Articolo precedente
Articolo successivo

da “Il numero dei vivi”

img-rineke-dijkstra di Massimo Gezzi

 

Due ritratti

Un tempo dovevano essere diversi,
i ritratti dei fratelli: lui in posa
contro uno sfondo prevedibile, solenne
(la torre, il castello, l’ampio arco del cielo);
l’altra stanca, dimessa, presa quasi di sghembo
in una stanza poco nobile, magari
la cucina. Adesso che li guardi, con la torre, il castello,
la cucina ormai deserti da anni, sono foto
di una stessa paura, scatti presi di nascosto
nello stesso momento.

 

 

*

 

Lo spazio percorso

Si sono incrociati un’ultima volta sulla porta,
dove la soglia divide l’umido dal secco,
il tepore dalla nebbia ghiacciata.
Lui le ha messo una mano sulla spalla,
ha chiesto un aiuto inconfessabile, ha mentito.
Quindi il corrimano, il pulsante
arancione tremante della luce sulle scale,
le scale, l’aria fredda. Il cielo tra cobalto e ossidiana,
la cicatrice verdastra dell’alone lunare.
Non si sente più niente, il clack metallico
del portone coincide con un no detto tra sé,
il movimento dei passi sul marciapiede riproduce
il rito consueto dell’allontanamento.
Le chiede, e lei sente, perché non l’ha salvato,
perché non ha detto le parole
che estraggono il reale dal fantasma.
Ora devo camminare, si ripete, fino a perdere il controllo del corpo.
Oggi chiude, riconosce che ha perso,
porta a casa quel che resta
di sé, lascia che le circonvoluzioni di parole
solidifichino nell’aria, sbiadiscano
in sillabe di senso incomprensibile.

 

 

*

 

 

Adesso metto in moto questa macchina
e parto. Domani il lavoro,
fra quattro settimane una voce
differente sulle spalle, l’anno prossimo
un figlio, la sua morte dopo anni.
Tutto in questo gesto di accendere
e partire: retromarcia dal parcheggio, freccia,
via Francesco De Sanctis, via Verga,
statale. Sul sedile le parole,
ancora pigre a fare posa, appena prima
che il vento o la portiera le sobillino
di nuovo, polveri sottili, vene di alcol
che si avvitano nell’acqua.

 

 

*

 

 

Vorrei che i miei capelli prendessero fuoco,
che mostrassero il male e il bene che in me
si generano a vicenda.
Parla lei, seduta esattamente dove lui
l’ha lasciata. A quaranta minuti
di distanza, resistendo alla fame,
al sonno, all’urgenza del bagno.
Dove spenderà ciò che ha bisogno
di sperdere, se lui accelera ancora?
Si graffia le gambe, dalla strada nessun segno,
l’ultima frase che ha detto è coniugata
all’imperfetto.

 

 

*

 

 

Accetta questo niente, amami persino per il male
che ti faccio. La ricorda mentre sa che andrà avanti
anche oltre il cartello di Binasco, verso il riso
che nasconde le rane, quando cresce.
Gli torna questa immagine:
la voglia di sdraiarsi in un campo
e dormire. Ecco, è già sottile
lo spazio che ha percorso, ha lo spessore
di un sonno breve, lo stesso torpore
che annulla le distanze e a chi si sveglia
fa chiedere se è sveglio, o se la luce
che gli appare negli occhi è solo un sogno.

 

 

*

 

 

Traccia n.4

Una delle tracce è sulla nostra capacità
di “abitare poeticamente la terra”
(Morin, e molti altri – troppi? – prima di lui).
“Poeticamente, dice?”. Sono gli occhi
di una ragazza che quasi sbigottisce,
quando legge quella frase.
“Anche poeticamente”, preciso: “Anche. Non ti pare?”
“Mah”, risponde subito. “Magari qualche volta,
Ma solo per un attimo. E per poche persone.”

