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Entomologia della sceneggiata.

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di Ornella Tajani

È una entomologia della sceneggiata quella che Antonio Latella porta in scena con lo spettacolo C’è del pianto in queste lacrime, nato nel 2012 per il Napoli Teatro Festival e riproposto al pubblico partenopeo del Teatro San Ferdinando fino al 18 di questo mese, con l’obiettivo di rilanciarlo e farlo viaggiare più di quanto abbia fatto in questi anni.

I protagonisti-insetti sfilano sopra una piattaforma illuminata, sorta di palco sul palco che nel suo taglio orizzontale ricorda un vetrino da microscopio. Al centro della scena si muove invece un unico personaggio, presente per l’intera durata dello spettacolo (2h e 45), vestito da Edward mani di forbice e circondato da microfoni che costituiscono quasi un’appendice delle sue mani fatte di lame; sebbene decisamente riconoscibile nelle vesti della creatura plasmata da Tim Burton, figura incompleta, “non finita”, inesorabilmente disadattata, l’attore somiglia anche a una specie di ragno che lentamente si muove dentro le maglie della narrazione, ora entrando direttamente in gioco, ora commentando in contrappunto l’azione.

Pur dichiarando di non voler resuscitare né nobilitare la sceneggiata, Latella e Linda Dalisi, autori del testo, ripropongono il genere senza trascurare alcuna caratteristica; non c’è l’intento di superarlo, semmai di espanderlo, trascenderlo e farne metafora. Così il frame tipico è ben identificabile: in scena ritroviamo isso, essa e o’malament, ma anche la madre, il figlio ingenuo, i caratteristi comici o alcune figure inedite come il guappo depresso. I temi sono l’adulterio, l’onore, i legami familiari corrotti da anni di omertà parentale; ma anche la vergogna, l’omosessualità, la fame. Musicalmente c’è spazio per tutto: O’ sole mio, Maria Nazionale, Dove sta Zazà, i Kasabian. Alcuni brani sono recitati senza il supporto strumentale e forse già in questo si riconosce la traccia di una sorta di scarnificazione del genere che Latella sembra voler compiere: se da un lato il regista scende in profondità e scandaglia la sceneggiata in tutti i suoi elementi, dall’altro forse prova a ridurla ai minimi termini, conservandone l’involucro per riempirla d’altro senso.

Inizialmente, infatti, tutto è automatismo, reiterazione forsennata, modulazione in climax di uno stesso frammento di testo che viene recitato dagli attori seguendo delle gradazioni di registro sempre diverse, quasi un esercizio di stile. La sceneggiata come genere, almeno in parte radicata quasi inevitabilmente nel genoma artistico dell’autore campano, è più volte esplicitamente chiamata in causa, anche con l’intento di metterla al bando, e si assiste al tentativo di svuotarla e di isolarla nella sua stessa codificazione. Successivamente, però, la forma sembra esplodere e ingurgitare tutto. Così il riferimento shakespeariano appena riecheggiato dal titolo si impone: il personaggio del figlio diventa Amleto, testimone dell’adulterio della madre, e le due mosche accorse al suo fianco sono Rosencrantz e Guildenstern. La sceneggiata inghiotte la tragedia e si ingrossa rotolando come una valanga, trascinando con sé anche una parte di discorso religioso, un pezzo di fondale che non poteva mancare, fino a un finale Kitsch tinto di natività e di morte.

Latella e Dalisi hanno scritto di aver voluto attribuire ai loro personaggi le sembianze di insetti con l’obiettivo di mostrare la vita all’interno di una spaccatura della terra, di una ferita morfologica che è, naturalmente, la Napoli infettata da un virus e rappresentata dal genere sceneggiata: «pecché quanno uno vene a’ Napule addà murì?» è la replica all’inevitabile ritornello iniziale «Vedi Napoli e poi muori». L’intero spettacolo, recitato in un dialetto potente e acuminato, muove le mosse da questa domanda, dietro la quale si avverte la pesante contraddittorietà che il discorso su Napoli sempre porta con sé: il significato ultimo si frastaglia tra ambiguità e contraddizioni, tra la repulsione, il desiderio di stigmatizzare e al contempo una persistente fascinazione. «Quello che è già accaduto si ripete, si trasforma, rimbomba nell’aria», scrivono gli autori. Così, in quella domanda affannosamente ripetuta, si cela il «pianto coatto e disperato, un lamento marcito nel tempo» che viene posto a sigillo dell’opera.

L’augurio è che C’è del pianto in queste lacrime sia rappresentato altrove, di nuovo. E, a pochi giorni dalla nomina del prossimo direttore del Napoli Teatro Festival, Franco Dragone, non si può non pensare che sarebbe bello in futuro avere un regista poliedrico come Latella a dirigere una rassegna che, almeno nelle prime due edizioni, era riuscita, con una programmazione dal respiro ampio e realmente internazionale, a coinvolgere ed entusiasmare l’intera città.

Non luogo comune

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Non Luogo Comune è un cortometraggio che ha preso forma negli ultimi mesi. È la presa di coscienza di come il linguaggio possa diventare un corpo staccato dal contesto culturale di riferimento, farsi sintomo e metastasi di un processo di erosione dei complessi rapporti sociali che le società occidentali stanno affrontando.

Punti della situazione

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di Fabio Donalisio

1.

esperire per dire, ci si riduce
a questo, specie i più sinistri
del re
la cosa – la roba – persiste
in separata sede, desiderio
di ricchezza di miseri
fai da te

noiose pratiche di forbici
sociali, immobili soggetti
alla dilatazione termica:
liberi nel sottostare
uguali nell’obbedire
uniti per vincere

(democrazia, portaci via

Maratown

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MRTschizzo

incontri on the road

Il 24 ottobre,

dalle ore 00,01 alle ore 23,59

42,195 km di città narrata in 24 ore. Una Milano da leggere a piedi, densa di storie e narrazioni, quella che vogliamo conoscere con la Maratown.  Una Milano che scopriremo, tappa dopo tappa, grazie anche al contributo di ospiti e amici che ce la racconteranno.

Ci accompagneranno nel cammino poeti, come Andrea Inglese, e romanzieri, come Gianni Biondillo e Alessandro Zaccuri, ci parleranno di memoria urbana Orsola Puecher e di storie di guerra e cammino Giancarlo Cotta Ramusino. E poi daremo spazio alla musica a Milano con Giordano Casiraghi, scopriremo le grandi storie olimpiche in forma di audio dramma rivissute nella mente dei protagonisti, Andrea B. Ferrari ci offirà un caffé e ci farà giocare a bocce, stimoleremo una narrazione “social” della città chiedendo il contributo degli ascoltatori di Radio Popolare, Alessio Lega ci canterà la Milano dei grandi autori del Novecento meneghino. Questo, altre sorprese e incontri inaspettati, lungo il sentiero metropolitano che attraverserà circolarmente Milano da mezzanotte a mezzanotte.

Ad accoglierci alla partenza – al Teatro della Cooperativa – ci sarà Renato Sarti, girando in tondo per la città giungeremo 24 ore dopo al Centro sportivo di via Iseo 10. Strada facendo si “farà stazione” nelle biblioteche rionali e nelle realtà associative che ci ospiteranno come pellegrini urbani. Sempre con “quel passo di pianura”, bello da vedere e perfetto per raccontare una città on the road.

Maratown è un progetto di Piacere, Milano e di Sentieri_Metropolitani

Per informazioni: info@piaceremilano.it info@sentierimetropolitani.org

L’evento (vedi la pagina Facebook ) è gratuito, per iscriversi andare qui.

Qualche asserzione sparsa (e magari trascorsa)

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Prosegue la pubblicazione di interventi sul tema “scrittura non assertiva”. Vedi l’incontro sulla poesia “non assertiva“ il 25 ottobre a Milano, nell’ambito di bookcity (con Gherardo Bortolotti, Alessandro Broggi, Marco Giovenale, Mariangela Guatteri, Andrea Inglese, Lucio Lapietra, Renata Morresi, Italo Testa e Michele Zaffarano). Il primo intervento di Mariangela Guattteri è qui.

 

di Marco Giovenale

 

I.

Parto assai volentieri dall’intervento di Mariangela Guatteri, che esorto a rileggere: https://www.nazioneindiana.com/2015/10/08/scrittura-non-assertiva/. Qui di séguito tento di esprimere alcune precisazioni e – perfino – azzardo una diversa versione del (e una non spiccata diversione dal) testo.

Recensioni e tasso di recensionabilità (esercizi di contabilità letteraria)

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di Giacomo Sartori

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Allora, sono già passati sei apprensivi mesi dall’uscita del mio ultimo romanzo, un altro strato di claustrofobici mattoni di carta si sta sedimentando sopra quello prevacanziero, dove già si notano ragnatele e avvisaglie di muffa (prodromi dell’oblio definitivo?), nell’inesorabile compiersi dei cicli letterari, è ora di fare un po’ di bilanci! Io sono di quelli che pensano che nella vita bisogna sempre cercare di migliorare, e per realizzare questo la prima cosa è fare periodicamente il punto della situazione, non esitando a vedere le cose come sono, e se necessario scavando nella carne viva (una sorta di autoanalisi). Pronti soprattutto a ammettere che si è sbagliato, o insomma che il male viene da dentro.

Andiamo con ordine, e cominciamo a contabilizzare le recensioni cartacee che il mio romanzo si è meritato:

  • recensioni su quotidiani nazionali: 0;
  • recensioni su settimanali (di qualsiasi genere): 0 (per rigore metodologico non conto quella su Internazionale, perché scritta da una cittadina americana, che nessun analista serio potrebbe includere nell’insieme patrie lettere);
  • recensioni su quindicinali (di qualsiasi genere): 0;
  • recensioni su riviste letterarie mensili: 0;
  • recensioni su riviste letterarie trimestrali o quadrimestrali: 0;
  • recensioni su riviste culturali (senza considerare la cadenza): 0;
  • segnalazioni o interviste su radio nazionali (assimilandole a prodotti cartacei): 0;
  • passaggi su reti televisive anche regionali (assimilandole a prodotti cartacei): 0.

Il totale, non bisogna essere molto forti in matematica, fa zero. Io adoro gli esiti estremi e la purezza (parlo della letteratura), e amo superare me stesso, quindi non posso non provare una certa soddisfazione. Non vorrei apparire ironico, perché non lo sono (anche se è vero che per certi aspetti la cosa mi procura un insano gaudio). Come dire, accetto questi risultati che sono forse coerenti con il mio modo di essere e il mio statuto di clandestino (privo di documenti identificativi) nello staterello delle lettere.

Ma entriamo un poco nei dettagli. Si sa, con le case editrici molto piccole bisogna arrangiarsi, e quindi oltre al ruolo di scrittore (uso questo termine solo per conformismo espositivo, per parte mia mi ritengo piuttosto uno scrivente), che si aggiunge a quelli di indagatore di terre forestate, di giudice di terre dissodate, di studioso di umificazioni, di cartografo, di insegnante, di malato cronico, di marito, di cuoco, di donna dei mestieri, di figlio sinistrato, di fratello rompicoglioni, di volontario, di confidente sentimentale, di blogger (un pochino), di veterinario (la gatta dei vicini), di giardiniere (la selva quasi vergine davanti casa), di pallido flâneur, e mi va bene che non ho figli o madri con l’Alzheimer, tocca accollarsi anche quello di ufficio stampa (a sostegno di quello anemico della bella casina editrice), alias di questuante. E quindi con la morte nel cuore, ho cercato di lambiccarmi per fare del mio meglio, mettendo in moto tutte le mie capacità (come sempre), seppellendo ogni fierezza.

