Vita di Alice/3

di Francesca Fiorletta

Lara vendeva appartamenti.
Fin da quando era piccola, aveva sognato di lavorare in un’agenzia immobiliare.
Si lasciava inebriare dall’odore di vernice e spazi vuoti che traspira dalle pareti disadorne dei caseggiati in periferia, s’eccitava al cospetto dei cantieri aperti delle palazzine che si ergono, poco a poco, sull’affaccio di parchi abbandonati e spoglie anse di fiume.
La prospettiva quasi mistica delle infinite possibilità ancora inespresse della vita le si palesava davanti agli occhi in tutta la sua eclatante potenza, quando sfilava una chiave nuova dal mazzo e la faceva roteare con pazienza in una toppa oscura, venata d’ottone e di mistero.
L’attitudine endemica, naturalissima, che era cresciuta passo passo col suo carattere, l’aveva resa schiava del controllo, maniaca ossessiva della gestione.
Assumeva su di sé, con fare austero e compito, l’irriducibile potere del dono: illuminare con alti finestroni vittoriani la felicità di due promessi sposi, riscaldare col camino art decò i pomeriggi rilassati dei bambini, le serate smaniose degli amanti.
Forse era sempre stato questo, tutto sommato, il suo grande sogno di bambina: diventare parte integrante della vita degli altri.
Quando Alice incontrò Lara, in un pomeriggio di tarda primavera, seduta al tavolino di un bar del centro, col bicchiere di spritz ghiacciato in una mano e lo smartphone iperattivo nell’altra, la cannuccia calcata in bocca e le décolleté nere che tamburellavano tra l’asfalto del marciapiede e i sanpietrini della piazzola, se ne innamorò perdutamente.

*

Alice aveva una bambina.
S’era ritrovata mamma all’improvviso, tra un ballo in maschera e una sviolinata armonica, sotto il balcone della sua poco sincera ingenuità.
Non aveva mai creduto che sarebbe stata in grado, davvero, di occuparsi di un altro essere umano, lei che faticava già così tanto a provvedere quotidianamente ai suoi unici bisogni primari. Non avrebbe mai potuto immaginare, da adolescente scapestrata e monotematica qual era, tutta presa dai concerti dei Rage Against the Machine e dalle liriche di Charles Baudelaire, che si sarebbe appassionata così tanto a quel piccolo fagotto di tenerezze che, poco a poco, le si attaccava singhiozzando al seno, le accarezzava i riccioli durante la notte, la salutava con la manina alzata e sporca di colore a tempera quando la vedeva rincasare stanca al pomeriggio.
Alice non era mai stata una romantica, non s’era mai concessa d’abbandonarsi a troppe lacustri smancerie. Aveva avuto molti uomini, qualcuno l’aveva persino amato, in una certa maniera pure tanto egotica e particolare, sempre percorsa da un ostinato senso di precaria indolenza verso il genere umano, verso la vita comune, verso se stessa soprattutto.
Una sera aveva incontrato il padre di sua figlia, ma poche settimane dopo il suo volto s’era avvolto di fumo pesante, sparito in fretta fra i ricordi nebulosi di una pittura a olio di Magritte.
Da quel momento era iniziata la sua vita vera.

2 Commenti

  1. Il suo parrucchiere ha fatto un ottimo lavoro.
    Lei è ben vestita e indossa le sue scarpe preferite,
    consapevole che un uomo affascinante sa di essere in debito con lei.
    Forse si chiama mondo.

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