La mano del mondo
di Marco Di Pasquale
affannarci in una curva alle spalle di cui ci siamo liberati, staccando con una pedalata folle le foglie, il risucchio del brecciolino, la fosse d’asfalto che potrebbe ingoiarci
le gambe sforzano in salita, la velocità s’ingolfa del dubbio che si fa materia nelle bocche mascherate
dell’anziano col maglione verde marcito per ogni stagione, della bambina che ci fissa senza averne mai saputo il nome, della commessa che svaga l’angoscia a minimi passi verso il supermercato
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negli incontri sfiorati avremmo potuto
spostare una spalla mostrandoci disposti
al contatto, a chiarire gesti fraintesi
aprendo un rito di parole, cortesie da tè
commentando pasticcini a sfoltire
la diffidenza – sarebbe parsa la distanza
solo una trappola a cui ci congratulavamo
di essere sfuggiti
invece le occasioni
sono tutte sfumate, il tè freddo nel lavandino
neanche una briciola è stata morsa e per le scale
non ci concediamo l’educazione di un cenno
un attestato di esistenza
*
ogni volta che parte lo scatto
che spicchi il salto evolutivo
inciampi in atterraggio
vinto dal vincolo di delusione
che spegne lo slancio
me è dovere continuare, emettere
ancora un segnale ché nella notta
un’antenna ci sarà, ché qualcuno
manderà in soccorso una sonda
consolando i lividi entusiasmi
*
siamo certi, nessun volto ci somiglierà
ma almeno un movimento della voce
o un semplice disegno del pensiero
dentro un discorso che si era iniziato
e da qualcuno sarà pronunciato
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con una bocca belva
tra gli abbagli dei lampioni
che inacidiscono i viali
mastica piano e fa’ durare
finché non ti inonda il mare
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Forse perché conosco Marco Di Pasquale da molti anni, e perché siamo stati compagni di strada nell’organizzazione di piccoli, piccolissimi, a volte bellissimi, eventi poetici – eventi che lui continua con grande passione a ideare e sostenere – non riesco a leggere questi testi separandoli dalla sua esperienza di animatore culturale, in radio, nei reading, negli incontri dal vivo, con la musica o senza, a scuola, in enoteca, in libreria, su un prato o su una zattera, tra le viuzze di un borgo, col megafono o in biblioteca, sempre, sempre con enorme pazienza a cucire i sensi alla pagina, la presenza a una prova di ascolto.
Leggendolo trovo, insomma, che le sue poesie lavorino proprio intorno al grande carico di responsabilità e di cura che l’autore reclama per la parola poetica, insieme a ciò che perpetuamente vi si insinua: “s’ingolfa del dubbio” che il suo segnale possa – per estremo idealismo, contatto differito, abbandono istituzionale, difficile natura, e via dicendo – cadere a vuoto. Dentro questa incertezza Di Pasquale continua a interrogare le condizioni perché la poesia possa ancora farsi “atto di resistenza alla passività, uno strumento di risveglio collettivo”, come scrive Riccardo Frolloni nella sua nota di lettura a La mano del mondo. Come investire così tanto nella poesia come strumento di costruzione di una “eutopia” (la parola la usa Marco in una intervista per Rai3 a cura di Alessandro Trevisani), ovvero di un luogo buono, quando pure la comunità stessa a cui si rivolge è fragile? Non capisce più. Non si riconosce. Tutto le rimane difficile o ignoto. Non si concede neanche più “un attestato di esistenza”.
Mi sorprende trovare in un suo testo una espressione forte, così poco accattivante in tempi in cui la parola sembra sempre chiamata a sedurre o sofisticarsi: “è dovere continuare”. Una perentorietà scomoda, in testi puntuti, che giocano spesso con l’attrito di ripetute sinestesie – una perentorietà scomoda proprio perché chiarissima.
Lo scrittore ungherese László Krasznahorkai sostiene che tutto il mondo della letteratura ‘alta’ è destinato a scomparire. Non ci credo tanto, se non altro perché per il suo ‘museo’ si spendono cifre da capogiro. Certo, talvolta sembra davvero di essere soltanto testimoni di una dissipazione, magari custodi di qualche pagina, più spesso anonimi addetti a trascrivere il disastro sulle pareti di una tenda che brucia. Marco Di Pasquale lavora evidentemente in un altro scenario mentale: se anche il prestigio della letteratura si consuma, possiamo ancora capire quali pratiche rendono questo luogo, questo starci assieme, abitabile. Come si fa a mantenerci vigili, a costruire scritture che non siano solipsismo o canto del cigno, a celebrare la poesia come arte di comunità, come gesto che mette insieme le persone a parlare e a costruire pensiero, senza facili psicologismi, senza accademie, senza nostalgie, senza retrotopie, con fiducia nel valore, nella disseminazione, nella sapienza, e quale, e quali, senza dimenticare il movimento trasversale della poesia, dal suono al tocco, dalla mano al mondo? “Scrivo per motivazione e non per ispirazione”, dice Di Pasquale in una intervista citata in postfazione. Anche la motivazione ha qualcosa di meno suadente dell’ispirazione, sì: evoca ostinazione e lavoro, più che illuminazione. È una parola quasi artigianale, mi ricorda una resistenza apparentemente elementare: scrivere per continuare, ma saltando la familiarità, le somiglianze, la biologia, la comunanza facile, insomma. Cercare invece una parentela più scelta, e un metodo più scomodo – quel “dovere”. Nell’adesione tra scrittura e fare in Di Pasquale esso smette di suonare come precetto. In “un movimento della voce / un semplice disegno del pensiero”, vedo, o spero di vedere, la responsabilità della presenza, il ritorno del politico. (rm)
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Testi tratti da: Marco Di Pasquale, La mano del mondo (puntoacapo 2025).
Marco Di Pasquale è divulgatore letterario e animatore culturale, e insegna Lettere alle scuole superiori a Macerata, dove risiede. Coordina gruppi di lettura e di scrittura e dirige rassegne poetiche come “Mistero Aperto“, a Montecosaro (MC).
Del 2009 il suo esordio, Il fruscio secco della luce (Wizarts), ripubblicato in edizione riveduta e ampliata per Vydia nel 2013. Nel 2017 Arcipelago Itaca ha dato alle stampe Formula di vapore; nel 2019 è uscita per Transeuropa Dai sentieri divorati. Racconta la propria esperienza di scrittura e di riflessione sulla letteratura nel blog www.marcodipasquale.it.