Scusandomi dell’uso corrivo, e certo criticabile, del termine critico (che del resto include anche gli sporadici soggetti femminili, a dispetto di un’utenza precipuamente femminile), analizziamo assieme i risultati:

  • critici che mi hanno risposto “le dico francamente, non me lo mandi, perché in questo momento ho la scrivania sommersa”: 4;
  • critici che conoscono il mio lavoro e mi hanno detto “ti dico francamente, non mandarmelo, perché in ogni caso non potrei parlare del tuo libro, perché non sono io a decidere”: 2;
  • critici che conoscono il mio lavoro e mi hanno detto “lo leggo molto volentieri, ma sa com’è, quando sei in pensione nel giornale non conti più niente”: 1;
  • critici che conoscono benissimo e apprezzano il mio lavoro e mi hanno detto “lo leggo senz’altro, solo dammi un attimo”: 2;
  • critici che non conoscono il mio lavoro e mi hanno detto “me lo mandi, lo leggerò volentieri” (ma il tono del messaggio era forse ironico?): 1;
  • critici che non conoscono il mio lavoro e mi hanno detto “me lo mandi, lo leggerò” (ma il tono del messaggio era forse rassegnato?): 1;
  • critici che non conoscono il mio lavoro e mi hanno detto “me lo mandi, cercherò di leggerlo (ma il tono del messaggio era sufficiente, o peggio strafottente?)”: 1;
  • critici che conoscono il mio lavoro e che mi hanno detto: “sa, a forza di leggere e recensire libri ho provato una grande stanchezza, e ora non faccio più nulla”: 1;
  • critici che conoscono benissimo il mio lavoro e che mi hanno detto: “sai, non collaboro più con nessun giornale” (dando a intendere l’ingiustizia connessa): 2;
  • giovani critici molto influenti che conoscono il mio lavoro e che mi hanno detto quasi papale: “proprio non voglio leggerti, non sai scrivere” (il piglio non era affatto ironico): 1;
  • critici che conoscono bene il mio lavoro e non mi hanno risposto: 1;
  • critici che verosimilmente non conoscono il mio lavoro e non mi hanno risposto: 3;
  • professori universitari di letteratura di chiara fama che certo non mi hanno mai sentito nominare, e che non mi hanno risposto: 1;
  • professori universitari di materie psicologiche che certo non conoscono il mio lavoro, e che non mi hanno risposto: 2.

Tirando le somme, il tasso di risposte è stato davvero molto alto (soprattutto se si esclude l’ultimo sottoinsieme, corrispondente a tentativi espletati in realtà per curiosità, se non per gioco). E questo è un insperato risultato. Perché queste persone avrebbero dovuto rispondermi, in un paese in cui per costume nessuno risponde, quando non c’è in gioco un tornaconto personale o un obbligo istituzionale? E invece si sono prese la briga di perdere un po’ del loro tempo per farmi sapere qualcosa. Certo, io avevo cercato di essere meno invadente e importuno possibile, mi ero scusato e avevo sottolineato in tutti i modi la mia strisciante docilità, la dolorosa consapevolezza dell’incongruità quasi patetica del mio agire, in certi casi la mia ammirazione (genuina), ma loro non mi hanno mandato a quel paese. Io credo che si deva sempre guardare al lato positivo delle cose. Di nuovo, non faccio dell’ironia, lo dico davvero, e anzi mi piacerebbe poter esprimere in qualche modo la mia riconoscenza, perché questi individui retti, hanno compiuto un piccolo atto a cui nessuno li obbligava. Forse lo hanno fatto perché gli facevo pena, o per carità cattolica, o per timore che diventassi insistente (cosa che non farei mai), ma insomma il mio rapporto con la critica, chiamiamola così, si può considerare complessivamente positivo.

E se questo romanzo non si è guadagnato delle recensioni, lungi da me ogni pusillanime e risibile vittimismo, vuol dire che non le meritava. Probabilmente quell’ammasso di parole scritte senza fretta non valeva che si spendesse su di esso un pacchettino anche affrettato di parole scritte, probabilmente i cristalli di senso che io pensavo averci riposto erano vetracci comuni. La pioggia di altezzosi rifiuti editoriali che aveva incassato sembrerebbe fare pencolare la bilancia in questo senso. Con l’aggravante allora di aver io coscientemente appesantito una produzione libraria per ammissioni di tutti già pletorica (senza parlare dei risvolti ecologici, ai quali sono assai sensibile), esacerbando il sovraccarico dei poveri critici. E forse anche di aver abbassato, seppure infinitesimalmente, il livello mediano già non eccelso.

Certo, non sono solo ingenuo, anche se veglio a preservare la mia ingenuità (essenziale per quello che scrivo), se la mia fosse stata una muscolosa casa editrice, o anche una casina seducentina, o se fossi stato un giornalista di nome, una presentatrice, un’astronauta, o anche solo un incestuoso critico, o un politico con melensi afflati narrativi, o anche solo il tema fosse stato meno ostico, e il fraseggio più empatico, o più ammiccante, il tasso di recensionamento (t = R/Sa x100, dove R sta a numero di Recensioni e Sa a numero di Sollecitazioni autoriali non auspicate) si sarebbe impennato, ma la storia non si fa con i se, e io sono pago di quello che sono, e del risultato che ho conseguito. Come dire, il rapporto che intrattengo con la letteratura è viscerale e fondamentalista, e certo quei succinti componimenti, per quanto molto auspicati, per quanto arguti e incoraggianti, non lo avrebbero alterato più di quanto gli incitamenti e le spintarelle sostengono un ciclista stremato dall’erta. La mia vera forza, come quella del ciclista, sta nei miei polpacci, aiutati dal mio personale doping, la stima di certi corridori (di parole) che ammiro, di atleti di altre squadre meno consanguinee, meno anossiche.

Affrontiamo adesso il capitolo dolente delle spese, che erodono il già esile anticipo ricevuto:

  • spese di affrancatura nazionale (“piego di libri”): 1,28 € x 21 = 26,88 €;
  • spese di affrancatura nazionale con frode (“piego di libri” contente una frase o un testo, esplicitamente vietati): 1,28 € x 11 = 14,08 €;
  • spese di affrancatura da paesi esteri 7,00 € x 11 = 77,00 €;
  • spese di affrancatura da paesi esteri e pericolosi 21,10 $ x 1 = 21,10 $;
  • spese per buste imbottite con bollicine esplodenti stressicide (al netto delle buste riciclate): € 15,20;
  • spese per copie inviate: 0,00 € (gentilmente concesse dalla casetta editrice).
  • spese per antidepressivi (di varia natura) e di antidoti per qualche attacco di nausea: 173,25 €.

Insomma, ci sono anche svariati contro, ma poteva andarmi molto peggio, con un testo tanto pessimo: potevo ricevere ingiurie, o magari denunce penali, multe. Fermo restando che nella vita non è sempre facile vederci chiaro. Forse se me ne restavo quieto (come certo farò in futuro, archiviata quest’ardua sperimentazione) qualche critico saturo di mainstream e medietà e nepotismi avrebbe scritto una recensione: non sarebbe la prima volta che un romanzo pessimo viene considerato, succede anzi ogni giorno. O forse il mio romanzo non è poi così pessimo, vallo a sapere (come ponderare un albergo, se nessuno gli ha attribuito le stelle?). Ma allora? Allora scrivo un altro romanzo, sforzandomi che sia meno pessimo possibile, e ancora più integralista.

 

Las cuentecitas que los pobres hacen nunca salen bien (canzone gitana)

(l’immagine: installazione, curata da Gaetano Vella e Giampaolo Riolo, sulla scalinata della Cattedrale di Agrigento)

Il cannibale e il comunismo

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Un’intervista di Alessandra Sarchi a Andrea Tarabbia

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1) A.S. Protagonista del tuo ultimo romanzo è un criminale efferato, un essere abbietto che tu fai parlare in prima persona, attraverso il lunghissimo interrogatorio con il capo della polizia che lo arrestò nel 1990. Come nasce la scelta di calarsi nella mente di un serial killer e perché?

Čikatilo commise il primo dei suoi omicidi nel 1978, l’anno in cui sono nato. Fu arrestato 12 anni più tardi, alla fine di novembre del 1990, quando l’Unione sovietica si apprestava a cadere.

Il quarantennale di Horcynus Orca

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Oggi e domani, il 9 e 10 ottobre 2015, quindi proprio oggi e domani, mica per finta, ad Arcinazzo Romano e Trevi nel Lazio festeggiamo il quarantennale del più grande romanzo italiano di mare del Novecento: Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo, che lo scrisse in parte (e a lungo, come si sa) tra quelle alture laziali. Al convegno (qui tutte le informazioni) partecipano studiosi, poeti, scrittori, artisti tra i quali Moshe Kahn, autore della prima traduzione del romanzo: uscita quest’anno in Germania per Fischer.

Riprendo dal sito del convegno:
«Quaranta anni fa veniva pubblicato Horcynus Orca, uno dei più grandi romanzi della letteratura europea del Novecento. Stefano D’Arrigo aveva cominciato a scriverlo nell’agosto del 1955, una prima stesura era già pronta alla fine dell’anno successivo, poi un’anticipazione di due capitoli sulla rivista “Il Menabò, diretta da Elio Vittorini. La pubblicazione dell’intera opera veniva annunciata come imminente già nel 1960, ma iniziava allora il lungo e travagliato lavoro di correzione delle bozze, di riscrittura del romanzo e di inserimento di lunghi inserti narrativi che sarebbe proseguito fino agli ultimi giorni del 1974, poche settimane prima della pubblicazione avvenuta nel febbraio del 1975, anche se l’elegante edizione mondadoriana reca la data di gennaio.

Il romanzo, lungo 1257 pagine nella prima edizione, racconta il ritorno del marinaio ‘Ndrja Cambrìa nel suo paese di pescatori sulla sponda siciliana dello Scilla e Cariddi e del suo tentativo fallito di restituire a una comunità devastata materialmente e moralmente dalla guerra la smarrita dignità di vita e di costumi. Il racconto di una “apocalisse culturale” commentò Walter Pedullà, “un cantare” lo definì Gianfranco Contini, un’opera che – notarono ammirati i suoi primi lettori – voleva riassumere e rielaborare tutte le letterature e i generi con l’obiettivo di arrivare al significato ultimo delle cose.

Convegno horcynus
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Una odissea della parola, “un’arcalamecca”, una “mille e una notte”, la scoperta di una lingua letteraria e popolare, mitica e concreta nello stesso tempo: classica, appunto. “Un monstrum espressivo”, come scrisse, sgomento, Niccolò Gallo, l’editor che, insieme con Walter Pedullà, ne accompagnò tutte le fasi creative senza riuscire a vederne la luce, per la prematura scomparsa. Un’opera intraducibile, si disse, ed è stato così per quaranta anni, fino a pochi mesi fa, quando il letterato poliglotta Moshe Kahn ha dato alle stampe la sua monumentale traduzione in tedesco, nel giudizio unanime un capolavoro a servizio di un capolavoro.

Il nostro convegno vuole ricordare il Quarantennale di Horcynus che non ha trovato posto nelle agende dei giornali, sempre così dense anche di ricorrenze inessenziali, e in grandi eventi celebrativi. Lo fa chiamando a parlarne alcuni degli studiosi più importanti, quelli che hanno sostenuto la battaglia, di cui Pedullà è stato il leader più autorevole e convinto, per collocare l’Horcynus nell’Olimpo delle grandi opere. Insieme con loro ci saranno Moshe Kahn, il traduttore dell’edizione tedesca (uscita per i prestigiosi tipi della Fischer), scrittori, poeti e musicisti».

{ Per i lettori di Nazione Indiana: un viaggio nell’Horcynus lo intraprese, undici anni fa, su questo sito, Alessandro Garigliano: questo il link al suo ultimo pezzo (il sesto di sei), da cui risalire agli altri. }

Siriana Sgavicchia, che interverrà al convegno, promette:

«Horcynus Orca è un mito moderno, un racconto sulla divina mania della conoscenza. Stefano D’Arrigo, come l’Ulisse dantesco, sfida il limite, forza i confini del romanzo per andare «dentro, più dentro dove il mare è mare», per scoprire il mistero dell’inizio e della fine. Il protagonista del romanzo sale sulla groppa dell’orca, va incontro alle tenebre e si mette nella barca che è bara e arca insieme per raccontare la poesia del «visto con gli occhi della mente». La sperimentazione espressiva non è un ostacolo per il lettore di Horcynus Orca perché si accompagna all’emozione, in una ricerca visionaria e visiva che cambia la prospettiva della percezione come accade nell’innamoramento».

Primo Levi scrisse:

«Poi ti imbatti in Horcynus Orca e tutto salta: è un libro esuberante, crudele, viscerale e spagnolesco, dilata un gesto in dieci pagine, spesso va studiato e decodificato come un arcaico, eppure mi piace, non mi stanco di rileggerlo e ogni volta è nuovo. Lo sento internamente coerente, arte e non artificio; non poteva essere scritto che così. Mi fa pensare a una certa galleria che è stata scavata secoli fa, nella roccia, in Val Susa, da un uomo solo in dieci anni; o ad una lente con aberrazioni, ma di portentoso ingrandimento. Mi attira soprattutto perché D’Arrigo come Mann, Belli, Melville, Porta, Babel e Rabelais, ha saputo inventare un linguaggio, suo, non imitabile: uno strumento versatile, innovativo, e adatto al suo scopo».

E adesso vi saluto. Vado a nuotare «il nuotare del pesce che nuota nel verso del pelo marino».

“Scrittura non assertiva!”

