di ogni razionalità surcigliosa, queste figure – figlie dell’iperbole – a mio parere invitano, impudenti, ad entrare nel regno dell’indecidibile, nell’oltrepassamento dei confini dell’appropriato.
 
“Fenditure e varchi via via aperti verso i possibili”9
una cartografia azzardosa e in espansione
uno spartito di eventualità estensive
uno spazio poetico di scambi e di intaglio, fitto anche di cespi di dissennatezza.
In questa topografia dai margini incerti – dove gli ostacoli esistono solo per essere superati -, anche se lo ignora il mancino di Tula – che pure ha perfezionato nell’oro della sua opera il ben più vile acciaio della pulce -, può vantare impegnative ascendenze, e contiguità strabilianti: “nati nello stesso nido”, a fabbri e sciamani si riconosceva un tempo la padronanza di tecniche esoteriche e, in particolare ai primi, il “potere di guarire e perfino di predire l’avvenire”10… Non solo: possedendo il dominio del fuoco, erano loro a forgiare gli ornamenti metallici essenziali per il costume rituale degli sciamani.
La forgia dunque, fortemente simbolica, assume anche un aspetto iniziatico, mentre la “magia dei metalli”, che come il fuoco dimorano nelle viscere della terra, mette potenzialmente i fabbri in contatto con le potenze demoniache, dando loro la reputazione di “temibili stregoni”…. e intanto lì, nascosti sotto il suolo, nella loro crescita lenta
 

“i metalli stessi desiderano ardentemente di ritornare allo stato superiore dal quale sono decaduti”11,


 
pronti perfino alla propria tortura e messa a morte, pur di “perfezionarsi” e trasformarsi in oro, il che equivale a dire l’elemento iniziatico dell’alchimia, oltre che il punto di incontro della fede di antichi metallurghi e alchimisti nel carattere vivo e sacro della materia, e nella possibilità di operare una sua trasmutazione, tramite il fuoco.
E se
 

“l’alchimia è l’arte del fuoco e gli alchimisti, come molti testi ripetono, sono ‘artisti del fuoco’”12,


 
l’incombustibilità degli sciamani rivela che essi hanno superato la condizione umana, che essi partecipano ormai della condizione degli spiriti.
Di più: come il linguaggio alchemico con le sue opposizioni tipiche da ricondurre a congiunzione, anche quello sciamanico si nutre di un pensiero dell’iperbole e del paradosso, di un’articolazione dalle conseguenze estreme.
Durante i rituali lo sciamano mette in gioco simultaneamente le sue diverse identità, ed è insieme guaritore e stregone, umano e divino, uomo e animale, e, grazie al processo di androginizzazione, maschio e femmina, per “giungere, attraverso mezzi concreti, fisiologici, a una totalità paradossale dell’essere umano”13. A una sua trasmutazione.
L’androginia non è la ricerca del controllo del rapporto tra gli opposti, è semplicemente il procedere tra di essi: “non c’è bisogno di cavalcare la corrente, si può diventare la corrente”14.
Dal canto suo – deragliando dai parametri della riconoscibilità, sfuggendo al principio di non contraddizione e alla coercizione degli opposti -, nel suo sporgersi dal mito tra di noi “l’androgino lascia che la vita sia non intenzionale, che le cose accadano”15:
 

“Non sono un maschio, pensavo di esserlo perchè non sono interamente una femmina”
“Non sono un maschio o una femmina. Sono non binario, sono nel mezzo”
“Dunque non sei nessuno dei due?”
“Non credo. Io sono entrambi”16


 
 
 
  1. Non sono né maschio né femmina”: la lettera di Leo, il bimbo di 10 anni “non binario”, redazionale, http://www.ilmessaggero.it/, 19 settembre 2016. []
  2. James Hillmann, Psicologia alchemica, Adelphi 2013, p. 355. []
  3. Macedonio Fernández, Tantalia, in AA.VV., Antologia della letteratura fantastica, a cura di Jorge Luis Borges, Silvina Ocampo, Adolfo Bioy Casares, Editori Riuniti 1982, pp. 219, 220, 221, 222. La mente va alla “solidarietà cosmobiologica” di Eliade, per cui “l’intero cosmo, quindi anche la materia, è concepito come un essere vivente e ciò che avviene a un livello del cosmo si ripercuote su tutto il resto”. G. Ravasi, La struttura iniziatica dell’opus. Il simbolismo metallurgico-biologico nella considerazione eliadiana dell’alchimia, in AA. VV., Mircea Eliade. Le forme della Tradizione e del Sacro, Edizioni Mediterranee 2012, p. 131. []
  4. Michel Serres, Il mancino zoppo. Dal metodo non nasce niente, Bollati Boringhieri 2016, p. 23. []
  5. Nikolaj Semënovič Leskov (1831-1895), Il mancino (storia del mancino strabico di Tula e della pulce d’acciaio). []
  6. Nella sala di un palazzo. Tra i cortigiani ci sono dei cosacchi, tra cui Vakula. Viene suonata una polonaise. Entra la Zarina. I cosacchi stanno per presentare le loro petizioni alla Zarina, ma Vakula li interrompe con la sua richiesta. La Zarina ordina di consegnargli i suoi stivaletti, e il Diavolo riporta indietro Vakula. []
  7. James Hillman, op.cit., p. 353. []
  8. Nikolaj Vasil’evič Gogol’ (1809-1852), La notte prima di Natale, racconto da cui Nikolaj Andreevič Rimskij-Korsakov trasse l’omonima opera lirica in 4 atti (1894-1895), e Pëtr Il’ič Čajkovskij l’opera comico-fantastica in 4 atti e 7 quadri “Gli stivaletti” (1885). []
  9. Elémire Zolla, Uscite dal mondo, Adelphi 1992, p. 15. []
  10. Cfr. Jean-Paul Roux, La religione dei turchi e dei mongoli. Gli archetipi del naturale negli ultimi sciamani, ECIG 1990; Piers Vitebsky, Gli sciamani. Viaggi nell’anima. Trance estasi e rituali di guarigione, EDT 1998; Mircea Eliade, Lo sciamanismo e le tecniche dell’estasi, Edizioni Mediterranee 1983; Id, Il mito dell’alchimia, Bollati Boringhieri 2001; Id., Arti del metallo e alchimia, Boringhieri 1982, passim. Testi da cui trarrò spunti ulteriori. []
  11. James Hillman, op.cit., p. 43. []
  12. Ibidem, p. 31. []
  13. Mircea Eliade, Mefistofele e l’androgine, Edizioni Mediterranee 1995, p. 107. []
  14. June Singer, Androginia. Verso una nuova (teoria della) sessualità, intr. di Sheldon S. Hendler, La Salamandra, 1984, p. 246. []
  15. June Singer, Androginia. Verso una nuova (teoria della) sessualità, intr. di Sheldon S. Hendler, La Salamandra, 1984, p. 246. []
  16. Vedi nota 1. June Singer, Androginia. Verso una nuova (teoria della) sessualità, intr. di Sheldon S. Hendler, La Salamandra, 1984, p. 246. []

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