Nostalgia del mal di mare

di Gian Piero Fiorillo

e poi che m’importa, scopriranno che sono comunista, non m’importa se lo scoprono, non gl’importa di scoprirlo, ho settant’anni cosa vuoi che mi accada, al massimo mi catturano, catturano forse la mia anima? invaderò i social media di germi del comunismo, scriverò che uno spettro si aggira per il mondo, farò proseliti sul web – virtuali, direte, ma non sarebbe già una buona cosa se la linea fosse attraversata da questi germi, nembi di virus «avanti popolo alla riscossa» «proletari di tutto il mondo unitevi» – non esistono forse ancora i proletari? ci hanno detto che la lotta di classe era finita e adesso che l’hanno vinta gridano con orgoglio: la lotta di classe esiste e noi stiamo trionfando! ci hanno fregati, ma io no, ho continuato a ripeterlo, a gridarlo, mi sono preso  gli insulti di tutti i soloni che sanno e mi dicevano di smetterla con l’ideologia, troppo semplice dividere il mondo in ricchi e poveri, ti sfugge la complessità – ora i ricchi se ne fanno un vanto, ora che non possono più perdere, che hanno conquistato la terra e l’hanno riempita di cannoni e scorie atomiche, ora che del bel paese hanno fatto una piattaforma militare nel Mediterraneo, un portamissili, un grande magazzino sputafuoco e presto inizieranno ad evacuare la popolazione civile uccidendo tutti i resistenti – a me che me ne importa, morirò, bisogna pur farlo una volta «meglio morire che vivere servi» «morire morirò morir bisogna» sono avanti negli anni e non possono rubarmi più molto – disseminare la rete di memi capaci di replicarsi mille e mille volte quando tenti di cancellarli «non è che un inizio riprendiamo la lotta» voglio invadere il mondo virtuale «se non abbiamo il pane prendiamoci le rose» «rose rosse del web» allestiamo una bomba di idee, una fortezza mobile, un carrarmato virtuale, proiettili a espansione e mandiamoli in giro per le autostrade immateriali così che tutti sappiano: esistiamo!  c’è una nuova generazione da formare, ribelle, perduta per il capitale, refrattaria alla riduzione economica e schiavistica degli esseri, una generazione combattente «grande è la confusione sotto il cielo la situazione è eccellente»

 

non dovete stancarvi, disse l’infermiera

voglio riempire il web con le mie parole virus

quali parole?

comunismo per esempio

comunismo, e che vorrebbe dire?

voglio mettere sul web tutto il pensiero di Karl Marx

karl marx, è straniero?

no, lui non è mai straniero, è planetario

adesso datemi il braccio che vi devo mettere la flebo

le mie parole virus non l’appassionano, non è così, infermiera?

ancora virus? non vi bastano quelli che avete in corpo?

ne ho molti?

tutti ce l’avete, quasi tutti

non è così, ne ho solamente due

davvero, e quali?

la vecchiaia e la malinconia

non ve la prendete, non siete sconfitto, scegliere è già vincere

 

no, non sono sconfitto, posso ancora seminare nel web l’idea che un tempo pochi uomini abbandonarono la pelle di serpente o di tigre o di avvoltoio e indossarono vestiti nuovi, aderenti, così aderenti da sembrare costrittivi ma che regalavano possibilità di movimento, agilità, indipendenza dell’intelletto e capacità di vedere oltre l’inganno – esistevano, gli uomini, ve lo giuro, non è una fantasia di vecchio né delirio di malattia o frutto velenoso del rimpianto – erano dappertutto e parlavano e discutevano e distribuivano foglietti con parole di transito «corri coniglio il mondo ti sta stretto» «apriamo le porte dei manicomi delle galere delle scuole dei nidi d’infanzia» «nelle gabbie dello zoo mettiamoci i maiali» erano slogan forti, lanciandoli nel mondo virtuale acquisterebbero nuova forza, melius est abbondare che deficere «vivere è un urlo se lo soffochi crepi asfissiato» vede infermiera, morirò senza sollevarmi più da questo sudario sporco della mia parte immonda – ma c’è altro, non lo vede lei, infermiera? sì, gli affetti, sì, le emozioni, sì, la casa e il mutuo che non finirò di pagare, sì, ma c’è altro, non lo vede, infermiera? è così difficile diventare Alice, cadere dal letto, sprofondare oltre il pavimento, dieci piani d’ospedale, raggiungere la terraferma e scoprire che oltre quella ci sono altri mille piani inesplorati, andare, proseguire, continuare con l’ostinazione di una perforatrice, scendere scendere scendere avvitarsi su se stessi e scendere ancora fino a trovare

 

là sotto c’è l’inferno perché volete trovare l’inferno?

il centro del mondo, arrivare al centro del mondo dove tutto è possibile

le fiamme dell’inferno

anche quelle perché tutto è energia laggiù, energia purissima, nient’altro

dovete pensare a riposarvi

voglio dare l’assalto al cielo

quanto siete presuntuoso, il centro della terra, l’assalto al cielo, vi pensate Dante Alighieri?

sono modi di dire

ah, ecco

eppure bisogna andare al centro della terra e da lì dare l’assalto al cielo

ne dovete fare di strada

ne ho fatta tanta ma non è bastata

avete visto? riposatevi

mi basterebbe andare al centro di me stesso, capire

che cosa?

come fa questo corpo, questa carcassa addolorata, ad avere ancora un desiderio

e qual è questo desiderio?

il comunismo, no, di più, la comunione

siete religioso?