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Il 25 ottobre a Milano, nell’ambito di bookcity, alle ore 14 alla Casa delle Arti – Spazio Alda Merini, via Magolfa 32, si terrà un incontro sulla poesia “non assertiva“. Leggeranno i loro testi: Gherardo Bortolotti, Alessandro Broggi, Marco Giovenale, Mariangela Guatteri, Andrea Inglese, Lucio Lapietra, Renata Morresi, Italo Testa e Michele Zaffarano. Qui di seguito il primo di una serie d’interventi teorici e critici sull’argomento.

 

di Mariangela Guatteri

Partendo dal titolo del #67-68 della rivista svedese OEI, dedicato ad alcuni autori italiani contemporanei e ad alcune loro scritture, ho provato a riflettere sulle possibilità di questo non essere in un determinato modo. Propongo alcune domande forse utili per uno sguardo critico su certi modi di scrittura, trovando questo titolo, assertivo e incongruo (non possiede la proprietà che predica), molto funzionale, non tanto a tracciare i contorni delle scritture in questione, quanto a ragionare sul rapporto che tali scritture intrattengono con la realtà.

Didascalie: Carol Rama

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458x464PanoRama a cura di ArteSera

Nachlass

di

Francesco Forlani

The word is a compound in German:

nach means ‘after’, and the verb lassen

means ‘to leave’.

Per dipingere la vita bisogna attingere agli archivi interiori. Ecco perché certe vite d’artista somigliano a quelle degli internati. E allora diventa capitale la scelta, per quanto si assecondi sempre più o meno la natura, di cedere all’usura o alla dissipazione. A un tavolino di Bistrot sulla Rue St. Antoine un collezionista di monete mostrava a una signora le sue pièces migliori. Si trattava di monete che recassero un errore nell’incisione. – Veda- diceva alla sua interlocutrice – qui è scritto imperorum ma corretto sarebbe stato incidere imperiorum. Manca una I. Le aveva in una busta da lettere e probabilmente non le lasciava mai da nessuna parte. Il collezionista autentico non si separa dalle cose, se le porta addosso; è una cosa anch’egli. Carol Rama invece fa della propria vita e opera un esercizio di “mancamento”.

Copia di 108_nero-Derealizzazione_Depersonalizzazione_2015_(PanoRama)_40,6 x 30,5
108 nero Derealizzazione_Depersonalizzazione_2015_(PanoRama)_40,6 x 30,5

Non è lei a mancare i grandi movimenti d’avanguardia del novecento, arte concreta, pop art, arte povera, che di fatto attraversa, ma sono questi a mancare, essere perduti, evacuati. Mancano dal suo archivio interiore che è la casa atelier di via Napione. Non è la casa ma una camera d’aria, un soufflet. Camera da Musica, camera dell’occhio. Rama, la visione, è innanzitutto Histoire de l’œil. Nel magnifico catalogo Mazzotta del 1985 si alternano la vita dell’artista, en robe de chambre, e quella del mondo-camera. Les pièces tombent en morceaux, le collezioni da Wunderkammer sono incompiute ma non per incompletezza. I pezzi c’erano tutti, s’immagina, in un prima che assomiglia a un’ infanzia felice e che in un dopo diventa perdizione, lascito, caduta. Perfino il nome Olga dell’artista viene trascinato nel gorgo dell’oblio, insieme alle lingue e ai serpenti. Giorgio Manganelli aveva ben colto la naturalezza dell’invenzione di Carol Rama, che altri non è che “la perdita, la sconfitta, la decomposizione”; proprio il contrario dell’arte del bricolage.

 Silvia Argiolas, Ragazza di periferia con uomo tavolo 23x30,5 acrilico e tempera su carta cotone, 2015
Silvia Argiolas, Ragazza di periferia con uomo tavolo 23×30,5 acrilico e tempera su carta cotone, 2015

Le nature morte in forma di ritratti still life viste alla grande retrospettiva parigina riecheggiano, moltiplicate nei lavori di Silvia Mei; il gran tema della paralisi, ossessione dell’artista, si ricompone oniricamente nelle opere di Silvia Argiolas; il tema della liquidità del respiro e dei corpi si arricchisce di polifonia visiva nei disegni di Alessandro Torri; la sospensione dei corpi nello spazio che in Carol Rama si rappresenta attraverso l’uso delle gomme e delle camere d’aria, viene rappresentata nel distacco delle forme, nelle tâches noires di 108 nero.

Cose su cose, hommages che abitano lo spazio ma non il tempo. Del resto il destino della camera di Via Napione sembra lo stesso annunciato dal torinese Xavier de Maistre nel suo Voyage autour de ma chambre: Je marche de découvertes en découvertes- ha scritto. Il viaggio di questi artisti nell’opera di Carol Rama, intorno alla sua camera, sembra indurre colui che passa e guarda a dire lo stesso.

Nota pubblicata nel catalogo PanoRama in collaborazione con Burning Giraffe Art Gallery Torino

Carol Rama  (Torino, 17 aprile 1918 – Torino, 24 settembre 2015)

Informazioni sulla mostra

PanoRama è il catalogo che ArteSera Produzioni ha curato in occasione dell’omonima mostra, un progetto diffuso in sei gallerie del quartiere Vanchiglia a Torino, curato da Olga Gambari. La mostra vuole indagare l'”eredità inconsapevole” di Carol Rama, la grande artista anomala e outsider che proprio in Vanchiglia ha abitato fino alla sua morte, avvenuta in concomitanza con l’inaugurazione di panoRama, il 24 settembre 2015.

PanoRAMA prende la forma di mostra diffusa, intimamente legata al luogo del suo accadimento, cioè al quartiere Vanchiglia, che negli ultimi anni ha visto il fiorire di una serie di gallerie legate alla giovane arte internazionale così come a linguaggi artistici e pratiche espositive che contaminano ambiti diversi. Vanchiglia si afferma come una delle zone con maggior fermento creativo cittadino, quartiere con un’altissima concentrazione di studi, gallerie, laboratori e spazi di creatività emergente e sperimentale; ma soprattutto l’angolo di mondo in cui si è svolta la vita di Carol Rama, che abitava in Via Napione.

Sei gallerie (Burning Giraffe Art Gallery, Galleria Alessio Moitre, NOPX | limitededitionpics, Opere Scelte, PEPE fotografia e VAN DER) ospitano un gruppo di artisti, diversi tra loro per generazione e nazionalità, la cui ricerca si muove – in modo poetico, empatico, mai didascalico – sulle tracce della grande artista. Gli artisti coinvolti sono stati individuati per un’attitudine, un certo carattere, un particolare sguardo verso le cose, un determinato gusto, una modalità di narrare e raccontare storie affini ed empatiche con il sentire, il fare e l’esprimersi di Carol Rama.

Il progetto, nato da un’idea di Andrea Guerzoni, si è poi sviluppato all’interno di un gruppo composto da galleristi, curatori, critici, artisti che ne ha condiviso ogni fase: Claudio Cravero, Andrea Guerzoni, Vittorio Mortarotti, Stefano Riba, Antonio La Grotta, Chiara Vittone, Andrea Rodi, Alessio Moitre, Viola Invernizzi, Emanuela Romano, Valentina Buonomonte, Cristina Mundici, Giorgia Mannavola e Andrea Ferrari, con la curatela generale di Olga Gambari.

Il catalogo presenta sei sezioni, ognuna dedicata alle singole gallerie aderenti al progetto, con i lavori di Silvia Argiolas Francesca Arri, Guglielmo Castelli, Lin de Mol, Michela Depetris, Greta Frau, Andrea Guerzoni, Liana Ghukasyan, Keetje Mans, Silvia Mei, Vittorio Mortarotti, Cristiana Palandri, Mela Yerka, Ann-Marie James, Mario Petriccione, Maya Quattropani, 108  e Alessandro Torri; a corredare le immagini, le libere letture critiche redatte da Sara Boggio, Roberta Pagani, Milena Prisco, Annalisa Pellino&Beatrice Zanelli, Aris Nobatef e Francesco Forlani. La presenza di Carol Rama è un sottotesto che si dipana nelle pagine del catalogo, attraverso la grafica curata da Leandro Agostini.

EDITORE: ArteSera Produzioni

PROGETTO GRAFICO: Leandro Agostini

LINGUA: ita/eng

FORMATO: 14,8 x 21 cm

FOLIAZIONE: 84 pagg

PREZZO DI VENDITA: 18 euro

Il catalogo è in visione presso le gallerie aderenti al progetto ed è in vendita presso:

-TORINO:  Bookshop GAM / Bookshop Pinacoteca Agnelli / Libreria Oolp / Libreria n:b

– MILANO: Gogol & Company

150 anni di Alice – Non solo Alice: Lewis Carroll e le altre bambine

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150 anni fa veniva pubblicato Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll. Ho chiesto a scrittori, studiosi, appassionati di pensare un loro contributo personale per celebrare questo capolavoro del linguaggio e dell’immaginazione. I post si susseguiranno a cadenza irregolare fino all’autunno e saranno contraddistinti dal tag: 150 anni di Alice, presente anche nel titolo. I post già pubblicati si possono trovare QUI(NDF)

di Francesca Cosi e Alessandra Repossi

Tre signorine un po’ stanche del viaggio, 
tre paia d’orecchie a ascoltare un messaggio,
tre piccole mani già pronte a afferrare,
tre rompicapi da indovinare,
tre belle facce a guardare sorprese,
tre paia di forbici lunghe distese,
tre piccole bocche ringraziano in coro,
il caro amico, autore del dono.
Ma chi lo sa se fra un giorno o fra un mese
ricorderanno l’amico cortese?

 

ho una fata accanto

Questa dedica, scritta di pugno da Lewis Carroll sulla copia di Alice donata alle sorelle Minnie, Ella ed Emmie Drury nell’agosto del 1869, è una della filastrocche che compaiono nella raccolta da noi tradotta di inediti carrolliani per bambini.

Come tanti altri, ci siamo avvicinate ad Alice da piccole e, una volta cresciute e diventate traduttrici sempre a caccia di testi da tradurre, ci siamo imbattute in alcune filastrocche di Carroll ancora sconosciute al pubblico italiano: versi sparsi tratti dalle sue lettere, dediche di libri, limerick e acrostici. Fra questi c’erano rime rocambolesche, bambini che lanciavano i fratellini in acqua per darli in pasto ai pesci o chiedevano una pentola alla cuoca per cucinare le sorelline, uno strambo personaggio che ogni giorno diventava più basso e liste talmente lunghe di “non si può” da diventare grottesche: la sfida traduttiva era irresistibile.

Parlandone con l’editor di Motta Junior, Teresa Porcella, è nata quindi l’idea di costruire una raccolta per piccoli lettori, illustrata dal tratto sognante e giocoso di Alessandro Sanna; nel 2014 è così uscito il volume Ho una fata accanto, che raccoglie quindici poesie per bambini (e non solo!) dell’autore di Alice.

Emmie_Drury 1874

Per gentile concessione della casa editrice ne riproduciamo qui un paio: quella di apertura si intitola A tre bambine perplesse da parte dell’autore ed è particolarmente interessante per gli appassionati di Carroll perché descrive il momento dell’incontro con le tre sorelline Drury. Le bambine si trovavano infatti sul treno in partenza da Southwold, nel Suffolk, e alla stazione videro il reverendo Charles Lutwidge Dodgson passare e ripassare davanti alla loro carrozza. Speravano che si decidesse a salire su un altro vagone, ma l’uomo si sedette proprio nel loro scompartimento e le intrattenne fino a Londra con indovinelli, racconti e giochi con carta e forbici. Era un modo di fare conoscenza che Dodgson/Carroll adottò più volte e che gli permetteva di entrare in contatto con tanti nuovi, piccoli amici.

L’amicizia con le sorelle Drury è testimoniata anche da altre dediche, lettere e foto. Qui riproduciamo gli scatti, realizzati dallo stesso Carroll, di Ella (Isabella) ed  Emmie Drury, immortalate rispettivamente nel 1869 e nel 1874.

ella druryAnche la seconda poesia, scritta l’11 gennaio 1872, vede protagoniste le sorelle Drury, stavolta nella veste un po’ insolita di piccole mascalzone; al pari della prima, anche questa è la dedica contenuta in uno dei libri di Carroll, una copia di Attraverso lo specchio, che come si vede è citato giocosamente nei versi.

TWO  THIEVES
Two thieves went out to steal one day
Thinking that no one knew it:
Three little maids, I grieve to say,
Encouraged them to do it.
 
‘Tis said that little children should
Encourage men in stealing!
But these, I’ve always understood,
Have got no proper feeling.
 

An aged friend, who chanced to pass
Exactly at the minute,
Said “Children! Take this Looking-glass,
And see your badness in it.”
 

