Il presente di Gramsci

di Giorgio Mascitelli

AA.VV. Il presente di Gramsci. Letteratura e ideologia oggi a c. di Paolo Desogus, Mimmo Cangiano, Marco Gatto e Lorenzo Mari, Galaad Edizioni, 2018, euro 18

La riflessione su Gramsci negli ultimi decenni in Italia è stata alquanto carente, proprio nel momento in cui nel mondo anglofono e iberoamericano la sua figura  conosce una ricezione rinnovata e diffusa. Viene a colmare almeno parzialmente questa lacuna il volume collettivo Il presente di Gramsci, che, pur partendo dallo specifico dell’eredità della riflessione letteraria gramsciana, finisce con il fornire una mappa di snodi e punti critici che tocca la storia italiana degli ultimi decenni.

Non a caso uno dei curatori, Marco Gatto, nel suo intervento all’apertura del volume sul significato dell’essere gramsciani oggi si trova a sviluppare una serrata critica alla tradizione operaista mettendo in luce come le insistenze su un soggetto nomade e antagonista ‘nella sua indomabile repulsione per la stabilità’ rientrino ampiamente in una dinamica culturale postmoderna assolutamente rispondente alla soggettività neoliberale. Analogamente Paolo Desogus, che si concentra sul rappresentante nella critica letteraria di questa tradizione, ossia l’Asor Rosa di Scrittori e popolo, sottolinea come l’attuale disastro culturale italiano, nel quale l’industria culturale determina permanentemente senso e gusto comuni,  sia anche legato ‘al venir meno di quella funzione costruttiva e costituente della cultura’ elaborata da Gramsci. Non deve stupire un simile approccio perché nel già citato saggio Marco Gatto ricorda come ‘ essere gramsciani significhi legare la propria specifica conoscenza di un campo della cultura alle esigenze politiche che la costruzione di un’alternativa impone’. In questa prospettiva è ovvio che la riflessione su cultura e masse popolari  ponga almeno idealmente in essere una nuova questione dell’egemonia o quanto meno dell’uscita dalla subalternità dei ceti bassi di questo paese.

Non è possibile in queste poche righe rendere giustizia agli undici densi interventi di altrettanti studiosi su vari temi della riflessione gramsciana sulla letteratura e soprattutto sulla sua eredità in vari autori dell’Italia repubblicana, ma non è un caso che il nome di Pasolini ritorni con frequenza in molti dei contributi presenti nel volume. Da un lato infatti tra tutti gli scrittori italiani l’autore de Le ceneri di Gramsci è quello che si pone come erede perlomeno di un certo tipo di analisi gramsciana sul mondo popolare e sulle sue potenzialità rivoluzionarie;  dall’altro è quello che scopre l’impossibilità dell’intellettuale di essere organico a una dimensione nazionalpopolare ormai soppiantata dallo sviluppo di una piccola borghesia universalizzata in una situazione storica nella quale la sua unica verità consiste nella duplice consapevolezza, come la chiama giustamente Antonio Tricomi, di non appartenere per nascita agli ultimi e per scelta alla borghesia. Se naturalmente è più semplice e immediato trovare elementi gramsciani nel Pasolini degli anni cinquanta, per esempio quello dei romanzi,  non manca una volontà di ‘connessione sentimentale’ con il mondo degli ultimi anche nella fase delle più disperate e apocalittiche diagnosi sulla società consumistica e sulla morte delle culture alternative di fronte a quella piccolo borghese. Del resto, come ricorda Gabriele Fichera, lo stesso Pasolini  afferma che il concetto di genocidio culturale è di derivazione gramsciana.  E certamente un problema di storiografia letteraria assolutamente propedeutico alla riproposizione di una prospettiva gramsciana nella cultura italiana attuale è quello di un’analisi approfondita di come le principali categorie gramsciane attraversino la riflessione dell’ultimo Pasolini, proprio in ragione della lucidità dell’autore bolognese nel cogliere tendenze di lungo periodo della società ancora attive oggi.

In questa prospettiva risulta di grande interesse il saggio di Lorenzo Mari dedicato a una rilettura dell’Asia Maggiore di Fortini, nel quale viene affrontato la questione della Cina rivoluzionaria a partire da un viaggio effettuato dallo stesso Fortini con altri intellettuali italiani nel 1955. Nello sguardo  non eurocentrico, senza per questo essere apologetico, di Fortini sulla rivoluzione cinese Mari scorge un esempio dell’eredità gramsciana, al di fuori della sintesi classica togliattiana, dell’intellettuale organico come di colui che ‘ non si deve limitare a definire la subalternità come oggetto di studio, ma imparare da essa, attraverso l’imprescindibilità della propria funzione di mediazione’ e infatti non a caso Mari dedica spazio nel suo saggio alla ricezione di Gramsci negli odierni studi postcoloniali.

Sarà permesso al lettore non specialistico indicare a fronte di un volume così ricco di stimoli, analisi inedite e informazioni una  questione urgente nella prospettiva dichiarata dai curatori di riproporre la riflessione gramsciana su letteratura e ideologia in chiave odierna. Essa è di carattere storico letterario, ma si tratta di un passo necessario  per l’adeguata collocazione del pensiero gramsciano nel paesaggio attuale:  è la disamina dei limiti di quella che è stata la tradizione/ traduzione gramsciana  italiana del dopoguerra e in particolare la ricezione che tramite il PCI ha sviluppato l’equivoco di un’egemonia culturale intesa essenzialmente come  assoggettamento dell’autonomia dell’attività letteraria a istanze di partito; a questo proposito basterà ricordare la figura controversa di un dirigente come Mario Alicata negli anni cinquanta, senza scomodare la polemica Vittorini/Togliatti. Questa disamina è tanto più necessaria se si pensa alla contemporanea riflessione dellavolpiana sulla critica del gusto che coniugava un approccio di classe alle questioni estetiche con una visione più complessa e rispettosa dell’autonomia del movimento dell’arte e della letteratura novecentesche.  Resta comunque il fatto che con molte delle questioni poste dal libro dovrà fare i conti chiunque sia interessato a una prospettiva di superamento del senso comune attuale in nome di una coscienza collettiva, per parafrasare le parole della postfazione di Mauro Pala.

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