Le virtù dimenticate del silenzio: i social, il covid, la guerra

di Giuseppe A. Samonà

Rifletto da anni sulla cosiddetta “rivoluzione tecnologico-digitale”, e in particolare sulla natura e la funzione dei social, sui molteplici aspetti – economici, politici, psicologici, estetici, relazionali etc. – che ne governano il meccanismo: ne ho anche scritto in un paio di occasioni proprio su questo sito (L’INVOLUZIONE DIGITALE | NAZIONE INDIANA; e poi in risposta a un ottimo articolo di Andrea Inglese, che peraltro solleva molti dei temi a me più cari: Umanisti del nuovo secolo e sottomissione tecnologica | NAZIONE INDIANA). Se dovessi riassumere con una formula la mia (e di altri) prospettiva – ma attenzione, il mini-abstract “parla” solo a chi ha già avuto modo di interessarsi a questi temi, altrimenti suona come un lungo, incomprensibile slogan – direi: questa “rivoluzione”, con l’accelerazione e le promesse di comunicazione totale ch’essa implica, non costituisce l’ineluttabile progresso, ma una delle sue possibili vie, come strumento primo e indispensabile del progetto dell’ultimo capitalismo neoliberale, in cui la supposta gratuità dei mezzi si fonda sulla concreta schiavitù degli utenti che producono profitto alienato, e la promessa libertà illimitata è uno specchietto per le allodole che organizza sotterraneamente un feroce controllo sociale.

Ora fra i tanti aspetti di questo complesso sistema, il quale costituisce oramai l’indispensabile scheletro che tiene insieme gli scambi attraverso il mondo umano, ce n’è uno che di recente, prima con la pandemia e dal febbraio 2022 con la guerra, ha assunto un rilievo straordinario, operando un vero e proprio salto di qualità (e mentre scrivo mi accorgo che questo processo aveva cominciato a delinearsi già con l’emergenza terrorismo): la bipolarizzazione della realtà, della sua comprensione, semplificata e organizzata come se fosse uno scontro fra due fazioni radicalmente opposte che si affrontano dentro uno stadio, la cui posta in gioco è l’annientamento dell’una o dell’altra, con gli utenti-spettatori tutt’intorno che da un lato non possono che fare fanaticamente il tifo, dall’altro entrano loro stessi in campo a dar manforte all’una o all’altra squadra… Il virus ha esercitato una sorta di fascinazione, anche per via del linguaggio di guerra che è stato forgiato per contrastarlo (e per altro non è improbabile che si ricominci), proliferando facilmente attraverso un mezzo, i social, che per propria natura inducono alla compulsione e alla dipendenza; e adesso che la guerra, quella vera, si combatte nel cuore dell’Europa (uno dei curiosi effetti della nostra fedeltà al Patto Atlantico sta nel farci percepire i paesi dell’Est “ai margini” del nostro continente, di cui invece geograficamente e culturalmente fanno parte a pieno diritto), quella fascinazione è diventata ipnosi: perché la guerra, da sempre, ipnotizza chi la osserva dal di fuori, ed è anche contro questo rischio che dovremmo lottare, pensare, per non lasciarci risucchiare dentro. In questa pericolosa prospettiva, come e ancor più di prima con il virus, quasi tutti dentro i social si sentono obbligati a dire quotidianamente la loro su questa orrenda guerra, a commentarla, classificarla, stigmatizzarla, con una sorta di vociare ininterrotto che risponde soprattutto al bisogno di affermare la propria presenza: Attenzione, ci sono anch’io, come se l’esprimersi senza sosta equivalesse a una concreta azione di resistenza e il restare silenziosi – silenziosi nei social… – un’inconcepibile resa. Intendiamoci, nei social esistono mille posizioni, in Facebook ad esempio leggo a volte alcuni post di amici che mi aiutano a capire, insieme ad alcuni utili articoli che diversamente mi sfuggirebbero: ma il problema è che il flusso ininterrotto, i titoli messi in avanti per fare uscire la testa fuori dal flusso, per attirare l’attenzione, la coda delle discussioni che rapidamente si fanno rissa, organizzano comunque il mondo in due. Sugli opposti slogan si “discute”, ci si azzanna, non sulle idee, sulle analisi: del resto nessuno, là dentro, ha veramente la possibilità, o la voglia, di confrontare le proprie, non c’è dialogo, solo applauso o riprovazione.