DUE LADRI
Due ladri se ne andarono a rubare
pensando fosse cosa di un secondo.
Tre bimbe poi li vollero aiutare:
guardate quant’è strano questo mondo!
 

Si dice che i bambini qualche volta
invitino gli adulti a sgraffignare!
Ma quelle tre bimbette, è garantito,
son discole e si danno un gran daffare.
 

Un loro amico adulto le intravide
in quel momento esatto e disse: “Avanti!
Vi presto il mio specchietto: voi guardate
le vostre belle facce da furfanti.”

Questa è la versione definitiva, uscita nel volume pubblicato da Motta Junior, ma prima ci sono state almeno un paio di bozze intermedie, che vi presentiamo per dare un’idea delle difficoltà che si incontrano nella traduzione di testi solo all’apparenza semplici.

La primissima versione che abbiamo prodotto era una traduzione piuttosto letterale, come si vede dalla prima strofa:

Un giorno due ladri andarono a rubare
Pensando di riuscirci senza disturbare:
ma tre signorine, mi spiace, devo dire,
hanno fatto il possibile per poterli aiutare.

Certo, Carroll sarebbe stato contento nel veder rispettati i contenuti dei suoi versi, ma molto meno riguardo a un altro paio di aspetti fondamentali in questo genere di poesia: la rima e il ritmo. Avevamo sì introdotto tre rime su quattro in “are”, ma il ritmo era totalmente assente: sembrava più un brano di prosa che una filastrocca.

Con la seconda versione abbiamo fatto un passo avanti:

Due ladri un giorno andarono a rubare
pensando di non essere scoperti;
tre bimbe poi li vollero aiutare:
purtroppo devo dirlo, è cosa certa.

Non male come ritmo (abbiamo scelto endecasillabi giambici), anche se a livello di rima il testo aveva ancora un difetto: il secondo e il quarto verso non rappresentavano una rima perfetta, ma solo parziale (erti-erta), che stonava all’orecchio. Con la versione definitiva abbiamo trovato una rima perfetta tra “secondo” e “mondo”, al prezzo di uno scostamento al livello del contenuto: la convinzione dei ladri inglesi di non essere visti diventa per quelli italiani l’illusione di essere molto rapidi, mentre il dispiacere provato dallo scrittore di fronte all’accaduto si trasforma in una constatazione della sua stranezza.

Come sempre accade in traduzione, e in particolare in quella poetica, facciamo un lavoro da giocolieri cercando di tenere in aria tutti i birilli che compongono il testo, pur sapendo fin dall’inizio che, con ogni probabilità, non sarà possibile e che dovremo lasciarne cadere qualcuno. Eppure continuiamo a provarci, e il gioco ci entusiasma ogni volta.

 

Della serie: Black Mirror

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Black Mirror, o della memoria

di

Paolo Valoppi

Ho cominciato a vedere Black Mirror con due anni di ritardo. In Inghilterra era stato trasmesso per la prima volta il 4 dicembre 2011, in Italia il 10 ottobre 2012. Io l’ho scoperto nel 2013, lo stesso anno in cui Robert Downey Jr opzionava uno degli episodi della serie – The entire history of you – per produrne un thriller di fantascienza.

Ogni puntata di Black Mirror ha un cast, una storia e uno scenario diversi, e The entire history of you (in italiano banalmente ridotta a Ricordi pericolosi) ha come tema centrale la digitalizzazione della memoria: gli uomini, mediante un chip applicato dietro l’orecchio, registrano tutto quello che fanno, vedono e sentono; ogni ricordo della loro vita può essere rivissuto istantaneamente, proiettato su un monitor oculare che ricorda – in versione avanzata e soprattutto molto più efficiente – lo schermo e la tecnologia dei google glass.

Senza entrare nei dettagli della trama (un giovane avvocato sposato con una bella moglie scopre, con l’aiuto del chip della memoria, che lei lo ha tradito con un suo ex fidanzato e va fuori di testa), l’idea che dà vita a questo episodio esamina da vicino il rapporto tra uomo e tempo, tra irreversibilità del vissuto e riproducibilità dei ricordi, immaginando, nelle sue conseguenze più estreme, che l’intera esistenza di una persona possa essere rivissuta, o meglio rivista, in ogni suo singolo frame, in ogni suo ricordo più remoto (“Tutti noi passiamo in rassegna i chip alla ricerca dei momenti migliori per rivedere qualche oscenità ogni tanto”). La memoria umana, nella sua fallibilità e approssimazione, viene ridotta a “strumento” obsoleto e imperfetto: in una scena dell’episodio, durante una cena, una ragazza rivela di non avere il chip della memoria e tutti i commensali rimangono sbalorditi (“La tua è una scelta politica?” “Il punto è che dopo qualche giorno dall’estrazione, vivere senza chip mi è piaciuto”). La portata di questa potenziale innovazione, di questa ennesima rivoluzione/evoluzione tecnologica, è immensa. A questo proposito, è interessante riprendere le parole con cui Walter Benjamin affronta il discorso della memoria volontaria e involontaria in Proust:

 «Lo stesso vale per il nostro passato. Vanamente cerchiamo di rievocarlo; tutti gli sforzi del nostro intelletto sono inutili». Per cui Proust non esita ad affermare, in conclusione, che il passato è «al di fuori del suo potere e della sua portata, in qualche oggetto materiale (o nella sensazione che questo oggetto provoca in noi), che ignoriamo quale possa essere». […] È affidato, secondo Proust, al caso che il singolo acquisti un’immagine di se stesso, che diventi signore della propria esperienza.[1]

12115756_10153027233751852_529755606216866934_n In The entire history of you l’uomo diviene “signore della propria esperienza”, il passato non è più “al di fuori del suo potere e della sua portata” e ogni ricordo può essere costantemente rievocato. Dal momento che il processo di riproduzione dei ricordi è affidato ad un chip elettronico e non più al cervello umano, a uscirne demolita è la memoria cerebrale intesa come capacità psichica di riprodurre nella mente l’esperienza passata. Come se il Marcel de La strada di Swan, nel portare alle labbra la “sorsata mescolata alle briciole della madeleine” e nel rievocare improvvisamente le mattine domenicali a Combray quando la zia Leonia gli offriva il dolce inzuppato nel tè, potesse disporre di una videoriproduzione esatta di quell’episodio della sua infanzia e riviverlo infinite volte grazie a un minuscolo chip. Non ci sarebbe stata nessuna memoria involontaria. Non ci sarebbe stata nessuna Recherche.

A tale riguardo, a ricordarci di come l’uomo non possa memorizzare tutto – pena il rischio di essere schiacciato dal peso dei propri ricordi – è un racconto di Borges contenuto in Finzioni, dal titolo Funes, o della memoria, in cui si dà sostanza a una riflessione sulle incertezze e i limiti della memoria umana. Ireneo Funes, “precursore dei superuomini”, in seguito a una caduta da cavallo e alla conseguente paralisi, costretto a trascorre molte delle sue giornate nell’oscurità della sua stanza, sviluppa una percezione e una memoria infallibili: “Poteva ricostruire tutti i sogni dei suoi sonni, tutte le immagini dei suoi dormiveglia. Due o tre volte aveva ricostruito una giornata intera; non aveva mai esitato, ma ogni ricostruzione aveva chiesto un’intera giornata. Mi disse: – Ho più ricordi io da solo, di quanti non ne avranno avuti tutti gli uomini insieme.” Le portentose capacità mnemoniche di Funes lo rendono un “Zarathustra selvatico e vernacolare”, ma ogni suo ricordo sottende uno sforzo doloroso poiché: “Funes discerneva continuamente il calmo progredire della corruzione, della carie, della fatica. Notava i progressi della morte, dell’umidità. Era il solitario e lucido spettatore d’un mondo multiforme, istantaneo e quasi intollerabilmente preciso.” 12115937_10153027235706852_2989494257288854459_n

Il Funes di Borges prova a fare, contando solo sulle sue capacità di memorizzazione, quello in cui Liam Foxwell – il protagonista di The entire history of you – riesce grazie all’ausilio di un dispositivo elettronico. Ma così facendo egli forza la natura e i suoi limiti ed in tal senso l’immobilità fisica di Funes, dopo l’incidente, si trasforma in immobilità di pensiero: “Aveva imparato l’inglese, il francese, il portoghese, il latino. Sospetto, tuttavia, che non fosse molto capace di pensare. Nel mondo sovraccarico di Funes, non c’erano che dettagli, quasi immediati […] Questi, non dimentichiamolo, era quasi incapace di idee generali, platoniche.” Il controllo di ogni singolo dettaglio del suo passato e le infinite possibilità della memoria, condannano Funes alla totale incomunicabilità verso il prossimo, alla generale incomprensione del senso della vita.

 In molte delle puntate di Black Mirror il rapporto tra uomo e tecnologia decreta il dominio schiacciante di quest’ultima sulla società moderna; in una sorta di dittatura dello spettacolo, di ascesa del virtuale, di ipertrofico controllo della propria immagine e dei propri ricordi, è come se il racconto di Borges ci ricordasse come una memoria sconfinata, una memoria artificiale (e così anche l’efficientissimo chip di Black Mirror), impedisca all’uomo di stabilire un rapporto con il proprio tempo e il proprio spazio, con la finitezza della propria esistenza; quella finitezza che lo stesso Borges, in una splendida poesia intitolata appunto Limiti, rievoca in tutta la sua sfuggevolezza e ineludibilità:

Di queste strade che scavano il tramonto,
una ci sarà (non so quale) che ho percorso
già per l’ultima volta, indifferente
e senza indovinarlo, sottomesso

a Colui che prefigge onnipotenti norme
e una segreta e rigida misura
alle ombre, ai sogni e alle forme
che intessono e che stessono questa vita.

Se per tutto c’è termine e punto fermo
e ultima volta e mai più e oblio,
chi ci dirà a chi, in questa casa,
senza saperlo abbiamo detto addio?

Dietro il vetro ormai grigio la notte cessa,
e in quel mucchio di libri che una tronca
ombra dilata sulla vaga tavola
qualcuno ce n’è che non leggeremo mai.

C’è verso Sud più di un cancello logoro
con i suoi vasi di cemento e sabbia
e fichidindia, che al mio passo è vietato
come se fosse una litografia.

Per sempre hai richiuso qualche porta
e c’è uno specchio che ti attende invano;
il crocevia ti sembra aperto
e lo vigila il quadrifronte Giano.

Fra tutti i tuoi ricordi ce n’è uno
che si è perduto irreparabilmente;
non ti vedranno scendere a quella fonte
né il bianco sole né la gialla luna.

Non tornerà la tua voce a quel che il persiano
disse nella sua lingua di uccelli e di rose,
quando al tramonto, davanti alla luce sparsa,
vorrai dire cose indimenticabili.

E l’incessante Rodano e il lago,
tutto quello ieri sul quale oggi m’inchino?
Perduto sarà ormai come Cartagine,
che a fuoco e sale cancellò il latino.

Credo nell’alba di udire un operoso
tramestio di folle che si allontanano:
tutti quelli che mi hanno amato e dimenticato;
già spazio e tempo e Borges mi abbandonano.

da Limiti (L’altro lo stesso, 1964, Poesia ’23-’76, Rizzoli, traduzione Livio Bacchi Wilcock)

 

[1] Walter Benjamin, Angelus Novus – Saggi e frammenti, Milano, Einaudi, 1982, pp. 91-92 (ed. or. Frankfurt 1955).

Topolino nel West

4

COPERTINA BAUMAN DEFINITIVOMi piacevano le belle ragazze”, dice Luigi. “Mica volevo andare a combattere”. Il ragazzo che è seduto accanto a me, con una maglietta rossa e un foulard al collo, ascolta e sorride. Per lui Luigi Fiori è un eroe, non ci piove. La sua volontà di combattere è fuori discussione. Ha comandato centinaia di uomini, ha visto la morte in faccia, ha sofferto. Dire che non voleva combattere, è un understatement che lo rende ancora più grande. E sia. Uomini come Luigi sono grandi. Ma sono uomini.

(Così si apre l’introduzione di Eravamo come voi di Marco Rovelli. Un libro “fuori tempo massimo” in una società che ha dimenticato tutto. Che ha dimenticato persino perché può permettersi di dimenticare. Ma lavori di scavo vivo e presente come quelli di Marco sanno restituirci quella dimensione etica della società che appare perduta. Solo così riusciamo a comprendere perché dobbiamo dire grazie alle ragazze e ai ragazzi che hanno combattuto per noi. E che erano come noi, allora. Marco ci regala un capitolo del suo libro e noi per questo lo ringraziamo di cuore. G.B.)

di Marco Rovelli

Poi c’era Topolino. Che è stato uno dei partigiani più giovani tra tutti i partigiani. E che infatti dopo la guerra gli hanno dato pure la medaglia d’argento al valor militare. L’ho conosciuto a casa di Franco, perché dopo la guerra anche Topolino è stato un gran contrabbandiere. Che se ne andava per le montagne tutto da solo, e portava indietro tabacco e sigarette.