 

essere una cosa sola, una grande cosa cosciente che si muove nell’universo, una sola anima collettiva, fatta di tutto e del contrario di tutto, delle parole del capitalista e delle parole virus che sapremo opporre, ci diranno folli sabotatori terroristi, ce lo diranno e non sarà l’ultima volta, ma questi attacchi insensati, queste manganellate, queste serrate e serrande virtuali abbassate, questa paura, ecco, saranno testimoni del nostro essere vivi, proprio quando la lotta era data per defunta, hanno commesso l’imprudenza di sentirsi al sicuro, burlarsi di noialtri «comunisti ora e sempre» come dicemmo assaltando il cielo pieno della loro spazzatura, velenoso come le spire della mandragora, potente come quelle dell’anaconda, noi avevamo solo peli urticanti di processionaria, ci muovevamo in fila o in gruppo incollati l’uno all’altro – cosa speravamo? irritare chi ci attaccava o diventare farfalla, una sola gigantesca farfalla grande tutto il gruppo delle processionarie – ci colpirono, uccisero, sterminarono – quelli che sopravvissero diventarono farfalle senza gruppo, ciascuno volò per sé – gli altri kaputt in un modo o nell’altro – kaputt mundi, fine, zero tagliato e molte illusioni, liberazione delle donne nirvana droghe sintetiche viaggi, in qualche modo, in mondi ultrasensibili perché il mondo sensibile faceva troppo male, lo vedo anche adesso, lo vedi anche tu infermiera, non è vero?

 

dormite adesso non vi agitate

dormire? è l’ultima cosa che vorrei

solo chi dorme sogna

sognare da svegli invece

voi siete bravo, ma non li avete saputi realizzare i vostri sogni da sveglio

ha ragione infermiera

perché?

è stato il dolore a fermarci

 

la nostra paura di aggiungere dolore al dolore, paura che quello che andavamo cercando e predicando invece di renderci liberi ci avrebbe legati ancora di più, condannando chi ci seguiva a lunghe traversie – non l’avevano già fatta la Rivoluzione? non l’avevano già fatta la Resistenza? e cos’era rimasto di tanto dolore, di tutte le pene che avevano sopportato i nostri mitici riferimenti? mondi senza respiro, morti atomiche da ogni parte, l’atollo di Bikini e Chernobyl facce di una sola medaglia, forse proprio la stessa faccia mentre l’altra parte rimaneva oscura e sconosciuta – si pensa solo a morire quand’è così, liberaci dal male amen, e però morendo vorremmo lasciare qualcosa, colonizziamo la rete che ci ha colonizzati, inondiamola di parole virus, miliardi e miliardi, un residuo d’anima resterà vagante frantumata atomizzata ma reale immateriale immortale andrà ad intasare i loro computer come uno zoccolo negli ingranaggi un bastone fra le ruote – incespicano, cadono, si riprendono ma dovranno ancora fare i conti con la massa di informazioni distruttive, dovranno inventare un’altra rete, un terzo mondo virtuale e poi un’ altro ancora fino a che di quello reale sarà scomparsa ogni traccia, finito tutto, morto, funzionano solo le particelle subatomiche e quel momento realizzerà l’utopia dell’abolizione del dolore e del bisogno – pura trasformazione dell’energia, informazione zero

 

volete un sedativo?

troppo dolore stroppia

con chi ce l’avete, che v’hanno fatto?

sono contro l’algoritmo del capitale

ma perché volete morire?

non esisto, l’altro mondo è la mia sola casa ormai

di dove venite? non ce l’avete dei figli?

tutti, sono tutti miei figli e miei fratelli

vostri vostri, dico, che vi accolgono, non ce l’avete un’itaca dove tornare?

no, è troppo tardi, da Itaca sono scappato tanti anni fa

siete ancora in tempo

no, è tutto deciso, ho toccato la boa tanto tempo fa e ho virato, un lungo percorso è compiuto

raccontate, vi ascolto

 

Nausea, vomito, nient’altro. Itaca l’ho raggiunta ma non so che farmene. Guardo il paesaggio, il tramonto laggiù, oltre l’orizzonte marino, è bello ma ho il mal di terra, male dei pensionati. Itaca è la morte. Spegne volontà entusiasmo movimento passione paura coraggio. Chiuso. Fatto. Deciso. Non ci sono altre decisioni da prendere, ho i piedi per terra io. Un tempo mi mancava la terra sotto i piedi ed ero felice, ubriaco di felicità. Presto sarò sotto un piede di terra. Che cosa mi manca per vivere ancora? denaro? Pensavo: il mondo è un immenso sacco pieno di denaro, bisogna svuotarlo e vivere solo di mondo. Sbagliavo, è il denaro un sacco pieno di mondo. Il mondo soffoca sotto una spessa coltre di denaro. Invisibile. Impalpabile. C’è. Il denaro c’è ma non si vede. Alcuni lo vedono di più, altri meno, altri mai. Ma in fondo anche quelli che ne vedono molto vedono solo carta moneta, che è per il denaro quello che i pigmenti sono per il colore. Il denaro è impalpabile? anche il mondo lo è. La prima volta che sono salito su una nave ho vomitato l’anima, che deve trovarsi fra lo stomaco e la gola, in qualche punto da quelle parti, altrimenti non avrei potuto sputarla e poi ringoiarla. Ma non potevo scendere, la nave era partita. Mi sono dovuto adattare, non avevo scelta, e sono stato meglio. Se ce la fai una volta ce l’hai fatta per sempre. Ho nostalgia del mal di mare, di quella ventata di perdizione che mi aprì le porte del fascino. Del futuro che allora avevo e adesso non ho più. Guardo le colline della mia Itaca: un parco in città. Che farsene? Camera con vista, beh? La cercammo tanto, io e lei. Immaginata, scelta con cura. Dipinta, arredata. Sedemmo in camera a guardare la vista. Molte sere e molte notti, quando la luna rischiarava gli alberi e le alture del circondario, verso Sud. Il muraglione di pietra che chiamavamo la falesia. Poi ci siamo abituati. Lei s’è stancata ed è partita per un’Itaca definitiva. Non poteva accettare una busta con dentro i soldi della pensione, come ho fatto io. Invidio il suo coraggio. Nessuno l’ha rimpiazzata, nessuno avrebbe potuto darmi il mal di mare che solo lei. Ho nostalgia del mare aperto. Cavalloni, fracasso, pericolo. Ho nostalgia del vento contro le vele, sul viso e sulle braccia. Le mani ghiacciate che si sforzano di tenere le cime. Nostalgia della tempesta. Del respiro della Balena. Della fiocina. Del timone e della spada. Della frustata d’acqua, della sconfitta e della vittoria. Della calma, infine, che ti trova spossato e felice. Sarcastico e colto: Demoni e meraviglie, venti e maree, chi siete voi per sfidare il Navigante? Guardo il parco, le collinette, la falesia: le vedo persino da questo fondo di letto ospedaliero. Mi giro ed ecco la città, tutta davanti a me. La guardo e torna il pensiero ossessivo: denaro. Il denaro per imbastire una nuova partenza. Non ho più l’età per fare il mozzo, non posso ricominciare da zero. Ma ci vuole denaro. L’imbarcazione l’ho venduta per due soldi, per pagare le ultime rate del mutuo. Ora non ho più niente, una pensione piccola piccola, bastante per sopravvivere e stop. Guardo la città, tre milioni di abitanti davanti a me. Quante case? Quanto denaro c’è in quelle case? Qualcuno lo cuce ancora nel materasso? Qualche vecchio o vecchia, forse. Lasciamo perdere, non è tempo di Raskolnikov. Assurdo. Ho sempre odiato il denaro e ora che sto per morire vorrei essere una pompa aspirante, immensa, capace di succhiare denaro dalle casseforti, dai depositi, dagli scrigni chiusi e aperti di tutte le persone che hanno denaro e lo accumulano. Denaro morto. Avventura zero. Tre milioni e mezzo di persone, se potessi scucire ad ognuno un solo misero pietoso merdosissimo dollaro potrei mettere insieme adventures finché campo. Ma è inutile pensarci, non ho l’animo del mendicante e non sono una sanguisuga. Inutile pensarci. E comunque troppo tardi. Meglio pensare al cielo, le nuvole rosse come il grande capo. Arie del Giudizio Universale. Buonarroti parlava con Dio. Lo vedeva prender forma e diventare materia davanti ai suoi occhi. La mia epoca è ben più meschina, se pensa a una resurrezione pensa agli zombie. Variazioni marcescenti del conte Dracula. Agli appunti di meccanica celeste il presente millennio ha contrapposto spremiture d’ossa e intestini. È l’epoca del frullatore. Della disintegrazione. Dell’Esposizione del Cadavere. Uno sporco dollaro spillato a ogni rappresentante del cadavere in divenire e sono a posto. Ma nessuno mi darà mai un dollaro, nemmeno un cent, perché non starò lì a chiederlo. Preferisco la sconfitta, una ritirata indegna piuttosto che chiedere un dollaro. Odio il denaro, tiene la vita in ostaggio. Morirò al tramonto. Non ho paura della morte. Di morire, forse. Come sarà il trapasso? Vorrei sapermi quando sarò cenere leggera sollevata dalle onde, spazzata dal vento, un fuscello nelle aule aperte e severe della perditudine e il mondo sarà inutile, non vedo Noè all’orizzonte

 

dormite adesso, riposatevi, la flebo sta facendo il suo dovere

 

 

  1 comment for “Nostalgia del mal di mare

  1. Rita
    27 aprile 2018 at 01:03

    Davvero interessante. La lettura trascende il racconto e si fissa sulla profondità di ogni singola frase. Mi è piaciuto molto.

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