(Ma come? – si potrebbe dire – ma allora lo usi? Sì, lo confesso, un paio di volte a settimana torno su Facebook: da un lato, appunto, come terreno di indagine sociologica; dall’altro, più sobriamente, come veloce rassegna stampa, o come dicevo per andarmi silenziosamente a leggere quei preziosi quattro o cinque amici, e articoli… Tuttavia, proprio da quando è cominciata la pandemia, mi sono imposto di non usarlo più per discutere, e di pubblicarci solo quello che è direttamente connesso con il mio lavoro, per esempio, adesso, questo pezzo. Certo, può capitare che il post di un amico/a mi trovi d’accordo, mi stimoli: ma allora, anche se è assai più lento, gli/le scrivo in privato; viceversa, può succedere, succede assai spesso, che alcuni commenti mi facciano venire il sangue agli occhi, e il dito mi pruda: ma mi freno, ed esco fuori, convinto come sono della totale inutilità, anzi, dannosità, di qualunque “discussione” là dentro – e anche del rischio, proprio ad ogni ex fumatore che ogni tanto si concede qualche tiro, di ricadere nell’antica droga…)

Il covid e la guerra dunque hanno esasperato la tendenza alla bipolarizzazione insita nel modo di funzionare dei social; e di più, hanno spinto questa bipolarizzazione a esondare dal suo campo di azione virtuale, contagiando più o meno ampi settori della società. Il fenomeno è internazionale: tuttavia, in tale direzione, l’Italia ha costituito un laboratorio particolarmente fecondo, nel senso che questa bipolarizzazione si è letteralmente impossessata dei principali mezzi di comunicazione tradizionale, giornali e televisione (la radio si è protetta di più); questi, di conseguenza, hanno assunto toni di una violenza inimmaginabili altrove nel mondo Occidentale, di fatto soffocando sul nascere – com’è appunto proprio dei social – qualunque vera analisi e discussione. Non saprei dire se questa esasperazione del dibattito pubblico italiano risponda a caratteristiche proprie al paese, per via di un suo atavico carattere melodrammatico, o se invece in questo l’Italia costituisca una sorta di avanguardia, persino un modello – nel bene e nel male non sarebbe la prima volta – di qualcosa che è destinato ad affermarsi su larga scala, una sorta di nuovo modo di fare informazione: sia come sia, in queste due crisi mondiali, giornali e televisioni di altri paesi storicamente vicini hanno meglio difeso la propria autonomia di linguaggio. Preciso anche che questa è un’ipotesi che si è affacciata alla mia mente cammin facendo, e non ha nulla di definitivo né di esaustivo, limitandosi a un numero ridotto anche se già significativo di paesi e di media: si è andata formando durante i due anni di pandemia, nel confronto – ecco, dichiaro le mie fonti – tra i giornali italiani “classici” (principalmente La Repubblica, La Stampa e Il Corriere della Sera, ed altri più recenti come Il Foglio, il Fatto Quotidiano, etc., con l’encomiabile eccezione del Manifesto e – per me è stata una scoperta – dell’Avvenire) e alcuni loro omologhi francesi (principalmente Le Monde, Libération, poi Le Figaro e altri), spagnoli (principalmente El País, elDiario.es), britannici (The Guardian, The Indipendent, poi The Times), statunitensi (The New York Times, The Washington Post), che ho l’abitudine quotidiana se non di leggere almeno di consultare, soprattutto quando ci sono eventi cruciali; infine, quando l’ipotesi aveva cominciato a prendere corpo, ho allargato il confronto a telegiornali, reportage e dibattiti televisivi, sia pur con ineguale frequentazione (Rai 1, 2, 3, La 7; TF1, France 2, France 5, C 8, Arte; La 1, La 2, La Sexta; CNN e BBC – va detto che generalmente non guardo la televisione: si è trattato dunque di una vera e propria, e molto faticosa, ricerca sul campo, con brevi e saltuari “assaggi” per il covid, e una più lunga intensa immersione di una decina di giorni consecutivi per la guerra).

Insomma, in Italia in modo ben più netto e uniforme che altrove, giornali e televisioni hanno ripreso e amplificato la bipolarizzazione propria dei social, li hanno inseguiti, sono diventati in certo senso più social dei social; più che altrove, durante la pandemia, si è data forma di categoria a una vasta galassia di sensibilità, opinioni, riflessioni diversissime fra di loro: che si pensasse che dentro il vaccino ci fosse sciolto un microchip attraverso cui Bill Gates o Soros avrebbero controllato il mondo, e che magari il covid non esistesse, o fosse opera dei Cinesi per dominare l’Occidente, etc., o invece che, pur essendo vaccinati e convinti della sciagurata esistenza del virus, etc., ci si interrogasse sulla necessità della terza o quarta dose, o sull’efficacia di questa o quella misura di contenimento, e sul suo possibile danno per la democrazia, per l’equilibrio psicologico degli individui, o ancora sui profitti delle case farmaceutiche, etc., nel giro di pochi scambi si finiva di fatto per essere più o meno esplicitamente stigmatizzati come No-vax. Certo, le bufale, le falsificazioni, che esistono da sempre, sono state moltiplicate, diffuse dai social come mai prima – e di più: su un tale terreno straordinariamente propizio, le fake news (secondo la terminologia ormai in voga) hanno finito per modificare in profondità lo stesso rapporto che la società intrattiene con la realtà: se un’opinione, per il semplice fatto di essere espressa, diventa appunto un fatto, la comprensione, la ricerca della verità sono destinate sul nascere a naufragare. Questa confusione, come le idee realmente negazioniste e complottiste che l’alimentano, vanno ovviamente combattutte, col ragionamento, con l’analisi, con la difesa dei fatti, dei dati, e sempre deve insospettire in tal senso ogni discorso che inizia criticando la  narrazione “ufficiale” o il “mainstream”: le stesse espressioni anzi dovrebbero scatenare una sana urticaria. Tuttavia durante la crisi del covid, insieme alla moltiplicazione delle fake, si è anche creata una pietrificazione delle idee, del pensiero oggetto di critica da parte di tali fake: da riflessivo, eventualmente pedagogico, appunto analitico, questo si è fatto dogmatico, coercitivo, arrogante, con un irrigidimento ideologico, una sicurezza di giudizio insofferente a qualunque critica, sfumatura, dubbio, anche ragionevole – e i media, anche fuori dai social, più che informare, analizzare, problematizzare (questo dovrebbe essere il loro compito) si sono spesso ritrovati a scandire ingiunzioni, farsi portavoce delle “linee guida” (altra espressione da urticaria) sanitarie o governative, alimentare la paura, far montare l’emotività, anche abusando di termini come “negazionismo” o “complottismo” distribuiti con troppa facilità (il terribile vocabolario della Shoah necessiterebbe un uso accorto, meditato… non a caso ora che c’è la guerra un altro termine a rischio di uso improprio è “genocidio”… ): e il dibattito, quello che avrebbe dovuto essere il dibattito, utile a far ragionare la gente, si è trasformato in una vera e propria guerra di religione – con la conseguenza, fra altre, di contribuire alla radicalizzazione di chi complottista e negazionista lo era veramente.

Lo dicevo, l’esondazione è una tendenza internazionale, ma in Italia ha assunto livelli inimaginabili in altri paesi (non a caso il movimento No-vax è stato più violento ed esasperato che altrove…), anche aiutandosi con la creatività deamicisiana propria del Belpaese (ho battezzato il file in cui ho raccolto i titoli più significativi in periodo di pandemia con le prime parole di un titolone di Repubblica, bello grande in prima pagina: La mamma in agonia al figlio No-vax: “mettiti la mascherina…”). Succedeva insomma anche negli altri paesi, ma con più misura, con meno fanatismo, con più possibilità di contraddittorio: per esempio, tanto per mischiare un po’ l’ieri con l’oggi, Jean-Luc Mélenchon, presidente del primo partito della sinistra francese, che ha sfiorato il passaggio al secondo turno delle presidenziali, si è opposto a diverse misure di lotta contro il virus, fra cui il pass sanitario e ancor di più vaccinale, ha difeso il vaccino ma lo ha qualificato di racchetta bucata, ha denunciato l’opacità delle case farmaceutiche, e come lui diversi altri intellettuali, senza che nessuno dei grandi giornali o televisioni li abbia attaccati come complottisti o negazionisti…

Piccolo stacco, o parentesi, prendendo in prestito e riassumendo, adattando, una riflessione che avevo elaborato in un convegno su Sciascia tenutosi a Parigi nel 2019 (La letteratura come non menzogna, Todomodo, X, 2020: 108-118). Esiste una tensione scrittura-oralità, un’ambivalenza nei confronti della parola scritta che corre lungo tutta la cultura Occidentale. Anzi, da Platone a Lévi-Strauss, passando per Rousseau, esiste una vera propria ostilità nei confronti della scrittura, che ucciderebbe la vita, ogni suo segno significante costituendo una sorta di tomba che blocca la parola viva. Così Platone, i cui scritti rappresentano uno dei momenti più alti della storia umana, nutriva per la marmorea morta scrittura un’argomentata diffidenza, al punto che – secondo alcune interpretazioni – avrebbe affidato alla vitale multiforme “parola alata” la parte più preziosa del suo insegnamento. Ma si potrebbe andare ancora più indietro, ricordando che la prima menzione di scrittura della nostra cultura si trova nell’”oralissimo” Omero, con il celebre mito di Bellerofonte messaggero in Iliade VI (poi ripreso da Rousseau, Lévi-Strauss, Derrida…), in cui le “parole mortifere” impresse nella tavoletta che ha il compito di consegnare al re della Licia dovrebbero appunto sentenziarne la morte. In questa prospettiva i dialoghi di Platone, con la loro struttura (appunto dialogica), sarebbero un tentativo di aggirare, attutire la durezza del marmo, creando una parola che pur essendo scritta, cioè intombata, possa avere la levità, l’apertura della parola alata… Ecco, durante il covid, ho cominciato a pensare che i social avessero in un certo senso operato una rivoluzione simile, ma con finalità opposte: ora si doveva creare una parola che avesse la stessa velocità della parola alata, o quasi, ma che potesse colpire con la stessa durezza della parola scritta. Dalle mail collettive ai gruppi whatsapp  fino all’apoteosi delle discussioni  su Facebook, in molti abbiamo sperimentato quanto questo tipo di parola possa infiammare le “discussioni”, ferire, portare a rotture e contrapposizioni violente anche fra amici, molto di più di quanto non possa farlo quella “orale”, attorno a una tavola: perché parlando è sempre possibile tornare indietro, aggiustarsi, correggersi, mentre nella scrittura c’è qualcosa di irreversibile. Con un’eccezione importante (ma che rischia di essere contagiosa): la parola dei social, traccia scritta che si è ispirata alla velocità della comunicazione orale, ha imposto il suo stile, la sua rocciosità binaria, non solo alla maggior parte dei giornali, ma anche, con una sorta di ritorno alla sua fonte alata, a molta informazione televisiva, che oggi si caratterizza per un’accresciuta violenza e logica della bipolarizzazione. In particolare i talk show, che sono in senso proprio uno show della parola: di nuovo, questi non sono un’esclusività dell’Italia, ma mentre in altri paesi sono confinati ad alcune zone meno prestigiose della televisione, o comunque non sono loro che gestiscono l’informazione, in Italia ne costituiscono, trasversalmente a tutti i più importanti canali nazionali, il vettore principale, almeno sugli argomenti cruciali.  

In questo senso, fa impressione come lo stesso impianto di discussione delineato per il covid, e spesso con gli stessi protagonisti ad occupare la scena, sia passato, senza soluzione di continuità, a occuparsi della guerra, raggiungendo in maniera del tutto appropriata l’acme della violenza e della bipolarizzazione: perché di questo è fatta l’ipnotica guerra. Per descrivere, analizzare un fenomeno non è necessario assumerne il linguaggio, anzi, la distanza, il non risonare insieme (come avvertiva il grande antropologo e storico delle religioni Ernesto De Martino: Mitsingen ist verboten… ) è fondamentale per capire. Ma, fatto straordinario, ecco che in Italia – un’anche rapida comparazione delle informazioni e dibattiti televisivi attraverso diversi paesi è da questo punto di vista veramente istruttiva – la stessa coreografia delle trasmissioni in cui si discute di guerra evoca la guerra, la tensione, la tenzone, anche con l’aiuto di un ricorso alle immagini ben superiore a quel che avviene altrove: quello che sembra ricercarsi, alla televisione come nei principali giornali, non è il confronto, la comprensione, ma lo scontro o viceversa (come avveniva per il covid) il consenso religioso a una visione del mondo, l’approvazione.

Naturalmente i negazionisti, i complottisti esistono anche in guerra, come sempre, per più o meno esplicitamente servire con i loro caratteristici rovesciamenti la parte “sbagliata”: l’aggressore diventa l’aggredito, la vittima il carnefice, gli eccidi un’invenzione. In questo senso, ad esempio, ha giustamente scandalizzato chi, per il massacro di Bucha, ha parlato di “messa in scena”,  lasciando intendere che quelle morti violente non fossero mai avvenute, fossero state prodotte a bella posta, etc. Eppure, al di là dello scandalo, andrebbe anche ricordato a un altro livello che, in senso stretto, un’immagine, una foto, un video, sono sempre una messa in scena: solo la loro analisi può renderli veramente significativi. Ora, soprattutto dalla prima guerra in Irak in poi, l’uso massiccio delle immagini annebbia più che chiarisce; anzi – basti pensare fra altri al loro uso nel conflitto medio-orientale – sono diventate esse stesse armi, fondamentali, con cui le parti si combattono per convincere delle proprie ragioni l’opinione pubblica interna ed esterna. La loro analisi, insomma, è indispensabile: ed è quella appunto che manca nell’informazione televisiva italiana, in cui le immagini arrivano senza filtro, per emozionare, commuovere (e anzi, spesso ci sono le immagini delle immagini: il volto commosso di questo o quell’invitato in studio che appare in un angolo dello schermo, mentre guarda questa o quella immagine…., con il pubblico, da casa, che guarda insieme, in una spirale di emozione, l’uno e l’altra…). Come non pensare, del resto, che il più spaventoso genocidio della nostra storia, la Shoah, si sia dimostrato, affermandosi come un’incontrovertibile evidenza, praticamente in assenza di immagini?

Intendiamoci, per non creare equivoci: emozionarsi, commuoversi, indignarsi di fronte all’ingiustizia, all’orrore, è giusto, è necessario, anche per poter capire – ma sovrapporre emozione, umanità, considerazioni geopolitiche, analisi storica, come se fossero una cosa sola porta inevitabilmente a considerazioni errate, quanto meno per i tempi, i modi, i toni: perché c’è un modo e un tempo, un tono per dire le cose. La parola, le parole “socializzate” – aggettivo, da social – dei dibattiti televisivi italiani, anche se a volte, come nei social stessi o nei giornali, veicolano individualmente contenuti realmente interessanti, magari utili, sono sempre stonate: per via del contesto (ci si faccia attenzione: gli studi televisivi sembrano già predisposti alla guerra!), dell’urlo sempre in agguato che si sovrappone a un intervento per introdurre, imporre il successivo, del ritmo frenetico con cui questi interventi si succedono e si sovrappongono, impedendone di fatto la loro attenta considerazione, la loro digestione – per altro, anche chi dice cose assennate assume troppo spesso il ruolo di personaggio di una sgangherata recita collettiva, peggio, finisce per essere ridotto a macchietta, stereotipo, slogan, diventa, pur se assennato, ridicolo, grottesco, macinato com’è nel teatro delle urla (e anche lui urlante), nel bombardamento di immagini e interventi volti a incendiarci il cuore con l’emozione, mai a farci ragionare. (A proposito di ridicolo: alcuni degli invitati di questi talk show sono chiamati al banco per nome e cognome, altri – soprattutto se donne e giovani – solo per nome, altri ancora come “professore”, “dottore”, “dottoressa”, “professoressa”, “onorevole”, etc., in una voluttà luccicante di titoli, gradi e distinguo che ci ricorda che l’Italia è sempre quella de I promessi sposi…). Insomma, più che i singoli contenuti, ad essere sballato è soprattutto l’impianto, il palcoscenico che permette loro di circolare e moltiplicarsi.

Quanto al negazionismo, al complottismo, vanno anche qui, come sempre, fermamente combattuti, con l’analisi, con la forza dei fatti e del ragionamento, ma per farlo occorre che queste categorie siano usate propriamente. Ora, questo furore religioso (di nuovo, come ai tempi del covid), alimenta il conflitto invece che la comprensione, creando un fantomatico “campo avverso” (come appunto in guerra, eppure… mitsingen ist verboten…), e aspirandovi dentro chiunque si discosti dalla linea diciamo principale (in questo caso “interventista”, senza se e senza ma), magari semplicemente per sostare e interrogarsi. La sosta, l’interrogativo, comunque non funzionano nel dibattito coram populo, dove con rarissime eccezioni – che però finiscono col farsi da parte – si deve  correre, parlare forte e spiattellare certezze: occore fare questo, occorre fare quello. Per altro, in un’apparente splendida democrazia, in televisione tutte le posizioni sono rappresentate, anzi, i “pacifisti” spesso alzano la voce più degli altri: servono appunto ad infiammare il dibattito, o meglio, uno scontro (siamo in guerra…) in cui ognuno arriva con le sue certezze e non ha nulla da imparare, da ascoltare dagli altri – in un certo senso è il rovesciamento della logica platonica di cui si diceva sopra: i dialoghi, ispirandosi alla malleabilità della parola alata, dovevano attraverso il confronto costruire una possibile soluzione di un problema, o meglio, un possibile accordo; i dibattiti televisivi in Italia, ispirandosi alla durezza della scrittura social, mettono in scena uno scontro di certezze già costruite: per un pubblico che da casa fa le ore piccole assistendo a quelle ipnotiche discussioni, che della guerra sono in qualche modo una trasposizione, una drammatizzazione. Poi, in una sorta di chassé-croisé, ci pensano i social, e ancor di più i giornali, a fissare i contorni del mostro da abbattere, a partire dalle urla televisive, o altre opinioni, riflessioni anche pacatamente espresse, in una spirale di violenza e di semplificazione senza pari, che mette i pochi putiniani veri (che esistono, soprattutto a destra ma anche a sinistra, e sono ben conosciuti, anche perché spesso occupano o occupavano posizioni importanti nel governo e in parlamento, e di Putin si dicevano amici, ci facevano affari etc.) insieme con le molte persone che sono da sempre radicalmente contro Putin, ma pensano che la guerra non si possa fermare con una corsa al riarmo: anzi, curiosamente, sono questi ultimi, molto più dei primi, i principali oggetti della stigmatizzazione. Qualche titolo, qualche formula. “Io non sto con Putin, però”, perfido e assai diffuso: dove il “però” indica il tentativo di ricostruire il contesto della guerra, che si tratti di chiamare in causa la precedente guerra nel Donbass, l’espansione a est della Nato etc., perché – secondo questa formula – tali spiegazioni sarebbero di per sé giustificazioni, un modo per alleggerire le colpe di Putin o, addirittura, per trasformarlo da carnefice in vittima, facendosene di fatto alleati. (Ma allora i nostri vecchi manuali scolastici, quando ad esempio spiegavano che l’umiliazione inflitta alla Germania dopo la prima guerra mondiale era stata il terreno sui cui si era sviluppato il nazismo, cercavano di giustificare gli orrori di Hitler? Abbiamo imparato, a scuola, facendo politica, che prendere il tempo di capire non ostacola la necessaria scelta di campo, anzi la rende più consapevole, più forte…). C’è il più glaciale, e un po’ maccartista con le sue liste di nomi, “la cosa putiniana” – anche inquietante: “Come agisce la cosa putiniana?” C’è, sullo stesso slancio, la “federazione negazionista che fa il gioco di Putin”. O ancora, più puntualmente, ci sono oscenità del tipo l’“Associazione Nazionale Putiniani d’Italia”, cioè l’ANPI… A parte il fatto che, indipendentemente dal cosa si pensi rispetto al complessissimo problema di come intervenire in questa guerra (perché è complessissimo, e ci si dovrebbe auto-vietare di spiattellare certezze ad uso di chi, sul campo, combatte, soffre e muore veramente), è difficile non fremere di indignazione, di disgusto, nel vedere decenni e decenni di coraggiose e nobili lotte per il disarmo e per la pace, per altro con un ventaglio di posizioni e sensibilità spesso molto diverse, ridotte a una tale ridicola e menzognera rappresentazione: i pacifisti, o meglio (altra formula) i “putin-pacifisti” sono o appunto amici di Putin o “vigliacchi” (altro epiteto ricorrente) che hanno paura di combattere, o volentieri l’una e l’altra cosa. Fino al colmo del grottesco: a tratti sembra che la guerra si combatta non in Ucraina, ma sul suolo italiano, e che il nemico non sia più Putin, ma il disegnatore o il dirigente dell’ANPI di turno… (Variante di raccordo: i No-vax di un tempo adesso sarebbero putinisti… Ma oggi come allora questa categorizzazione del dissenso su vasta scala, senza distinzioni, in un’omogenea notte in cui tutte le vacche sono nere, da un lato intimidisce e taglia fuori dal dibattito le molte persone che sono nel contempo convintamente indignate, inorridite, e bisognose di interrogare la realtà, dall’altro conduce ahimè alla proliferazione del negazionismo e del complottismo, quello vero, che esiste ed è pericolosissimo…)

Ed ecco, è in questi ultimi mesi che con dolcezza mi si è imposto alla mente il silenzio, come un amico prezioso. Il silenzio è fondamentale dentro la scrittura come nella musica, ne fa parte: i sospiri, le pause, le attese, rendono la frase viva, intelligibile. Il silenzio è fondamentale prima e dopo un concerto, un’esecuzione musicale, ne fa ancora parte, e questo vale anche per la scrittura: perché la scrittura è per vocazione ad alta voce, anche quando è appunto muta. Il silenzio insomma è pieno, parla, è indispensabile per farci stare al mondo, per farcelo capire. Il silenzio sono le passaggiate, reali o sedute (con la mente, vagando), in cui digeriamo il pezzo che abbiamo letto, imponendoci di non leggerne subito un altro. Il silenzio sono i giorni, le settimane, i mesi in cui, scrittori, scegliamo di non scrivere, perché qualche cosa deve maturare diversamente, magari traducendosi in azioni. Il silenzio è semplicemente “prendere il tempo di…”, l’avere il coraggio di disconnettersi per trovare distanza, lucidità, in una prospettiva che è agli antipodi dell’incessante e rumoroso flusso continuo dei social o dei talk show socializzati, e della loro sinistra filosofia dell’esser sempre connessi. Il silenzio è resistenza attiva da opporre all’ipnosi della guerra in immagini e parole, che l’intrattiene, la guerra, non la neutralizza, e intrattenendo finisce per abituare, assuefare, e anestesizzare: del resto, almeno sui social, l’assuefazione nei confronti della guerra sta già arrivando, prima di quanto non sia accaduto con il covid, probabilmente perché a differenza di quello ancora non ce la si sente (a torto) dentro casa. (E però, che atmosfera pesante…) Il silenzio è capire che adoperarsi per la pace, qualunque sia la propria idea sul come ci si possa arrivare, non implica distribuire verità e consigli a chi muore combattendo sul campo. Perché qui, concretamente, parlo innanzitutto del silenzio pubblico, socializzato, individualizzato, che libera energia e tempo per altre parole-azioni, anche se non destinate a lasciare una traccia firmata: possiamo discutere con gli amici, con gli Ucraini e i Russi che già si sono rifugiati nei nostri paesi, con gli studiosi di quelle aree, non per sbandierare il nostro punto di vista, ma prima di ogni altra cosa per ascoltare, e per insieme costruirne uno; e poi, soprattutto, possiamo aiutare, ognuno secondo i propri mezzi, i molti che stanno arrivando qui, e hanno bisogno di tutto: di imparare la lingua del posto, di cibo, di soldi, di un letto – in quell’azione non ci si assuefa, non ci si abitua, e ogni giorno la guerra, questa guerra (come, mi si permetta di dirlo, tutte le altre), appare sempre di più per quel che è: inaccettabile.