Luigi Fovanna ha solo 86 anni, quando ci vediamo da Franco davanti a un caffè corretto alla grappa. E ne dimostra molti di meno. Imponente, due gran baffi, lo definirei un montanaro distinto, tenuto in ottima forma e tempra dall’aria di montagna. Che chissà com’era quando aveva quattordici anni, pensi.

Ecco, mentre ci parlavo mi immaginavo di avere davanti il Pin, quello dei nidi di ragno.

A quattordici anni Luigi scappa di casa per andare con i partigiani. Era come un western, dice. Anche se allora gli western non li vedeva mica. Li vede adesso, e allora resta sveglio anche fino a mezzanotte. Altrimenti alle nove e mezzo è già a letto, fa così da sempre, in montagna ci si alza all’alba.

Guarda gli western, adesso, perché è la sua vita che era un western, si combatteva sulla frontiera della fame.

Se gli chiedi se andava a scuola, ti guarda come venissi da un altro mondo (e in effetti, è da un altro mondo che vieni). “Ho fatto la prima, dice, a sette anni era già finita. Andavo a fa’ l pastur, sopra Trasquera. Adesso mandi i figlioli a Rimini, di qua, di là, una volta ti mandavano a far da servitore a un contadino che poi ti dava niente, solo da mangiare e basta, ed era già manna!

Ti facevano la minestra, la polenta, ma col latte scremato, perché col resto ci facevano il burro. Pasta e riso tutto assieme, un miscuglio così. Si mangiava ul strutt! Era così in montagna, il contadino mangiava sempre gli scarti, la roba fresca doveva venderla!”.

Che poi siccome alla frontiera della fame ci si stava in tanti, e un ricordo tira l’altro, Franco ricorda: “Quando eri all’alpe con le mucche, il latte lo mettevi in una padella e lo lasciavi un giorno o due per togliere la crema per fare il burro, magari ci finiva dentro qualche topo? prima di tirarlo via lo leccavamo, il topo, che aveva la crema!”

“Eh, la gente oggi non è temprata per la vita”, chiosa Luigi. Per quella vita, no di certo.

Luigi era piccolino che venne via da Montecrestese. Prima a Varzo, dove ha fatto l’unico anno di scuola, poi verso i dodici anni a Vogogna, con quattro fratelli. Luigi è uno che vuole farlo capire che il suo era proprio un altro mondo, e che lui in quel mondo ci sapeva stare, e lo reggeva bene. Reggeva bene anche il vino. “Mia mamma mi raccontava che un giorno mi aveva lasciato a casa da solo, e quando è tornata mi ha trovato che ghignavo, ghignavo, ridevo… Mi metteva sullo sgabello da una parte e cadevo dall’altra… Poi ag vegn in ment da vardà ul fiasc da vin sul taul, ne mancava un bel po’! Hai capito, ero ciuc, a dui agn!”.

Temprato dalla vita, con il padre che non trovava un lavoro (ma Luigi capirà solo dopo il perchè), da ragazzino faceva i mille lavori della montagna. Portava su e giù la legna dal monte, e alla sera dormiva nel bosco da solo. Andava ad aiutare chi doveva far starnu, il letto di foglie delle mucche. Andava ad aiutare a fare il cemento. Quel che c’era da fare, lo si faceva. “E mi cercavano, perché rendevo cume ‘n om!”.

E quando a dieci anni sei in grado di dormire nel bosco da solo, affrontando gli spiriti della notte, e le streghe di quel folto, ché in Ossola è pieno di streghe, allora sei in grado di fare qualunque cosa. Come scappare di casa per andare coi partigiani, anche se non sai mica bene chi sono.

Gh’era il Beldì, il Corani che era mio coscritto… sì, il fratello piccolo di Malombra…Gh’era l’Aldo Marta… era un po’ più grande di me, ma a quei tempi mica pensavi hai un an pussée che mi, un an meno da mi, eravamo tutti ragazzi che si giocava assieme… A un certo punto il Marta è sparito, duv’è andà… E ti dicono, con i partigiani, con Superti. E poi ci va il Corani. C’è andà lu, ci vo anca mi. Alura mi sun scapà di cà e son andà coi partigiani. Sono andato a Rumianca, sapevo che lì c’erano dei partigiani. Appena sotto la centrale, nella casa di uno che si chiamava Terzi, li ho trovati lì, c’era un tenente che si chiamava Franz, e subito m’han preso. Eran forestè, però han visto che ero un bocia deciso e mi han tenuto là. Che dopo venivano giù delle belle ragazze che mi baciavan sulla bocca, eh, mi ero un bocia… Però mia mamma e mio papà han saputo e son venuti a vedere per portà a cà el fiol. Portatelo pure a casa, ma guardate che se questo vuol star qui ci torna! E infatti mia mamma, conoscendomi, Lassumal lì, almeno sappiamo dov’è…”.

E’ il febbraio del ’44, Luigi è con la Di Dio, divisione Valtoce. E diventa Topolino. “Sì, il cartone animato c’era già, ma Topolino perché ero un ragazzino”.

Alla sera Topolino dorme in una cascina sopra Rumianca, e alla mattina scende allo stabilimento, va al deposito biciclette, ne prende una e gira per la valle. Guarda cosa succede in giro nei paesi, e riferisce. Relaziona sui movimenti dei fascisti, come quando vede che hanno catturato un partigiano e lo fanno camminare in testa a un plotone per andare a recuperare una mitragliatrice nascosta sotto il ponte del Migiandone.

Una volta porta una busta al battaglione di georgiani arruolati coi tedeschi, erano accampati a Mergozzo, c’erano stati dei contatti per farli disertare e passare coi partigiani, lui ne vede uno alla stazione, un po’ a caso, che se non era il georgiano giusto poi, ma non ci pensa due volte, il georgiano lo porta fuori dalla stazione, scende in un campo di mais, legge la busta, e gli risponde Noi andiamo a Borgomanero, facciamo fuori il comandante e poi veniamo da voi. Poi il bocia ciapa la bici e torna a Rumianca.

A volte c’è da recuperare cibo per dei partigiani nascosti, e allora lui, con i “biglietti” dei partigiani, che è come cartamoneta sulla fiducia, si fa dare farina, riso, formaggio, latte. Il negozio del Beldì a Vogogna, per esempio, lui gliene dà sempre, o il Ripamonti al mulino. E se non glielo danno, come al dopolavoro di Pieve Vergonte, entra nello scantinato di nascosto e fa provviste da solo.

Anche se non porta armi è un partigiano, e gli fanno una divisa. E’ in telatenda, come si diceva, non l’ideale per un guerriero, ma Topolino ne va orgoglioso. Un giorno si va fino a Nonio a ritirare un lancio degli americani. A Topolino tocca uno zaino bucato. Ma il carico è lo strutto, e la strada è lunga e faticosa. Lo strutto comincia a colare giù per la schiena. Quando si arriva a Rumianca, la divisa è da buttare. E questa fu una delle grande delusioni della guerra per il bocia partigiano.

Che poi i partigiani, la prima volta, li aveva visti a Villadossola, l’8 novembre, il giorno dell’insurrezione, che il giorno dopo arrivarono perfino gli aerei a bombardare, e il Redimisto Fabbri lo torturarono e fucilarono a Pallanzeno con altri cinque. Luigi, che ancora non era Topolino, aveva sentito che c’erano dei tumulti ed era andato a vedere, perché lui era mica uno che c’aveva paura di qualcosa, lui, e aveva visto un tedesco moribondo su un carrettino per portare le verdure, tremava smodatamente come un epilettico, e anche se Luigi non sapeva cos’era un epilettico aveva gli occhi per vedere quella cosa schifosa che è la morte.

Il giorno dopo aveva seguito l’onda, quando tutti erano dovuti scappare da Villadossola, ed era andato verso la centrale di Pallanzeno che c’erano già i tedeschi che giravano, e un tizio che scappava con lui gli aveva dato una Beretta calibro nove, “tienila poi me la ridai quando ci vediamo”, l’aveva presa disarmando i carabinieri ma adesso era più prudente non averla dietro, quello era un bocia e non correva rischi, che poi insomma anche per il bocia non era il caso di averla, ma col suo curai dela madona se la lega in mezzo alle gambe e torna verso casa, che al ponte di Pallanzeno incontra una di quelle macchine scoperte che chiamano scim-sciam, insomma una Fiat con la capotta, sono tedeschi, lo vedono a distanza e gli fanno segno di avvicinarsi, che lui avvicinandosi correndo si accorge di avere le pallottole nel taschino e pensa Adesso mi cadono, e invece non gli cadono e i tedeschi quando vedono che è un bocia lo lasciano andare, e allora lui via verso casa, e nasconde la pistola nel casale diroccato vicino casa, proprio vicino al ponte di Dresio, e adesso ce l’ha lì una pistola, e sai come ci si sente forti con quella, che già non hai paura di niente, e con quella sei fortissimo, di cosa puoi aver paura con quella, va nel casale di tanto in tanto a tirarla fuori dal nascondiglio e se la guarda, se la strofina, è sua, non sa cosa può farci e contro chi e perché ma è sua come sue sono le braccia e le gambe, e forse ci ha perfino guardato dentro il buco della canna come Pin nella pistola del tedesco, fatto sta che il papà si accorge che va troppo spesso in quel casale come a un santuario, e scopre la Beretta, caccia degli urli che non ti dico, se la prende, la dà a degli amici, che la diano ai partigiani.

“Per me andare coi partigiani era un’avventura. Come un western, capìo?”.

(La colonna sonora di quel western era anche per Topolino Marciar marciare – e chissà come gli risuonava alle orecchie quel verso, Mamma non piangere).

“Se mi avessero detto chi sono i fascisti? Gente come noi che mangian pussée ben, gh’en ben vestiti e stanno meglio di noi”.

“Non ho fatto il partigiano come il patriota convinto… Sbarcavo il lunario, poi mi son trovato che stavo peggio che prima. E poi una volta che sei lì non puoi venire via quando vuoi…”

“Ho cominciato a capire quando mi dicevano vai qui vai là passa a vedere… Una volta capito a Anzola, c’erano tedeschi e fascisti, e sottolineo fascisti. A un certo punto sento sparare raffiche, davanti alla cooperativa, c’erano 22 o 23 mitragliatori messi giù, e in una roggia c’erano quattro o cinque ragazzi, distesi per terra, uno aveva una tuta da ginnastica blu, con la barba. Me lo ricorderò sempre”.

Ecco, questo ti dice Topolino, se gli chiedi quando ha cominciato a capire.

I grandi lo proteggevano dalla morte, però. Il comandante Ugo, in particolare, aveva dato disposizione che lui non vedesse mai qualcuno che muore. Come quella volta che è in una stalla a dormire tra i cavalli, sente degli spari, allora esce per vedere che succede. Arriva e vede un uomo per terra, che grida “Vigliacchi, avete ucciso vostro fratello”… Saprà il giorno dopo che era una spia che aveva fatto prendere due partigiani a Pallanzeno, era stato preso e, pensando che lo avrebbero ucciso, era scappato: per quello gli avevano sparato. Ma non assiste all’agonia dell’uomo: un partigiano gli grida: Vai a dormire!

Quando arriva la Repubblica, Topolino fa il bocia, molla la Di Dio e se ne va a Domodossola. “Ero il bocia partigiano, chi mi baciava, chi mi prendeva in spalla, chi mi dava da mangiare, insomma tutti mi volevano vicino, specialmente magari quelli che avevano timore perché magari avevano fatto qualcosa contro i partigiani e allora si ingraziavano un ragazzino, perché gli altri erano pussée dritti e mica si lasciavano infinocchiare come un bocia!”. Prende dimora a Villa Tibaldi, dove prima erano i tedeschi, e dove anche Arialdo aveva fatto la guardia: “stavo bene lì, mangiavo e bevevo! Poi passa qualche giorno, entrano i miei della Di Dio, Hai abbandonato la squadra, ti fusilan sicur! Scherzavano, ma m’ero preso una paura… Insomma sono tornato a Ornavasso con loro, facevamo il servizio di guardia al passaggio a livello. E le pallottole che fischiavano quando sono arrivati i tedeschi!”.

