I poeti appartati: Nichita Stanescu

Nota a cura

di

Alida Airaghi

 

Di Nichita Stanescu, in Italia sappiamo pochissimo.

Nato a Ploiești, in Romania, nel 1933, compì i primi studi nella città natale, quindi si trasferì a Bucarest, dove si laureò in letteratura, sposandosi tre volte e collaborando per tutta la vita a varie testate giornalistiche. Come poeta debuttò nel 1960 con la raccolta di versi Sensul iubirii (Il senso dell’amore); il suo ultimo libro uscì nel 1982, un anno prima della morte, provocata dalla grave epatite di cui soffriva a causa dell’abuso di alcol. Vinse diversi premi letterari (Premio Herder nel 1976, Premio Struga nel 1982…): nonostante la diffidenza riservatagli dalla politica repressiva di Ceausescu e lo stigma sociale da cui veniva segnato per il suo inquieto anticonformismo, anche in patria si riconosceva e celebrava la forza innovativa e sperimentale dei suoi versi, lontani da ogni retorica e propaganda civile.

Stanescu è riuscito infatti a creare nella scrittura un universo immaginario in cui ideale e fantastico convivono con realismo e concretezza, utilizzando un linguaggio inedito e straniante, che sa prendersi gioco delle regole grammaticali, servendosi di neologismi e connessioni discordanti, di non semplice decifrazione, per raggiungere effetti di giocosa visionarietà.

Se nelle sue liriche hanno una netta prevalenza i temi amorosi (ma sempre dirottati verso un simbolismo surreale e talvolta grottesco, nemico di ogni facile tono idilliaco), sono pure frequenti le rielaborazioni di concetti filosofici e teologici, il recupero di miti classici, l’interesse scientifico per la fisica e la matematica, l’invenzione costante di un’esistenza parallela (distopica, diremmo oggi), che si fa beffe della logica razionale, smontando la realtà in un insieme di fenomeni non ricomponibili, come in un puzzle impazzito, e accomunando i suoi testi all’arte astratta più labirintica e alienata.

Nei versi qui riprodotti, ad esempio, è evidente l’interesse per la mutazione delle forme, in un interscambio continuo tra mondo vegetale e animale, che confonde il piano mentale con l’ossessione di sentimenti perturbanti, in una metamorfosi costante di ciò che è materia in spirito, e viceversa.

L’unico volume di Nichita Stanescu pubblicato in Italia è La guerra delle parole (con testo a fronte), uscito nel 1999 da Le Lettere, curato da Fulvio Del Fabbro, e tradotto da Fulvio Del Fabbro e Alessio Tondini, e oggi introvabile. Possiamo tuttavia recuperare alcune poesie in antologie o in rete, proposte e commentate da studiosi di letteratura romena.

 

Quinta elegia
                                       La tentazione del reale

Non sono mai stato adirato con le mele
perché sono mele, con le foglie perché sono foglie,
con l’ombra perché è ombra, con gli uccelli perché sono uccelli.
Ma le mele, le foglie, le ombre, gli uccelli
si sono improvvisamente adirati con me.
Eccomi portato al tribunale delle foglie,
al tribunale delle ombre, delle mele, degli uccelli,
tribunali sferici, tribunali aerei,
tribunali tenui, freschi.
Eccomi condannato per ignoranza,
per tedio, per irrequietezza,
per inerzia,
Sentenze scritte nell’idioma dei noccioli.
Atti di accusa timbrati
con viscere di uccello,
fresche contrizioni grigie, apposta per me.
Sto in piedi, la testa scoperta,
tento di decifrare ciò che mi spetta
per ignoranza,
e non posso, non posso decifrare
nulla,
e questo stato d’animo, esso stesso,
si adira con me,
e mi condanna, indecifrabile,
ad una perpetua attesa,
ad una tensione dei significati in se stessi,
fino a buscarsi la forma delle mele, delle foglie,
delle ombre,
degli uccelli.

**

Chiaro di cuore

Le ore fluttuano accanto alla tua spalla,
sfere azzurre, e fra di esse c’è Saturno.
E mentre trascorrono, diminuiscono
più serali e più notturne.

Non mi dispiace, non mi dispiace per loro.
Dritta come stai, il loro passare
quasi infantile e soave
brilla nel tuo occhio immobile.

E mi dimentico di loro, te ne dimentichi anche tu,
e nell’oscurità della stanza si accendono,
si spengono, si accendono, si spengono
i tuoi occhi allungati, morendo,
risorgendo.

**

Segno 12

 

Lei era divenuta pian piano parola,

fili di anima nel vento,

delfino negli artigli delle mie ciglia,

pietra che disegna anelli nell’acqua,

stella dentro il mio ginocchio,

cielo dentro la mia spalla,

io dentro il mio io.

 

**

 

 

 

 

L’abbraccio

 

Quando ci siamo intravisti, l’aria fra noi

ha gettato d’un tratto

la sua immagine degli alberi, indifferenti e vuoti,

da cui si lasciava attraversare.

 

Oh, ci siamo lanciati, chiamandoci per nome,

l’uno verso l’altro, e così velocemente,

che il tempo si è schiacciato fra i nostri petti,

e l’ora, colpita, si è frantumata in minuti.

 

Avrei voluto conservarti tra le mie braccia

così come tengo il corpo dell’infanzia, nel passato,

con le sue morti irripetibili.

E avrei voluto abbracciarti con le costole.

 

**

 

Storia sentimentale

 

Poi ci vedevamo sempre più spesso.

Io stavo su un margine dell’ora,

tu – sull’altro,

come due manici d’anfora.

Solo le parole volavano tra noi,

avanti e indietro.

Il loro volteggio si vedeva appena,

e di colpo

piegavo un ginocchio

e conficcavo il gomito nella terra,

solo per vedere l’erba inclinata

dalla caduta d’una parola,

come sotto la zampa d’un leone in corsa.

Le parole ruotavano, ruotavano tra noi,

avanti e indietro,

e più t’amavo più

ripetevano, in un volteggio appena visibile,

la struttura della materia, da capo.

 

**

 

 

Altra matematica

 

Sappiamo che uno per uno fa uno

ma un unicorno per una pera

non sappiamo quanto fa.

Sappiamo che cinque meno quattro fa uno

ma una nube meno un vascello

non sappiamo quanto fa.

Sappiamo, noi sappiamo, che otto

diviso otto fa uno

ma un monte diviso una capra

non sappiamo quanto fa.

Sappiamo che uno più uno fanno due

ma io e te non sappiamo,

ahimè, non sappiamo quanto facciamo.

 

Ah, ma una coltre

per una lepre

fa una rossa, certo,

una verza divisa una bandiera

fa un maiale,

un cavallo meno un tranvai

fa un angelo,

un cavolo più un uovo

fa un astragalo…

 

Solo tu ed io

moltiplicati, divisi

sommati e sottratti

restiamo uguali…

 

Muori nella mia mente!

Tornami nel cuore!

 

**

 

Al nord del nord

 

Anche ciò che non esiste può morire,

come la vita di un animale boreale

del cui stato crepuscolare

non ho mai saputo niente.

Appariva talvolta

nel tuo modo di camminare,

ma ero troppo sonnolento per vederlo.

Cantava talvolta nelle tue occhiate

quando guardavi attraverso di me

alla mia adolescenza.

Ti allungava talvolta la mano.

Aggiungeva al tuo odore

il soave odore di decomposizione

d’uno scheletro di fiocco di neve.

Mai ne ho sentito la presenza

nemmeno in questo secondo

che infreddolito sono di colpo solidale

con tutto ciò che non esiste.

Ahi, anche ciò che non esiste può morire.

 

**

 

Poema

Dimmi, se un giorno ti prendessi
e ti baciassi la pianta del piede,
non è vero che dopo zoppicheresti un po’,
per paura di schiacciare il mio bacio?

 

∗∗∗

Le non-parole

Lui ha teso verso di me una foglia come una mano con le dita.
Io ho teso verso di lui una mano come una foglia con i denti.
Lui ha teso verso di me un ramo come un braccio.
Io ho teso verso di lui il braccio come un ramo.
Lui ha piegato verso di me il suo tronco
come un melo.

Io ho piegato verso di lui la spalla
come un tronco nodoso.
Sentivo la sua linfa accelerare pulsando
come il sangue.
Sentiva il mio sangue rallentare salendo come la linfa.
Io sono passato attraverso di lui.
Lui è passato attraverso di me.
Io sono rimasto un albero solo.
Lui
un uomo solo.

 

 

 

 

 

 

 

 

francesco forlani

Vive a Parigi. Fondatore delle riviste internazionali Paso Doble e Sud, collaboratore dell’Atelier du Roman e Il reportage, ha pubblicato diversi libri, in francese e in italiano. Traduttore dal francese, ma anche poeta, cabarettista e performer, è stato autore e interprete di spettacoli teatrali come Do you remember revolution, Patrioska, Cave canem, Zazà et tuti l’ati sturiellet. È redattore del blog letterario Nazione Indiana e gioca nella nazionale di calcio scrittori Osvaldo Soriano Football Club, con cui sono uscite le due antologie Era l’anno dei mondiali e Racconti in bottiglia (Rizzoli/Corriere della Sera). Corrispondente e reporter, ora è direttore artistico della rivista italo-francese Focus-in. Con Andrea Inglese, Giuseppe Schillaci e Giacomo Sartori, ha fondato Le Cartel, il cui manifesto è stato pubblicato su La Revue Littéraire (Léo Scheer, novembre 2016). Conduttore radiofonico insieme a Marco Fedele del programma Cocina Clandestina, su radio GRP, come autore si definisce prepostumo. Opere pubblicate Métromorphoses, Ed. Nicolas Philippe, Parigi 2002 (diritti disponibili per l’Italia) Autoreverse, L’Ancora del Mediterraneo, Napoli 2008 (due edizioni) Blu di Prussia, Edizioni La Camera Verde, Roma Chiunque cerca chiunque, pubblicato in proprio, 2011 Il peso del Ciao, L’Arcolaio, Forlì 2012 Parigi, senza passare dal via, Laterza, Roma-Bari 2013 (due edizioni) Note per un libretto delle assenze, Edizioni Quintadicopertina La classe, Edizioni Quintadicopertina Rosso maniero, Edizioni Quintadicopertina, 2014 Il manifesto del comunista dandy, Edizioni Miraggi, Torino 2015 (riedizione) Peli, nella collana diretta dal filosofo Lucio Saviani per Fefé Editore, Roma 2017 

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  1 comment for “I poeti appartati: Nichita Stanescu

  1. 23 Agosto 2019 at 14:36

    Grazie a Nazione Indiana per questa felice scoperta. Un autore che merita di essere approfondito e diffuso.

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