Libere associazioni ( opinioni di un disadattato)

di Giorgio Mascitelli

Nei giorni scorsi, giusto per confermare quanto gli inglesi amino la libertà più di noi popoli  schiavi, il governo Johnson ha emesso un divieto di utilizzare nelle scuole della sola Inghilterra e non in tutto il Regno Unito materiali didattici provenienti da organizzazioni anticapitaliste, anche se trattano altri argomenti, durante le attività di educazione alle relazioni interpersonali, al sesso e alla salute. Da un punto di vista concreto non credo che il provvedimento modifichi profondamente la struttura didattica della classista scuola inglese perché già ora non credo, per quanto ne so,  che Marx ( e nemmeno George Giessing, se è per questo)  sia oggetto di insegnamento; è probabile che l’obiettivo autentico dell’operazione sia quello di equiparare in forma ufficiale l’anticapitalismo al razzismo, all’antisemitismo e all’odio per la democrazia e lo svolgimento di libere elezioni. Da un certo punto di vista si tratta di una vicenda profondamente angloinglese e, a mio parere, da ricondurre alla Corbynfobia che ha colpito le classi dirigenti inglesi, per cui esse stanno cercando strumenti di ogni genere per impedire che il partito laburista torni nelle mani di una leadership di ispirazione socialista. Dall’altro lato è probabile che questo di Johnson diventi un esperimento politico di autoritarismo a scartamento ridotto, che potrebbe essere riutilizzato altrove, man mano che l’ampliamento della crisi economica rende poco credibili le cause settoriali a cui ricorre il main stream per spiegarla ( la colpa sarebbe della corruzione oppure della mancanza di meritocrazia o del fatto che ci siano poche donne nei posti di comando o della scuola che è obsoleta, e così via) e si deve dunque stigmatizzare qualsiasi discorso alternativo come frutto delle forze del male.

Naturalmente queste che ho fatto sopra sono soltanto delle illazioni o delle ipotesi, ma se c’è un fatto certo in questa vicenda è che un provvedimento simile non sarebbe stato nemmeno pensabile senza l’egemonia del politicamente corretto nella società occidentale. La credibilità dell’associazione dell’anticapitalismo a forme di razzismo e antisemitismo è infatti possibile solo in virtù di quella che Jonathan Friedman chiama la logica associativa del politicamente corretto. Questa logica consiste nel fatto che se un soggetto compie un’affermazione A, nel discorso politicamente corretto si tende automaticamente ad attribuirgli le affermazioni o prese di posizione B, C e D, indipendentemente da ciò che lui pensi o abbia affermato perché in passato queste ultime sono state sostenute da chi credeva in A. Per esempio, dato che talvolta dichiarazioni anticapitaliste sono state compiute da alcuni elementi antisemiti, il cosiddetto socialismo degli imbecilli come fu definito già a fine Ottocento, ne consegue secondo la logica associativa che qualunque anticapitalista sia antisemita, che è poi il senso implicito del provvedimento del governo inglese.

Naturalmente una simile associazione sarebbe facilmente confutabile se si guardasse alla storia, in cui vi sono stati regimi razzisti e autoritari che sono stati perfettamente guidati da logiche capitalistiche e, come nel caso del Cile di Pinochet, hanno anzi svolto un ruolo di primo piano come laboratorio delle pratiche capitalistiche. Questo sguardo storico però si scontra con l’allergia tipica del politicamente corretto a prendere in considerazione l’idea del mutamento storico e in generale una prospettiva diacronica. Inoltre i provvedimenti del governo inglese si configurano come pratiche di censura e interdetto. Il politicamente corretto ha reso largamente popolari pratiche di questo genere, quando siano giustificate da ragioni morali o politiche relative alla violazione dei diritti umani. E’ inutile ricordare la lunga teoria di richieste di censura di questo o quell’autore che attraversa ormai da anni il mondo universitario, in particolare anglosassone. Un esempio particolarmente eloquente che merita di essere citato è quello che si è avuto durante il movimento del metoo allorché l’attore Kevin Spacey, coinvolto in uno scandalo sessuale, fu sostituito nelle riprese del film di Ridley Scott Tutto il denaro del mondo, quando la pellicola era giunta quasi al termine delle riprese.  Ora questa procedura tipicamente novecentesca di cancellazione da tutte le immagini ufficiali di un personaggio caduto in disgrazia era di solito compiuta nel silenzio a dispetto della sua stessa evidenza, mentre in quella circostanza è stata non solo pubblicizzata, ma anche esaltata per lo sforzo produttivo e tecnologico che ha comportato. E’ questo il segno più evidente di un’assuefazione del pubblico anche colto e progressista a pratiche di censura e interdetto purché opportunamente giustificate in termini politicamente corretti. E’ solo in un paesaggio sociale di questo genere che è possibile nascondere la natura liberticida dei provvedimenti del governo inglese ( e infatti sono passati nella disattenzione generale, se escludiamo le voci di Varoufakis, di Tariq Ali e di un paio di esponenti della sinistra laburista).

Questa vicenda a sua volta illumina la natura del politicamente corretto che non è un semplice galateo delle èlite internazionali, come io stesso credevo, ma è un procedimento di controllo del discorso pubblico definito non tanto dai suoi contenuti, che sono mutevoli o in continuo assestamento, ma dalle sue procedure. Ciò che definisce il politicamente corretto non sono quindi i contenuti progressisti liberali, per esempio l’antirazzismo perché quando un movimento antirazzista come quello della scorsa primavera negli States ha messo in luce la strutturale violenza repressiva della polizia è subito uscito dai criteri di accettabilità del politicamente corretto, ma l’accettazione dell’attuale forma di organizzazione economica e la sistematica applicazione di certe procedure di controllo: il politicamente corretto è sempre uguale nel decidere cosa dev’essere moralmente censurato, di cosa si possa parlare, chi sia autorizzato a farlo nel senso che abbia credibilità e così via.

Tutto questo rientra nei sintomi morbosi del nostro tempo, per usare l’espressione gramsciana che qualche anno fa Donald Sassoon ha rispolverato in suo bel libro. I sintomi morbosi si producono quando il vecchio è morto e il nuovo non è ancora nato. Viviamo pertanto in un periodo di transizione, purtroppo per noi nella storia questi periodi di transizione possono durare più della vita di un uomo e noi uomini siamo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *