Home Blog Pagina 11

Sinceramente non tuo

1

Gianni Biondillo intervista Leonardo Colombati

Leonardo Colombati, Sinceramente non tuo, Mondadori, 2022

Il tema è l’amicizia virile. Ma Luca, l’io narrante, e Antonello, l’amico scomparso, sembrano diversissimi. Si può essere amici solo se opposti, tipo Ying e Yang?

Aleksandr Herzen nelle sue memorie si domandava perché concediamo ai ricordi sul primo amore così tanto spazio rispetto a quelli sulla nostra prima amicizia. In effetti, il giorno che scopriamo di non essere soli, ma che al mondo esiste qualcuno con cui parlare, confidarsi, condividere una passione, è un giorno molto più decisivo che quello in cui abbiamo rubato il nostro primo bacio. Non occorre essere simili, per essere amici; e nemmeno diversissimi: basta un solo punto di contatto iniziale (la stessa squadra di calcio, la stessa band preferita, la stessa malattia, lo stesso sogno) ed è fatta.

Sembra che tu ci dica che gli amici che ti ritrovi a vent’anni sono quelli che ti porti dietro per tutta la vita, anche senza averli scelti. Sbaglio?

Io sono una persona fortunata. Ho degli amici che mi sono fatto a quattordici anni e che continuano a essere parte della mia vita; e altri che ho conosciuto a trenta, quarant’anni. Gli amici non capitano, si scelgono; anche se magari ci sembra che a scovarli sia stato il caso. I protagonisti del mio romanzo, Antonello e Luca, hanno bisogno l’uno dell’altro: Antonello, che è un disperato e caotico vitalista, ha bisogno dell’eleganza di Luca – eleganza nel senso hemingwayiano del termine, ovvero “grazia sotto pressione”; mentre Luca non può fare a meno dei disastri di Antonello perché ha il sospetto che lì stia il succo della vita.

Poi c’è il rapporto irrisolto col mondo femminile. Uno è uno sciupafemmine anaffettivo, l’altro un innamorato devoto alla moglie. Entrambi sembrano non aver capito nulla delle donne.

In questo senso, Antonello e Luca sono io. Le donne le amo, le studio, ma mi sembra sempre che di loro mi sfugga qualche dato essenziale. Io, poi, sono un passionale: quando ero sposato ho amato smisuratamente e unicamente mia moglie; nessun tradimento, mai. Da quando sono di nuovo scapolo, invece, sono più simile Luca: non proprio uno sciupafemmine e nemmeno un anaffettivo; più, come dire, irrequieto… Mi chiedo se riuscirò a trovare una donna da amare con l’intensità e l’esclusività di quando amavo mia moglie. Sono ancora in cerca!

La musica, da sempre, è una tua passione, qui è davvero protagonista. Non solo un bordone, ma una scelta narrativa che coinvolge la scrittura.

Da tempo volevo mettere la musica al centro di un mio libro. Musica e letteratura hanno avuto lo stesso impatto decisivo sulla mia formazione. Ci sono stati tempi, quando ero giovane, in cui l’ascolto di un album poteva cambiare il mio modo di guardare il mondo. Le parole di Lou Reed, Paul McCartney, Lucio Dalla, Tom Waits, Bruce Springsteen, Francesco De Gregori, Bob Dylan, Paul Simon, Kate Bush, Michael Stipe, Mike Scott, Tom Barman, Paolo Conte sono state altrettanto importanti di quelle di Omero, Henry Fielding, Jorge Luis Borges, Stendhal, Jane Austen, Mario Soldati, Robert Graves, Tommaso Landolfi, Thomas Pynchon, Lev Tolstoj, Milan Kundera, Saul Bellow, Philip Roth, Philip Larkin e George Steiner.

(precedentemente pubblicato su Cooperazione, nel 2022)

4. Un’estate con la Principessa di Clèves

1
Immagine di Clelia Le Boeuf

Un’estate con la Principessa di Clèves è un podcast a cura di MARCO VISCARDI, letture di GIULIA MILANESE, sei puntate con ospiti e letture del romanzo alla scoperta di un classico della letteratura francese.

QUARTA PUNTATA
1.”Un’estate con la Principessa di Clèves
La fine delle buone maniere” con VALENTINA STURLI

Si può seguire il PODCAST su:

Youtube

SPOTIFY

PocketCasts

Le altre PUNTATE
1.”Un’estate con la Principessa di Clèves” ~ Il mondo esteriore” con CLAUDIO GIGANTE
2.”Un’estate con la Principessa di Clèves” ~ “Storia di un matrimonio” con PASQUALE PALMIERI
3.”Un’estate con la Principessa di Clèves” ~ “Il delirio della distinzione” con EMANUELA SURACE
4.”Un’estate con la Principessa di Clèves” ~ La fine delle buone maniere” con VALENTINA STURLI

Le mandorle

1
Immagine generata da AI

di Giovanni Palilla

Conta le mandorle, conta, ciò che era amaro e che ti teneva sveglia, contami tra loro a partire dalla notte in cui mi ritrovai a spiegarti, con il sorriso beffardo di chi sa tutto ma con lo sdegno interiore dovuto al giudizio che io avevo per te – sentimento, questo, che tu non potevi vedere, certo, non si possono vedere i sentimenti, ma dovevi pur percepire che c’era qualcosa nella tua persona per cui provavo una profonda repulsione – mi ritrovai a spiegarti cosa fossero le affinità elettive, e me lo chiedesti proprio mentre stavamo per compiere un reato, un duplice reato, a essere precisi: il primo, il furto del manoscritto del professore di lingua tedesca, sottratto di notte all’università dal suo studio, dentro al quale ci eravamo intrufolati proprio come fanno i ladri, i veri ladri, categoria al quale noi non appartenevamo fino a quel momento, categoria al quale io per primo non sarei mai appartenuto se tu non avessi rubato tutta la mia attenzione nelle settimane precedenti; il secondo, atti osceni in luogo pubblico: eri così felice di esserti impadronita del manoscritto, di averla fatta franca (ma non potevi sapere che sarebbero risaliti a te), così accesa che quella fiamma si trasformò in desiderio voluttuoso e volesti prendermi in un angolo di Campo Santa Margherita, non curante di due ragazzi che si fermarono a guardarci per tutto il tempo mentre mi abbracciavi, a cavalcioni su di me, affondando le unghie nella mia schiena, talmente forte che potevo sentirle anche con il cappotto ancora addosso, non mi avevi dato nemmeno il tempo di spogliarmi di qualcosa.

Potrei ricordare tanti avvenimenti risalenti a quei giorni: la cattiveria con cui avevi studiato tutto nei minimi dettagli è sicuramente degna di un romanzo di Carrère; eppure, nella mia mente si fa largo con prepotenza solo il ricordo di te seduta in cucina, il giorno dopo, mentre sbucci le mandorle. Le avevi bollite e adesso, una a una, con la stessa cura con cui pianificavi la rovina della gente, toglievi loro la pellicina con addosso i guanti, perché il contatto con la loro pelle ruvida ti faceva arrossare le mani. Quando mi vedesti, mi accennasti subito un sorriso, togliesti i guanti e mi amasti sopra il tavolo, non curante della tua coinquilina che, nella stanza affianco, sentiva il rumore ritmico e tribale dei nostri corpi che sbattevano l’un l’altro mentre preparava l’esame di Filologia germanica, che avrebbe provato per la seconda volta.

Ricordo di quando dentro il battello fitto di gente, che prendemmo in uno di quei pomeriggi piovosi in cui alle cinque sembra già notte fonda, io che ti sussurravo all’orecchio, ma come fai a vivere in questa città, quasi a volerti convincere ad andartene via o a buttarti dentro il canale, mi mettesti una mano dentro ai pantaloni, eri talmente disinvolta in faccia che nessuno poteva mai sospettare quello che tu stessi facendo in realtà, e non ti fermasti finché non mi sentisti gemere. Ricordo che ti girasti e portandoti un dito dentro alla bocca, leccandolo, dicesti, mh, sa di mandorla amara.

Ricordo di essere entrato in questura e di aver detto, questo video me l’ha mandato il complice, ma vuole restare anonimo. Avevi pianificato tutto, ma non avevi pianificato me: non ti eri accorta che con il cellulare non mi limitavo ad illuminare il tuo crimine, chiaramente sullo schermo si vedeva il volto pieno di disprezzo per il tuo professore mentre aprivi i cassetti per cercare il suo manoscritto che subito dopo mettesti online chissà dove. Eri diventata troppo, e io non ti bastavo mai. Gusto l’amaro che devi aver avuto in bocca nel momento in cui hai appreso come erano riusciti a trovarti. E sì, mi sorprende che tu non sia venuta a cercarmi e a portarmi giù con te in fondo al canale. Leggo il tuo nome sul giornale, poi lo metto via, spengo la sigaretta e mi incammino, ho un appuntamento con mia moglie. Lungo la strada sento in bocca, per tutto il tempo, il sapore della mandorla amara.

Il fabbro di Ortigia

0

di Giuseppe Raudino

Il brano che segue è l’incipit di Il fabbro di Ortigia, romanzo di Giuseppe Raudino pubblicato da Bibliotheka Edizioni (2024)

Da libeccio, Ortigia mi appare come una femmina di pietra nuda, accosciata sul fianco dritto in posizione fetale, il dorso a levante, il profilo che si specchia nel porto grande, i capelli umidi che sventolano nel tremolio sciroccoso del porto Lachio.

C’è un punto preciso nel cielo, non troppo alto, cinquecento metri all’incirca, un punto preciso tra gli scogli di Castelluccio e la fortezza del Maniace, più o meno sospeso a mezz’aria sull’arco mediano che attraversa l’imboccatura del porto, dal quale è stata scattata la foto riprodotta sulla cartolina che ora tengo in mano. Deve essere stata presa da un velivolo leggero, come uno degli idrovolanti IMAM che avevamo a bordo dell’incrociatore.

Le cartoline, allora, servivano a rassicurare la famiglia. Le spedivo a casa da ogni porto in cui attraccavamo. Una cartolina con l’indirizzo di Siracusa ma senza testo, senza saluti, senza firma. Se avessi scritto dove mi trovavo avrei rivelato informazioni militari, rischiando la corte marziale. Il nemico stava lì ad ascoltare e avrebbe potuto approfittarne. Così ci dicevano: di stare attenti a ogni piccola informazione, anche insignificante, che potevamo rivelare inavvertitamente e che poteva costarci la pelle. Allora bastava una cartolina in bianco, tanto mia madre sapeva che ero io a spedirla, e da ciò capiva che stavo bene, che ero vivo e dove mi trovavo. Pescara, Napoli, Trieste: il timbro postale o l’illustrazione dicevano tutto.

Mia madre era apprensiva. Le volevo molto bene. Mio padre non aveva mai dato l’impressione di essere preoccupato. Non si preoccupava mai di niente, lui, e così doveva essere anche nei miei riguardi. Mi sapeva imbarcato nella Regia Marina e quello già era un privilegio, rispetto alla truppa, alla fanteria dagli scarponi sgualciti e dai moschetti che si inceppavano e puzzavano di rancio. Mia madre no, lei era sempre in pensiero. Io ero il suo preferito, il figlio più piccolo, quello che aveva desiderato a lungo dopo tante sorelle e qualche monello pestifero. Mi aveva desiderato diverso. Un po’ più chiaro di capelli e carnagione, e con gli occhi azzurri. Avrei dovuto somigliare, nei suoi desideri, a un bambolotto che teneva in soggiorno, riposto con grazia sempre sulla stessa poltrona. Un bambolotto dagli occhi di vetro azzurri, anzi celesti. Quando nacqui, mio padre quasi la rimproverò. Aveva un tono burbero, come sempre, e le disse che l’aver fissato troppo a lungo quel bambolotto tanto strano aveva influenzato il mio aspetto al pari di una magherìa. Ero venuto fuori io, con gli occhi celesti e i capelli biondi, come ci si aspetterebbe da un siciliano che nel sangue, a distanza di ottocento anni, ha ancora qualche traccia ereditata dai Normanni. Ma forse poteva trattarsi anche di qualche gene degli Svevi, ché in Germania non sono certo in pochi ad avere i capelli biondi.

La fortezza che protegge l’ingresso del porto siracusano è del periodo svevo. Me lo raccontò un mio professore, alla scuola d’arte. La fece diventare così come appare oggi l’imperatore Federico II. Dove ti giri giri, ci diceva quel professore, in Ortigia vedi svevi, normanni, angioini, aragonesi, greci, romani, arabi e borboni. In ordine sparso.

Io da bambino non ho mai capito le differenze architettoniche, e neanche ora ci faccio troppo caso. Per me Ortigia è lo scoglio che racchiude tutte queste diversità in modo misterioso, lo scoglio in cui sono nato nel 1921 e dove ho giocato ininterrottamente tutti i pomeriggi nei rioni della Spidduta e della Masciarò.

***

Un giorno ero seduto sul gradone d’ingresso della bottega di mio padre. I Currò erano fabbri ferrai. Anch’io lo sarei diventato, anni dopo, ma quel giorno ero ancora molto piccolo. Forse non avevo nemmeno due anni. Sentivo il martello battere ritmicamente contro qualche lastra poggiata sull’incudine e, negli intervalli, il mantice soffiare contro i tizzoni ardenti per alimentare la fucina. Mia madre si era allontanata per delle compere. Perché riuscisse a fare più in fretta e a portarsi più borse, mi aveva lasciato da mio padre, che mi aveva ordinato di giocare per strada. Forse temeva che un bambino così piccolo potesse ferirsi facilmente tra arnesi incandescenti e acuminati; o forse era solo infastidito nel vedermi gironzolare per la bottega mentre lui e i suoi fratelli stavano lavorando.

Con la fronte sudata e la faccia appena annerita, mi aveva guardato severo. «Tu vai fuori», mi aveva intimato, ma non ti muovere da quella porta, aveva aggiunto indicando l’ingresso. Nella mia vita gli avrei disobbedito qualche volta, in certe occasioni anche con spiccata veemenza, come quel giorno che gli comunicai di volermi arruolare, ma in genere sapevo che era un uomo brusco al quale conveniva ubbidire. Lo avevo capito anche in tenerissima età e quel giorno io mi misi buono buono davanti alla bottega senza muovermi di un passo.

Quando mia madre tornò dal mercato, chiese conto della mia assenza. Mio padre, meravigliato, esplorò ogni angolo della bottega, pensando che fossi entrato senza essere notato. Poi si tolse il grembiule e girò tutti i cortili, tutti i ronchi e tutte le vie limitrofe alla bottega. Chiedeva in giro ma nessuno mi aveva visto. Tutti erano presi ad ascoltare la radio, che parlava di grandi fermenti a Napoli, dove Mussolini, da protagonista sul palco, aveva rilasciato dichiarazioni pesanti: o ci danno il governo o ce lo prendiamo.

La gente, anche nella periferia del Regno – e non esisteva più periferia di Siracusa –, si interrogava sulle sorti del Paese e vociferava delle possibili conseguenze per loro vite, già afflitte da lutti e miseria che la Grande Guerra aveva portato nelle loro famiglie neanche un lustro prima. Mio padre era tornato dal fronte con una rabbia e un disgusto per la guerra, che le parole propagandiste dei fascisti e di d’Annunzio lo mandavano in bestia. Odiava ogni parola di elogio nei riguardi della guerra e del combattimento, perché lui aveva combattuto davvero, obbligato dai regi carabinieri che ti fucilavano alle spalle se provavi a disertare, e che ti facevano fare la stessa fine qualora ti fossi dato latitante e ti avessero trovato e arrestato con l’accusa di renitenza alla leva.

Chi sapeva leggere, raccontava ai propri conoscenti analfabeti come la stampa trattasse l’ascesa dei fasci, e riassumeva le accuse incrociate che fascisti da una parte, e liberali e socialisti dall’altra, si scambiavano con articoli al vetriolo. La tensione si percepiva anche attraverso i resoconti radiofonici che, per quanto addomesticati, lasciavano trasparire la gravità di quello che stava per accadere al Paese. Un cambiamento epocale era alle porte. I siracusani erano tutti intenti a discutere di politica anche se, in concreto, i loro pidocchi sarebbero rimasti attaccati alla stessa miseria, tanto lontana dai centri del potere romani e dai tavoli delle decisioni. Loro discutevano, chi osannando, chi avversando Mussolini, chi bestemmiando grottescamente, chi facendo del sarcasmo sulla minuta statura del re, sia fisica che morale. Potevano permetterselo, potevano chiacchierare con spavalderia e senza ricorrere ai sussurri, perché sapevano che difficilmente le voci della periferia sarebbero state udite da chi aveva il potere di fargliela pagare. O almeno sarebbe stato così per un po’, prima che quelle orecchie indiscrete si fossero intrufolate profondamente nel tessuto sociale di ogni più remoto villaggio, accompagnate dal nerbo di bue e dal nero della camicia.

I siracusani d’Ortigia erano tutti intenti a chiacchierare nei cortili baciati dal sole di fine ottobre e mio padre era intento a cercarmi e non mi trovava.

Terra Colta – romanzo d’esordio di Filippo Pistoia

0

La prima e unica indagine del Prof. Salvo Perricone

ANTEFATTO

30 marzo 1947

“Andrea Raia di Casteldaccia, sindacalista, ucciso dai mafiosi locali mandati dai grossi proprietari terrieri fascisti e separatisti nell’agosto del ’44. Agostino D’Alessandria, di Ficarazzi, segretario della camera del lavoro, ucciso a settembre del ’46 per la sua lotta contro la mafia che controlla i pozzi per l’irrigazione. Gaetano Guarino, sindaco socialista di Favara, ucciso a maggio del ’46 dopo appena sessantacinque giorni dalla sua elezione; la sua unica colpa: chiedere a gran voce l’attuazione dei decreti Gullo per la ridistribuzione delle terre incolte. Pino Camilleri, sindaco socialista di Naro. E di recente, negli ultimi mesi, i nostri compagni e amici Accursio Miraglia, a Sciacca, e Pietro Macchiarella, a Ficarazzi, Leonardo Salvia, a Partinico…”.

In trentamila stavano ascoltando, senza fiatare, quel lungo elenco di nomi. Uomini, donne in rigoroso silenzio. Anche i bambini non fiatavano: i neonati erano stati attaccati al seno dalle madri per non farli piangere, i più grandicelli zitti per paura di prendere qualche scappellotto dai padri. Trentamila contadini giunti a Palermo da tutti i paesi della Sicilia occidentale, volti scavati dalla fame, coppole e vestiti logori. Molti di loro con gli occhi pieni di lacrime: i nomi che Li Causi, dal podio, stava elencando, erano stati compagni di tante lotte.

“È a loro che dobbiamo la vittoria di oggi. Al loro sacrificio”.

Un applauso scrosciante sostituì il silenzio.

Salvatore sentì il fragore di quel battere di mani quando era già arrivato al centro dei Quattro Canti. Camminava cercando di non pestare la distesa di merde di cavallo e di mulo che riempiva via Maqueda. La protesta era arrivata in città a dorso di scecco e aveva lasciato un palmo di concime lungo le strade, fin sopra i marciapiedi. Un percorso insidioso, soprattutto per le sue scarpe nuove, comprate, con tanti sacrifici, qualche giorno prima.

Stava tornando alla stazione centrale per prendere l’ultima corriera, quella delle 18, che l’avrebbe riportato a casa. Non vedeva l’ora di raccontare a sua moglie Giovanna, per filo e per segno, tutti i momenti di quella eroica giornata: l’incontro, all’alba, con i compagni davanti alla Casa del Popolo nella piazza del paese, poi il viaggio di andata in corriera in un misto di speranza e di paura per le sorti della manifestazione che da settimane stavano organizzando, l’arrivo a Palermo, il raduno a piazza Indipendenza con i rappresentanti delle centinaia di leghe cooperative nate negli ultimi tre anni, gli stendardi che riempivano l’area, la marcia verso la sede dell’Alto Commissario per la Sicilia, le bandiere rosse dei Fasci Siciliani che, tirate fuori dai loro nascondigli, di nuovo tornavano a sventolare, la delegazione, guidata da Mommo Li Causi che entrava dentro il palazzo, ore e ore di composta attesa e poi infine l’esplosione di applausi quando Li Causi, uscito dall’incontro con l’Alto Commissario, salito su un podio costruito alla buona durante l’attesa, aveva dichiarato vittoria.

Sulla corriera, seduto in disparte, mentre i suoi compagni ridevano e festeggiavano, Salvatore Perricone stava in silenzio, si godeva il paesaggio e la sensazione di soddisfazione che gli riempiva l’anima. La stanchezza per l’interminabile marcia era svanita. Così come erano svanite anche la paura per il futuro incerto e la rabbia contro il gabellotto mafioso al soldo del barone che l’aveva minacciato fino a pochi giorni prima. La gioia per il risultato raggiunto in quella giornata di vittoria del movimento contadino aveva annullato anche il dolore ai piedi per le scarpe nuove.

Sorrideva pensando alle tonnellate di letame che ingombravano le strade di Palermo. E, pieno di letame, oltre alle strade, c’era anche l’Alto Commissario per la Sicilia che adesso doveva per forza applicare i decreti Gullo dopo tre anni dalla loro emanazione. Tre anni in cui il blocco formato da politici, latifondisti e mafiosi aveva spadroneggiato infischiandosene della riforma agraria proposta dal Comitato di Liberazione Nazionale.

Giovanna ci avrebbe creduto? Avrebbe creduto che finalmente, dopo anni di lotte, avrebbero avuto anche loro diritto alla terra?

Sceso dalla corriera si mise a correre verso casa, veloce, incurante dei compaesani che lo chiamavano per avere notizie della marcia. Aprendo la porta trovò un gran casino: i pochi mobili erano riversi a terra, le sedie a gambe all’aria, il tavolo addossato a una parete. Si diresse verso l’unica altra stanza e trovò la moglie in lacrime, sul letto, mezza nuda, con la veste a brandelli.

Salvo non disse niente, le si sedette accanto e la strinse a sé.

“Don Calò fu, con suo figlio e suo compare”.

Furono queste le uniche parole, intervallate da lunghi singhiozzi, che udì da lei per molti e molti giorni.

*

11 maggio 2024

Questa terra, questa sconfinata solitudine schiacciata dal sole, è la Sicilia, che non è soltanto il ridente giardino di aranci, ulivi, fiori che voi conoscete, o credete di conoscere, ma è anche terra nuda e bruciata, muri calcinati di un biancore accecante, uomini ermetici dagli antichi costumi che il forestiero non comprende. Un mondo misterioso e splendido di una tragica ed aspra bellezza…

“Ivan, per favore, metti in pausa”.

La voce fuori campo si interruppe, Salvo accese la luce, un paio dei suoi studenti strinsero gli occhi che ormai si erano abituati al buio della sala.

“Ecco, adesso guardate le prossime scene del film. Immaginate i personaggi con cappelli e vestiti da cowboy. Questo di Pietro Germi è indubbiamente il primo western italiano. Ivan, premi play”.

Le scene di In nome della legge si susseguirono proiettate sullo schermo: i banditi mascherati, l’agguato e l’esecuzione del carrettiere, il furto dei muli. L’antesignano degli spaghetti western di Sergio Leone.

“Ivan, metti di nuovo in pausa. Ecco, state attenti adesso a quello che succede: questa è una delle prime pellicole in cui si comincia a trattare il tema del rapporto tra mafia e latifondismo. Tra un po’ il barone Lo Vasto lo dirà chiaramente che i notabili del tempo facevano affari con i campieri e con i gabellotti che rappresentavano la mafia di allora”.

“Prof, ma così ci sta spoilerando tutto il film”.

La voce arrivò dal centro della sala provocando una risata collettiva.

“Avete ragione! Dai, Ivan, attacca, proverò a non interrompere più”.

Salvo Perricone amava alla follia tutto il cinema neorealista, in particolare adorava i film e i documentari che raccontavano il mondo contadino. E In nome della legge, capolavoro del 1947 di Germi, era uno dei suoi preferiti.

Ci aveva pure scritto un libro su quell’opera.

Poca cosa, comunque, in confronto alle dozzine di saggi che invece aveva dedicato alla storia del movimento contadino e alle lotte popolari dell’Ottocento e del Novecento italiano.

Salvo ci aveva costruito tutto il suo percorso accademico su quel periodo storico: prima da studente, poi da dottorando, dopo da ricercatore. E ora, da professore associato dell’Università di Palermo.

Anni e anni di studi e di meticolosa ricerca storica gli avevano permesso di ingraziarsi il professore Vinciguerra, il titolare della cattedra di Storia contemporanea della sua facoltà. Vinciguerra lo aveva voluto prima come assistente e in seguito come associato, affibbiandogli tutto il lavoro: le lezioni, gli esami, i ricevimenti con gli studenti. Ma Salvo non percepiva tutto questo come sfruttamento, anzi, al contrario, era felice del suo ruolo: amava trasmettere le proprie conoscenze, lo faceva con passione, con dedizione. E gli studenti, a loro volta, lo amavano. Era un giovane professore dai modi poco convenzionali che riusciva a catturare l’attenzione di tutta l’aula, soprattutto l’attenzione delle studentesse e in particolare quella di Agnese, ricercatrice fresca fresca di incarico che lo seguiva in tutte le attività didattiche da lui proposte: gruppi di ricerca, organizzazioni di mostre, rassegne cinematografiche a tema, convegni, lezioni di approfondimento. Agnese aveva una cotta stratosferica per Salvo.

Anche Ivan, l’altro ricercatore, l’aveva. Ma, a differenza di Agnese, Ivan, pigro com’era, non aveva voglia di impegnarsi di più nella sua ricerca per poter trascorrere più tempo con il suo amato professore.

I titoli di coda cominciarono a scorrere sullo schermo dopo la cavalcata del mafioso Don Turi, interpretato da Charles Vanel, e dei suoi uomini.

Salvo Perricone accese le luci in sala. “Allora, che ne pensate? Commenti?”.

Agnese intervenne immediatamente, scatenando la gelosia di Ivan: “È emblematica nel film la figura del giovane magistrato Guido Schiavi. La sua insistente lotta contro l’ingiustizia fa quasi tenerezza. Io la trovo mielosa…”.

L’intervento dal tono cinico di Agnese venne interrotto sul nascere dallo squillo di uno smartphone.

Salvo si guardò attorno irritato: “Per favore! Vi ho sempre chiesto di tenere i cellulari spenti in aula…”.

Si interruppe vedendo Ivan, accanto al proiettore, che gesticolava per attirare la sua attenzione. Il ragazzo indicava con insistenza la valigetta in pelle che il professore teneva sulla cattedra.

Salvo, rosso di vergogna, si scusò con la platea e tirò fuori dalla borsa lo smartphone.

Sullo schermo lesse un nome che lo incupì: Mario Sinna.

*

Salvo chiuse la porta dell’aula alle sue spalle lasciando dentro Agnese che aveva ripreso il suo intervento.

Rispose al telefono con tono infastidito: “Mario, dimmi, che c’è? Sono a lezione. È urgente?”.

“Certo che è urgente. Altrimenti non ti avrei chiamato. Lo so che a quest’ora sei all’università, sono dieci anni che sei sempre lì”.

“Che fa sfotti?”.

“No, assolutamente!”.

Salvo percepì il tono sarcastico dell’amico.

“Dai, non farmi perdere tempo, ho gli studenti che mi aspettano”.

“E mi sa che devono aspettare un po’. Ho bisogno di te. Stamattina abbiamo trovato il cadavere di una persona di novant’anni”.

“E io che c’entro, Mario? Le persone a novant’anni muoiono. È così che va la vita”.

“Sì, solo che questo non è morto per cause naturali. È stato ucciso nel letto mentre dormiva”.

“Oh, cazzo! A quell’età? È stata una rapina?”

“Dentro casa sembra non manchi niente. C’è tutto: soldi, gioielli… No, non si tratta di una rapina”.

“E quindi?”.

Silenzio.

“Mario, scusami, devo continuare a farti io le domande o vuoi finalmente svelarmi il motivo di questa telefonata?”.

Silenzio.

“Ohi, Mario, ci sei ancora? Pronto. Mario?”.

Ancora silenzio.

“Pronto. Ma che fa, è caduta la linea? Mario?”

“Scusa, è che sono rientrato nella stanza da letto. Qui la scena del delitto è assurda. Sembra il set di un film horror. C’è sangue ovunque. Ti ricordi quando eravamo bambini e abbiamo assistito all’omicidio di Nino ’U Summaccu? Ti ricordi quanto sangue c’era sul muro della sala biliardo? Qui ce n’è molto, molto di più! Credimi”.

Salvo si perse nei ricordi: Nino ’U Summaccu era stato il primo della catena di morti ammazzati a Belmonte Mezzagno durante la seconda guerra di mafia dall’81 all’84. Gli avevano sparato in faccia in pieno giorno mentre ancora aveva la stecca in mano dopo un tiro a carambola. Il killer mandato dai corleonesi era fuggito via nello stesso istante in cui Salvo e Mario stavano entrando nella sala. La scena terrificante che si era svelata ai loro occhi non l’avrebbero più scordata.

“Sì, certo che lo ricordo. Hanno sparato in faccia pure a questo novantenne?”.

“L’hanno sgozzato come un animale e con il sangue l’assassino ha scritto una frase sul muro. È per questo motivo che ti ho chiamato. Ho bisogno del tuo aiuto per decifrare la frase”.

“Scusami, Mario, ma non ho capito. E perché telefoni a me? Cos’è, mi hai fatto un contratto da consulente e io non me ne sono accorto? Io mica sono della polizia scientifica!”.

La porta alle sue spalle si aprì, e via via gli studenti cominciarono a uscire. Agnese per ultima.

La ragazza si fermò a pochi passi da lui “Prof, tutto bene? È successo qualcosa di grave?”.

Salvo con un cenno della mano la tranquillizzò: “Tutto bene, grazie. Sono al telefono con un amico”.

Quando Agnese si fu allontanata, riprese la conversazione telefonica: “Mario, scusa, i miei studenti sono appena andati via, li ho salutati”.

“Scusami tu per avere interrotto il tuo lavoro. Mi sei venuto in mente e ti ho chiamato senza pensarci su. Ho bisogno che mi aiuti a capirci qualcosa. In vent’anni di servizio non avevo mai visto niente di simile”.

Il tono del maresciallo Mario Sinna non era spavaldo come al solito. La sua era davvero una richiesta di aiuto.

Salvo si mise in modalità ascolto.

“Con il sangue schizzato dalla giugulare l’assassino ha scritto: …è del sistema e l’ha scritto su un foglio di carta attaccato con lo scotch alla parete. Aspetta che ti leggo il resto: Persuadevo dolcemente i lavoratori morenti di fame che la colpa non è di alcuno… E poi ci sono decine di volantini ciclostilati attaccati in giro per la stanza, volantini comunisti che inneggiano al movimento contadino, alla distribuzione delle terre. Che significa, Salvo?”.

“La frase che mi hai letto è di Nicola Barbato, capopopolo dei Fasci Siciliani dei Lavoratori. È un pezzo del suo discorso al processo dell’aprile 1894 dopo la messa al bando del movimento…”.

“Hai visto che avevo ragione a chiamarti? Lo sapevo che avresti decifrato la frase. È il tuo mondo, questo. A che ora torni in paese? Vorrei mostrarti le foto degli altri reperti trovati a casa del morto”.

“Rientro alle 18. Dove ti raggiungo? Chi è il morto?”.

“È Don Ciccio Passalacqua, il vecchio capomafia in pensione ormai da vent’anni”.

“Cazzo, Don Ciccio? Ma perché non me lo dicevi prima?”.

“Perché se lo avessi fatto, non mi avresti aiutato”.


Filippo Pistoia (Palermo, 1975) da più di vent’anni è manager di progetti culturali in Sicilia. Negli ultimi anni ha concentrato le sue energie sul processo di rivitalizzazione dei Cantieri Culturali alla Zisa di Palermo In Terra colta, il suo primo romanzo, ha provato a fondere le sue due principali passioni: le lotte contadine del Novecento e il noir mediterraneo.

 

 

3. Un’estate con la Principessa di Clèves

0
Immagine di Clelia Le Boeuf

Un’estate con la Principessa di Clèves è un podcast a cura di MARCO VISCARDI, letture di GIULIA MILANESE, sei puntate con ospiti e letture del romanzo alla scoperta di un classico della letteratura francese.

TERZA PUNTATA
3.”Un’estate con la Principessa di Clèves
Il delirio della distinzione” con EMANUELA SURACE

Si può seguire il PODCAST su:

Youtube

SPOTIFY

PocketCasts


Le altre PUNTATE
1.”Un’estate con la Principessa di Clèves” ~ “Il mondo esteriore” con CLAUDIO GIGANTE
2.”Un’estate con la Principessa di Clèves” ~ “Storia di un matrimonio” con PASQUALE PALMIERI
3.”Un’estate con la Principessa di Clèves” ~ “Il delirio della distinzione” con EMANUELA SURACE

4.”Un’estate con la Principessa di Clèves” ~ La fine delle buone maniere” con VALENTINA STURLI
5.”Un’estate con la Principessa di Clèves” ~ “L’occhio infranto” con GIUSEPPE MERLINO

Viaggiare in versi con poete di inizio Novecento

0

di Anna Toscano

In un piccolo libricino di liriche di Wislawa Szymborska, uscito per Adelphi nel 2012 col titolo Basta così nella traduzione di Silvano de Fanti, è contenuta la poesia “La Mappa”, a ben guardare questo testo chiude proprio la silloge come una sorta di lascito. “La Mappa”, infatti, ci parla di luoghi vicini e lontani che possiamo osservare chini su un tavolo: lei piatta, la mappa, parla di montagne e fiumi, di alture e pianure, alberi e vulcani. Dice tutto la mappa, con rigore e disciplina, ma anche nasconde molto ed è per questo che ci sfida a guadare meglio, a grattare la superficie, a togliere le bugie che racconta come fossero briciole su una tovaglia. “Fosse comuni e improvvise rovine / sono assenti in questo quadro”. Wislawa Szymborska ci invita a grattare la mappa dei luoghi per guardare oltre, allo stesso modo guardiamo lo spazio bianco che racchiude sulla pagina una poesia: la poesia come un luogo, che dice e che tace. D’altronde Szymborska dal cassetto della propria scrivania, luogo pieno di magie, alla stazione della città di N., in cui non giungerà mai, è una poetessa del dove, una poetessa con una forte dimensione spazio-temporale.

Le mappe dicono e non dicono, permettono di tracciare percorsi, di far sentire i suoni dei luoghi, di scavalcare confini, di immaginare posti impossibili come la luna, di disegnare traiettorie portando con sé pietre nelle tasche. Alcune poete hanno fatto questo a inizio del secolo scorso, hanno messo in versi i territori che attraversavano e composto guide in rima, mischiando l’ordine razionale al caos fantastico, come le mappe.

In questi giorni rivede la luce un libro dimenticato da decenni, si intitola Parigi, a cura di Nicoletta Asciuto, pubblicato da Interno Poesia. La sua autrice, Hope Mirrlees, nata sul finire dell’Ottocento in Inghilterra, studiosa, traduttrice, scrittrice e poeta, frequenta, tra Londra e Parigi, gli intellettuali della sua epoca e con loro si confronta e si misura seppur con la sua indole ribelle e riservata al contempo. Parigi è un poema modernista dedicato alla capitale francese, in 445 versi con citazioni in francese, greco, latino e russo, in cui Ovidio e Rue du Bac possono incontrarsi sulla stessa pagina. La prima edizione di questo poema viene pubblicata dalla Hogarth Press: Virginia e Leonard Woolf sono fortemente attratti dalla sperimentazione linguistica e grafica dell’allora sconosciuta Mirrlees. Ne stampano 175 copie nel 1920. Nei decenni successivi il mondo anglosassone ha alcune volte dimostrato interesse per questa autrice, con una ristampa nel 1973 e una nel 2007, diversi articoli e studi: ma è solo negli ultimi anni che Mirrlees sta uscendo dalla polvere dell’oblio grazie anche al suo romanzo fantasy, Lud nella nebbia, che rivive in questi mesi in nuove ristampe, come quella italiana per Cliquot. L’edizione di Interno Poesia ci porta con Parigi, dopo oltre un secolo, un’opera viva e vivace, talvolta ruvida e sarcastica, in cui una poeta di inizio Novecento riversa tutta la sprezzante libertà che chiede alla sua vita.

Giudicata spesso bizzarra e poco socievole, rispolverando questo libro, alla luce della sua vita e delle altre sue opere in prosa e in poesia, si scopre una donna forte e poco incline ai compromessi sia nella vita sia nella scrittura. Al netto dei pettegolezzi, che spesso si rivelano maldicenze, sulla sua vita sentimentale, sulle sue relazioni con altre donne, sulle sue frequentazioni, e libera dai luoghi comuni, Mirrlees si rivela oggi come una grande studiosa e un’autrice visionaria. La sua Parigi, uscita due anni prima di The Waste Land di T. S. Eliot, diviene la nostra Parigi, e verso dopo verso assistiamo alla messa in scena di questo luogo partendo dalla mappa e grattando grattando si assiste a una proiezione di immagini e pensieri: dalla città eterna per bellezza e arte fino alle zone di morte: “Della storia d’amor perduta / vergata da qualche Ovidio, schiavo riluttante / nel Paese delle Favole, nessuno ne conosce il nome; era il segreto della corporazione dei pittori italiani. / Passarono la loro vita ad illustrarla….”.

Negli stessi anni un’altra poeta scrive in versi il proprio “Baedeker”, una guida di viaggio dolorosa e allucinata quanto magica. È Mina Loy, anche lei inglese nasce a fine Ottocento, e in The Lost Lunar Baedeker mette in versi la sua vita alla ricerca di una identità, prendendo avvio da una scrittura che nasce dal suo modo di guardare, ascoltare, il mondo e sé stessa. Ripubblicato in Italia da Rina Edizioni nel 2022, riporta alla luce il lavoro di una artista che con decenni di anticipo ha visto ogni cosa: grazie alla sua sensibilità ha visto la frantumazione del corpo, la fine della servitù dell’immaginario, lavorando con un corpo, il suo, che è un corpo del post umanesimo che va oltre a identità, generi e ruoli. The Lost Lunar Baedeker raccoglie versi che vanno dal 1914 agli anni Cinquanta del secolo scorso e traccia la mappa della sua esistenza attraverso città, paesi, superando l’inferno per arrivare sulla luna. Come per Szymborska e Mirrlees, Loy gratta la mappa, attraversa con la sua scrittura il sentimento di inappartenenza che la angustia per vedere cosa ci sia sotto. Donna che non cerca il consenso con la sua opera, anzi graffia la superficie, si scontra su molte cose nel suo cammino senza mai tirarsi indietro: donna tradita, umiliata, schernita, richiusa, dimenticata, rinasce ogni volta grazie alla sua scrittura e alle sue opere d’arte. Sono versi nei cui luoghi stazionano personaggi reali o di carta, artisti, passanti lungo la strada o vecchine alla finestra. Come nella sua vita, anche in poesia le partenze sono molte, partenze dopo una caduta, dopo una reclusione, partenze per ricominciare – “Sono il centro / Di un cerchio di dolore / Che eccede i propri limiti in ogni direzione” – la scrittura come ago e filo per suturare i pezzi di una vita che non combaciano più. Ma Loy, come Mirrlees e molte altre, non intraprende queste partenze e questi percorsi solo per sé, a suo uso, ma per parlare alle altre donne in una comunanza di lotta e speranza. Non possiamo parlare ancora di sorellanza, ma certamente di ricerca di una unione anche solo di sguardi per salvarsi: “Gli occhi di un migliaio di donne / Inchiodati sull’irrealizzabile / Cospargono la toeletta della cartomante / Scheggiano marmo di Carrara / Su cui sparpaglia / Le colorate mappe del destino / Nell’angolo di una poco propizia camera da letto […]”.

Parigi e The Lost Lunar Baedeker sono anche mappe del corpo in quanto le loro autrici ci hanno riversato loro stesse attraverso la scrittura, quel corpo che loro avevano inteso in anticipo come territorio di battaglia e di arte. Lo stesso corpo, come le mappe, lo hanno graffiato per vedere cosa ci fosse sotto. Talvolta il corpo si è rivelato composto da pezzi di pietra che si frantumano in mille pezzi e allora ognuno va raccolto, messo in tasca – “Pietre per le mie tasche”, scrive anni dopo Karen Press. Un corpo pagliaccio, un corpo mutante, un corpo che sceglie scrive Mina Loy: “[…] Siamo pagliacci sacri / che si nutrono di vento e stelle / e delle polverose pasture della miseria / Le nostre volontà si modellano / sopra bizzarre discipline / al di là delle vostre leggi / Potete partorirci / o sposarci / le possibilità della vostra carne / non sono il nostro destino-“ […].

Ciò che non cambia è la volontà di cambiare

2

di e con

Rosaria Capacchione

I fatti

Confermate in Appello le condanne per le minacce rivolte in aula a Napoli, nel 2008, durante il processo ‘Spartacus’, a Rosaria Capacchione e Roberto Saviano. Con la sentenza emessa nel pomeriggio del 14 luglio 2025 dai giudici della Prima sezione della Corte di Appello di Roma è stata ribadita la decisione di primo grado del 24 maggio 2021 che ha riconosciuto le minacce aggravate dal metodo mafioso condannando il boss del clan dei Casalesi Francesco Bidognetti a un anno e sei mesi e l’avvocato Michele Santonastaso a un anno e due mesi.

«questa sentenza è un punto fermo. Sono diciassette anni e mezzo di vita passati a pensare a quel documento letto in aula, al significato, alle ripercussioni. È un pezzo di vita, un pezzo di vita importante che ha condizionato l’esistenza professionale». Ha commentato Rosaria Capacchione.

La conversazione

a cura di effeffe

Con Rosaria Capacchione ci siamo ritrovati dopo qualche anno di latitanza fisica ma non affettiva, e in occasione della sentenza in appello pronunciata relativamente alle minacce del clan dei Casalesi a lei e Roberto Saviano, le ho chiesto di condividere su Nazione Indiana il suo pensiero su quanto appena accaduto.

Rosaria, innanzitutto come va?

In piena afa, non mi sposto. Certo la condanna è stata confermata in appello ma come sai c’è sempre la Cassazione.

Mi dici la prima cosa che hai pensato?

Menomale, Santonastaso, l’avvocato e il boss che fa il boss avevano tentato l’impossibile per non arrivare alla sentenza. Per quattro volte è stato rinviato in appello perché non si trovava il modo di notificare l’atto all’avvocato, pare in Croazia o Serbia e il penultimo per un problema di salute sopraggiunto poche ore prima della convocazione. Estenuante, ti assicuro, percorrere avanti e indietro Caserta Roma per rimanere due minuti, il tempo che ci voleva per comunicare il rinvio del processo. Per diciassette anni, capisci. E sentenziare che quello che pareva tra virgolette una minaccia era effettivamente una minaccia. Come per tutte le questioni di lana caprina, gli avvocati difensori che si sono avvicendati contestavano ogni cosa quando poi tutto il mondo giudiziario, la Stampa che ovviamente aveva dato credito a quelle minacce, più di una semplice allusione, non aveva avuto il minimo dubbio sulla pericolosità di quell’azione. Certo è un verdetto che non cambia nulla dal punto di vista della pena almeno per quanto riguarda Bidognetti, di cui nessuno mette in discussione la mafiosità visto che è in carcere da trentadue anni con a carico più ergastoli passati in definitiva. La vera novità riguarda il suo avvocato se la cassazione dovesse confermare la sentenza.

Mi puoi dire perché?

Vedi, minacce ai giornalisti di inchiesta o a chiunque si fosse messo di traverso nei loschi affari della camorra, ci sono sempre state, ma si trattava sempre di episodi  personali e, in qualche modo, in ordine sparso. Querele temerarie, diffide pretestuose, cose che, lo sappiamo bene, fanno parte del gioco e non necessariamente pericolose per la vita.

Insomma Rosaria altro che nulla di nuovo dal fronte dei giornalisti. E tu cosa hai provato?

Allora, sgomento, non più la semplice paura a cui ero stata abituata. Era come se si fosse passato a un livello superiore con il coinvolgimento direi ideologico dell’avvocato con un clan che aveva già fatto le sue prove di fuoco con stragi e rappresaglie. Il 13 marzo c’erano state le minacce e in aprile, con l’evasione di Setola, sarebbe cominciata la campagna di delitti con tutte le categorie coinvolte, dagli imprenditori che avevano denunciato la Camorra ai collaboratori di giustizia.

Rosaria, mi ha molto commosso la reazione di Roberto Saviano in tribunale, le sue lacrime mi hanno scosso come può soltanto il pianto di un amico fraterno.

Ci siamo salutati in tribunale per pochi minuti. Da un certo punto di vista le nostre reazioni non sono state le stesse per una semplice questione generazionale. La mia generazione ha un approccio diverso con la realtà, per esempio è poco avvezza ad esprimere i propri sentimenti. Detto questo, come dimenticare, non riconoscere a Gomorra di avermi salvato la vita. Furono proprio quei riflettori dell’attenzione del paese su quello che accadeva nella nostra regione a far sì che la Camorra non eseguisse il suo solito copione. Riflettori che come sai io non ho mai inseguito da semplice cronista quale sono sempre stata, attenta a raccontare soltanto i fatti, giorno per giorno, nella loro cruda e nuda verità.

Ricordo bene quella tua angoscia quando nonostante fossi già sotto protezione, ti erano entrati in casa mettendo tutto a soqquadro.

Sai, prima della pubblicazione di Gomorra la criminalità organizzata la raccontavo sul Mattino quotidianamente e per quanto il Mattino di allora, negli anni ottanta vendesse centinaia di migliaia di copie, di fatto rimaneva un giornale essenzialmente regionale. Con  Gomorra si tracciava un bilancio di tutti quei “quotidiani” in una sola narrazione, così non solo l’Italia ma il mondo venne a conoscenza di quanto accadeva da decenni sul nostro territorio. “Per colpa tua ora ci conoscono dappertutto” era l’accusa a Saviano. Davvero imperdonabile!”

Che cosa ti ha spinto a essere cronista?

Fiducia nella stampa e nel giornalismo come mezzo per cambiare le cose. Con una tale diffusione in Campania tanta gente leggeva i miei articoli, come quando m’ero occupata dello smaltimento dei rifiuti e tantissimi giovani cominciarono a mandarmi articoli e  foto polaroid che raccontavano di bufale falcidiate dai rifiuti tossici. Una mobilitazione vera e propria che certo aveva la spontaneità di quando si è giovani ma che allo stesso tempo testimoniava il desiderio di smuovere le acque e non scomparire in quella palude.

E ora? Ciò che non cambia è la volontà di cambiare, ti ricordi la scritta di vernice rossa sul nostro liceo, il Diaz di Caserta?

Vero allora, vero ora. Ecco, prendi l’aeroporto di Grazzanise. I figli di Sandokan, a Casale ( qui l’articolo di pochi giorni fa scritto da Rosaria) avrebbero potuto scegliersi un destino diverso da quello del padre, no?

“Ivanhoe Schiavone, il quarto dei sette figli del boss, l’unico dei maschi ancora in libertà, recentamente accusato di riciclaggio e tentata estorsione con le aggravanti delle finalità e del metodo mafiosi.”

E invece no. La saga della palude continua, tutto si ripete, di padre in figlio, da più generazioni fatalmente. Alessio de Falco, nipote di Vincenzo morto ammazzato nel ’91, avrebbe potuto scegliersi una strada diversa, no? Perfino il soprannome del nonno Vincenzo, mai conosciuto, si è ripreso il nipote, ‘o fuggiasche.

Torniamo al tuo libro, in parte nato anche qui su Nazione Indiana.

Sono passati diciassette anni dalla sua pubblicazione. Un po’ datato, ma di certo non superato. Sui Casalesi di allora non c’era nulla, e praticamente da allora nulla è cambiato nella sostanza.

A cosa ti andrebbe di dedicare una lunga narrazione, ora?

Dopo tutte le esperienze fatte sicuramente c’è un mondo a parte che vorrei raccontare ed è quello delle donne, tutte le donne che vivono nei mondi di Camorra. Se entri in una chiesa da quelle parti vedi ancora donne sedute da un lato e gli uomini dall’altro. Comunità in cui una giovane vedova doveva per forza sposarsi il cognato, e questo a prescindere dalle dinamiche camorristiche che si alimentano di questo immaginario e di certo non ne è all’origine. E tu povero cristo ti ritrovi con moglie vedova e amante ufficiale. Nella mia vita da cronista ne ho intervistate tantissime, mogli, figlie, sorelle, racconti privati che farebbero rabbrividire chiunque si reclami cittadino di un mondo civile. Il vuoto non esiste in natura, ma in una comunità esiste perfino e, aggiungo soprattutto, quando quel vuoto non è lo Stato a riempirlo ma la camorra. Guarda le vicende di Caivano, un contesto degradato dalle fondamenta e da cui il fatto orribile di cronaca emerge come la punta di un iceberg.

Forse per capire meglio quel contesto bisognerebbe scomodare René Girard, e la sua idea di capro espiatorio e violenza, in una dinamica costante di persecutori e vittime.

Vittime della camorra sono le donne, le spose bambine e ti faccio due esempi. Anna Carrino moglie di Bidognetti, “incontrata” a tredici anni, o Rita De Crescenzo madre a dodici anni,  il figlio avuto da un uomo dei clan. Questi sono fatti, inopinabili perché successi e che succedono anche ora che stiamo parlando. E succedono alle donne.

Numeri immaginari

0

 

 

[È uscito per Tetra il racconto Numeri immaginari di Ezio Sinigaglia. Ne propongo un estratto. ot]

di Ezio Sinigaglia

Quando ritorna, sospingendo il carrello con le coppe, il secchiello del ghiaccio, la bottiglia, il salame affettato, il parmigiano a scaglie, il pane di giornata, Verbis trova Mirko che si dondola sul dondolo, estasiato, ad occhi chiusi. Però li spalanca al primo tintinnio: due occhi oblunghi, che alla luce del giorno hanno il colore della sabbia, o della lana di cammello, e adesso, nell’ombra del terrazzo, sembrano scuri scuri, palpitanti di riflessi come il mare notturno. Due occhi languidi, assetati. E se fosse davvero? No, non ci credo. Non devo crederci. Per nessun motivo. No, sarebbe un errore ridicolo, da principianti.

Ah, che bellezza qui! Si sta d’incanto!

Sì, eh?

È incredibile, sa?

Che cosa?

Come due appartamenti.

Già, è vero.

Uno sopra l’altro.

Sì.

Perfettamente uguali nel taglio dello spazio.

Proprio identici.

Possano sembrare così diversi!

Lo sembrano?

No! Lo sono!

Le potremmo definire.

Come?

Le divergenze parallele.

Veramente! È una definizione formidabile.

Oh, via.

Però stasera.

Sì?

Ecco, se posso dire.

Puoi dire tutto quello che ti salta in mente.

Allora.

Sì?

Be’, stasera c’è una convergenza.

Fra gli appartamenti?

No, be’.

Fra gli appartati?

Ecco, sì, proprio!

E ride. Lieto, argentino. L’ironia del professore, così fine, lo delizia. Ride, riverso sul suo dondolo, e il dondolo si scuote. Le conseguenze sismiche di questo moto, adesso, per fortuna, si producono nell’ombra. Manifestazioni visibili, nessuna. Però Mirko si culla, appena appena, con lente oscillazioni irregolari, ed ogni ondeggiamento porta in su le ginocchia, in su e in avanti, le ginocchia nude, in piena luce. Belle ginocchia, e belle gambe, e cosce, per quel che se ne vede. Tutto fasciato nella guaina liscia, tesa, elastica che è la pelle dei vent’anni. Che non fa pieghe, ma è sempre increspata da una brezza inquieta. Che, d’estate, si fa d’oro. Pelli che sono trabocchetti per lo sguardo, vere bucce di banana. Si fanno scivolate insidiosissime, tremendi capitomboli. Bisogna stare all’erta.

Verbis deve entrare nella sfera dell’aroma pungente di basilico, per porgere la coppa. Mirko si dà una spinta un po’ più forte, per prendere la coppa. E lo splendore liscio delle ginocchia sfiora per un attimo la piega dei calzoni. Quelli del professore. Un tessuto leggerissimo, anche questo, benché non sia cotone. L’ardore della pelle dei vent’anni lascia come un alone sulla stoffa, che lo assorbe, lo filtra, lo trasmette alla pelle dei cinquanta.

 

Romanzo olandese

0

di Guido Festinese

“Che ci faccio io qui? Che ci fa uno come me davanti al Mare del Nord? Forse si sceglie l’Olanda per una sorta di compensazione, per un desiderio di vertigine di pianura. Altrimenti non ci si arriva per caso in cima a un molo”: così si trova scritto a pagina duecentoventiquattro di Romanzo olandese/ Una trilogia, il nuovo sorprendente libro di Marino Magliani (Scritturapura, 2025), un nome che è spesso tornato su queste pagine. Magliani, da quattro decenni residente in Olanda, in una terra che guarda il male gelido fatta di dune sabbiose, di chiuse, di canali infiniti e simmetrici che non fanno capire se lì inizia il mare o lì finisce nel matrimonio forzato con le acque dolce, per le terre di Rembrandt ha un’ossessione che è diventata, spesso, letteratura.
Lì s’è fermato, dopo aver girato per il mondo tra i continenti facendo molti mestieri: marinaio, contadino, operaio, per diventare poi traduttore e scrittore a tempo pieno. Quando non scrive romanzi storici di cruda efficacia con una scrittura avvolgente, ultimo fra questi Il cannocchiale del tenente Dumont (L’Orma Editore, 2021), ambientato nel suo Ponente ligure in età napoleonica, Magliani ripercorre, con acribia descrittiva, un punto interrogativo che resta sempre lì, a chiudere il conto finale: la propria cartografia interiore che si dilata, esonda, incorpora inevitabilmente la cartografia reale dei luoghi, trovando sempre misteriose corrispondenze tra la Liguria della sua infanzia e la linea dell’orizzonte olandese affacciata sul Nord d’Europa.
I suoi libri in questo senso assomigliano alle superfici apparentemente statiche degli stagni sparsi tra le chiuse nordiche: una situazione apparente di immobilità che nasconde invece, appena sotto la patina superficiale, un tumulto emotivo di vita insanabile. Una sorta di pendolarismo dell’anima guidato da due forze complementari, la ferita della separazione dalla propria terra d’origine scabra, umida, assestata su una faticosa verticalità, una vallata chiusa e ostica alle spalle di Imperia, e l’aver scovato una sorta di freddo ma ospitale secondo luogo dell’anima nella cruda orizzontalità olandese. Con il contrappasso continuo della nostalgia attizzata da entrambi i luoghi, all’infinito: uno lo specchio dell’altro. Un cerchio emotivo che non può che perpetuare la propria corsa all’infinito attorno a un centro che non c’è.
Romanzo olandese è uno strano libro, va detto, e proprio per questo affascinante, tanto da richiedere una lettura, per così dire, in una sorta di souplesse, lasciandosi cullare dalle continue divagazioni che dilatano e rimpolpano un’ossatura, una travatura di base che è quella appena descritta, maturata in un quarantennio di riflessioni annotate, lasciate maturare, sviluppate in altri racconti brevi, intercettate e trascritte da nuovi punti d’osservazione. In questo senso lo scrittore e traduttore, per riprendere recenti calzanti parole usate in altro contesto da Massimo Raffaeli “Ha la necessaria monotonia degli scrittori veri, i quali insistono sulla propria materia senza illudersi di poterla mai esaurire”.
E dunque qui si legge un primo tratto di romanzo, La talpa, che è una sorta di metafisico thriller, un viaggio quasi iniziatico faticoso e scomodo nelle immense viscere ipogee di Amsterdam, per ricavarne, poi, una necessitata fuga nelle valli ligure, dopo aver diviso il proprio tempo sotterraneo con figure sfuggenti che nascondono segreti.
Poi arriva un secondo romanzo nel romanzo, Le vetrate di Rembrandt, e qui la geografia fisica delle case abbarbicate alla sabbia e affacciate sul Mare del Nord, distrutte e ricostruite ogni quarant’anni, diventa geografia umana: quello svelarsi senza pudori degli olandesi, in nome di una trasparenza interiore ed esteriore figlia ed erede del calvinismo puro e duro.
Infine Biografia di un paesaggio anfibio, ricognizione nella ragnatela dei canali che è, poi, una ricerca di vita pulsante in tutto quanto appare come anonimo, ripetitivo e immoto.

 

 

Moscografie

0

Da Sulla sovradeterminazione delle mosche

di Anna Papa

Un sistema di violenza reiterata la vuole morta a tutti costi perché presaga della loro morte perché dominatrice delle.

L’ossessione che la mosca produce si manifesta a periodi alterni, l’oculista ha scritto il referto:

visione di corpi mobili (mosche volanti)

Durante la visita ha detto loro — specificando — che quello che vedono non corrisponde a oggetti insetti a corpi di mosche reali ma a visioni dovute da età stress o miopia: i dispositivi che usano di certo non prestano aiuto, anzi.

* * *

Mentre alza il braccio per mettere fine alla mosca lei blocca il tempo e visualizza al rallentatore.
Il braccio in realtà è velocissimo fa tutto per farla finire non sa del potere che recepisce veloce le immagini gli impulsi le braccia la volontà di eliminazione.
Le braccia non sanno spiegarsi come la piccolezza di lei possa riuscire a elaborare i segnali pare fino a sei volte rispetto.

È una proporzione decisamente più grande di quello che pensano non se lo aspettano dicono di potercela fare.

Vantano un genocidio di mosche e non sanno cosa potrebbe

è questo il segreto, questa la forza a bloccare.

///

(illustrazioni di Silvia Tebaldi)

///

Da Trittico monologante della mosca parassita

di Silvia Tebaldi

E disse Y: Andate moltiplicatevi
popolate la terra in volo e voci
in cielo in aria in acqua siate uova
e insetti cioè angeli in camuffa
in mundo sublunari – ovvero un mondo
pieno di stronzi, disse Y, non solum metaforici –
siate insette legione enthoma somite
tropi e figure siate
troni e dominazioni –
così almeno capimmo, e Y soggiunse:
La carne il marcio i fossi celebrate
imbuto funnel cluster del dicibile
magnificat duale e non-duale
siate ronzio siate rizoma disse

_____________________

‘Parola che non vola’, microappunto su Moscografie di Anna Papa e Silvia Tebaldi (Manufatti poetici, Zacinto 2025)

di Stefania Zampiga

in oscillamenti, fra i ragionamenti. i punti, di posizionamenti. ‘La mosca è imprevedibile bisogna studiarla per bene fa giri che fanno qualcosa in direzioni inspiegabili’. i segni, il corpo, ‘muove le zampe le unisce le sfrega’. spazio, tempo. qui. distrazioni. corpi delle distrazioni. distrazioni dei corpi. ciò che non. ciò che ‘una mano-paletta’ spesso vorrebbe…
qui, più cose si lasciano volare fra tautologie, dubbi, altro. nell’intreccio di spiazzamenti. cosmici e intimi. speculativi, speculari. ‘La mosca ci guarda guarda la mosca che ci sta guardando…’ di microsecondi sposta sul reale, per finta o per vero, mappature accennate. si posa su tanto, inietta contagi, lo scritto. quello che con la lingua. e quello che non. per esempio. la solennità dell’indicativo (di solito una veste per le varie verità scientifiche/filosofiche/religiose et al) e un lessico minimale, l’opposto della specializzazione. citazioni. visive e non. in continui spostamenti non assertivi fra voci e linguaggi, sul punto di ricevere il sempre presente ‘farla finita’. più percezioni dell’instabile, a partire dal suo ‘fastidio’: ’ Succede quindi che in certi momenti … si abiti il nulla in uno stato che è addirittura peggiore del niente…’. molteplici percezioni della violenza, dietro l’instabile. gli usi arbitrari che ben conosciamo, le eliminazioni: ‘Un sistema di violenza reiterata la vuole morta a tutti costi perché presaga della loro morte…’.

⇨ 2. Un’estate con la Principessa di Clèves

0
Immagine di Clelia Le Boeuf

Un’estate con la Principessa di Clèves è un podcast a cura di MARCO VISCARDI, letture di GIULIA MILANESE, sei puntate con ospiti e letture del romanzo alla scoperta di un classico della letteratura francese.

SECONDA PUNTATA
2.”Un’estate con la Principessa di Clèves
Storia di un matrimonio” con PASQUALE PALMIERI

Si può seguire il PODCAST su:

Youtube

SPOTIFY

PocketCasts

Le altre PUNTATE
1.”Un’estate con la Principessa di Clèves” ~ “Il mondo esteriore” con CLAUDIO GIGANTE
2.”Un’estate con la Principessa di Clèves” ~ “Storia di un matrimonio” con PASQUALE PALMIERI
3.”Un’estate con la Principessa di Clèves” ~ “Il delirio della distinzione” con EMANUELA SURACE

4.”Un’estate con la Principessa di Clèves” ~ La fine delle buone maniere” con VALENTINA STURLI
5.”Un’estate con la Principessa di Clèves” ~ “L’occhio infranto” con GIUSEPPE MERLINO

La mummia

0
Immagine generata da AI

di Silvano Panella

Il tempio emerge dalle sabbie maestoso e in rovina. Il caldo, il vento, il tempo hanno scheggiato, spaccato, levigato le pietre. La sabbia del deserto tende a nascondere il basamento. Mi chiedo a quale profondità arrivi e se sotto ci sia altra sabbia oppure la roccia. Sì, immagino che a un certo punto ci sia la roccia, ma quanta sabbia c’è tra noi e la roccia? Entro nel tempio provvisto di una torcia elettrica e di una conoscenza parziale, frammentaria. L’acustica che trovo all’interno è diversa rispetto a quella di qualsiasi altro luogo chiuso. Chissà se è per via del miscuglio di suoni e rumori accumulatisi fino a oggi – deve essere rimasto un brusio di fondo che interferisce con i nuovi suoni, i nuovi rumori.

I geroglifici circondano, imprigionano, spiegano le scene pittoriche di persone, animali, oggetti d’uso. Lo stile bidimensionale non è un limite, ha la precisa funzione di schiaffare i soggetti sulla superficie, imprigionarli a vista, ricchi di dettagli – volti, musi, vestiti, pellicce, artigli, gioielli. Raggiungo la mia guida e i giovani studiosi, si trovano tutti nella sala predisposta per la visita alle mummie animali. Non badano alla mia tardiva apparizione, sono affascinati dalle mummie. In questo tempio le mummie erano di passaggio per essere collocate nelle tombe, oggi sono di passaggio il periodo di una mostra. Mi chiedo se gli antichi egizi avessero previsto questa ostensione. Dopotutto, le mummie animali sono più belle delle mummie umane. Sì, sono proprio deliziose, fanno tenerezza, ci suggeriscono che gli antichi egizi tenessero molto ai loro cani, ai loro gatti, li mummificavano per continuare a tenerli vicini da vivi e per essere sepolti vicini da morti, per vivere insieme nell’aldilà. E tenevano molto anche agli altri animali – ci sono mummie di coccodrilli, tori, pesci, uccelli, c’è la mummia di un cucciolo di leone.

Questi bendaggi stretti stretti, come se gli animali fossero degli infermi ai quali badare, stretti stretti per non far deformare i corpi, per non lasciarli scappare, per fissarli a tre dimensioni nell’eternità. Le mummie, opere d’arte composte in prevalenza di materiale biologico, animali fissati nel pieno della loro bellezza anziché lasciati deperire in vita. I volti ridipinti sulle bende, una fantasia ocra che stride con la rigidità dei corpi, espressioni imbronciate per l’eternità. Questo stridore mette allegria. E poi, a rompere l’incanto macabro, una daga.

Uno dei giovani studiosi solleva la daga, una spada corta magnificamente conservata ed esposta su un plinto. Sulla targa è scritto che la daga fu lasciata qui dai romani, che a loro volta l’avevano sottratta ai daci durante una battaglia. La daga fu rinvenuta nel tempio durante gli scavi archeologici. Si sospetta appartenesse a un soldato romano di guardia. La targa non azzarda ipotesi sul perché il soldato romano l’abbia lasciata – la sabbia filtrata attraverso le sette soglie del tempio seppellì la spada pian piano. I giovani studiosi sorridono alla bravata del loro compagno, il quale sghignazza e perde la concentrazione, la daga male impugnata scivola a terra e provoca un rumore metallico che rimbomba più volte, spaventando tutti. Di nuovo i sorrisi quando un altro giovane studioso raccoglie la daga, la punta solca il pavimento di pietra e sabbia, stride, il giovane alza la daga, anziché brandirla sembra che il suo scopo sia di tenerla in equilibrio. Ci riesce. Non che sia difficile, sono sicuro che la spada non sia pesante, tuttavia questi giovani sono delicati, parlano tra loro e splendono di stupore, gli abiti color pastello. La guida ordina di mettere a posto la daga, i suoi strilli sono tardivi e inopportuni, dissacrazioni del luogo. I giovani si mostrano contriti e sistemano la daga dov’era. Il capo chino, le scuse. Riprendiamo il giro.

Le mummie dei cani, occhi cerchiati e vigili, corpi compattati in un lungo collo, le zampe non visibili. Le mummie dei gatti sono simili alle mummie dei cani ma la differenza sostanziale sta nei volti, più beffardi. Le mummie dei coccodrilli, affusolate in un eterno a pelo d’acqua, giacciono su spessi panni ingialliti, non so se coevi e previsti o se dovuti alla sensibilità del curatore museale. Le mummie dei tori sono enormi, più di quelle dei coccodrilli, e suggeriscono quiete. Le mummie dei pesci sono poste in scatole a forma di pesce, le scaglie policromi, la fattura fortemente stilizzata, l’espressione irosa – poiché tolti dall’acqua? Le mummie degli uccelli, coricate supine, simili a sarcofagi, fanno davvero pensare all’ipotesi del risveglio. Solitaria, la mummia del cucciolo di leone è diversa dalle altre. Stretta nelle bende, priva di pitture e di aggiustamenti posticci. È il corpo e basta. Fa venir voglia di sbendarla – infatti il vetro protettivo è blindato, infatti i giovani studiosi, io, la guida stessa cerchiamo eventuali spiracoli tra la teca e il plinto, cerchiamo la serratura, eccola qui, complicata assai. Immagino che, una volta sbendata, la creatura si palesi nelle sue fattezze originarie. La creatura. Doveva avere pochi mesi, morta e poi salvata dagli sciacalli, dalla decomposizione, dall’oblio. È commestibile?

I giovani ostentano pose meditabonde, cercano più o meno sul serio di rispondere alla domanda posta da uno di loro. Spensieratezza goliardica, il sapere a uso di padroni vivaci – l’intuito non ancora imbrigliato. La guida ci precede di fuori, nel portico. Le colonne ipostili, lotiformi, rompono di tratto in tratto la luce del Sole accecante, impastata di biancore e di sabbia. Le mummie degli animali si trovano al riparo dal trascorrere del giorno, dalle tempeste di sabbia, dalle rare piogge, dal vento, dall’umidità, dalle escursioni termiche. Anche se non ci fossero le teche di vetro, sarebbe da considerarsi un confine inesplicabile il loro bendaggio?

Imperscrutabili volubilità psichiche del genere umano

0

di Luigi De Luca

Potrebbe sembrare il nome di un bambino, perché si ignora una verità sacrosanta: quando è la campagna a invecchiare gli uomini finisce col rimpicciolirli, li rende minuti, e per questo, specie nei paesi più piccoli – dove campagna e pastorizia ancora oggi giocano un ruolo importante – porta alla produzione spontanea di soprannomi vari, in riferimento alla statura, o alle origini, o a un tratto caratteriale. (Pensate che in questo paese ci vive uno che viene chiamato Diavolo, perché si dice che in gioventù fosse un vero demonio, che andasse spaventando chiunque con i suoi scherzi del diavolo, e per questo ancora oggi, nonostante oggi sia un onestissimo signore, egli manco si gira se non lo si chiama col suo nomignolo: Diavolo.) Invece Luca nacque e veniva chiamato Luchetto, divenne adulto come Luca, divenne Luchino, e ora invece, da quando le rughe sul suo volto sembrano sfumature a matita, tutti lo conoscono come Luchettino, dall’unione di Luchino e di Luchetto, perché di fantasia in questi paesi ve n’è troppa, ma la si usa con moderazione. Ma quel che a noi qui riguarda, a essere onesti, non è la storia del suo nome, o di come veniva chiamato, o di come egli nacque e con chi crebbe, e di chi si innamorò e di quanti figli e nipoti ebbe. Ci riguarda solo la storia delle convinzioni assurde e buffe che lo perseguitarono finché rimase in vita. Luchettino aveva dovuto divenire egli stesso il bastone della sua vecchiaia, perché il bastone vero l’aveva perduto qualche decennio prima. Era un uomo nato dalla terra, proprio come nasce una melanzana, o una carota, o le patate. È più possibile che lui fosse uscito fuori dalla terra umida piuttosto che dalla vagina di sua mamma. Si svegliava alle 4 del mattino e andava nei campi con papà e nonno, fino all’orario di inizio della scuola. Perché Luchettino non aveva mancato il treno dell’istruzione, quello che in quegli anni dal nord Italia si dirigeva al sud. A scuola ci andava sporco di terra, e tutte quelle maestre settentrionali, che con quel treno erano arrivate cariche di pregiudizi e di vane speranze, non nascondevano mai le loro facce scandalizzate.

Ma la maestra più generosa con Luchettino fu la campagna. Ma avevamo anche detto che di come crebbe Luchettino poco ci riguarda. Però, forse, ormai, ci riguarda come Luchettino si presentò all’appuntamento con la morte, e con quali paradossali convincimenti egli spirò il suo ultimo alito caldo. Perché lo esalò abbracciato al suo trattore, che gli era finito addosso durante il suo ultimo lavoro presso la terra che l’aveva partorito 88 anni prima. Eh sì, a 88 anni, quasi 89, non aveva ancora smesso di condurre quel mezzo pesante su terreni scoscesi, e quell’ultima volta, in un qualche assurdo modo, il trattore si era capovolto e lui vi era finito sotto, schiacciato, con la faccia a baciare la rorida terra, e il suo volto fu anch’esso rorido di morte e di bianco aspetto. Ma c’è in paese chi si disse convinto di aver visto sul suo volto un potenziale sorriso.

Ma tutti in paese sapevano che il ferroso Luchettino aveva perso la testa, e che pure per questo era finito sotto il trattore a quel modo.

Tutti raccontano, perché poi si sa come si spostano di bocca in bocca i racconti curiosi, quando si mise a dire che guardando una sfera di sole vi aveva visto uno stormo di moscerini neri che muovendosi armoniosamente avevano disegnato alla sua vista un futuro nefasto per il mondo. E che gli vai a dire a un vecchio, seppur rispettato in tutto il paese, che annuncia future sciagure? Niente, che gli dici. Lo compatisci, ne racconti in giro, ma alla fine non puoi che dire: «Poveretto, e pure Luchettino se n’è andato col cervello». E questa e altre convinzioni simili le andava dicendo in giro tra le strettoie e le aperture sconnesse del paese. Ma erano ben altre le convinzioni più assurde e pericolose. Perché fino a quando anticipi il futuro, a pochi importa; quando invece vai a toccare personalmente gli altri, a qualcuno importa, ovvero proprio a quelli che vai a toccare. E per quanto tu venga compatito per via della demenza senile, quelli che vengono toccati si urtano, e non poco. È così che funziona.

Come quando chiamò i carabinieri, tutti quelli che incontrava per strada, tutti i compagni del tressette, e li fece venire davanti al palazzo Vignagrande. A tutti i presenti che in ossequioso rispetto attendevano di sapere il perché di quel richiamo e di tutte quelle insistenze (sia chiaro, le genti sapevano già che Luchettino aveva perduto la testa, ma andarono comunque e non vi so dire il perché) e come se stesse facendo un’arringa disse:

«Pasqualina, la più piccola, quella che va all’Università; poi Giuseppe Vignagrande, Pino, il papà di Pasqualina; Bene. Stamattina, papà e figlia sono usciti di casa alle 8 e 35, e vedendomi, che sapete voi, quanti bei saluti affettuosi che m’hanno fatto: la nipote giusto un saluto sorridente; mentre con Pino ci siamo messi a parlare, un poco. Le dittu che il tempo è sempre brutto, e che i pedi d’alivu mia su carichi ma non tiagnu a nessunu c’ha mi aiuta ari coglia. Chissu. Ora, vi dico… nel corso della mattinata sono stato qui, seduto su quella panchina. Sono rientrati tutti e due, ma a orari diversi, e tutti e due non mi hanno salutato nemmeno. Come se io su quella panchina manco ci fossi, come se non mi vedessero, o come se io fossi un perfetto estraneo per loro. E mi pare più vera l’ultima cosa, visto che pare che voi mi vedete, e mi potete toccare, e non mi sono fatto mica invisibile, ma sono fatto ancora di carne di ossa e di pelle. Pasqualina è rientrata in casa senza guardare cosa avesse davanti, perché la testa ce l’aveva ficcata nel telefono. Pino mi ha pure guardato, solo per un attimo però, e io non mi sono alzato per andargli incontro, ma non mi ha riconosciuto».

Diversi dei presenti, chi con la voce, chi con le mani o cono lo sguardo, domandarono:

«E quindi?»

«Ah non capite? Non capite? Non mi sono spiegato. Allora, prima mi conoscevano e poi no», disse Luchettino guardando quei volti ignari al suo sguardo e finanche stupidi ai suoi occhi, ma che erano solo occhi consapevoli, ma che pazientemente aspettavano, quasi a volere stare al gioco. Perciò lui riprese:

«L’hanno cangiati…»

E tutti rimanemmo a guardarlo. E chi prima e chi poi iniziò a pensare a come andarsene senza troppo offendere Luchettino, o a come intervenire per placare le sue convinzioni. Eh sì, e ne era convinto da tempo. Era certo che qualcuno o qualcosa stesse provvedendo a sostituire con dei cloni gli abitanti del paese.

Ma non tutti avevano la stessa pazienza con il vecchio. E questo venne accertato un altro giorno, quando un mattino Luchettino si levò, di primissima mattina come al suo solito, fece colazione come al suo solito: bicchiere del suo vino al posto del latte, una fetta di pane con su del formaggio nostrano al posto dei biscotti, e un peperoncino rosso a cornetto al posto dello zucchero. Dava sempre un morso al pane e formaggio e un morso al peperoncino, ammorbidiva con un sorso di vino, e mandava giù come se non avesse gustato nulla. E sia chiaro fin dal principio, il vino doveva essere rigorosamente quello suo, perché guai a presentargli un bicchiere di vino che non fosse suo, o peggio, non sia mai, un vino comprato al supermercato. E quella mattina andò poi a prepararsi e a vestirsi elegante, e uscì di casa lasciando all’ingresso la sua ombra profumata di dopobarba muschiato. Doveva andare agli uffici comunali, per sbrigare quelle solite rogne burocratiche che nessuno vorrebbe vedere elencate in un’opera di narrativa. E poi quello che doveva fare lo sapeva solo lui. Io ero solo uno spettatore non pagante di quello che sarebbe stato di lì a breve un buffo e triste spettacolo di inumana umanità. Si fermò dieci minuti, o forse quindici pure, guardando l’ufficio. Poi vi entrò e scomparve dalla mia vista, ma decisi di attendere, perché sentivo che sarebbe accaduto qualcosa. E infatti. Ero disoccupato in quel periodo, e pigliavo gli aiuti dallo Stato, aiuti che di lì a poco avrebbero eliminato per sempre e quindi mi sarei ritrovato presto disoccupato e senza una paga, ma questa è un’altra storia. Avevo un sacco di tempo libero, comunque, e le mattine me ne andavo presto in giro per raccogliere idee in giro che poi avrei buttato sui miei fogli. Non passarono più di venti minuti d’orologio, perché ce l’avevo sottocchio, e un funzionario dell’ufficio venne fuori portando Luchettino dal collo della giacca come se fosse un sacco della spazzatura, e strisciava i piedi per terra il povero vecchio, perché il funzionario, omaccione quale era, quasi quasi riusciva a sollevare quel peso piuma di Luchettino. Per fortuna il tizio ebbe la compiacenza, almeno, di non scaraventarlo per terra, ma lo quasi adagiò fuori, e io andai subito a soccorrerlo. Insomma, per farla breve, Luchettino era entrato nell’ufficio e si era messo ad accusare a quello e a quell’altro che erano i cloni esatti dei veri loro. Si è messo a chiedere loro da dove provenissero, come venivano create queste copie così simili agli originali.

«Sì, perché voi brutte copie finte imparate tutto, anche gli atteggiamenti. Ma ancora di quelli che avete sostituito non avete imparato tutto alla perfezione. Potete essere pure uguali, ma non identici. Potete farla a tutti, ma non a noi vecchi. È chiaro? Tu non sei quello che eri… lo capisci o no?»

Questo è quanto aveva detto a quello lì che è un impiegato in quell’ufficio, che di cognome fa Nossignore, se non mi sbaglio, che qualche tempo dopo questo Nossignore andò a raccontarlo a tutto il paese, e questo è ciò che mi è pervenuto, e lo riporto qui. E raccontò pure che Lucchettino si era messo a guardare in faccia un’altra impiegata e con le sue mani ossute le aveva tirato le guance come se fosse sua nipote per cercare tracce di inverosomiglianza. E racconta che le aveva pure detto una cosa del genere:

«Tu un si tu… si n’atra. Tu un si chiu chira ca eri. Mo’ si n’atra. T’hanno cangiatu», disse in dialetto, perché preso da troppa, eccessiva, foga, e poi l’hanno sbattuto fuori come raccontavo poc’anzi.

Lo feci sedere sulla panchina e io mi sedetti accanto a lui e chiamai la figlia, perché a quel punto non se ne poteva più, anche perché io qui ho raccontato alcuni fatti che lui commise, ma ne fece di ogni. E fino a quel mattino il paese aveva custodito Luchettino, ma ora non se ne poteva più. E decisi che avrei parlato con la figlia e l’avrei convinta a prendersi maggiore cura del padre, perché il paese era stanco di prendersene cura. Eravamo seduta sulla panchina di fronte al comune e il suo edificio si staglia in alto squadrato e fascista, quasi come se fosse gigantesco, ma in verità è la prospettiva che gioca un furbo tiro allo sguardo, perché la piazza è in pendenza e la panchina è in fondo a questa, mentre l’edificio comunale è in alto. Comprai una bottiglietta d’acqua frizzante al bar alle nostre spalle – il bar dove i dipendenti del comune passano gran parte delle loro pregne mattinate lavorative – bar che tutti in paese chiamano semplicemente bar del comune. Mentre sollevava la bottiglia e permetteva al sole di penetrarla coi suoi raggi ebbi il tempo di osservare il suo profilo ruvido, la sua pelle che sembrava cuoio, era un essere intristito dal tempo, ma anche da quella malinconia che coglie uomini e donne all’approssimarsi di una certa età. Attendemmo insieme l’arrivo della figlia. E fu durante quell’attesa che mi domandò, ancora nel nostro dialetto, perché Luchettino calmo parlava un italiano aggiustato nel tempo da tante buone letture, invece Luchettino arrabbiato parlava il dialetto acquisito fin dall’infanzia e arricchito nel tempo dalla campagna, da quella terra stessa umida che così come fa nascere pomodori, zucchine, melanzane, fa nascere pure quelle parole che hanno il gusto del luogo che le ospita e che le utilizza. La lingua, ma ancor di più il proprio dialetto, è ciò che ci fa sentire veramente a casa. Immaginiamo di partire per anni, di rientrare poi in quel nostro nido d’infanzia e scoprire che non tutti i vecchi sono morti e non si parla più il dialetto, scommetto che si fa fatica a sentirsi veramente a casa. Cosa sarebbe il natale senza la strina; cosa sarebbe l’autunno senza i ruseddre; cosa sarebbe l’uomo senza la propria casa, senza le proprie tradizioni. Perché se il più grande bene è viaggiare e aprire la mente all’altro, l’altrettanto più grande bene è la conservazione del proprio posto nel mondo.

Comunque, senza guardarmi in faccia mi disse:

«Ma cumu va ca a tia ancora un t’hanno cangiatu?»

E gli ho risposto davvero, cercando di immaginare le sue domande non come se fossero il prodotto di un vecchio in demenza senile, ma come se fossero il prodotto del più grande filosofo del nostro tempo, o meglio: il prodotto della saggezza che nasce dalla follia, perché forse c’è più conoscenza nella demenza, o è nella demenza che si riscopre il vero genio.

Gli ho detto:

«Forse sono ancora io perché ho trent’anni, tanti studi alle spalle, tanti viaggi in giro per il mondo, e ancora non ho nessuna collocazione nel mondo. Ancora non sono definito, so chi sono ma non so dove devo stare. Forse è il posto in cui svolgi il tuo ruolo sociale che attua la sostituzione. Esempio: i politici fino a quando non sono al governo sembrano dei grandi politici, perché quando non sono al comando sono realmente loro, quando poi vi salgono vengono cambiati con i loro cloni, ma è il luogo stesso che attua la sostituzione. Scommetto che gli impiegati precari del comune sono ancora loro…»

Io non so se gli piacque quella risposta perché non mi disse niente e la sua faccia non mutò espressione, rimase rigida e triste. La figlia arrivò qualche minuto dopo. Quel che so è che a me piace questa risposta, ma non dovrebbe piacermi. La figlia di Luchettino avrà sessant’anni, lavora fuori in città, è un’avvocatessa molto brava e stimata. Chissà se lei è ancora lei.

Parlare o tacere su Gaza. Scrittori e artisti alla prova del genocidio

9

Di Andrea Inglese

 

Quando quello che sta succedendo sarà abbastanza lontano nel tempo, tutti si chiederanno sbigottiti come mai si è permesso che accadesse.

Omar El Akkad

 

Gaza è crollata sulle norme di un diritto internazionale costruito pazientemente per scongiurare la ripetizione delle barbarie della Seconda Guerra mondiale.

Jean-Pierre Filiu

 

Le corporazioni di artisti, scrittori, docenti universitari: un caso di studio

Il comportamento intellettuale che le corporazioni di artisti, letterati e professori universitari, in occidente, hanno avuto in seguito al 7 ottobre di fronte allo sterminio della popolazione palestinese di Gaza costituisce e costituirà un caso di studio sociologico per le generazioni future. Nella gerarchia dell’infamante accusa di complicità al genocidio[1] dei palestinesi queste corporazioni si situano al terzo posto per grado di responsabilità. Il primo posto lo occupano solidamente la maggior parte dei governi occidentali e le istituzioni internazionali come l’Unione Europea. Qui c’è poco da studiare: la loro consapevole e volontaria inerzia è sotto gli occhi di tutti, così come le loro responsabilità morali e politiche. Al secondo posto vi è la categoria dei giornalisti e degli opinionisti (occidentali)[2]. Molti di loro collaborano attivamente o hanno collaborato almeno fino a date recenti, a rendere plausibile la propaganda del governo israeliano. Altri, una minoranza, hanno deciso abbastanza presto di farsi canale di diffusione dei giornalisti palestinesi, gli unici a cui era consentito essere testimoni, a rischio della loro vita, dei massacri e delle distruzioni di Gaza. Infine, al terzo posto, i portavoce di una sedicente “coscienza critica” o dei sedicenti valori dell’”umanità”: artisti, scrittori, studiosi. Più questi portavoce si trovavano prossimi o interni a una zona di “ufficialità”, meno, nella maggior parte dei casi, si sono espressi chiaramente e tempestivamente in pubblico. Per parte mia, ho guardato a questo fenomeno con un misto di disincanto e d’incredulità. Ciò che conoscevo della storia europea, e del ruolo che le cerchie artistiche e intellettuali vi hanno giocato, mi portava ad attendermi un certo comportamento, ma nello stesso tempo lo osservavo incredulo. Come ora osservo incredulo il mutamento di tendenza, palpabilissimo sui social network.

 

La ragioni del silenzio

Perché – ci si chiede spesso negli ultimi tempi soprattutto sui social – gli scrittori, gli artisti, gli intellettuali (non si usa quasi più), i docenti universitari non parlano di Gaza, non prendono posizione su Gaza, non si esprimono contro la politica Israeliana, non denunciano il genocidio? Un genocidio in atto o, per i più prudenti, il rischio di genocidio in atto, dovrebbe riguardare tutti coloro che hanno l’occasione di prendere la parola in pubblico. Soprattutto se appartengono a paesi, i cui responsabili politici potrebbero intervenire sulla situazione, facendo pressione su Israele, bloccando la vendita di armi, ecc. Soprattutto se in qualche momento della loro vita pubblica o persino privata si sono dichiarati sensibili a questioni come il rispetto degli esseri umani in quanto tali, indipendentemente dalla loro origine etnica o dalle loro pratiche religiose o dalle scelte politiche, ecc. Ci sono, in teoria almeno, diverse ragioni perché gli scrittori, artisti, ecc. “progressisti”, avrebbero dovuto reagire pubblicamente, o almeno sulle loro bacheche social, di fronte a quanto abbiamo visto accadere a Gaza già nei mesi immediatamente seguenti al 7 ottobre. Dico, in teoria, perché da un po’ di anni a questa parte, e specialmente negli ultimi due anni, tutte le convinzioni, le opinioni sul mondo, che i “progressisti” avevano sono state messe a dura prova. I progressisti, infatti, hanno costruito le loro idee non su ingenue concezioni del mondo, ma su principi che si trovano anche alla base delle carte istituzionali dei paesi a cui appartengono, alla base di valori trasmessi dai loro sistemi pubblici d’istruzione, alla base delle istituzioni nazionali e internazionali che, soprattutto in occidente, rivendicano orgogliosamente una loro diversità, se non superiorità, rispetto a principi che agiscono in altre culture, in altri paesi, in altri regimi non-occidentali. Ebbene, un movimento profondo che tocca simultaneamente le mentalità dei cittadini occidentali come le loro istituzioni, le forme del discorso come le forme di vita, ha creato una divergenza sempre più evidente tra quello che i regimi politici e istituzionali fanno, da un lato, e quello che, fino a un po’ di tempo fa, avrebbero dovuto fare, in quanto eredi di tutta una serie di principi “progressisti”[3]. Un marxista ribatterà: “Ma questa divergenza c’è sempre stata!” È probabilmente vero, anche perché i principi “progressisti” di un marxista non sono gli stessi di un socialdemocratico, ecc. Ma la novità di questa fase storica, è che la divergenza non avviene in seno a concezioni concorrenti di un modello sociale, ma proprio all’interno del DNA progressista comune a tutto il mondo cosiddetto occidentale (e si consideri l’arco che va dal Nord America al Giappone), almeno dal dopoguerra in poi.

Questa divergenza, per chi ne ha preso consapevolezza, dovrebbe di conseguenza riguardare anche le modalità di comportamento di quella provincia ristretta, ma non irrilevante, costituita dalle cerchie di artisti, scrittori, ecc., nei vari paesi occidentali. Anche qui le tendenze di fondo si sono fatte sentire. Anche qui “l’incrollabilità” di determinati principi è divenuta molto relativa: più del principio conta il consenso, conta la fluttuante opinione pubblica, che incide sul pubblico di questi stessi artisti e scrittori. Sono universi di valore divergenti, funzionanti secondo logiche diverse, che sono giunti violentemente a confronto. È più urgente difendere il rispetto della persona umana o il consenso del pubblico nei confronti della propria opera, eventualmente del proprio “brand” autoriale? Credo che potremmo azzardarci a formulare una legge non gloriosa, ma abbastanza realistica: “più il capitale d’interesse e simpatia del pubblico” è grande per un autore – e, quindi, più le sue prese di posizione pubbliche hanno visibilità –, meno questo autore si sentirà autorizzato a rischiare una perdita di questo capitale, formulando posizioni di minoranza, facilmente contestabili rispetto alle tendenze dell’opinione pubblica. I principi che riguardano il rispetto della persona umana sono senza dubbio condivisibili, ma oggi persino il presidente della superpotenza mondiale li mette in discussione. Quindi perché mai la responsabilità di difenderli dovrebbe ricadere sulle fragili spalle dell’autore, che si è guadagnato con grande fatica un capitale di consenso tra i lettori? Logiche neoliberiste di incremento del capitale simbolico e logiche umanistiche di difesa di “astratti” valori universali si combattono, con esiti che possono andare dal tiepido compromesso alla resa più incondizionata di fronte alla concretezza dei vantaggi forniti dalla preservazione del consenso.

Ma se anche ci basiamo, con occhio sociologico e retrospettivo, sul comportamento di artisti, scrittori, intellettuali nel corso del Novecento, non c’è nessuna ragione per pensare che queste cerchie della società, di fronte a scelte personali difficili, siano più propense a prendere rischi rispetto ad altre cerchie sociali. Anzi, ogniqualvolta queste persone, in virtù delle loro competenze e talenti, hanno acquisito ruoli eminenti (“ufficiali”), appare più evidente la loro incapacità di metterli in pericolo. Più sono celebri e inseriti nelle diverse istituzioni culturali, più autori, artisti e intellettuali hanno qualcosa da perdere, andando contro le opinioni della maggioranza o di governi poco democratici se non apertamente autoritari. Quindi il loro “conformismo” ha fatto scuola. È un dato, purtroppo largamente acquisito, che si è ampiamente verificato anche oggi in occasione del conflitto tra Israele e la popolazione palestinese. Conflitto che, nato come reazione a un terribile attacco terroristico, si è poi trasformato in una rappresaglia militare contro una popolazione intera, e ha proseguito in questa direzione, imboccando la strada macabra e infame di uno sterminio di popolo.

Insomma, io stesso in gioventù, leggendo Sartre, Fanon, Anders, Fortini, ci ho creduto. Ma non ci credo più da un pezzo: artisti, intellettuali, accademici, scrittori non sono di per sé la coscienza di un bel nulla, certamente non della società. Sono, semmai, soggetti più di altre categorie sociali, al conformismo, con tutto quel condimento d’ipocrisia e viltà che esso si porta dietro. Questo non è un fatto di cui scandalizzarsi – lo sapevamo –, ma un dato di cui ancora una volta prendere atto.

 

Per chi era inevitabile parlare

Quanto scritto fino a ora, non vuole però sostenere che tutti gli scrittori e artisti sono conformisti, né che la loro voce è irrilevante. In Occidente, dagli Stati Uniti all’Europa, e persino all’interno di Israele, si sono levate tempestivamente voci per denunciare quello che stava accadendo a Gaza, per situarlo in un preciso contesto storico, per mostrare come esso contrastasse con la maggior parte dei principi che dovrebbero cementare le nostre società. Queste voci costituivano, però, nel coro mediatico, una minoranza, e in molti casi hanno subito attacchi molto forti, anche perché giungevano da persone interne a una certa “ufficialità”. Assieme a queste voci si sono fatte sentire, accompagnate da azioni di vario tipo (manifestazioni, presidi, occupazioni), quelle di coloro che non avevano né arte né parte: gli studenti liceali e soprattutto universitari. E in modo inequivocabile gli studenti senza arte né parte, con la loro voce anonima, hanno dato una lezione ai loro padri, alle grandi firme del mondo accademico. “Ma come – dicevano questi studenti – ci avete rintronato le orecchie dalle scuole elementari con i valori della pace, dell’uguaglianza, della democrazia, dell’autonomia dei popoli, della pericolosità del razzismo, della sacralità dei diritti umani, e ora di fronte a bombardamenti di case, luoghi religiosi, scuole, università, ospedali, campi profughi, civili, fate finta di niente? Dite che tutto questo è legittimo, tollerabile?”

*

Provo a parlare ora al di fuori della “generalità”, per aggiungere una riflessione che tenga conto anche della mia diretta esperienza personale. Io faccio parte di quelli che hanno sentito l’esigenza di parlare molto presto di quanto si stava delineando all’orizzonte di Gaza, in seguito al 7 ottobre. Ho deciso di farlo pubblicamente, nel modo più inequivocabile possibile, ossia su un blog pubblico, e non solo sulla mia bacheca social. Non faccio parte di nessun ufficialità letteraria, pur essendo scrittore, né di nessuna ufficialità accademica, pur essendo un ricercatore (senza cattedra). Quindi non ho meriti particolari per averlo fatto. Insomma, non mi muovevo in una zona di “grande visibilità”. L’unico merito che rivendico è quello della coerenza. Sono uno scrittore che sostiene l’importanza di una visione politica sul mondo, anche se questo non si traduce per forza in qualche forma riconoscibile di letteratura impegnata, e quindi era inevitabile che quanto stava succedendo a Gaza m’interpellasse, e mettesse in secondo piano progetti e scritture “letterarie”. Con questo non intendo dire che la scrittura letteraria dovrebbe tacere di fronte al genocidio di Gaza; dico solo che, per me, era inevitabile scrivere su Gaza, perché c’era qualcosa di abnorme in corso. E siccome la scrittura è per me una forma di esplorazione, di ricerca (anche documentaria) e di tentativo di comprensione, era necessario farlo, per uscire dalla paralisi intellettuale e dall’effetto oscurante della propaganda mediatica.

La difficoltà di scrivere su quanto stava accadendo a Gaza, già nelle settimane seguenti al 7 ottobre, credo che sia dipesa innanzitutto dall’impossibilità di abbordare il discorso su un piano esclusivamente umanitario. Qualcuno ha anche tentato di farlo, ma con scarsa efficacia analitica. Il conflitto tra Israele e Gaza esigeva, come esige tutt’ora, di essere affrontato attraverso una prospettiva politica, ossia di parte. Questa prospettiva non implica la negazione dei principi “progressisti” di cui ho parlato precedentemente, né di quelli del diritto internazionale, che quei principi tentano di rendere concreti nella realtà. La prospettiva politica semplicemente richiede la consapevolezza di entrare in un dibattito in cui, pur non essendo né palestinesi né israeliani né membri delle due diaspore (nel mio caso), quello che si dice, prende partito inevitabilmente, e si presta quindi alla contestazione e all’attacco di uno dei soggetti in causa. Accettare di parlare in una prospettiva politica significa perdere la neutralità, che un giudice super partes potrebbe avere, e significa perdere quel consenso che una semplice difesa di un astratto principio morale garantirebbe. E non solo l’autore di un tale discorso si rende vulnerabile rispetto a contestazioni e attacchi di qualcheduna della parti coinvolte nello scontro, ma anche si espone al proprio errore, insito in ogni risposta politica.

Nel primo pezzo che ho dedicato, qui su Nazione Indiana, agli eventi di Gaza (16 ottobre 2023), scrivevo, ad esempio, questa frase: “Israele potrebbe al limite ammazzare tutti i membri di Hamas, e con essi un numero enorme di “vittime collaterali” innocenti, ma non potrà comunque sterminare tutti i palestinesi. Questo gli stessi cittadini israeliani (la maggior parte di essi) alla fine non lo permetterebbero”. Non so cosa significhi “alla fine”, ma è chiaro come sia stato ingenuo e poco realistico. Per più di un anno e mezzo, solo una minoranza coraggiosa di israeliani si è opposta veramente alla politica di sterminio che il governo ha reso sempre più evidente con il passare di mesi e la crescita delle vittime civili.

Vengo ora alle conclusioni. Scrivere pubblicamente contro un’opinione di maggioranza, e in un contesto di propaganda bellica, comporta sempre dei rischi per chi lo fa. Ma questi rischi sono proporzionali alla visibilità, all’ufficialità di chi scrive. La bancarotta morale e politica degli Stati Uniti, dell’Europa e di tutto l’Occidente è non solo palese, ma irreversibile. In questa bancarotta, sono coinvolti anche i settori culturali, oltreché quelli politici e giornalistici. Per quanto riguarda artisti, scrittori, studiosi, più vergognosi sono stati i silenzi, le prudenze, i ritardi, di coloro che, in tempi ordinari, rivendicano una visione politica della scrittura o, comunque, si rifanno spesso ai principi “progressisti”, largamente condivisi. Non biasimo né gli scrittori impolitici né quelli radicalmente pessimisti, che non credono nei principi “progressisti”, senza per questo aderire a qualche forma di fascismo o di ideologia reazionaria. Il loro silenzio, condivisibile o no, è quanto meno coerente. Lo è molto di meno quello di coloro che amano parlare di “morale”, “umanità”, “bellezza”, ecc., o di temi più politici come “uguaglianza”, “classe”, “femminismo”, “ecologia”, ecc.

È molto interessante, infine, da un punto di vista sociologico, vedere l’evoluzione delle opinioni e dei comportamenti intellettuali di maggioranza. A partire da quando, la gente, sui social, comincia davvero a interessarsi al destino dei Palestinesi e alle malefatte dell’esercito israeliano? A partire da quale momento, da quale sommovimento collettivo in parte inconsapevole si mettono like su certi interventi e si condividono certi articoli?

Sarebbe interessante studiare le bacheche di scrittori e scrittrici “ufficiali”, ma anche di quelli più “politici”, per vedere come il discorso “social” è progressivamente evoluto. Io ho fatto una piccola ricognizione sulla mia bacheca Facebook, per quel poco che un tale conteggio abbia di significativo.

Il mio primo articolo sulla vicenda è del 17 ottobre, e nasce come risposta a un articolo di Paolo Giordano apparso il 9 ottobre sul “Corriere della Sera”. S’intitola La tentazione di decontestualizzare e il dovere della narrazione. Sul conflitto tra Israele e Hamas. Giordano, dalla sua posizione “ufficiale” di romanziere popolare e di editorialista del “Corriere”, fornisce un tipico tassello al discorso di propaganda: la strage di civili realizzata da Hamas è il colmo dell’orrore, e non ha alcun senso inserirla in un contesto storico-politico. (Più di un anno dopo, ho ritrovato la firma dello stesso Giordano sotto un appello formulato da Paola Caridi e altri, dal titolo “L’ultimo Giorno di Gaza 9 maggio – L’Europa contro il Genocidio”. Cambiare idea e posizione è spesso un buon segno, ma chissà se, nel caso di Giordano, ciò si è accompagnato a un’autocritica pubblica.)

Comunque, pubblicato sulla mia bacheca FB, il post riceve 39 like e 10 condivisioni. Un’adesione stranamente generosa, rispetto ad altri articoli miei linkati nei mesi successivi. 15 dicembre 2023, condivido un importante articolo di Mediapart sulle caratteristiche specifiche del colonialismo israeliano, un articolo che raccoglie testimonianze di vari specialisti, e che presenta la questione come sottoposta a dibattito; come al solito accompagno l’articolo con un commento per contestualizzare, e con la traduzione di un passaggio: nessun like. 8 dicembre 2023, condivido un mio lungo articolo apparso su NI intitolato La trappola e il diniego: riflessioni a margine della guerra; 6 like. 1 maggio 2024, condivido un altro mio intervento La sineddoche israeliana e la contestazione studentesca; 4 like. 17 dicembre 2024, è la volta di Voci della diaspora: Anna Foa e Judith Butler;16 like e 1 condivisione. In tutt’altro contesto di “dibattito social”, uno dei miei ultimi post molto informativi sulla questione (l’annuncio di Macron di riconoscere la Palestina come Stato di fronte all’ONU) ha ricevuto 104 like e 10 condivisioni.

Certo, sappiamo ormai che Facebook in particolare ha operato fino a una certa data lo shadowban, ossia una politica di moderazione non esplicita, diretta a rendere meno visibili certi contenuti. Ma trovo comunque interessante riflettere sul modo in cui la “bolla” culturale (scrittori, artisti, ecc.) ha funzionato durante tutti questi mesi, e in termini non solo di consapevoli scelte individuali, ma anche di meccanismi collettivi meno evidenti.

*

Immagine interna: manifestazione di studenti a Philadelphia per il cessate il fuoco.

*

NOTE

[1] Questo discorso avrebbe senso anche se sostituissimo il termine “genocidio” con “massacri a tappeto” e “crimini contro l’umanità”. Io per primo, senza mai denigrarne l’uso, sono stato riluttante a impiegarlo nel suo senso “giuridico”, per semplice rispetto nei confronti della memoria dello sterminio degli ebrei d’Europa da parte dei nazifascisti. Dopo che il parlamento israeliano ha votato a fine ottobre (2024) le leggi per smantellare le attività dell’UNRWA a Gaza, cominciando a strangolare il già limitato arrivo di cibo, medicinali e acqua, ne faccio uso convintamente.

[2] Si potrebbe benissimo fare un discorso sull’inerzia e il cinismo del mondo arabo, ma non ne faccio parte e lascio a chi lo conosce meglio di me questo compito.

[3] Ho parlato di questo movimento di fondo, che giunge a compimento con l’era Trump 2, attraverso le analisi realizzate già venticinque anni fa da uno studioso di formazione marxista come Giovanni Arrighi: Kit di autodifesa nell’era Trump 2 #2. La guerra alla scienza e al giornalismo | NAZIONE INDIANA

La Festa della Poesia dedicata a Lorenzo Calogero

0

 

Al via la seconda edizione della Festa della Poesia di Melicuccà dedicata al grande poeta Lorenzo Calogero, dal 7 all’11 agosto 2025. Un programma intenso che riunisce poeti, intellettuali e artisti di rilievo tra cui Milo De Angelis, Nicola Crocetti, Giuseppe Caccavale, Stefano Lanuzza, Giancarlo Cauteruccio, Massimo Zamboni, Gilda Policastro, Aldo Nove, Marcello Sambati, Federica Fracassi, Alfonso Guida, Paolo Pelliccia, Luigi Tassoni, Davide Brullo, Giorgiomaria Cornelio.

Cinque giornate di confronti culturali, performance, mostre, installazioni multimediali, concerti, escursioni nei luoghi del poeta ed esperienze che mettono in dialogo i grandi nomi della poesia contemporanea con l’opera di Calogero.

Dopo il successo della prima edizione (9-11 agosto 2024), che ha portato nell’entroterra calabrese importanti figure culturali italiane e internazionali, anche nel 2025 LYRIKSLaboratorio Interdisciplinare di Ricerche Artistiche – promuove la seconda edizione della Festa della Poesia “Lorenzo Calogero”, con il prezioso sostegno del Comune di Melicuccà guidato dal sindaco Vincenzo Oliverio, e con il patrocinio e sostegno di Regione Calabria, Consiglio regionale della Calabria, Città Metropolitana di Reggio Calabria.

La manifestazione si svolge nel paese natale di Lorenzo Calogero, dove il poeta nacque nel 1910 e morì nel 1961. La sua opera, ancora oggi in parte poco studiata dalla critica, merita di essere riscoperta e valorizzata.

La manifestazione rinsalda la collaborazione con la Fondazione “Leonardo Sinisgalli, suggellando il gemellaggio tra Melicuccà, paese natale di Calogero e Montemurro, luogo natale di Sinisgalli.

 

La direzione artistica è curata dal regista ed editore Nino Cannatà e dal poeta Aldo Nove, voci impegnate nella valorizzazione della cultura poetica italiana e dell’opera di Lorenzo Calogero.

Tra gli eventi principali:

  • 7 agosto: inaugurazione dell’opera murale a spolvero e sgraffito site specific Viale dei Canti – Orizzonti Lorenzo Calogero, con poesie e disegni di del poeta, realizzato da Giuseppe Caccavale Studio in collaborazione con l’École des Arts Decoratifs – PSL Paris.
  • Omaggi a figure legate alla storia culturale calabrese, come gli scrittori Saverio Strati e il melicucchese Giuseppe Fantino tra i primi critici a recensire Calogero ancora in vita.
  • Incontri e dialoghi su temi di poesia contemporanea, tra cui la presentazione a cura di Nicola Crocetti del numero di Poesia (Crocetti Editore) dedicato a Lorenzo Calogero e l’Odissea di Nikos Kazantzakis, tradotta dallo stesso Nicola Crocetti.
  • Letture, performance dedicate allo scrittore Stefano D’Arrigo e ai 50 anni dell’opera mondo Horcynus Orca, ad Alberto Cavaliere il poeta della Chimica in versi con l’inedito “L’Urlando furioso” e poi ancora presentazioni delle rare opere poetiche di Ivano Fermini e Gian Giacomo Menon.
  • Concerti serali che animeranno piazze e chiese del borgo con ospiti di eccezione tra cui Massimo Zamboni e il suo omaggio a Pier Paolo Pasolini a cinquant’anni dall’uccisione, e ancora la chiusura affidata all’Orchestra di fiati “ Scerra” di Delianuova con la partecipazione speciale di Francesco Cafiso i quali eseguiranno musiche del compositore melicucchese Michelangelo Falvetti (1642-1697), in prima esecuzione a Melicuccà con estratti dall’opera “Nabucco” (1683) e variazioni sul tema di un frammento di partitura musicale ritrovato nei quaderni inediti di Lorenzo Calogero.

L’inaugurazione della manifestazione, tra via Roma e Piazza Ardenza, il 7 agosto alle 17:30, avrà luogo con lo svelamento dell’opera murale Viale dei Canti con poesie e disegni di Lorenzo Calogero, un progetto a cura di Giuseppe Caccavale Studio in collaborazione con l’École des Arts Decoratifs – PSL Paris. Interveranno Vincenzo Oliverio, sindaco di Melicuccà, Nino Cannatà, direttore artistico, Marina Valensise, già direttrice Istituto Italiano di Cultura di Parigi, Eleonora ed Elisa Tallone, Alberto Tallone Editore, Giuseppe Caccavale, artista.

In cartellone, una finestra dedicata al confronto tra Lorenzo Calogero e Gian Giacomo Menon, Sublimi poeti gemelli con Stefano Lanuzza, critico e saggista, e Cesare Sartori, giornalista, presso la Chiesa di San Rocco, l’8 agosto alle 18:15.

Alle 19:15, Franco Scaldati e gli otto volumi Marsilio editori 2022-24, presentati da Valentina Valentini, docente della Sapienza Università di Roma, con letture a cura di Melino Imparato, Compagnia Franco Scaldati da “Santina e altri angeli”.

A Piazza Tocco, alle 22:15, omaggio a Saverio Strati nell’anno stratiano, prove aperte di teatro con gli attori dello spettacolo Il ritorno del soldato con il regista Giancarlo Cauteruccio e gli attori Laura Marchianò, Stefania De Cola, Salvatore Alfano, Francesco Gallelli, Anna Maria De Luca, voce off Anna Giusi Lufrano, canto Luca Michienzi, produzione Compagnia Teatro del Carro con la partecipazione di Domenico Stranieri, sindaco di Sant’Agata del Bianco, autore del libro Solo come la luna, Rubbettino 2025 e Luigi Franco, responsabile Comitato 100 STRATI in collaborazione con Comune di Sant’Agata del Bianco e Comitato 100 Strati.

Sabato 9 agosto, fra i molti eventi previsti, alle 18:20 presso la Chiesa di San Rocco, Lorenzo Calogero. Il poeta assoluto, presentazione di “Poesia”, rivista internazionale di cultura poetica, n. 30/2025, Crocetti Editore con Nicola Crocetti, grecista, traduttore, editore. A seguire, ore 19:00, Come un dialogo con Stefano D’Arrigo A 50 anni dalla prima edizione di Horcynus Orca, con Stefano Lanuzza, critico e saggista. Ancora, alle ore 19:40, Il metaverso. Appunti sulla poesia al tempo della scrittura automatica di Gilda Policastro, poetessa, narratrice e critica in dialogo con Aldo Nove, poeta.

Alle ore 21:30, Passare per la ferita con Giorgiomaria Cornelio, poeta e performer e, alle ore 22:15, “La poesia fa malissimo”La scrittura come atto di resistenza: dai Sonetti del giorno di quarzo, Einaudi 2022, a Inabissarsi, il Saggiatore 2025. Antonio Di Giacomo, responsabile della cultura presso La Repubblica Bari dialoga con il poeta Aldo Nove.

Il 10 agosto, alle 17:30 presso Fontana Rimatisi, Elogio della poesia nella biblioteca ideale con Paolo Pelliccia, presidente Biblioteca Consorziale di Viterbo. Segue, alle ore 18:15 presso la Chiesa San Rocco, Tra Lucrezio e Baudelaire con Milo De Angelis, poeta, letture di Viviana Nicodemo, attrice, da De rerum natura di Lucrezio e I fiori del male di Baudelaire. Alle ore 19:15, Ulisse, l’ultimo viaggio dall’Odissea di Nikos Kazantzakis, Crocetti editore 2020, con Nicola Crocetti, grecista, traduttore, editore e Maria Elena Romanazzi, voce. Alle ore 21:30, La poesia del dialetto. Achille Curcio e i suoi 95 anni, con Luigi Tassoni, critico, Università di Pécs. Alle ore 23:00, in Piazza Tocco, reading-concerto P.P.P. Profezia è Predire il Presente – Omaggio a Pier Paolo Pasolini a 50 anni dalla sua uccisione, Reading concerto di e con Massimo Zamboni, voce e chitarra con Erik Montanari, chitarre e cori Cristiano Roversi, tastiere e synth.

L’11 agosto, alle 17:30, presso Fontana Rimatisi, La filosofia nell’opera di Lorenzo Calogero, a cura del filosofo Giuseppe Polistena.

Alle ore 18:00, alla Chiesa San Rocco, Sulla poesia di Ivano Fermini, Sublimi poeti gemelli anteprima del volume Nati incendio, edizioni Magog 2025 con i poeti Davide Brullo e Aldo Nove. Segue, alle ore 19:00, Lorenzo Calogero e l’invenzione della contemporaneità dialogo fra Milo De Angelis, poeta e Luigi Tassoni, critico, Università di Pécs con letture da Poesie dell’inizio 1967-1973.

Alle ore 21:40, alla Chiesa San Rocco, Teatro e Poesia Reading poetico omaggio a Lorenzo Calogero con Federica Fracassi, attrice. Alle 22:30, a Piazza Tocco, Orchestra di Fiati “Giuseppe Scerra” di Delianuova diretta dal Maestro Gaetano Pisano, voce Maria Elena Romanazzi, soprano con la partecipazione speciale di Francesco Cafiso, prima esecuzione a Melicuccà con estratti dal Nabucco (1683) di Michelangelo Falvetti, compositore melicucchese (1642 – 1697) e variazioni sul tema da una partitura musicale dai quaderni inediti di Lorenzo Calogero.

 

 

Melicuccà e la Poesia: un modello inclusivo di valorizzazione territoriale dal cuore green

 

Il borgo di Melicuccà, sin dalla scorsa edizione, è stato definito dalla stampa “capitale italiana della poesia”, grazie anche al contributo attivo e generoso della comunità. I cittadini hanno messo a disposizione alloggi, collaborato all’organizzazione degli spazi e reso possibile eventi diffusi sul territorio, permettendo ai partecipanti di esplorare, sotto il segno della poesia, anche il paesaggio circostante. Una vasta area caratterizzata dal connubio di natura e cultura tradizionale che sarà possibile scoprire grazie ai trekking con Sabine Ment, guida ufficiale del Parco Nazionale dell’Aspromonte, tra uliveti secolari, i paesaggi dell’Aspromonte, i sentieri verso la Costa Viola, i siti con testimonianze della civiltà monastica bizantina e il Monte Sant’Elia, con i suoi panorami mozzafiato sulla costa tirrenica. L’obiettivo è valorizzare e riqualificare non solo le bellezze naturalistiche, ma anche numerosi luoghi del tessuto urbano, come le venue di Palazzo Capua, Piazza Tocco e la Chiesa di San Rocco, Fontana Rimatisi, e le piazze della parte alta del borgo, con particolare attenzione alla riscoperta delle rughe, i tradizionali vicoli del centro storico.

La Festa della Poesia si distingue per la sua capacità di generare un impatto culturale completo e soprattutto inclusivo. Il programma è pensato per coinvolgere ogni fascia d’età e livello di istruzione con attività come il Laboratorio espressivo in diverse lingue che accoglie gli ospiti migranti del progetto S.A.I. Melicuccà, Laboratorio di stampa e creazione di un libro d’artista per bambini attorno alla poesia di Lorenzo Calogero al fine di promuovere momenti di crescita e aggregazione intergenerazionale. La manifestazione garantisce pari opportunità e l’accoglienza dedicata a tutte le categorie di pubblico grazie alla collaborazione con realtà attive nel settore dei servizi sociali con l’obiettivo di rendere la poesia patrimonio comune in un’ottica di cultura partecipata. La Festa della Poesia è un festival plastic free che utilizza l’acqua della sorgente comunale di Vina e adotta le migliori pratiche ispirate all’Agenda 2030.

 

Lorenzo Calogero: una delle voci poetiche più originali del novecento europeo

 

Nacque a Melicuccà (Reggio Calabria) nel 1910 dove morì nel 1961. Laureato in medicina a Napoli, esercitò la professione di medico saltuariamente. Visse gran parte della vita in isolamento, tra difficoltà economiche e psicologiche, pubblicando a proprie spese le sue poesie e ricevendo scarso riconoscimento in vita. Dopo due tentativi di suicidio e frequenti ricoveri, trovò tra i primi estimatori il poeta-ingegnere Leonardo Sinisgalli, che lo incoraggiò e ne curò la premessa all’opera poetica Come in dittici. Nel 1957 vinse il premio letterario “Villa San Giovanni” senza vedere pubblicata la sua opera più completa. Morì in solitudine lasciando 804 quaderni manoscritti pieni di versi e riflessioni in prosa oltre a numerose lettere che rimangono ancora in gran parte inediti.
Fu Roberto Lerici che, subito dopo la sua morte, pubblicò con le Edizioni Lerici i primi due volumi delle Opere poetiche (1962 e 1966), inserendoli nella prestigiosa collana Poeti europei. Negli anni, l’opera di Calogero è rimasta in parte trascurata dalla critica. Farla conoscere e restituirle il posto che merita nella letteratura del Novecento è l’obiettivo che guida l’impegno di LYRIKS, di cui la Festa della Poesia è una delle principali iniziative.

Un premio per Lorenzo Calogero

 

Recente è la notizia del riconoscimento speciale, assegnato all’antologia Lorenzo Calogero, Poesie scelte 1932-1960, edizioni  LYRIKS  2024, dal Premio Letterario L’albero di Rose.

La cerimonia di premiazione si terrà il 26 luglio 2025 ad Accettura (MT), con la partecipazione di Nino Cannatà e del sindaco di Melicuccà Vincenzo Oliverio.

Festa della Poesia: finalità

 

Promuovere e valorizzare la poesia di Lorenzo Calogero, con l’obiettivo di favorirne il pieno riconoscimento all’interno del canone letterario del Novecento, rappresenta per LYRIKS una responsabilità e una missione. A quindici anni dall’Anno calogeriano 2010/2011”, ideato in occasione del centenario della nascita e del cinquantenario della morte del poeta, l’impegno verso la sua opera continua con passione. Nel 2024 l’ideatore della Festa della Poesia Nino Cannatà, ha curato e pubblicato per le edizioni LYRIKS l’antologia bilingue Un’orchidea ora splende nella mano, con prefazione di Aldo Nove, traduzioni di John Taylor e una copertina originale di Emilio Isgrò. Nello stesso anno è nata la Festa della Poesia “Lorenzo Calogero”, pensata come un appuntamento culturale stabile dell’estate aspromontana e destinata a diventare un evento di riferimento per il panorama poetico nazionale. Con questa seconda edizione la Festa della Poesia conferma la volontà di trasformare Melicuccà in un luogo di incontro, scoperta e ricerca capace di unire le comunità locali , studiosi e appassionati al mondo della poesia intorno all’opera di Lorenzo Calogero

 

www.festadellapoesia.org

 

www.lorenzocalogero.it

 

 

Il verso cetaceo di Vincenzo Frungillo

0

di Toni D’Angela

La parola, scriveva Maurice Blanchot ne L’infinito intrattenimento (1969), è non-rapporto, anzi: follia. Le parole e le cose, come sapeva Foucault, non vanno d’accordo: c’è dualismo, discontinuità e differenza. Parlare non è vedere. In un capitolo di quel libro Blanchot scrive:  “Scrivere non vuol dire far vedere la parola” e vedere, continua Blanchot, “presuppone una separazione misurata e misurabile”. Parola e sguardo non si raccordano. “La parola è guerra e follia per lo sguardo”. I versi cetacei della plaquette (Premio Ciampi 2024) suddivisa in quattro sezioni Cani, gatti, topi vegliano sulle necropoli di Vincenzo Frungillo, edita nel 2024 da Valigie Rosse, sono questa follia che, in fondo, dice anche quel male che “ha invaso la storia”. Follia animale, il dire di Frungillo è animale, altro. Homi Bhabha nel libro I luoghi della cultura del 1994, chiama questo straniamento traduzione. La traduzione, scrive Bhabha, è lingua in actu (enunciazione, posizionamento) piuttosto che lingua in situ (enunciato, proposizione). Se la nominazione fissa, la traduzione fa risuonare i diversi spazi e tempi, è movimento. Bhabha si ispira a Benjamin e al suo concetto di “estraneità delle lingue”, per cui il compito della traduzione non è ricondurre il diverso all’identico ma tenere aperta la comunicazione e perfino l’intraducibilità. Questa “estraneità” non è un punto debole, ma mantiene il linguaggio costantemente aperto, come un confronto sempre aperto. Sapere è eresia, cioè passare da un sistema eterogeneo all’altro, è quello che ha sempre cercato Pasolini nei romanzi, nelle poesie e soprattutto nei film. Questa estraneità è quella che, pure nell’età delle catastrofi e del “crollo verticale” (delle Torri Gemelle che segna un “confine di due ere”) della sezione “I topi” Frungillo chiama “il rovescio che ci tiene insieme”, forse un altro nome per dire animalità, quell’animale che dunque (non) sono.

Kafka, alluso nella prima sezione della plaquette, come un’ancora, ci trattiene, ci piomba nel nostro incessante allontanarci, fluttuare nella tempestosa fiumana digitale che accumula rovine e ce le rovescia ai piedi, come diceva Benjamin, o forse tra i files da cestinare, tra i flussi di parole e numeri di cui parla Don DeLillo in The Silence (2020). Il rumore bianco, cui allude anche Frungillo, è ormai uno schermo ininterrotto che a volte diventa nero. “I codici della rete cadono su una sagoma arenaria”, scrive Frungillo, come se fossimo dentro un ibrido arcaico/tecnologico cronenberghiano. La tempesta, il male nella storia, lascia dietro di sé “residui umani” ma anche “versi” perché “il mausoleo è fatto di parole” (Quarta sezione, “Le necropoli”). Ancora una volta in Frungillo la parola (si) leva e nella parola “tutti saremo risorti”. La parola che, a dispetto della catastrofe, quella della storia e quella, magari, che è la leopardiana dolenza (quasi una sorda dolenzia rispetto al kantiano “cruccio” della storia così chiassoso), suona, profuma, è panorama nonostante le macerie e tiene la terra. La parola è “il battesimo”. Nel racconto (l’ultimo) di Kafka Giuseppina la cantante ossia il Il popolo dei topi, l’umano e l’animale sono in un rapporto di reversibilità. Kafka ironizza su tutti i rapporti di gerarchia, mostrandone l’artificiosità. La parola è estraneità, è il topo che danza a Washington Square e spezza “i molossi di vetro” ma anche “il punto della vita da cui fare entrare luce”. Le colpe, le ombre di un sogno tradito (quando l’umanità ha sognato per l’ultima volta, come scriveva Toni Negri nell’anno 2000) ma poi Washington Square, quantomeno, è anche quella non solo di Dylan, ma pure di Buddy Holly. “Spezzano il giorno” i topi di Frungillo spezzano il giorno, quelli di Kafka tentano di scuotersi di dosso “tutti gli affanni della giornata”. I topi parlano? La loro è voce? Ci lasciamo alle spalle Aristotele e Heidegger, di cui conosciamo le risposte ormai insopportabili. I topi fischiano. Quel nulla di voce kafkiano si impone e trova la via, nomina quella cosa che non è parola e nominandola testimonia il non-rapporto, la differenza, quel nulla di voce è, come scrive Frungillo alla fine della plaquette, “musica delle sfere”.

L’animale trova la via: è il verso cetaceo, quel nulla di voce. I cetacei sono un infraordine, un ordine o raggruppamento inferiore, “di scarso valore sistematico” recita la Treccani. Ma è questa animalità mostruosa (il cetaceo per Aristotele è ketos) che, nonostante l’irriducibile differenza, mantiene fluida la comunicazione, il passaggio da uomo a animale, vita a morte, parola a cosa. La parola di Frungillo è fusiforme, ha uno strato grasso che altrove abbiamo chiamato, classicamente, materialismo. Come il fischio dei topi kafkiani, che libera dalle “catene della vita quotidiana”, così i topi che danzano, i gatti che sono testimoni e i cani che vegliano di Frungillo. Animali (topi, gatti, cani) sono vibrazioni, un nuovo linguaggio, una via d’uscita: il linguaggio, la via d’uscita?

La poesia di Frungillo è questo strato animale, questa fatica di tenere insieme, perfino il  prima e il dopo, e non solo quello marcato dal crollo newyorkese o dall’analisi di Baudrillard, perché “il tempo è eterno” o, con Rilke, è quello dei “giorni immemorabili”. Fare poesia, scrive Frungillo, è “tracciare linee”, come fa il coyote di Donna Haraway. Allora la scrittura è e deve essere ancora tassonomia, tenere insieme. La scrittura è animale.

“Tutto è nato con gli animali

e tutto finirà con gli animali

 

I loro occhi sono il contatto

tra ciò che proviamo

e ciò che diciamo”.

 

Ecco il transito, l’Ubergang kantiana, il passaggio tra le differenze irriducibili, “transiti per altri mondi. I versi di Frungillo sono questi cani che vegliano e transitano. Loro non muoiono, come le parole. “Gli animali indicano l’aperto”, scrive Frungillo. Nel 1946 Heidegger (A che poeti?) vuole rendere omaggio a Rilke ma nel suo pensiero abissale opera ancora il ricordo dei Concetti fondamentali della metafisica del 1929-30. Jean-Christophe Bailly (Il versante animale, Contrasto, Roma 2021) ritorna sui famosi versi di Rilke dell’“Ottava Elegia”. Lo sguardo dell’animale è aperto, sospeso sull’immenso, non è un occhio teso come una rete che vuole catturare l’aperto, come l’occhio umano. Ma, come ricorda Blanchot, scrivere non è vedere. Gli animali, e con essi le parole, i versi che sono animalità, “contemplano la genesi”, scrive Frungillo, come, e lo diciamo con Rilke, il mondo si rivelasse “nel calmo volto d’animali”, che, scrive Frungillo, sono “emblemi di un’altra era”. Le parole  come cani soffiano nella polvere, ci guardano dentro e mangiano il male che ci mangia. Siamo (sempre e ancora) sulla soglia, ci dicono Rilke e Frungillo.

⇨ 1.Un’estate con la Principessa di Clèves

0

Immagine di Clelia Le Boeuf

Un’estate con la Principessa di Clèves è un podcast a cura di MARCO VISCARDI, letture di GIULIA MILANESE, sei puntate con ospiti e letture del romanzo alla scoperta di un classico della letteratura francese.

PRIMA PUNTATA
1.”Un’estate con la Principessa di Clèves
Il mondo esteriore” con CLAUDIO GIGANTE

Si può seguire il PODCAST su:

Youtube

SPOTIFY

PocketCasts

Le altre PUNTATE
1.”Un’estate con la Principessa di Clèves” ~ “Il mondo esteriore” con CLAUDIO GIGANTE
2.”Un’estate con la Principessa di Clèves” ~ “Storia di un matrimonio” con PASQUALE PALMIERI
3.”Un’estate con la Principessa di Clèves” ~ “Il delirio della distinzione” con EMANUELA SURACE

4.”Un’estate con la Principessa di Clèves” ~ La fine delle buone maniere” con VALENTINA STURLI
5.”Un’estate con la Principessa di Clèves” ~ “L’occhio infranto” con GIUSEPPE MERLINO

La chiamata

0

di Gianluca Veltri

Leila Guerriero, La chiamata, SUR, pp. 453, trad. Maria Nicola

La complessità.
La cogliamo, la complessità, quando ci riusciamo, nelle intricate storie di casa nostra, per esempio cercando di raccontare ai nostri figli gli anni Settanta italiani, o studiando la guerra fredda, o la crisi in Medio Oriente.
Ma quando si tratta di riesumare la nerissima vicenda della desaparición argentina, fino a ora i racconti si sono spesso fermati su una visione appiattita, bidimensionale. Effettivamente c’era poco da problematizzare: la brutale dittatura militare, la “guerra sucia”, il terrorismo di stato, la detenzione in settecento campi clandestini degli oppositori. Non c’è mai stato alcunché da eccepire su questo: è stata una guerra sudicia, condotta da chi s’è preso il potere con la forza brutale e lo ha esercitato in modo scandalosamente vigliacco, negando alle famiglie persino il diritto di piangere i loro cari, sapendoli almeno morti. Ecco perché siamo abituati da decenni a racconti, romanzi, saggi, film e canzoni che narrano quelle vicende senza complessità, dalla parte, persino ovvia, di chi ha sofferto quel giogo, delle vittime sopravvissute e di quelle che non ce l’hanno fatta.
Gli oppositori: altra parola chiave.
Perché, nel disegno folle di sterminio a 360 gradi, Videla e i suoi accoliti inclusero nel calderone degli oppositori migliaia di cittadini: non soltanto chi era entrato in clandestinità in Montoneros e combatteva con ogni mezzo un potere ingiusto e usurpato, ma anche studenti finiti in una manifestazione o in una normalissima assemblea, magari quella sola volta; parenti prossimi e lontani; sindacalisti e operai; tiepidi simpatizzanti; vicini di casa. Bisognava estirpare con ogni mezzo, certi d’essere impuniti, il possibile germe della ribellione e del comunismo, utilizzare la delazione attraverso il terrore e la tortura, con il benestare di chi colpevolmente non si oppose, equivocando come apparente pace sociale una silente carneficina, dopo anni di tensione e disordini. E poi, la viltà di negare. Rastrellare, rapire, torturare e uccidere. E negare di averlo fatto.
È sempre mancato lo sguardo della tridimensionalità, a questa narrazione.
Il libro di Leila Guerriero, La chiamata, dedicato a una sopravvissuta di quella stagione, Silvia Labayru, restituisce alle vicende questa complessità, quella visione a più sfaccettature capace di assegnare una prismatica problematicità agli eventi. Le opere su quel periodo argentino raramente ci avevano proposto una simile stratificazione: pensiamo alle possibili eccezioni a “Ricordo della morte” di Miguel Bonasso, o a “La fine della storia” di Liliana Heker. E sia chiaro, ancora una volta: si ribadisce questo non certo per mescolare colpe e riscrivere la storia, perché su questa costruzione un mattone è stato messo per sempre: ci furono dei carnefici e ci furono delle vittime.
Molto tempo fa, a Buenos Aires, una sera, in una festa organizzata da un circolo di italiani argentinizzati da decenni, alla quale ero stato invitato, uno dei padroni di casa, un attempato signore baffuto che aveva vissuto quegli anni e che mi pareva un brav’uomo, alle mie caute domande alzò le spalle e strinse le labbra: “Era una guerra, da una parte e dall’altra”. Come a dire: in guerra tutto è lecito, nessuno ha colpa. Mi parve una strisciante giustificazione dell’orrore di regime, un’equiparazione irricevibile. Il mio ospite non sembrava un fascistone, anche se lì per lì, istintivamente, dopo le sue parole lo bollai così, tra me e me. Non mi andò di approfondire ulteriormente. Mi restò però dentro un gusto amaro, mi sentii come un ragazzetto infatuato che, malgrado documentato, non sa niente delle cose del mondo. Che cosa potevo capire, veramente, di quella tragedia accaduta a più di diecimila chilometri diversi decenni prima?
Poi scoprii con enorme rammarico che, per buona parte dell’opinione pubblica argentina, il punto di vista che mi era stato fornito quella sera a Buenos Aires non era del tutto isolato: la narrazione della dittatura, delle torture, delle detenzioni illegali, dei prigionieri buttati in volo nel Rio de la Plata, dei 30.000 desaparecidos, così pacifica nel resto del mondo, laggiù era univoca e accettata fino a un certo punto.

Leila Guerriero

Passata l’onda del “Nunca más”, di Ernesto Sábato e delle Abuelas de Plaza de Mayo, un revisionismo sempre meno sotterraneo ha portato fino all’elezione dell’attuale capo del governo Javier Milei. E qual è la versione del presidente con la motosega? “C’era una guerra”. Tutt’al più un eccesso di difesa da parte della junta, ma almeno hanno riportato l’ordine. La vicepresidente Victoria Villarruel, che ha difeso come avvocata ex militari, ritiene che il Museo della Memoria, nella sede della famigerata ESMA, è “uno spreco di spazio”. È proprio alla ESMA, in Avenida del Libertador, che fu detenuta Silvia Labayru, la protagonista del libro “La chiamata”. La giornalista Leila Guerriero lo ha composto, un po’ à là Carrére, in uno stile ch’è un punto d’incontro tra dialogo, non-fiction, indagine, diario, inchiesta, giornalismo narrativo, romanzo-verità.
Oggi Silvia Labayru dice: “O accetti la narrazione della libertà, della giustizia, della denuncia, dei compagni desaparecidos, del culto del morto, senza la minima riflessione su quello che sono stati quegli anni, oppure niente. Come se non si potesse sostenere una posizione relativa ai diritti umani criticando la violenza degli anni Settanta”. Ventenne, montonera, incinta, la detenzione di Labayru fu sui generis: dopo aver partorito su un tavolo della ESMA, sua figlia non divenne un dono per coppie vicine al regime, com’era uso in quegli anni, ma fu consegnata ai nonni. Non fu l’unica stranezza nel trattamento riservato a Silvia Labayru. Forse perché di magnetica avvenenza, forse perché figlia di una famiglia militare, Silvia fu scelta per un percorso di “riabilitazione”. Doveva dimostrare di aver abiurato a Montoneros. Le toccò di accompagnare i suoi stessi aguzzini a cene e ricevimenti, sotto mentite spoglie. L’ufficiale Alfredo Astiz, grazie a lei, spacciandola per sua sorella, riuscì a infiltrarsi in gruppi avversi al regime. A causa di quella missione, furono fatte scomparire dodici persone, tra le quali due suore e alcune madri di Plaza de Mayo. Aveva scelta, Silvia? Poteva dire no? Fu anche ripetutamente oggetto di violenze sessuali da un altro dei militari che comandavano alla ESMA, Alberto González, che la portava a casa sua per giochi erotici a tre con la moglie. Poteva sottrarsi? Sarà poi la prima donna che, nei processi al regime, denunciò di aver subito violenza sessuale, che non veniva proprio considerata tra le accuse possibili, era un tutt’uno con la tortura.
Una volta fuori dall’ESMA – perché dopo un anno e mezzo venne liberata a sorpresa e riparò a lungo in Spagna – Silvia Labayru fu ostracizzata, marchiata d’infamia e messa all’indice da una grande parte dei suoi vecchi compagni della galassia montonera; oggetto di riprovazione perché considerata complice del regime che loro avevano combattuto. Per aver collaborato con i suoi – con i loro – aguzzini. Colpevole di essere sopravvissuta a quell’inferno, dal quale non uscivi viva, si diceva, a meno che non ti fossi resa connivente.
Nel mattatoio, essere sopravvissuti equivaleva a essere un traditore.
Lei con alcuni dei vecchi compagni ancora oggi, cinquant’anni dopo, intrattiene rapporti di affetto; con molti altri no. Uno dei suoi amici più stretti è rimasto Dani Yuko, militante marxista, uno dei più importanti fotografi argentini, tornato a Buenos Aires dopo l’esilio negli anni della dittatura. Yuko oggi dice: “Noi sbagliavamo riguardo alla diagnosi dei problemi della società argentina e riguardo alle soluzioni. Non giustifico la repressione, non giustifico la sparizione forzata delle persone, la tortura, però noi sbagliavamo. Mi sento molto autocritico”.
Non è così frequente l’incrinatura, il ripensamento, la critica all’interno del movimento, la lucidità nella lettura di eventi che sono sfociati in un mattatoio. Sorprende la totale assenza di vittimismo e di autoindulgenza.
“Non ero in linea con Montoneros, ero molto critica”, dice oggi Silvia Labayru. “Non rientravo nel profilo della vittima che i montoneros in esilio intendevano presentare al mondo”. La sua presa di coscienza prevede, anche da parte sua, una revisione e un’assunzione di colpa su posizioni e metodi adottati all’epoca da chi scelse la clandestinità per combattere quel potere orrendo.
Il libro di Guerrero, scritto e rimontato dopo mesi di incontri e colloqui con Silvia Labayru e molti altri protagonisti di quei tempi, senza alcuna indulgenza, anzi ricco di sfumature e punti di vista, lascia al lettore molte riflessioni e domande, e soprattutto per questo è un libro che merita di essere letto. Offre prospettive inedite su quel pezzo di storia argentina: è come se ci facesse affacciare da un’altra finestra, dalla quale si possono osservare più particolari, e allarga il cono su importanti parole-chiave, che abbiamo incontrato fin qui: complessità, tridimensionalità, opposizione, lettura del passato e interpretazione della storia. Lo fa senza la pretesa delle risposte facili, senza manicheismi.
Pur ben sapendo da quale lato stava la parte sudicia.

 

La strage di cui nessuno parla

1
l Tuffatore, ripreso da Nino Migliori nel 1951,

il Tuffatore, ripreso da Nino Migliori nel 1951,

di

Francesco Forlani

Viviamo in un mondo difficile, e vita intensa, felicità a momenti e futuro incerto, direbbe Don Tonino. Dalla pandemia in poi, passando per il cambiamento climatico, fino ai recenti e disastrosi conflitti, quelli noti e meno noti, il tutto condito in salsa intelligenza artificiale, ci vengono serviti a tavola, in tutte le formule possibili, menù, à la carte, temi e piatti che per la prima volta nella storia dell’umanità, invece di essere mangiati, ragionati, masticati, degustati dai commensali, divorano cuore e cervello degli invitati in uno strano “cannibalisme inversé”.
Siamo distanti anni luce dalle tavole familiari imbandite e pacificate dalle poche parole pronunciate, generalmente da madri premurose, prendendo ognuno dei figli da parte, e riassumibili in tre imperativi kantiani soft: mi raccomando, niente politica a tavola, e soprattutto nessun riferimento a fatti e persone che possano costituire turbativa di pasto.
Alcuni si chiederanno, Furlèn, ma ne sono solo due e non tre come annunciato. Il che mi spinge a precisare che il terzo è il primo, ovvero il rispetto di quella raccomandazione espressa con autorevolezza e che avrebbe agito in nome del bene comune.
Tabù? Censura? Niente affatto. Solo la regola aurea del vivere insieme che consiste nel dire e fare le cose al momento giusto, e non seguendo un istintivo pontificare che avrebbe murato vivo ( altro che ponti) il piacere di stare insieme con l’abboffamento di wallera collettivo.
Di tutte le stragi in corso, delle guerre sporche e pulite – Dio è morto, Marx è morto, ma il capitalismo, quanto a lui, gode di ottima salute- ce n’è una che mi pare sfuggire dai ragionamenti agguerriti, violenti, dichiarati, troppo presto, troppo tardi, durante e dopo, da più o meno tutti sui social, nelle comunità, nei gruppi e nelle famiglie, ed è quella degli amici.
Stiamo assistendo giorno dopo giorno alla rottura – con tanto di porte sbattute, di ingiurie, di mandate affanculo veraci come le vongole- di rapporti costruiti negli anni, di relazioni importanti d’amore e d’amicizia vera- quella per dire in cui se si è chiamati nel cuore della notte dall’amico si corre lancia in resta a recargli soccorso, in nome di una reazione scomposta, una frase infelice, un’idea poco lucida, cucinata male e in fretta dai nuovi chef dell’informazione, quelli alla Pol Pot, per intenderci, che ci fanno credere che tutto fa brodo e non acqua da tutte le parti come in realtà, polpettone di fake news e propaganda.
Siamo arrivati al punto in cui rischi di essere preso a schiaffi se ascolti Igor Stravinsky – se oggi si andasse in giro ancora con vinili ci si ritroverebbe a infilare l’ellepì del maestro in una copertina di Festivalbar- o massacrato di botte in metrò perché qualcuno ha confuso il tuo libro di Wilhelm Reich sull’orgasmo con uno sul terzo Reich. E Freud? Très chaud.
Insomma nessuno, me compreso, avrebbe immaginato che gli effetti collaterali delle singole azioni di un povero pirla – povero e ricco ça va de soi- in luoghi lontanissimi potessero arrivare così lontano, ben più lontano di un battito d’ali di farfalle o di ciglia- sopracciglia nel caso del Super Donald Strump und Drunk- praticamente a quella stessa mesa su cui un tempo magnifici risotti o zizzone di Battipaglia e cannoli succulenti – par condicio-ci ammaliavano per rendere le nostre risate più grasse e la gioia di vivere inviolata a tavola.
Non si tratta qui di fare un elogio del disimpegno ma al contrario di impegnarsi tutti a non farsi pro del nulla, bastian contrari del niente, e ad agire sul campo con consapevolezza, ragionevolezza, cercando di avere delle idee chiare sui fatti, dialogando con le complessità. Si può essere affranti, lacerati, massacrati dalle immagini di un bimbo denutrito in un campo con la stessa intensità della visione di un ostaggio in pelle e ossa in fondo a un buco sottoterra? Per me sì e allora perché volete costringermi a decidere a tutti i costi, pagando prezzi altissimi, la fine di un amicizia per esempio, per dire a chi vada per gerarchia la mia pietà?
effeffe
ps
Pare che questa sia l’unica scena in cui nell’immensa filmografia Buster Keaton abbia detto una parola

Da “Quasi”

0

[Questi testi sono tratti dal volume di poesie Quasi, uscito di recente per peQuod editore con disegni di Sergio Ruzzier.]

di Matteo Pelliti

 

60.

È noto come l’errore sia

il diamante grezzo delle scienze

il motore di ogni scoperta

e progresso vero per questo il canto

di lode dello sbaglio

si leva alto negli scranni

d’ogni accademia che pure

professi ex cathedra

la propria infallibile missione

(giustificare se stessa).

 

Per questo dico grazie a Tolemeo

gratias tibi per il tuo errore

che indusse Colombo a sua volta

a sbagliare mondo nuovo

da scoprire, lo stesso in cui, qualche anno dopo,

sbagliò il rigore Baggio

che quindi, a rigore,

fu colpa pure quello di Tolomeo.

 

Io vi ringrazio, Tolemeo e Baggio

e poi ringrazio Fleming

(non quello di James Bond, l’altro)

perché rendete noi erranti meno soli

nella foresta degli errori, nella notte

dove tutte le mucche sono grigie

mentre noi aspettiamo soltanto

di salire ancora e per l’ultima volta

sul carro dell’Omino di Burro.

*

47.

Le umiliazioni più dolorose

sono quelle che tu stesso

infliggi a te stesso nei sogni:

bruciano ancora, al risveglio,

come ustioni che dall’inconscio

risalgano all’epidermide

della coscienza.

Quello è il luogo in cui ai tuoi errori

non si fanno sconti,

alle tue mancanze

non si affiancano attenuanti.

*

34.

Il serbatoio della mia pazienza è vuoto,

è vuoto perché è bucato,

è bucato perché mio padre

è mancato, scomparsa la fonte

della pazienza, passata un po’

col sangue un po’ con l’esempio,

mi trovo questo buco e a ben vedere

il buco è grande quanto il serbatoio tutto,

e se provo a sentire i bordi del buco

del serbatoio vuoto della mia pazienza

per capire quanto grande sia il buco oltre il vuoto,

sento che i bordi tagliano le dita.

*

29.

Sul tram, qualcuno ha sbagliato fermata

qualcuno ha sbagliato tram,

le facce si specchiano sui vetri

la paura che si prova quando

si è sbagliato fermata, si è sbagliato tram

in una città sconosciuta

ha un’espressione unica, universale,

come di chi si guardi intorno mentre

lo smarrimento prende spazio

in ogni angolo del suo volto.

*

1.

La colla del post it

come forse saprete, è frutto di un errore

o quasi, cercava quel chimico

una colla super forte

(un mastice maciste)

e invece inventò una colla

super debole. Ma riusabile.

Allora, forse per questo,

ho scritto versi deboli su colle deboli

su post it minuscoli, rime puerili

ma molto libere perché a volte

per essere liberi occorre

fare liberamente errori.

*

Disegni di Sergio Ruzzier