In questo senso, mi ha molto colpito un post che, mi sembra, esemplifica un altro degli aspetti dei social che ha assunto in questi ultimi tempi un rilievo straordinario: la parcellizzazione solitaria della protesta, nel miraggio di essere connessi agli altri – il suo autore dichiarava di essersi arruolato nelle file della resistenza ucraina… su Facebook, perché era l’unico posto dove era possibile farlo! Ora, al di là delle anonime azioni concrete di cui ho appena detto e che sono, oltre che possibili, necessarie, c’è un meccanismo globale che va sottolineato: com’è stato ampiamente dibattuto (fra altri, nei due articoli che menzionavo all’inizio), questa parcellizzazione virtuale è direttamente proporzionale all’appassimento della protesta e dei dibattiti reali, realmente collettivi, fatti dell’incontro di persone vere, con le loro idee, le loro emozioni, i loro corpi. Eccolo, di nuovo, il silenzio: volgere la nostra attenzione altrove, far appassire il rumore dei social, dei dibattiti televisivi, disertare i giornali dai toni troppo guerrieri, per travasare questa energia nelle piazze e condannare l’aggressione, chiedere a gran voce la pace, a sostegno di coloro che resistono in Ucraina e in Russia, con una pressione costante – potesse essere questa la gran forza di contagio che aiuti (com’è stato per altre guerre passate) ad imporla, la pace. E magari intanto, che si sia credenti o anche atei, unirsi ai Russi e agli Ucraini che vivono già fra noi, per silenziosamente pregare insieme a loro.

 

[Yves KLEIN, Monochrome vert sans titre (M 75), vers 1955]

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Timore, paura, terrore. Ma siamo sicuri che la nostra paura sia del virus? Siamo sicuri che sia stato così sin dall'inizio? E non di chi, in quel momento e ora, comandava e comanda il gioco?
andrea inglese
Andrea Inglese (1967) originario di Milano, vive nei pressi di Parigi. È uno scrittore e traduttore. È stato docente di filosofia e storia al liceo e ha insegnato per alcuni anni letteratura e lingua italiana all’Università di Paris III. Ora insegna in scuole d’architettura a Parigi e Versailles. Poesia Prove d’inconsistenza, in VI Quaderno italiano, Marcos y Marcos, 1998. Inventari, Zona 2001; finalista Premio Delfini 2001. La distrazione, Luca Sossella, 2008; premio Montano 2009. Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, Italic Pequod, 2013. La grande anitra, Oèdipus, 2013. Un’autoantologia Poesie e prose 1998-2016, collana Autoriale, Dot.Com Press, 2017. Prose Prati, in Prosa in prosa, volume collettivo, Le Lettere, 2009; Tic edizioni, 2020. Quando Kubrick inventò la fantascienza. 4 capricci su 2001, Camera Verde, 2011. Commiato da Andromeda, Valigie Rosse, 2011 (Premio Ciampi, 2011). I miei pezzi, in Ex.it Materiali fuori contesto, volume collettivo, La Colornese – Tielleci, 2013. Ollivud, Prufrock spa, 2018. Romanzi Parigi è un desiderio, Ponte Alle Grazie, 2016; finalista Premio Napoli 2017, Premio Bridge 2017. La vita adulta, Ponte Alle Grazie, 2021. Saggistica L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo, Dipartimento di Linguistica e Letterature comparate, Università di Cassino, 2003. La confusione è ancella della menzogna, edizione digitale, Quintadicopertina, 2012. La civiltà idiota. Saggi militanti, Valigie Rosse, 2018. Con Paolo Giovannetti ha curato il volume collettivo Teoria & poesia, Biblion, 2018. Traduzioni Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008, Metauro, 2009. È stato redattore delle riviste “Manocometa”, “Allegoria”, del sito GAMMM, della rivista e del sito “Alfabeta2”. È uno dei membri fondatori del blog Nazione Indiana e il curatore del progetto Descrizione del mondo (www.descrizionedelmondo.it), per un’installazione collettiva di testi, suoni & immagini.
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