da “La stagione della strega” di JAMES LEO HERLIHY

Belle Woods, Michigan
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Nel mio letto, 2 settembre 1969
A volte credo che mia madre ci azzecchi proprio quando mi definisce un biscotto freddo. Ho appena passato cinque minuti interi a osservare gli oggetti nella mia stanza sforzandomi di pensare a cose tristi tipo: oddio, quanto mi mancherà la bambola della principessa, oppure a ripetermi: “Gloria, questa sarà l’ultima notte che passerai qui” e cose così.
     Ma non succede niente. Magari penserete che abbia versato una lacrimuccia striminzita da ragazzina, giusto per la circostanza, ma i miei occhi sono asciutti come sassi. Provo soltanto sollievo, un senso di aspettativa, e mi sento così su di giri che potrei stare sveglia per il resto della mia vita.
     A meno che…!
   Ecco. Così va meglio. Ho appena trovato una cima d’erba nella borsa e ne ho staccati due bei tocchetti. Grazie al presidente e alla sua campagna proibizionista al confine con il Messico quest’estate stiamo patendo una terribile carestia di marijuana, e questa è la prima che fumo da giorni. Mi ero quasi scordata quanto mi piaccia. (Non è vero.)
     
     Ora torniamo al
     Blues della Partenza, in memoria di
   Nel medioevo della mia giovinezza ero convinta che avrei dovuto sposarmi per scappare da questa prigione di bambagia, invece non è andata affatto così, cari miei. John, l’amico con cui sto per fuggire, è omosessuale. Abbiamo fatto il punto sulla nostra relazione la prima volta che abbiamo preso insieme l’LSD. È davvero molto semplice: lui è il mio Guru, io la sua Madre Terra. Ciò significa che domani me ne andrò da qui senza essere schiava di qualcuno ma con un magnifico compagno spirituale. Senza equivoci, senza condizioni, senza stronzate, solo due anime libere (entrambi Pesci!) dedite soltanto alla purezza e libertà reciproca, che intraprendono insieme il loro viaggio verso la realtà.
     La realtà. Wow. E pensare che inizierà domani! Se non fossi vagamente fatta probabilmente perderei i sensi e mi trasformerei in una statua.
     
     *
     
     È stata un’estate davvero tetra, con John che controllava ogni giorno nella posta l’arrivo della cartolina con il ditone dello Zio Sam che lo chiamava alle armi, io che cercavo di aiutarlo a decidere cosa fare e nessuno di noi due in grado di trovare una soluzione.
     Poi, di colpo, venerdì mattina l’attesa è finita.
     Sento la voce di John dal cortile accanto, mi chiama alla finestra. Sbircio fuori. È appoggiato alla recinzione e agita una busta in mano. La riconosco subito.
     “Quando?” chiedo.
     “Lunedì, il ventidue.”
     “Come ti senti?”
     “Ho deciso di scappare. Vieni con me?”
     “Sì.”
     Quanto mi è piaciuto rispondere senza un attimo di esitazione. Mi sembrava davvero fico. Anche a John, come mi ha confessato dopo.
     
     *
     
     Scappare dove, però?
     Ne discutemmo con Delano, perché Delano sa tutto. Dico sul serio. Ho scoperto quel dettaglio quando eravamo amanti.
     L’idea di John era di vivere per un po’ in clandestinità proprio qui negli Stati Uniti. Poteva sempre andare in Canada in un secondo momento. L’unica domanda, perciò, era dove negli Stati Uniti. Proposi New York perché è dove vive il mio vero padre e dove muoio dalla voglia di conoscerlo da quando ho scoperto della sua esistenza a dodici anni.
     Delano pensava che New York fosse un’idea geniale. Disse che era l’unico posto in tutto il Paese dove potevi davvero fare perdere le tue tracce. Era deciso, il luogo perfetto per entrambi. Ma si sono compiuti altri miracoli.
     Un’ora fa, per esempio, mentre ero nel seminterrato di John a ripassare per la novantanovesima volta i nostri piani super semplici, Delano ha telefonato per avvisarci di avere trovato un acquirente per la Vespa. Questa sì che è una notizia. Significa che viaggeremo in posti di lusso sull’autobus invece di fare l’autostop. Sappiamo entrambi che un colpo del genere non può essere solo fortuna. È fin troppo inquietante. È chiaro che il nostro viaggio raccolga il favore di entità superiori. Io e John dobbiamo solo mantenere la rotta, essere sempre un po’ fatti e lasciarci trasportare.
     Domani ci sveglieremo con calma, prenderemo i nostri zaini e ci dirigeremo verso il cottage di zia June a bordo della Vespa. Poi, all’incrocio con Jefferson Avenue svolteremo a destra invece che a sinistra. Il compratore della Vespa ci aspetterà da Delano. Da lì, dopo esserci rilassati per un paio d’ore e avere corroborato le nostre splendide intenzioni con un po’ del sacrosanto hashish di Delano, proseguiremo fino in centro per prendere il Greyhound delle 16:30, e nessuno avrà più nostre notizie.
     Questo non è vero. Ogni tanto scriveremo a casa. Altrimenti ci sentiremmo in colpa.
     A proposito, sarà meglio buttare giù una lettera da lasciare sul tavolo in cucina.
     Oppure.
     Potrei mettere i Beatles sul giradischi al piano di sotto e suonare a ripetizione
     

She’s leaving home
after living alone
for so many years.
1

     
     Non è una buona idea, tutto sommato. Arrivata al verso “per incontrare un commerciante d’auto” mia madre esclamerebbe: “Ah, quella sgualdrina è scappata con un venditore d’auto usate!”.
     Ma perché divago tanto? Forse per evitare qualcosa?
     Certo, la lettera d’addio. D’accordo. Ecco qui.
     
     Cara mamma,
     sono andata via.

     
     Che incipit mozzafiato. Più banale di così è possibile?
     
     Cara mamma,
     quando leggerai queste righe

     
     E questo sarebbe un miglioramento?
     

Cara mamma, all’inizio non volevo lasciare una lettera perché tanto non credi mai a niente di ciò che dico, eppure ti devo una spiegazione anche se per te sono solo stronzate. Tanto per cominciare, non sono arrabbiata. Ti voglio bene, sul serio. Ero arrabbiata perché mi hai proibito di andare a Woodstock, ma adesso è acqua passata. Anche se perdere Woodstock è la ragione per cui me ne vado ora invece di aspettare di compiere diciotto anni, come abbiamo stabilito. È difficile da spiegare, forse impossibile. Woodstock non era solo un concerto, è il futuro e io devo andare a incontrarlo da qualche parte. Non ho dubbi che sarà pieno di fango e affollato, con poco cibo e senza un posto dove fare pipì, ma sono sicura che dove ci sono i miei compatrioti sarà pieno d’amore e pace, ecco perché devo andare a cercarli e vivere con loro e cercare di fare una vera

     
     Non va ancora bene. Non abboccherà mai. Per lei amore e pace equivalgono a sesso e droga. D’altronde chi voglio prendere in giro scrivendo di non essere arrabbiata?
     

Cara mamma,
me ne vado di casa perché sono incazzata. Ho perso l’appuntamento con Woodstock ma non perderò quello con la mia vita, non importa se non sei d’accordo. Prima di tutto, la ragione stessa per cui è nato quell’evento siete tu e altre cento milioni di madri come te. È improrogabile che la terra si salvi dalle vostre grinfie letali e conservatrici prima che riusciate a devitalizzarla completamente. Sono stufa marcia di abitare in questa casa e fingere di essere tua figlia solo perché mi hai dato alla luce. Ho visto chiaramente sotto effetto dell’acido che io sono tua madre e tu una ragazzina perfida, sconsiderata, viziata ed egoista. Ne ho fin sopra i capelli del tuo atteggiamento cieco, criminale, fasullo, aggressivo e dominante, così ho deciso di lasciarti da sola a crogiolarti in questo palazzo di plastica, che ha sempre rappresentato qualcosa più per te che per me.

     
     Brava, Gloria, adesso che hai sfogato la bile vuoi tentare di scrivere qualcosa di carino? Provaci!
     

Cara mammina,
La tua bambina scappa di casa perché è birichina. Ma ama tanto la sua mamma e promette di non assumere più droghe brutte e cattive, perciò per favore non stare in pensiero per lei.
Adesso è diventata grande, e se qualche capellone disgraziato cerca di infilzarla con il suo arnese lei chiamerà a gran voce i Berretti Verdi perché corrano a salvarla. Con amore, baci.
Gloria

     Forse domattina mi uscirà qualcosa di meglio.
     Buona notte, stanza. Buona notte, bambola di principessa.
     Buona notte fanciullezza, tu povero relitto. Non so come, ma in qualche modo sono riuscita a uscirne viva.
     
     
Più tardi
     Non mi addormento. Continuo a pensare.
     Fantasia: Il semplice fatto di fuggire di casa provoca cambiamenti miracolosi alla mia indole! Divento disciplinata.
Scrivo accuratamente tutto su un diario, ogni giorno. A partire dalle 16:30 di domani, appena l’autobus uscirà dai confini di Detroit, prenderò nota di tutto ciò che capiterà a me e John, le sue avventure da fuggiasco per evitare di trasformarsi in un assassino al soldo dell’esercito dello Zio Sam, e il primo incontro con il mio vero padre. Annoterò tutto, una semplice cronaca della verità, senza orpelli né stronzate. Per mantenere un approccio onesto, giuro solennemente di non avere alcuna intenzione di pubblicarlo. Poi un giorno, a New York, dopo avere raccolto materiale sufficiente per un bel volume, perderò il diario in metropolitana. Per fortuna lo ritrova un lettore professionista di una casa editrice e balle varie. Per Detroit News si tratta del “Documento Umano più Fantastico di Sempre”, la rivista Time pubblica addirittura la mia foto. (Magari in copertina?). Un successo pazzesco. Soldi a palate. Compriamo un appezzamento di terreno in America Centrale e creiamo una nuova nazione fondata su amore e pace. E vissero felici e contenti. Fine della fantasia.
     
incipit da “La stagione della strega
di JAMES LEO HERLIHY2
Brossura con alette; 13,5 x 21
Pp. 400; € 17.50
Centauria, marzo 2018
Isbn: 9788869214011
     
[Traduzione di Massimo Gardella]      
     

Tradotto per la prima volta in Italia, dall’autore cult di Un uomo da marciapiede, un romanzo on the road raccontato dalla voce sfacciata, comica e dolcemente libera di una diciassettenne immersa nell’America hippy del 1969, a Cinquant’anni da Woodstock.
Autunno, 1969. Gloria ha diciassette anni, è dispettosa, innocente, implacabile, dotata di un estro magico e dissacrante. Ha una madre che la ama un po’ troppo – che teme di aver messo al mondo un biscotto freddo – e un amico gay, John, che adora i notiziari, George Harrison e pensa che il papà, uno psicanalista, sia inspiegabile almeno quanto lui. Gloria decide di scappare da casa con John. Entrambi hanno una ragione per andarsene: lei desidera ritrovare suo padre, un professore comunista dal nome illeggibile, e il ragazzo non vuole unirsi all’esercito e partire per il Vietnam.
A rivelarcelo, in uno spiazzante e travolgente on the road americano, che dal Michigan porta a New York, è il diario di Gloria. La Strega, questo il nome con cui la ragazza decide di andare incontro alla vita, affronta il viaggio con un’irrefrenabile mancanza di autocommiserazione, da cui scaturiscono effetti bizzarri, esilaranti e profondamente commoventi. I suoi racconti, popolati dalle storie di confine di personaggi improbabili e incantevoli, dalla musica anni ’60, dallo Zodiaco, dal sesso, dalle droghe, e da lampeggianti visioni psichedeliche, tracciano anche la vicenda di una figlia e di una giovane donna che, convinta di avvicinarsi alla pienezza più felice e autentica, viene imprevedibilmente, e tristemente, smentita.
Tradotto per la prima volta in Italia, La stagione della Strega ci restituisce la voce di James Leo Herlihy, uno dei più importanti autori americani del Secondo dopo guerra. William S. Burroughs, Paul Bowles, Nelson Algren e Tenessee Williams hanno definito i suoi scritti luminosi, veri e perfetti, salutando Herlihy come lo scrittore più talentuoso che si fosse visto dai tempi di Carson McCullers.
La stagione della Strega affronta temi controversi con acutezza, ironia e generosa singolarità, ed è considerato, insieme, il primo grande romanzo dell’Era dell’Acquario e il ritratto, senza tempo, di una ragazza che, immersa in una società in rivoluzione, affronta, anzitutto, la rivoluzione con se stessa.

     
 
NOTE
 

  1. “Lei se ne va di casa, dopo avere vissuto da sola per così tanti anni.” N.d.T. []
  2. James Leo Herlihy nasce a Detroit, Michigan, il 27 febbraio 1927 e trascorre la sua giovinezza tra New York, Los Angeles e l’isola Key West. Dopo gli studi inizia la sua carriera nel mondo del teatro, recitando e scrivendo commedie. In seguito, comincia a scrivere racconti per quotidiani e riviste, prima di ottenere notorietà con tre romanzi, due dei quali trasposti in pellicole di successo: E il vento disperse la nebbia, nel 1962, e Un uomo da marciapiede, vincitore di 3 premi Oscar nel 1969. Protagonisti dei suoi romanzi, racconti e testi teatrali sono emarginati disillusi, reietti della società, adolescenti problematici e vagabondi. Muore il 21 ottobre 1993 a 66 anni nella sua casa di Los Angeles, a causa di un’overdose di pillole per dormire. Dello stesso autore Centauria ha recentemente pubblicato E il vento disperse la nebbia. []

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