Parlare il Roland-Barthes: frammenti di un pastiche

26 maggio 2017
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Caricatura di David Levine

Caricatura di David Levine

 

di Ornella Tajani

Nel 1978 i giornalisti Michel-Antoine Burnier e Patrick Rambaud decidono di dedicarsi a quell’ambiguo esercizio di scrittura mimetica che è il pastiche letterario, in Francia oggetto di una lunga tradizione, e definitivamente nobilitato nel genere, all’inizio del secolo, dallo straordinario pasticheur che è stato Marcel Proust.
La vittima prescelta è uno dei semiologi più amati del Novecento, che nel ’77, dunque un anno prima, aveva pubblicato quei Frammenti che non si finisce mai di rileggere.
Lo stile di Roland Barthes è riconoscibilissimo e dunque ben si presta al gioco imitativo. Burnier e Rambaud tuttavia non si limitano a pasticciarlo, ma arrivano a compilare un vero e proprio «manuale» per imparare senza difficoltà il R.B. (cioè quel linguaggio universale che è il Roland-Barthes; come chiariscono gli autori, «in Roland-Barthes, Roland-Barthes si dice R.B.»).

 

Se leggete un testo scritto in Roland-Barthes senza aver prima studiato la lingua, riuscite comunque a capirne una buona parte. Siete a metà dell’opera. Basta soltanto sfruttare la somiglianza naturale tra il Roland-Barthes e il francese.
Abituatevi a fare regolarmente almeno una mezz’ora di Roland-Barthes, ogni giorno. È facile: questo manuale si compone in lezioni. Basta studiarne una al giorno. In questo modo, vi occorreranno circa diciotto giorni per ottenere un risultato.

Gli esercizi per imparare a esprimersi in Roland-Barthes sono vari. Si comincia con dei «primi elementi di conversazione», di un umorismo un po’ grottesco: «Comment t’énonces-tu?» starebbe per «Come ti chiami?», mentre «Quelle “stipulation” verrouille, clôture, organise, agence l’économie de ta pragma comme l’occultation et/ou l’exploitation de ton ek-sistence ?» equivale a «Che lavoro fai?». E ancora: «La libido febica si teorizza/ottimizza irriducibilmente sotto forma di giubilo» significa «Sì, c’è proprio un bel sole».
Si passa poi a uno studio sull’origine del vocabolario del R.B.: una rapida panoramica mostra che a termini francesi si affiancano parole di origine greca, latina, tedesca, inglese, italiana, “sartriana”. Pagina dopo pagina, ogni abitudine linguistica di Barthes viene stigmatizzata e ridotta a tic: si consigliano così all’apprendente il raddoppiamento sinonimico, i giochi di parola, l’abbondanza di corsivi, virgolette, lettere maiuscole e slash che creino l’alternanza (come in S/Z). La regola detta «du sucré/salé» invita ad associare termini astratti e concreti provenienti da campi semantici diversi (ad esempio “il gusto degli algoritmi”, “la curva folle dell’imago”), mentre un altro principio fondamentale sta nel “rimpinzare un testo”:

Alla base del R.B. c’è una regola che lo studente dovrà imparare a memoria: una proposizione semplice deve sempre diventare complicata. Supponiamo che vogliate parlare del modo in cui vi alzate dal letto, perché, come lo stesso R.B., pensate che la cosa «valga la pena» e meriti d’essere pubblicata. In un francese prosaico direte:

  1. Al mattino faccio fatica ad alzarmi.

Traduciamo in Roland-Barthes parola per parola:

  1. Il giorno sorge: supplizio del lasciare il letto.

Ora che abbiamo questa struttura «alla giapponese» (falso haiku), abbondiamo con la punteggiatura:

  1. Il giorno sorge/si leva: «supplizio» del lasciare-il-letto.

Il gioco continua così, via via rimpinzando e farcendo ulteriormente la frase fino a farla diventare un mostro di circa dieci righi. Siamo soltanto alla lezione n. 9. La n. 10 prevede lo studio dei «trampolini del discorso», ossia tutti i possibili spunti all’esercizio di una argomentazione (la voce di un dizionario, una citazione, una particolare ripetizione in una frase trovata su un libro, oppure il «luogo della parola», cioè la posizione sociale da cui si parla). Poi compaiono la regola del truismo, la regola del riportare ogni discorso alla propria esperienza soggettiva, la regola che prevede l’infiorettatura del proprio scritto tramite molteplici citazioni, che trasformino «un discorso semplice in un discorso armato» (i grassetti sono degli autori); eccetera.
Come si vede, in aperta contraddizione a quanto dichiarato sulla quarta di copertina di questo volumetto riedito nel 2015 da Chiflet&C.ie, l’operazione di Burnier e Rambaud si avvicina alla presa in giro dell’autore pastiché molto più che all’omaggio; fra i numerosi esempi presenti, i più irriverenti sono troppo lunghi da riportare per intero. Le Roland-Barthes sans peine, questo il titolo del manuale, porta l’impronta delle raccolte della coppia Reboux-Muller, navigati pasticheurs d’inizio secolo che miravano unicamente all’effetto comico e consideravano un po’ «spenti», poco divertenti, i pastiches di Proust, per il quale invece la pratica di scrittura mimetica era addirittura un esercizio di «critica letteraria in azione», proprio per via del dettagliato studio tematico e stilistico che comportava. Se per Proust il pastiche era un gioco mondano, che spesso celava un’iperbolica ammirazione o un «esplicito contratto di soggiogamento letterario» (cit. G. Merlino nei Pastiches, ed. Marsilio), ciò che muove Burnier e Rambaud è invece un esplicito intento satirico, ossia la messa al bando del nuovo gergo incomprensibile nato con Le degré zéro de l’écriture e poi diffusosi in maniera virale fra le élites intellettuali.
Propongo qui di seguito la traduzione di qualche stralcio dei pastiches contenuti nell’ultima parte del libro: due frammenti del «discorso musicale» (nel libro sono presenti anche i “Frammenti di un discorso teatrale” e i “Frammenti di un discorso medico”) e un paragrafo tratto da “Ma (petite) toilette”.
Stando anche a quanto riportato dalla sua biografa Tiphaine Samoyault, quando Barthes scoprì questo manualetto ci rimase davvero malissimo.

Frammenti di un discorso musicale

  1. Gira/dischi

È un dato di fatto: alla alta fedeltà (perché «alta»? pretesa di senso) preferisco il mio vecchio grammofono. In inglese si dice pick-up (ossia: raccogliere): il grammofono si offre dapprima come «raccoglitore» del campo (del canto) mono e/o polifonico. Oggi mi annoia/o. Che fare? È deciso: metto un disco.

 

  1. «E perché mai proprio questo»

La scelta di un disco è un’antilogia. Forse potremmo definirlo così: il desiderio/ricerca dell’interiorità del Testo musicale attraverso (tramite) una esteriorità immaginale.
Custodia/disco: ecco il celebre binomio che regna sull’intera Doxa. La custodia non è altro che il corpo (la somatizzazione) del disco. Ogni disco «senza custodia» è un disco graffiato: la graffiatura/rigatura taglia la scanalatura così come il suo inverso e s’impone come anti-solco: così essa graffia il senso.
Aprendo la custodia, libero/denudo «l’anima del disco»: la mancata custodia crea un rischio sorpresa.

Da Ma (petite) toilette

La mia pelle è un linguaggio: ogni mattina mi strofino la pelle. E tu, ti lavi? La toilette è plurale («fare le proprie abluzioni», Luca, VII, 3). Nel mondo a-nimale non ci si strofina, ci si lecca e/o si sta a mollo. Io mi friziono, mi lucido, mi sgrasso, mi depuro, mi netto. Frazionare l’economia del lavaggio. Mi lavo in abbondante gioia, così come si dice «in abbondante acqua». Toilette = piccola toile, tela. Etimologicamente «toile» vuol dire «tessitura, trama», il Testo. Lo sporco scrive (sul) viso, il mio viso. Rompere il codice, cancellare il segno, la «macula». Mi de-tergo.

[Trad. mie]

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