A Ornavasso Topolino incontra il padre. Anche lui era con la Valtoce, ma mica si erano mai incrociati, Topolino non sapeva che fosse pure lui un partigiano. Si vedono allo spaccio dove davano le sigarette. A quattordici anni mica si fumava. Suo padre lo vede con un pacchetto di tabacco. Glielo prende, gli dà le sigarette in cambio: “Piglia queste che ti fanno meno male”. E poi se ne va con la sua squadra.

Il padre di Luigi era elettricista, lo avevano cacciato da due stabilimenti perché non aveva la tessera del fascio. Tanto che i primi anni di guerra aveva dovuto andare nel bergamasco, a lavorare la terra.

E adesso che lo vede partigiano, Luigi capisce. Non era solo per la povertà che lui non aveva la divisa dei balilla, e piangeva perché non ce l’aveva, e il massimo che avevano potuto fare i suoi era comprargli i calzettoni verdi con la riga nera che solo con quelli Luigi si sentiva chissà chi; capisce che anche se qualcuno gliel’avesse comprata, la divisa, non gli avrebbero permesso di metterla.

Eh sì, i fascisti erano quelli che mangiavano e erano vestiti bene. “Che da Fontana dovevo andare a piedi fino a Bertogno, che adesso è un passo, ma a quei tempi era una distanza enorme, con la neve, gli zoccoli ai piedi, un freddo bestia e senza mangiare, arrivavi a casa e non trovavi niente da mangiare. Quelli invece eran tutti bei rotondi e mangiavano, mi avevo una fam dela madona…”

Poi arrivano i fascisti, che al ponte dov’erano di guardia il Ghiringhelli viene sbalzato via da una cannonata ma neanche un graffio, ed era bianco come se l’avessero messo in un sacco di farina, e più in su una cannonata porta via un angolo della casa dove adesso c’è il museo della resistenza, e Topolino prende una scheggia nella gamba che non ci fa caso ma la scheggia c’è e poi comincia a gonfiare e far male, e quando arriva a Crodo dopo tanti di quei chilometri di andirivieni che non sa come ha fatto si butta su un mucchio di segatura per riposarsi, e lì è la seconda e ultima volta che vede suo padre durante la guerra, che lui guidava un camion per portare in salvo chissà cosa e poi alla cascata del Toce i tedeschi lo catturano, il papà, e decidono di fucilarlo, ma un istante prima della fucilazione altri partigiani tirano una bomba a mano ai fucilieri e il papà di Topolino se ne fugge in salvo con gli stivali dei tedeschi, e intanto anche Topolino riesce ad arrivare in val Formazza per scappare, e ci arriva in moto perché non poteva più camminare, e poi giù in teleferica verso la Svizzera, e siamo salvi.

Topolino è di quelli che tornano in Italia. Arriva alla casa di Vogogna, ma gli dicono che i fascisti lo cercano, e allora torna in montagna: ma la Valtoce non c’è più, e così trova la Redi, brigata Garibaldi, e va con loro. Si becca anche un rallestramento il 25 marzo che devono scappare e mentre scappano su un sentiero cade una gavetta, il rumore segnala la posizione dei fuggiaschi, i tedeschi sparano, centrano Topolino al piede.

Lo caricano in spalla, lo mettono in una coperta e lo portano giù al paese di Ponte, a una specie di infermeria. Ma qualcuno fa la spia: “sento un casino, non capivo, tra il freddo la fame e il sangue perso mi sembravano i ragazzi che escono di scuola quando corrono. E invece era la gente che gli bruciavano il paese. I fascisti cercavano il ferito. Hanno ammazzato una donna incinta, col mitra, e poi uno che veniva dall’ospedale di Omegna che aveva in tasca una preghiera dei partigiani che gli aveva dato una suora. Lo hanno legnato negli stinchi finché si sono spezzate le gambe, poi lo hanno ammazzato”. Doveva essere la preghiera del garibaldino che aveva voluto il comandante della Garibaldi della Valsesia, Cino Moscatelli, corredata con tanto di icona di San Michele Arcangelo che trafiggeva il demonio. E questo indemoniava i fascisti ancora di più.

Entrano anche nella casa dov’è Topolino, i fascisti, lui sta rinserrato in un buco dove si entra per un passaggio segreto dietro la credenza, ma gli va bene, ché quando i fascisti se ne sono andati riescono a spegnere l’incendio e lo mettono in salvo. Passerà il resto del tempo prima della Liberazione prima in un buco di una grotta e poi su una cengia, sotto un larice, dove lo calavano giù la mattina e lo tornavano a prendere la sera, che almeno la notte era meglio dormisse in una baita.

Finita la guerra, Luigi si mette a lavorare. E il suo lavoro sarà il contrabbandiere. Poi, ereditando il sapere paterno, diventerà un bravo elettricista, e per molti anni girerà il mondo per i cantieri dove costruiscono centrali elettriche. Ma sempre con la nostalgia per il contrabbando, per la solitudine della montagna, quell’intimità con la smisuratezza delle cime. Per quel passare le frontiere in silenzio, di nascosto da tutto e da tutti.

“Il mondo è nato senza frontiere, le frontiere le ha fatte l’uomo. La legge dell’uomo ti condanna, la legge di Cristo non ti condanna mica. Però la questione è che se ti mettono in galera, non viene mica, Gesù Cristo!”.

La favola del contadino di Pian di Venola

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[Sono un incolto, ma per sbaglio ogni tanto leggo. In una libreria di Milano “normale”, ho intravisto su di uno scaffale Quasi amore (Sellerio, 2001). Ho letto una frase. Era una di quelle frasi vietate nei romanzi, con diciannove incisi e subordinate a piede libero. Comprato. Poi ho letto Le pratiche del disgusto (Sellerio, 2007). Poi gli ho rotto le scatole, e lui gentilmente mi ha mandato questo testo inedito, tratto da una serie intitolata Favole per badanti e vecchi disgraziati. a. i]

di Ugo Cornia

 

C’era un contadino che era riuscito a andare in pensione e aveva smesso di coltivare i suoi campi.

I custodi della terra

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brand_largedi Gianni Biondillo

Alla fine ci siamo andati (quasi) tutti a Expo. Anche quelli che arriccivano il naso, vagamente snob, cocciutamente convinti dell’insuccesso della manifestazione. C’è chi ci è andato in automobile cercando un posto dove lasciare la vettura dentro quegli enormi parcheggi fuori scala che non sapremo come riempire dal prossimo novembre. Altri hanno testato la capacità della rete metropolitana di reggere così tanta folla. C’è chi ha preso il treno ed è sceso alla nuova fermata del passante ferroviario, chi ha inforcato la bici, ne ho viste a centinaia legate ai pali o ai tronchi degli alberi. Chi addirittura se l’è fatta a piedi, come ho fatto io assieme a “Sentieri Metropolitani”, da piazza del Duomo fino ad Expo. Ci siamo andati, abbiamo fatto file chilometriche fuori dai padiglioni, abbiamo passeggiato per il decumano, fotografato l’albero della vita e siamo tornati a casa contenti di aver partecipato anche noi di un evento internazionale. Che però, diciamocelo, non è che abbiamo capito per davvero fino in fondo.

Sarà forse perché il tema, “nutrire il pianeta”, di suo non ha una valenza spettacolare, e noi da una esposizione universale vogliamo farci stupire come un bimbo ad una fiera. Di altro tenore erano le esposizioni del secolo scorso che mostravano le invenzioni, le tecnologie dure, le scoperte scientifiche, le “magnifiche sorti e progressive” verso le quali eravamo destinati. Oggi, di fronte alle emergenze demografiche e alla sostenibilità ambientale c’è poco da guardare il futuro con quell’ottimismo sfrenato. Qualche padiglione ha provato a restare aderente al tema, chi con intuizioni spettacolari come il Brasile, chi con qualità didattica, come la Svizzera, chi con allestimenti semplici ma estremamente efficaci come Slow food. Altri, la maggior parte, ha deciso di declinare il tema in una chiave più pop: non più “nutrire il pianeta”, ma “facciamoci una bella mangiata”, influenzati, forse, da una passione televisiva tutta di questo decennio per la culinaria e gli chef stellati.

Ora finalmente, ad un mese dalla chiusura, arrivano loro. Gli unici che per davvero avrebbero qualcosa da dire sul tema. I contadini, gli allevatori, i pescatori, di tutto il mondo. Vengono non per fare una sfilata folkloristica per il decumano, con tanto di costume tradizionale quasi residui di una cultura antica ormai in via di estinzione. Vengono invitati da Terra Madre, a raccontarci come si possa fare innovazione partendo dalla terra. Come “nutrire il pianeta” significhi renderlo libero da guerre ed emigrazioni epocali. Come ci si possa emancipare tornando alla terra, non più vivendola come una condanna ma come l’unica vera opportunità di crescita per tutti noi. Ché tutti abitiamo il pianeta ma solo loro ne sono i veri custodi. Vengono dalla Danimarca o dall’Etiopia, dallo Sri Lanka o dalla Francia. Sono uomini e sono donne. No, anzi: sono ragazzi e ragazze. Una generazione di giovani, spesso laureata, che non ha paura di mettersi in gioco per sanare, come medici di base del pronto soccorso globale, le ferite inferte dai loro sconsiderati padri.

Per come la vedo questo forse è il momento più alto, più nobile dell’intera manifestazione. Più ancora della compilazione della Carta di Milano, documento pieno di belle intenzioni, controfirmato da nomi di leader politici che pesano, ma che se non ratificato rimane nell’alveo delle buone intenzioni, che sappiamo cosa lastricano, normalmente.

Questi ragazzi ci dicono che fare politica, nel senso più nobile del termine, è sopratutto fare. Mettere in moto mani e cervello. Che nutrire il pianeta significa condividere la conoscenza, ridistribuire in modo equo, senza sprechi, il cibo prodotto, che avere cura della vigna o del raccolto significa avere cura del paesaggio e della storia, che se non interveniamo sul clima, o sulle diseguaglianze, siamo tutti condannati a esodi biblici dalle conseguenze inimmaginabili. Non lo dicono. Lo fanno.

Verranno qui a Milano, questi ragazzi e queste ragazze, belli e forti della loro gioventù, a ricordarci che c’è un pianeta giovane che vuole dire la sua, che vuole crearsi le sue regole per il futuro, non subire supino quelle imposte dalla burocratica gerontocrazia che governa il pianeta.

Sono i nostri fratelli minori, i nostri figli, i nostri nipoti. Portano con sé quei valori, quell’etica che in dirittura d’arrivo dà finalmente spessore ad una manifestazione di certo positiva nei numeri ma in fondo debole nella sostanza. Non so dove dormiranno, chi li ospiterà, chi li accompagnerà per le strade della mia città. So già di invidiarli. Affettuosamente.

(pubblicato su OrizzontiExpo, inserto del Corriere della Sera del 1 ottobre 2015)

Scanning – Il cuore in bianco e nero del “reale”

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di Giampiero Marano

Il cuore in bianco e nero del “reale”

Mentre una moda culturale abbastanza recente sponsorizzata da alcuni filosofi e letterati predica il ritorno al “realismo”, ai “fatti”, al “senso comune”, è il caso di riflettere sulla radice ascetica dell’arte. Sulla sua necessità innata e vitale di distanziarsi dalle cose e dall’io, e in generale dal mondo come rappresentazione, astratta o concreta che questa sia.

Radio Kapital : Jean-Luc Nancy

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zittitutti

Saper ascoltare il silenzio degli intellettuali
di
Jean-Luc Nancy
(trad.effeffe)

su Libération del 22 settembre

Ci rammarichiamo della scomparsa degli intellettuali organici della Repubblica, in grado di dire il giusto, il buono e il vero – anche se a volte criticando la stessa Repubblica. Deploriamo che al loro posto riecheggino bagliori sospetti, derive mal identificate e battage a tutto spiano, dispensatore di prediche ad ogni grado. Genera dibattito, foto, fa rumore. Ma non bisogna farsi indurre in errore. Bisogna ascoltare il silenzio e guardare quanto non si mostri.

Ci sono tanti intellettuali – per meglio dire: persone che pensano – alle prese con cose più serie dei proclami ripetuti delle certezze acquisite. Ce ne sono molti più di quanto non si pensi, alcuni noti, altri meno o per nulla: tutti quelli per cui le vere questioni contano più della firma ( il benedetto nome!) in calce agli articoli o petizioni.
Non v’è dubbio che a volte bisogna riaffermare delle cose evidenti che paiono offuscate per alcuni, mentre per altri sembrano ripetitive: bisogna ( per quel che significhi “bisogna”) dare asilo ai rifugiati, che la loro fuga è causata dalle convulsioni di un mondo che non protegge più nulla dai propri appetiti più feroci, e di conseguenza dalle proprie devastazioni, e che dare rifugio significherebbe anche accogliere le questioni che vengono con il disastro ambulante.