Per poche, già. Non ci avrà mai pensato, Morin,
a limitare quella frase? A inserire un inciso,
a precisare che magari per qualcuno
– per troppi? – la poesia è appena un lusso
o un impaccio, quando dietro uno sguardo
mezzo ironico e mezzo serio si intuisce
che qualcosa è accaduto, o che qualcosa…

“Per pochi, dici bene. E allora
spiega perché è così. Contestalo,
il filosofo, se non dice la verità”.
Risponde e abbassa gli occhi, inarcando
un po’ il labbro:
“No, prof, grazie: ho scelto un’altra traccia”.

 

 

***

 

 

Estratti da Massimo Gezzi, Il numero dei vivi. Donzelli 2015.

 

L’immagine è di Rineke Dijkstra.

3 Commenti

  1. molto pregnante la foto che precede i testi… testi…incerti sul che e come dire..sul dire che cosa…dirlo a chi…per chi…per che cosa…

  2. “Incerti”? no, tutt’altro, direi: testi di una fermezza quasi spietata, con una lingua asciugata della retorica ma che resta capace di racconto, sonda, atmosfera.

I commenti a questo post sono chiusi

articoli correlati

Dov’è la porta? Una postilla su Exit Poetry. Poesia futura

di Gilda Policastro
[I]n Exit Poetry, antologia per me, non-antologia per gli altri due curatori, si sono confrontate (e scontrate) tre idee diverse di poesia...

I padroni del terremoto

di Renata Morresi
Dieci anni dopo quell’ottobre, il sisma continua: è la gestione del post-sisma ora a distruggere le fibre della vita sociale e politica.

Lumina ex Ade

Un estratto dal nuovo libro di Silvia Tripodi, Lumina ex Ade (Aragno 2026), con una nota critica di Renata Morresi.

Abbiamo scorto la presenza
di un metalupo
durante una videochiamata
ho riconosciuto la sua testa
da dietro la tenda....

L’usignolo, la macchina

Tra mito, trauma e metamorfosi: Procne Machine di Carmen Gallo
di Gianluca D'Andrea
L’ordigno testuale di Procne Machine (Einaudi, 2026) affonda le radici nel trauma del mito classico, riattivando la vicenda di Procne e Filomela, sorelle unite da un legame viscerale e separate da una violenza indicibile...

La rosa di Gaza – una recensione

di Claudia Piccinno
Curata da Alessandro Cannavale, Luca Crastolla e Lucia Cupertino, La rosa di Gaza (Les Flâneurs, 2026) nasce come un’opera corale di ascolto, traduzione e responsabilità civile. Il lavoro dei curatori costruisce un ponte tra le voci delle autrici palestinesi e il pubblico italiano...

Esecuzione, di Andrea Capodimonte

di Ilaria Mariani
I 21 prompt di cui il libro si costituisce aspettano un operatore; poco importa che la soggettività sia umana o artificiale, l’importante è eseguire, perché Esecuzione è sempre altrove rispetto a dove si trova.
renata morresi
renata morresi
Renata Morresi scrive poesia e saggistica, ed è ricercatrice di letteratura anglo-americana all'Università di Padova. In poesia ha pubblicato le raccolte Sulle mura del sole (Marcos y Marcos, 2026), La cerimonia (Collana Isola, 2025), Terzo paesaggio (Aragno, 2019), Bagnanti (Perrone 2013), La signora W. (Camera verde 2013), Cuore comune (peQuod 2010); altri testi sono apparsi su antologie e riviste, anche in traduzione inglese, francese e spagnola. Ha tradotto poeti e poetesse statunitensi, tra cui Emily Dickinson, Lorine Niedecker, Robert Lax, Rachel Blau DuPlessis, Louis Zukofsky; nel 2015 ha ricevuto il premio del Ministero dei Beni Culturali per la traduzione di poeti americani moderni e post-moderni. Cura la collana di poesia “Lacustrine” per Arcipelago Itaca Edizioni.
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: