Una mostra su Edith Tudor-Hart, la fotografa che reclutò Kim Philby

A Bologna, a Palazzo Pepoli, la prima personale dedicata a Edith Tudor-Hart in Italia: fotografa sociale tra Vienna e Londra, militante comunista e “reclutatrice” di spie per Mosca. Oltre cento immagini salvate dall’oblio.
di Davide Orecchio
Londra, Regent’s Park, estate del 1934. Kim Philby, ventiduenne neolaureato a Cambridge, sposato da pochi mesi con una comunista viennese, sta per incontrare la persona che cambierà la sua vita. L’appuntamento è su una panchina del Boating Lake. Lo accompagna una ragazza poco più grande di lui. È una fotografa, anche lei militante comunista. Ci hanno messo più di tre ore per arrivare fin qui, su e giù da taxi e metropolitane per nascondere le proprie tracce come se fossero spie. Philby è sorpreso. Lui vuole solo iscriversi al partito comunista. Ma mentre la ragazza sparisce alle sue spalle, l’uomo che è venuto a incontrare gli spiega che il suo destino sarà un altro.
È proprio una scena da spie. Due giovani seduti su una panchina. “Cosa posso fare per la causa del comunismo mondiale?”. All’interlocutore di Philby non interessa un intellettuale militante, lui preferisce “costruire” una spia e gli spiega le cose: “Abbiamo bisogno di uomini come lei, Kim. Ma non nel partito”. Si chiama Arnold Deutsch, ha trent’anni ed è il reclutatore che costruirà la rete dei Cambridge Five, i cinque agenti segreti britannici di alto livello – Philby uno di loro – in realtà al servizio del Kgb sovietico.
Questa storia è nota. Philby diventerà suo malgrado famoso (non c’è destino peggiore per una spia). Ma la ragazza che l’ha accompagnato (se prestiamo fede a questo aneddoto raccontato nelle prime pagine di Peter Stephan Jungk, Die Dunkelkammern der Edith Tudor-Hart. Geschichten eines Lebens, Fischer 2015) lo è molto di meno. Si chiama appunto Edith Tudor-Hart (Vienna 1908 – Brighton 1973). È una fotografa di grande talento, ed è – a quanto pare – anche una reclutatrice di agenti segreti per Mosca. La sua traiettoria biografica, politica, artistica calza perfettamente gli anni centrali del Novecento. Gli anni del rosso e del nero.
Salvata dall’oblio
Chi vuole scoprire di più su Edith Tudor-Hart, sulla sua vita e sulla sua fotografia di impostazione documentaria e sociale, può visitare a Bologna Edith Tudor Hart. Tra fotografia e spionaggio, la prima mostra italiana che le viene dedicata, a Palazzo Pepoli fino al 28 febbraio 2027, curata da ONO arte “in collaborazione con l’archivio FOTOHOF di Salisburgo, ora sede dell’intero archivio di Tudor-Hart”, come spiegano i curatori.
La retrospettiva è davvero ampia, ospita oltre cento fotografie. Ed è importante anche perché si tratta di un recupero dall’oblio. Negli anni Cinquanta, quando la rete di doppiogiochisti britannici al servizio di Mosca fu scoperta, Tudor-Hart decise di distruggere la maggior parte dei suoi negativi e si ritirò dall’attività di fotografa. “Molto del suo lavoro fotografico sopravvissuto alla distruzione – spiegano i curatori – è rimasto per lo più sconosciuto ed è stato riscoperto solo decenni dopo la sua morte”.
Tra il rosso e il nero
Nata a Vienna in una famiglia ebrea e laica (quante analogie con la biografia di Eric Hobsbawm…) Tudor-Hart mise a fuoco il proprio stile formandosi al Bauhaus di Dessau negli anni Venti. Già comunista, dopo un periodo in prigione nel 1933 sposò un medico inglese e si trasferì in Gran Bretagna, trovando scampo dal regime fascista di Dollfuss.
La mostra bolognese la recupera dalla zona d’ombra e ci ricorda che nel suo lavoro “ha messo in luce attivamente le ingiustizie sociali, affrontando temi quali la povertà, l’integrazione e i diritti delle donne”, fotografando “la vita nei cortili di Vienna, lungo il Danubio e nel Prater, le proteste contro l’ascesa del fascismo austriaco” e poi “i minatori, gli operai e i pescatori del Galles, il movimento femminista del dopoguerra e le nuove istituzioni dell’educazione progressista”.
Lo sguardo sui bambini
La mostra è divisa in cinque sezioni che non seguono un ordine cronologico ma tematico: povertà, politica, vita quotidiana, lavoratori, bambini. La rappresentazione dell’infanzia è uno dei temi centrali della fotografia di Tudor-Hart, che fu da giovane maestra montessoriana, difatti i “bambini sono quasi onnipresenti nei suoi scatti” – avvertono i curatori – e sembrano osservati con gli occhi di una persona abituata, anzi formata al prendersi cura di loro.
Le carte dei servizi segreti
La mostra bolognese espone “le riviste in cui i suoi lavori furono pubblicati, ma anche i documenti personali, le carte private e le intercettazioni da parte dei servizi segreti britannici”. Ne esce il ritratto convincente, e per il pubblico italiano nuovissimo, di un’agente comunista “con la macchina fotografica”.
Chiosano Maurizio Guidoni e Vittoria Mainoldi, co-curatori della mostra: “Nel caos tra le due guerre Edith Tudor-Hart ha cercato di esercitare un’influenza positiva in una situazione storica complessa e corrotta. Lo ha fatto con strumenti che conosceva bene: l’educazione scolastica, la fotografia e la propria fede politica. Qualcosa non è andato per il verso giusto e, complice anche vicende personali, Tudor-Hart ha perso quantomeno la sua battaglia politica. Ci lascia però una documentazione fotografica di straordinaria qualità e un esempio umano raro”.