Però bisogna innanzitutto valutare bene la posta in gioco. Non si tratta di un po’ più o un po’ meno di sovranità, d’Europa, di umanismo e di fratellanza. Si tratta di questo, del fatto che ognuna di queste parole, una per una, e di molte altre dopo di esse, non abbiano più alcun significato intelligibile. Oppure che non abbiamo più l’intelligenza del loro senso. Noi, tutti noi, tutti coloro che pensano (che se ne compiacciano o meno, che lo sappiano o meno) e per primi quelli la cui qualità d’”intellettuale” deve mettersi al servizio del senso e delle condizioni in cui un senso è possibile o meno.

Anche il pensiero conosce migrazioni, esilii, mutamenti, tracolli, fughe e asili. La postura sicura di sé della soluzione è quella di colui che decide, non del pensatore. Ci devono essere certo delle persone che decidono- ci deve essere anche chi sia in grado di criticarli. Ma non bisogna far passare come decisioni possibili vecchi significati che non sappiamo più argomentare – tanto “umanismo” che ” sovranità” o “popolo” o perfino “politica”.

Alcuni lo hanno detto e lo hanno scritto ormai sono molti anni: siamo entrati in un mutamento di civiltà. Vale a dire di questa civiltà occidentale diventata l’armatura globale di un’espansione tecnica e ideologica a cui si oppongono, nient’altro che i furori generati dallo sconvolgimento globale. È con questo che dobbiamo fare i conti: con un mondo che sei secoli di progresso hanno fatto crescere al punto che ogni crescita raggiunge: il punto di apoplessia o obsolescenza.

Altre civiltà ci sono passate. Maya, Ittiti, Micenei, Romani, Mongoli, molti altri hanno vissuto gli orrori della decomposizione e dello smarrimento. Le loro forze profonde hanno subito una metamorfosi. Questi mutamenti sono così ampi e lunghi che non si potranno cogliere che a posteriori. Ma è possibile, è necessario pensare a partire da questo orizzonte o prospettiva.

Il che non impedisce di pensare al presente. Al contrario. Questo offre per esempio ottime ragioni per vedere nei rifugiati dei messaggeri non solo di crisi e di guerra, ma anche e soprattutto di storia, della nostra storia, di quel che accade a noi e spinge noi stessi in una migrazione silenziosa, attiva e vigilante.

Fine dell’animale politico? Note su “I destini generali”

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[Questo intervento, apparso su l’Indice di settembre, più che recensire il libro di Mazzoni si propone di sviluppare a partire da esso una discussione. Premetto che ritengo I destini generali un libro scomodo e importante, con il quale è bene fare i conti. Aggiungo un dato non ricordato nel mio pezzo: l’autore, oltre che teorico della letteratura, è poeta, e quindi questo suo libro sollecita tanto una lettura “a fronte” della sua opera poetica che della sua opera saggistica.]

 

di Andrea Inglese

I destini generali è un saggio di critica della cultura, scritto da uno dei migliori studiosi italiani di letteratura moderna e contemporanea. La letteratura costituisce ancora una chiave di lettura importante per la comprensione della società attuale e non mancano in Italia autori che hanno prodotto, in anni recenti, lavori importanti su questo fronte. Penso in modo particolare a Carla Benedetti con Disumane lettere (Laterza, 2011) o a Gabriele Frasca con La lettera che muore (Meltemi, 2005 e Sossella, 2015). Mazzoni non sceglie, però, di occuparsi del ruolo che la letteratura o la cultura umanistica hanno all’inizio del Ventunesimo secolo, evolvendo nel nuovo contesto dell’industria culturale e della rivoluzione informatica.

Da Bizet a Twitter. Stromae e una variazione sulla Carmen

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di Ornella Tajani

Quoi du reste, ici, maintenant, d’une Carmen?

A blank parody, una parodia vuota: così Fredric Jameson definisce il pastiche, una forma prodotta dal desiderio destoricizzante dell’epoca postmoderna, che consisterebbe in un rimaneggiamento di materiali già noti privo di qualsiasi carica satirica. Non è dello stesso avviso Linda Hutcheon, che in varie sue opere (fra cui The Politics of Postmodernism, 1989, e A Theory of Adaptation, 2006) evidenzia il potere sovversivo di ogni forma di adattamento, parodico ma non solo, e dunque si oppone anche alla concezione jamesoniana del pastiche. Per Hutcheon, il pastiche è una forma estetica che rientra nella stessa costellazione semantica dell’adattamento; quest’ultimo è un procedimento che consente di smuovere le vecchie opinioni precostituite, i clichés consolidati, rimescolando temi e stili e così fornendo nuova linfa a motivi già noti. Il pastiche de-doxifies, si può dire riciclando un termine caro a Hutcheon. Nelle conclusioni al volume del 2006, la studiosa si preoccupa di precisare cosa non è adattamento: una citazione breve, o un accenno a un motivo musicale noto. La caratteristica dell’adattamento sta nel suo essere una ripetizione senza duplicazione: l’ipotesto, cioè il testo originario, per usare la terminologia di Genette, deve essere riconoscibile ma deve al contempo generare qualcosa di nuovo.

In un articolo che contiene quattro letture della Carmen, lo studioso H.M. Leicester afferma che, a un livello imparagonabile a tutte le altre, l’opera di Mérimée prima e di Bizet poi si è fatta discorso, cioè si è espansa nel corso di quasi due secoli inglobando molteplici interpretazioni, immagini, teorie, stereotipi: forse perché il suo personaggio continua a possedere un elevato potenziale di ambiguità, e dunque resta camaleontico. Che se ne voglia porre in risalto il carattere etnico, l’indole ribelle o il fascino fuori del comune, Carmen continua a rappresentare la otherness e dunque continua a prestarsi a molteplici adattamenti e pastiche, superando la selezione culturale imposta dai tempi e ispirando riletture culturospecifiche.
La Carmen del cantante belga Stromae fa parte del suo ultimo album Racine carrée; il videoclip è uscito il 1 aprile 2015 ed è diretto da Sylvain Chomet, il regista di L’illusionista e Appuntamento a Belleville. A un primo ascolto, niente di particolarmente originale: il pezzo sfrutta una delle arie più famose dell’opera di Bizet, L’amour est un oiseau rebelle, cioè la Habanera, e lo rimpasta con influenze elettroniche e pop-rap. L’esperimento di fare del rap sulla Carmen è talmente poco nuovo che nel 2001 era già uscito Carmen: A Hip Hopera, un film musicale e completamente rap di Robert Townsend, con protagonista Beyoncé. Quest’ultimo, secondo Hutcheon, si ispirava molto anche al film adattamento del ’54, Carmen Jones, che già prevedeva una trasposizione della narrazione in tempi e luoghi affatto differenti rispetto all’opera di Bizet; inoltre, guardando alcuni dei video presenti su YouTube, si fa fatica a riconoscere la traccia anche soltanto musicale dell’ipotesto, che invece, come detto, è una delle qualità di un buon adattamento. Non così nel caso del pezzo di Stromae, che riprende la melodia e alcuni dei versi del brano originale decontestualizzando la narrazione e citando il personaggio di Carmen soltanto nel titolo. Il cantante dà vita a un ipertesto che non solo rappresenta «an acnkowledged transposition of a recognizable other work», ma anche «a creative and an interpretive act of appropriation» e «an extended intertextual engagement with the adapted work». Sintetizzando nella sua Carmen le tre caratteristiche dell’adattamento stilate da Hutcheon, Stromae lavora alla melodia e al testo in modo da tessere una dialettica di rimandi, creando in questo modo un ipertesto che dialoga con il proprio ipotesto.
Vediamo la prima strofa:

L’amour est comme l’oiseau de Twitter                                       L’amore è come l’uccellino di Twitter
On est bleu de lui, seulement pour 48 heures                            Ci piace da morire, solo per 48 ore
D’abord on s’affilie, ensuite on se follow                                     Prima ci iscriviamo, poi ci followiamo
On en devient fêlé, et on finit solo                                                Ne andiamo matti e finiamo da soli
Prends garde à toi !                                                                       Stai in guardia!

L’incipit, salvo lo scarto finale, è il medesimo dell’aria di Bizet, nella quale Carmen prende la parola per la prima volta e, mentre canta un inno alla bellezza e alla imprevedibilità dell’amore, al contempo mette in guardia dal pericolo in cui incorre chi si innamora di lei; naturalmente non è difficile scorgere nel metaforico oiseau rebelle, impossibile da addomesticare, una personificazione della stessa protagonista dall’indole selvatica e irrequieta.
Stromae invece trasforma l’uccello ribelle nell’uccellino azzurro che è il simbolo di Twitter, un servizio di networking in cui gli scambi sono particolarmente rapidi: con l’allitterazione affilie/follow/fêlé/finit, l’autore sintetizza le dinamiche da social attraverso le quali tutto, incluso l’amore, si esaurisce nel giro di poche ore. Il bersaglio del pezzo è proprio la plastificazione di sentimenti e identità che si verifica quando la addiction per i social è massiva: Prends garde à toi, avverte Stromae, riprendendo le stesse parole di Carmen, la quale mirava invece a mettere in guardia Don José e il pubblico dai pericoli della passione, un enfant de Bohême senza legge, imbrigliabile.
La denuncia di Stromae non ha nulla di nuovo e si limita a cavalcare l’onda della critica ai social, mostrando, anche attraverso il video, l’incapacità ad amare cui l’alienazione da smartphone può portare: nel videoclip, il cartone animato del cantante è perseguitato da un uccello azzurro che diventa sempre più grosso e cattivo man mano che ci si avvicina alla fine, e sempre più ingombrante nella relazione d’amore del protagonista, della quale seguiamo le tappe. L’efficacia del pezzo sta secondo me nell’aver scelto, per una implicita rivendicazione di una emotività autentica, da ricercarsi al di fuori dello schermo, e per una denuncia della latitanza dei sentimenti dalla quotidianità attuale, proprio un’aria celebre a livello mondiale per essere un inno all’amore. La costruzione del pastiche è dunque perfettamente speculare e non delude le aspettative cui dà vita quel primo verso simmetrico e incisivo: dall’amore ribelle, indomabile, all’amore ai tempi di Twitter. Dal cliché di una Spagna incandescente al ritornello dell’apatia da schermo. Dal pericolo della passione bruciante a quello della dipendenza da un apparato telematico che divora.
Lo svilimento dei rapporti umani si accompagna all’alienazione da consumismo, cui la addiction da social network non è estranea: così in questa Carmen l’enfant de Bohême diventa un enfant de la consommation, che pretende sempre più scelta e per il quale la legge del mercato vale anche nel campo dei sentimenti.
«Quest’uccello del malaugurio, se c’è bisogno lo metto in gabbia», tuona il protagonista contro la fidanzata, mentre il grosso animale azzurro troneggia ormai nel letto in mezzo a loro, e qui c’è proprio un ribaltamento, poiché la Carmen di Bizet nell’ultimo atto dichiara: «Jamais Carmen ne cédera. Libre elle née, libre elle mourra». Si parla di libertà e prigionia: il verso «tu crois l’éviter, il te tient» (pensi di scansarlo, lui ti tiene in pugno), che nel brano di Bizet si riferisce all’amore, con Stromae ha per protagonista Twitter. Carmen muore libera, e nel suo caso la «comunità» in cui vive e cui non vuole rinunciare, ossia quella gitana, è il simbolo stesso di questa libertà. Tutt’altro caso è invece quello del pezzo di Stromae e della sua community sociale che rende schiavi: dopo una corsa verso il precipizio in cui il cantante cavalca l’oiseau Twitter insieme, fra gli altri, a Obama e alla regina Elisabetta, risuonano le ultime parole indirizzante all’amante: « Un jour tu verras, on s’aimera/Mais avant on crèvera tous, comme des rats» (Vedrai, un giorno ci ameremo/Ma prima creperemo tutti, come topi).
L’operazione di Stromae ha un gusto decisamente postmoderno e si rivela un buon esempio di pastiche, una forma indefinibile e contraddittoria che amalgama, cita, ironizza omaggiando. Lo stesso Genette, nel suo pur dettagliatissimo studio strutturalista Palimpsestes sulla transtestualità, si ritrova spesso a rivederne la definizione; con lui anche il più convenzionale esempio di pastiche, ossia l’imitazione dichiarata dello stile di un autore (gli esercizi di stile À la manière de), cambia nome ed è definito charge, caricatura. Eppure, quando nel finale affronta un breve excursus nel campo musicale, Genette ammette che con l’opera lirica il discorso transtestuale diventa particolarmente complesso.
La verità è che forse oggi occorre distinguere il pastiche letterario “classico”, proustiano, una forma che per l’autore della Recherche rappresentava una varietà di lettura critica e che era incentrato sull’imitazione dello stile di un autore (vedi i Pastiches editi da Marsilio a cura di Giuseppe Merlino), dal pastiche inteso in senso postmoderno; è in questa direzione, mi sembra, che vanno alcuni studi più recenti, come Pastiche: Cultural memory in Art, Film, Literature di Ingeborg Hoeste, la quale definisce questa forma «a blend of differents ingredients», riprendendo il riferimento culinario all’etimologia del «pasticcio» italiano. Da un lato, dunque, il pastiche che è imitazione di un autore o un’opera celebri; dall’altro un mélange di elementi presi in prestito da testi preesistenti.
La Carmen di Stromae non è un vero adattamento perché non duplica la storia della protagonista originale; ma è un pastiche che ha alcuni elementi in comune con l’adattamento delineato da Hutcheon, perché sovverte convinzioni e aspettative del pubblico, sia formalmente (dal registro operistico al rap), sia dal punto di vista del contenuto (il tema dell’amore è declinato in tutt’altro senso e prende altre strade). Così Hutcheon conclude il suo discorso: «Evolving by cultural selection, traveling stories adapt to local cultures, just as populations of organisms adapt to local environments». Possiamo dire che Stromae firma un pastiche geoculturale della sommaria eppur indimenticabile filosofia dell’amore cantata da Carmen nella Habanera; ed è singolare pensare che già per Bizet questa aria musicale fosse il rimaneggiamento di una Habanera composta circa dieci anni prima da Sebastian Iradier, il quale l’aveva intitolata «El arreglito», ossia «L’arrangiamento» in spagnolo; dal punto di vista della melodia, il pezzo di Stromae sarebbe dunque un adattamento al cubo.
Seguendo quel «perverso impulso di de-gerarchizzazione» da cui Hutcheon si dichiara mossa nella sua Theory of Adaptation, forse anche il pezzo di Stromae finisce con l’allargare le maglie del discorso ormai vastissimo sulla Carmen.

