A.I.M.: 9 inediti di Massimiliano Bossini

2

non badare
aperti nella pelle
ai rombi delle reti metalliche –

perché sentivo picchiare
l’attesa nelle unghie
l’ora
della stella decifrata

 

3

prima chiromante

vi leggo in ogni linea
una tana spaccata che trasuda
il rovinio dei letarghi

in ogni riga
l’incubatrice delle vite latenti
e i naufragi generici
e i rituali guastati –

anche traboccano grazie
e parole tue proprie

 

 

7

 o.m.

in sostanza
le mani giunte
a coppa

la morte del poeta
vi bevve la minestra –

 

 

8

 

a te
tutto il nettare
dentro la bocca il mattino

nonessere –

a te le placche
che scricchiolano al nero

e il bianco dell’occhio
il suo latte che goccia
da tutti gli ossari

 

 

10 i

v.š.

per riaverti
prova a stringerti alla faglia –
tu subdotta ombra di pietra
che muove ai sepolcri andati sepolti

tu ancora più fondo
ceramico dentro
centrato al denso
che mescola tra i fossili

lì s’incendia
delicato
fiore

 

 

12

 

alla fine del turno
dopo il colpo
in solitudine
il rimedio trasmesso del foro

la punta dell’uno –
vicinissimo sbocco
l’unghia che libera la sua polvere
e poi drena

la sirena –
il segno nuovo
scalfittura perfetta
che pulsa alla base

e muove all’esterno
al niente
col tempo –
sentirsi vivi

 

 

17

sexus

ciglia si intersecano
a stami –
pelurie in nidi

prima
vera
promessa

rosa di piombo
apriti tutta in gola

 

 

25

parola piena

sillaba figlia
e figlia a catena
incedi sgravando
occhiuta nei fossi ripassa
l’oscura sequenza
dei denti –

viscido bacio e sorcio
che vibri di arterie che mangi
le unghie che manovri
nel sonno mandibole
rose –

 

 

26

 

non fui io
a leggere in limine –
tu
a piena voce
rivendicavi il tuo fantasma
incredibile

non fui io
a leggere in limine

 

*

 

I testi sono tratti dalla silloge inedita Abbiamo identiche mani. Già il primo libro di Massimiliano Bossini, Forcipe (2008), irradiava inaspettate incandescenze, manipolando un corpo maschile per resisterne sia l’addomesticamento entro gli spazi normati del lavoro, sia la ferita di una origine urticante. Finalmente una poetica del corpo riscattata dal monopolio delle poetesse, mi viene da dire.

Qui Bossini rinnova la felicità espressiva dell’esordio tenendo insieme il sacro e l’infraordinario, offrendo risonanza cosmica agli elementi, alle singole membra, a una parola costretta, rattratta, rinchiusa, che viene liberata proprio attraverso un principio di compressione. In fondo il sacer è ciò che può essere ucciso, e l’infraordinario ciò che può essere ignorato: ecco, dunque, da una parte e dall’altra, il “limine” da sfidare. Dallo spazio circoscritto e punitivo dell’umano al grado zero del bios, questo atto di parola diventa resistenza, si rastrema e infine staglia. Se è orfismo lo è ad un gradiente diverso, più basso, più ‘sporco’, affondando nell’area nera del lavoro di fabbrica e delle periferie inurbate, carico di energia orgasmica ed esposto a una fusionalità inerme.

Il trauma c’è, ahimé, e fa ancora male proprio perché irriducibile se non alla sua presenza fantasmatica, perché indicibile se non attraverso lingua obliqua. La sua cifra è il non-verbo “nonessere” [8]: non il contrario di essere, ma lo sguaiarsi (lo sguainarsi) della parola su se stessa. Annullarsi? Bene-dirsi?

(rm)

*

5 Commenti

  1. “tu ancora più fondo
    ceramico dentro
    centrato al denso
    che mescola tra i fossili”
    come detto da Renata, nell’humus ormai inorganicizzato pulsa tuttavia un centro di vita che si ridesta, alzandosi dal fango che copre (custodisce?), alla ricerca di un riallaccio, di sinapsi bioemotive che scintillino nel buio che accerchia e restituiscano sangue al pallore dell’esistenza. Dal sostrato, indagato con minuzia e costanza, si possono ricavare indizi che indichino il ritorno alla superficie.
    Grazie Massimiliano, un caro saluto

    mdp

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