I Poeti appartati: Giovanni Laera

Estate = morte
di
Giovanni Laera
1.
Leggevi Sodoma e Gomorra quando
ci conoscemmo. Il tuo ricordo è un mirto
che spacca i muri a secco, un fiore inconscio
trapiantato dal tuo silenzio al mio.
Ora ripenso a te da una distanza
che le mani misurano in carezze
mai date – per salvarti. Ti difendi
da quei concierges in doppiopetto ancora
con la tua duplice preghiera e Proust?
Ci conosciamo, è bello ed è terribile.
2.
Siamo in un posto sconosciuto a entrambi:
la giovinezza. Qui posso parlarti.
3.
Fabbrico da me stesso la mia croce.
Scriverti è già un peccato capitale.
Controra. Voci di bambini. Hai sonno?
Parliamo, ho ancora qualche chiodo in gola.
4.
Forse mi figuravi artista in fuga
da diavoli seenni per salite
fitte di una Vergelle in fiore a fare
Fiorenzo a picco tra le male femmine;
o mi parlavi, per un gioco, come
si parla a un albero che ha estinto uccelli;
o in me riconoscevi un dio sconfitto,
assorto nei suoi dolci versi fino
a soffocarne. San Francesco e il diavolo
ci separarono. Fu un dialogo irto,
non si parlava che d’amore e carne.
5.
Questo silenzio non è meno atroce
del non vederti viva. Se ti spaventi
quando leggi parole come “berze”,
“dimagra”, “scocca”, “furo”, “ponticelli”,
forse potrai salvarti in questa stiva
che arde ogni volta che apri gli occhi belli.
O forse siamo tutti condannati.
Senza più lingua. Nudi. Calpestati.
6.
Nessuno vedrà il corso dell’estate.
La lisca la indovini al tatto. Come
i nostri anni scintillano soltanto
per chi di noi ricordi spine e sbagli.
Il tuo costante cuore è ancora al largo?
Non approdare qui, dove i non vivi
insegnano la vita. E non pensarmi.
7.
La coda lunga dei turisti è ferma.
Oltre frontiera non c’è più nessuno.
Nella fredda Japigia dei nervi,
tra i campi masticati dalla luna,
un giogo che spaventa tutti gli occhi
e la fossetta che il tuo broncio abbruna:
questa provincia fatta di parole
con un silenzio mi cancelli – e il sole.
8.
Sotto la fresca tavola del nespolo
festeggiano i rigogoli. Le madri
fanno piangere i figli in filastrocche
finché l’estate è sazia. Te ne accorgi
dalle ombre che si insultano nei campi.
La schiena è una tempesta di libellule.
Fantasmi. Il mare è muto. Hai fame? Dormi.
9.
Questa poesia è un perdono. Ti accarezzo.
Ma non ho mani per toccarti o un volto
che alla prossima ondata ti riporti
la luce ossuta della giovinezza.
L’amore era qui prima delle voci.
Per questo perdoniamo occhi e coltelli
con parole. Non chiamerei il tuo nome
che per salvarmi. E tu non devastare
i cagnoli di fuoco che hai rubato
all’afa e ai campi azzurri. Amarsi, dico
tremando. Estate = morte. Addio.
10.
L’arma dell’universo fa un rumore
più basso questa sera. È un tuo miracolo?
da “Creanza” (Marco Saya, 2026).