Ciao, compagno Pietro

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di Antonio Sparzani

Il XIX e penultimo congresso del PCI si tenne dal 7 all’11 marzo 1990. Tre le mozioni discusse: una redatta dal segretario Achille Occhetto, la quale proponeva di aprire una fase costituente per un partito nuovo, progressista e riformatore, nel solco dell’Internazionale socialista; una seconda, firmata da Alessandro Natta e Pietro Ingrao, che invece si opponeva ad una modifica del nome, del simbolo e della tradizione; ed una terza proposta da Armando Cossutta, simile alla precedente.
http://www.pietroingrao.it/

Della serie: Mr Robot

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L’entusiasmante tempo presente

di Stefano Felici

«It’s an exciting time in the world right now», dice un uomo, dall’aspetto trasandato – forse un senza tetto –, sdraiato sui sedili di un vagone della metropolitana newyorchese. Viviamo in tempi entusiasmanti. Lo dice e lo ripete all’indirizzo di un giovane dall’aria allucinata, occhi sgranati e fissi, la testa coperta dal cappuccio della felpa, che seduto al suo posto si guarda intorno, come intimorito da qualcosa o da qualcuno. Ma nessuno, nel vagone della metro, sembra accorgersi di nulla. Tranne il ragazzo, appunto. Che sa – e ne avrà conferma di lì a poco – che quell’uomo sdraiato sui sedili, che ora si calca un cappello sulla testa e si gira dall’altra parte, non ha poi tutti i torti.

Mr. Robot è l’ennesima e acclamatissima serie tv prodotta negli Stati Uniti. Appena terminata la trasmissione della prima stagione (l’ultimo episodio è andato in onda il 2 settembre su USA Network, canale satellitare della NBC), si è subito ritrovata addosso l’etichetta di capolavoro. Pratica usuale, ormai, nell’ambito di questa consolidata arte rintracciabile a metà strada fra cinema e romanzo d’appendice.

Al centro di Mr. Robot, al massimo delle loro contraddizioni, ricchezze, ingiustizie, esaltazioni, drammi, catastrofi, paranoie e complotti, ci sono proprio i nostri tempi entusiasmanti. Il nostro presente.

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Se è vero che risulta quasi impossbile trovare entusiasmo in un’epoca dove crisi economiche e conflitti politici su scala mondiale gravano sul pianeta con un peso sempre più insopportabile, evidenziando un desolante e inarrestabile moto autodistruttivo che il genere umano sembra ormai condurre con un’intensità via via crescente, si intravede, parallelamente, un innalzamento spropositato, massimale e ipertrofico di quello che è il prodotto più alto e compiuto della nostra mente collettiva – il suo picco massimo da quando, millenni addietro, l’uomo cominciò a interagire con l’ambiente circostante per mezzo della propria razionalità; e questo prodotto è la tecnica.
Oggi la tecnica, smarcata dall’oggettivazione materiale, tipica del secolo scorso, è – nelle sue massime espressioni – un qualcosa di totalmente impalpabile, invisibile. La sua manifestazione principale è composta da un universo di sistemi di codici alfanumerici e simboli, che viaggiano alla velocità della luce. Dati, informazioni e comandi; un caos efficiente ma ineffabile, difficile anche solo da immaginare. A meno che, dentro a tutto questo, non ci si ritrovi letteralmente immersi, connessi volontariamente a quella sorta di muta e anonima rete neurale che tiene collegati, anche a loro insaputa, persone, aziende di ogni tipo, banche, sicurezza nazionale, entità fisiche e finanziarie.

Per rappresentare questa idea di presente, Sam Esmail, creatore di Mr. Robot, inventa il personaggio di Elliot Alderson.

Elliot è un ingegnere informatico. Lavora per un’azienda che si occupa di sicurezza e custodia dei dati: la Allsafe. Elliot possiede un’intelligenza e delle doti informatiche eccezionali: oltre a difendere, è in grado di attaccare qualsiasi rete o sistema, e i suoi attacchi – al di fuori delle ore lavorative – sono altrettanto frequenti che le operazioni difensive di routine; Elliot, infatti, è un hacker.

Come insegna il luogo comune sui nerd, Elliot si trova a proprio agio quasi esclusivamente davanti a un monitor e a una tastiera. I rapporti umani non sono il suo forte, e anzi: sono il suo punto debole. Il suo bug. Che si allarga, per via di molti altri disturbi, fino a intaccare la propria sfera cognitiva: Elliot soffre di allucinazioni; dialoga con un amico invisibile, presente solo nella sua testa; arriva a non distinguere più ciò che è reale da ciò che è immaginario.

Così, il modo migliore di affrontare la vita, per Elliot, è rapportarsi agli altri come se questi fossero dei sistemi operativi: ne individua i bug, i daemon (cioè i comportamenti abitudinari e inconsci, dacché in informatica i daemon non sono altro che programmi automatici eseguiti mentre l’utente compie altre operazioni), per comprenderli e tentare, almeno, di uscire indenne dal confronto. Nel mondo di Elliot l’informatica è una chiave d’accesso per la realtà; ma gli esseri umani non diventano per lui surrogati delle macchine: semmai, la sua particolare visione restituisce, in un processo inverso, un aspetto umanizzato, quasi naturale, alla forma mentis informatica. Perché lo scopo di Elliot, a conti fatti, non è l’isolamento. La sua spinta è sfuggire a una dolorosa solitudine, a un’alienante incomunicabilità con l’esterno. Per sopravvivere, momentaneamente, Elliot fa uso di morfina e frequenta sedute di psicoterapia. L’equilibrio, però, sembra troppo lontano.

È la rabbia il risultato più visibile. La frustrazione ha il sopravvento. «Fuck society!», alla fine, è quello che Elliot vorrebbe gridare a tutto volume. Ma un individuo con le sue potenzialità, con la capacità di muoversi nell’invisibile rete che tutto sovrasta e avviluppa, non può concedersi solo un mero sfogo infantile. L’istintivo fuck society si contrae. Diventa fsociety.

Il tizio sdraiato sui sedili della metro, quello dei tempi entusiasmanti, è un hacker. Come Elliot. È un uomo strano e indossa una giacca con una piccola scritta sul petto: Mr Robot.

Mr. Robot si presenterà a Elliot con una richiesta: aiutarlo a distruggere il conglomerato di multinazionali più potente del mondo: la E-Corp. Il fine è quello di liberare qualsiasi persona da ogni debito, di cui proprio la E-Corp ha il controllo. «La più grande redistribuzione di ricchezza di tutti i tempi», dice Mr. Robot.

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L’idea di Sam Esmail potrebbe sembrare semplice: una personalità borderline decide di far saltare l’intero sistema finanziario (e sociale) perché ha avuto la visione di un mondo migliore, in cui le persone sono libere, ancor prima che dai debiti, dal consumismo, dai desideri imposti dall’alto e che vengono fatti passare come bisogni primari irrimandabili per arrivare ad avere una vita soddisfacente. È, a ben vedere, l’idea che regge Fight Club, il romanzo di Chuck Palahniuk portato sul grande schermo da David Fincher.

Il Progetto Mayhem fantasticato nel libro del ’96, il cui scopo è far saltare in aria tutti gli istituti di credito della città, è qui trasformato nella fsociety, la squara di hacker messa in piedi da Mr. Robot per distruggere i server E-Corp, e il cui simbolo è una variante della maschera che raffigura Guy Fawkes, ideata per il protagonista del fumetto V for Vendetta da Alan Moore – adottata poi anche dal gruppo hacker Anonymus. Ma il parallelo è ancor più evidente quando si scopre che tra il protagonista di Fight Club e Elliot Alderson c’è in comune quell’inquietante ma – narrativamente parlando – geniale disturbo che dà letteralmente corpo al proprio sdoppiamento di personalità: a Tyler Durden, leader pazzo e carismatico dell’operazione Mayhem, corrisponde proprio il Mr. Robot a capo della fsociety, proiettato dalla mente di Elliot.

Ma il calco della trama di Fight Club non è un problema per l’originalità e la qualità di questa serie. Mr. Robot rispetta in pieno i canoni del genere: una sceneggiatura che sa dosare la velocità e la frequenza degli eventi, creando e risolvendo grovigli con estrema precisione; una regia concreta, pragmatica, eppure attenta a restituire il dato estetico, accompagnata dall’oscura e suggestiva colonna sonora “techno-thriller” di Mac Quayle. Non da meno gli attori, con Rami Malek – che interpreta Elliot Alderson – perfetto sotto ogni punto di vista, in un ruolo dove convergono una quantità spropositata di disturbi mentali, pulsioni, dubbi e riflessioni e paraonie.

Il ritornello degli ultimi anni ci informa che le serie tv sono il mezzo di espressione più completo e adatto per raccontare i nostri tempi – o anche solo per intrattenerci – al pari di quello che sono stati romanzi e cinema in altri tempi tutto sommato non così lontani. Mr. Robot, inscrivendosi in questo continuum, grazie a un ineccepibile aspetto formale rafforza a tal punto i propri contenuti da renderli infatti molto simili, per attualità, pregnanza e valore letterario, ai romanzi americani massimalisti di un Foster Wallace o un Pynchon. Pur essendo un prodotto maggiormente attento ai risultati di audience, l’atmosfera che arriva allo spettatore sembra il composto chimico degli elementi che caratterizzano in pieno la narrazione postmoderna: una smisurata paranoia complottistica che parte dalla stanza del protagonista, o ancor più dai suoi pensieri, per arrivare a una rete di pura malvagità sospesa al di sopra dell’intero pianeta, e il cui scopo è controllare la volontà degli esseri umani (il conglomerato E-Corp viene ribattezzato da Elliot stesso come Evil Corp); il sospetto che dietro le cose, gli oggetti, e in questo caso i codici, le trasmissioni via etere, ci sia dell’altro, qualcosa su cui indagare, come se si nascondesse in fondo una metafisica dell’inanimato finora inesplicabile; la sensazione continua di essere naufraghi alla deriva fra piccole isole di verità lontane fra loro, e quindi menzogne, allucinazioni mostruose, teorie indicibili. Mr. Robot è inquadrato in un tipo di racconto classico, ma, come avvenuto di recente in una serie come True Detective, riesce a caricare di significati, ipotesi e riflessioni le scene che si susseguono rapidamente per venire a capo del finale.

A Mr. Robot è stata prontamente applicata l’etichetta di capolavoro perché riesce, almeno in questa prima stagione, nel tentativo di maneggiare e osservare sotto diverse luci questo entusiasmante tempo presente. Restituirlo in un racconto appassionante senza risparmiare critiche.